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BIODIVERSITÀ: un concetto etno-biologico, cioè più specie viventi in uno stesso ambito territoriale? La relazione tra disponibilità e fruibilità territoriale, ossia il diverso utilizzo possibile delle medesime risorse? Un concetto etico-filosofico, cioè storia, cultura e tradizioni? È, in effetti, un neologismo polivalente attribuito a E.O.Wilson, entomologo americano, che lo usò nel 1988 in alcuni suoi lavori (Biodiversità  e Formiche appunto). 

L’Enciclopedia Treccani, il Dizionario enciclopedico scientifico e tecnico Mc-Graw Hill e altri non lo riportano nelle edizioni antecedenti al 2000. La biodiversità è comunque la ricchezza di vita sulla terra: i milioni di piante, animali e microrganismi, i geni che essi contengono, i complessi ecosistemi che essi costituiscono nella biosfera. Ma anche l’interazione con l’ambiente, con la disponibilità e il numero di attori partecipanti che interagiscono; da ultimo, per la razza umana, è il rapporto complesso e variabile tra cultura, apprendimento, genetica, economia, risorse.
Premesso quanto sopra ritengo, ad esempio, che un interessante percorso di lettura attraverso le biodiversità di un’area quale la Terra Brigasca e, in senso più lato, Royasca, possa essere quello agro-alimentare, ossia l’utilizzo di risorse, materie prime, cultura, contatti, importazioni.

RISORSE: quelle di un territorio montano i cui nuclei abitativi, tranne Briga, sono posizionati tra i 1000 ed i 1500 m, quindi mediamente oltre la presenza dell’ulivo, vite, parzialmente del castagno. Cereali come segale, orzo, avena; meno il grano. Legumi come lenticchie (sino a quote alte), taccole, fagioli e piselli. Erbe spontanee in gran varietà, sapientemente utilizzate. Soprattutto latte e derivati in buona disponibilità. La selvaggina, ottima fonte di proteine e non solo.

LOGISTICA: in un’economia imperniata su pastorizia e transumanza, il pendolarismo migratorio obbligava a lenti spostamenti di quota seguendo la pastura.  I diversi insediamenti temporanei: ën bandìa (inverno al mare), barëghi (stalle presso il paese a inizio estate), vaìi o vaštère (d’estate in quota) offrivano approvvigionamenti diversi di materie prime così come una diversa socializzazione, in compagnia o meno al resto della famiglia. L’autosufficienza alimentare era imperativa e l’alpeggio, a volte, era piuttosto lontano. Nella Valle dei Maestri, sotto il Marguarèis, la congregazione dei Pastori forniva per l’estate vitto e alloggio presso la chiesetta di Sant’Erim a un cappellano, che provvedeva al sostegno religioso e all’educazione dei figli al seguito. Tuttora ogni anno, l’ultimo sabato di agosto, vi si celebra messa alla presenza di numerosissimi convenuti.

TRANSUMANZA: un altro elemento che poteva improntare la cucina autoctona era

l’assorbimento di consuetudini e materie prime importate dalla costa; si pensi all’olio, ai fichi al pesce essiccato, al sale (spesso oggetto di contrabbando), al vino.

CONTATTI: con i centri delle valli limitrofe di un vasto areale, grossomodo triangolare, con apici al Colle di Tenda, a Nizza, Albenga, e al monregalese, con le valli Roya, Levenza, Nervia, Argentina, Arroscia, alto Tanaro, Corsaglia, Ellero Pesio, Vermenagna.

 

CULTURA: gelosamente autoctona grazie alla sede territoriale isolata e alla lingua, in realtà s’interseca costantemente, con movimenti in entrata e in uscita, con quella altrettanto peculiare delle popolazioni limitrofe nelle valli succitate. Le sue forme più rappresentative appartengono per gran parte all’attività religiosa, ND del Fontan in primis; ma anche analogamente, le iscrizioni del M. Bego e Fontanalba.

A scopo esemplificativo e con un particolare angolo di lettura, quello alimentare, si analizzano alcune ricette gastronomiche e relative attuazioni. La versione trilingue (italiano, francese, brigasco) è ormai divenuta usuale nelle nostre pubblicazioni territoriali.