Sempre più sovente compaiono fotografie e filmati di quelle che qualcuno definisce “tradizioni alpine”, presentate come testimonianza idilliaca di una realtà congelata nei secoli, accompagnate dalla presenza folcloristica del montanaro.
La prima reazione, per me, sarebbe un bel “ma piantatela lì”, tutto questo non ha nulla a che vedere con la storia millenaria di un vissuto alpino, è solo la rappresentazione funzionale alla sua lettura folcloristica.
Questo specialmente sul versante italiano, al di là dello spartiacque non avviene, perché?
Quando il primo parlamento dello Stato Nazionale Italiano si riunì a Torino nel 1860, gli oratori parlarono francese, fu Alessandro Manzoni, un letterato non un politico, a risolvere il problema con “I promessi Sposi”. Prima ancora, Jean Racine, quando scendeva da Parigi nel Midi, diceva che “aveva bisogno di un interprete, quanto un moscovita a Parigi”.
La Storia è paragonabile ad una cartina geografica, che va consultata sapendo dove si vuole andare e riporta tracce di un cammino, di un vissuto e di un percorso tracciabile, che va conosciuto sapendo però la direzione che si vuole prendere.
La Storia è strumento solido per pensare un avvenire possibile, dalla Tradizione si possono cogliere testimonianze di un vissuto recente, ci propone istantanee di un recente prossimo, sempre più strumentalizzato in teatrini funzionali a interessi per cui, specialmente sul versante italiano, è utile la rappresentazione del montanaro col bicchiere in mano e camicia a quadretti.
Perché?
Condivido quanto scrive Hagen Schulze nel suo stupendo libro “Aquile e Leoni”, la “tradizione” non va oltre le tre generazioni passate, è consegnata alla memoria dei viventi, la storia è altro.
Il paesaggio, una capillare rete di collegamenti, la disposizione di centinaia di insediamenti, i confini dei Comuni, i secolari rapporti tra i due versanti alpini, questo non è tradizione, questa è l’orma lasciata dal passaggio di generazioni che hanno vissuto le valli.
La Storia è un patrimonio che va conosciuto e presidiato con determinazione perché, quando va in conflitto di interessi prevalenti, c’è il rischio che venga consegnata alla “damnatio memoriae” e leggo segnali che vanno in questa direzione quando si enfatizza tradizione e folclore.
Un esempio è la lettura che sovente si dà dei Mestieri Itineranti, quando li si presenta come secolare colonna portante di una economia alpina, quella è stata una risposta recente, delle comunità alpine, alla discesa a valle del settore secondario, questo dopo il salto tecnologico nella prima metà del XIX secolo.
Come era l’economia precedente? I mestieri itineranti hanno caratterizzato un breve scampolo di storia, è stato un escamotage, sicuramente potente, per poter sopravvivere per più di un secolo, non di più, non consegniamoli alla Tradizione, questa è storia, ma solo uno scampolo di essa.
Rimangono da approfondire i secoli precedenti, quando, ad esempio, i confini non erano ancora risaliti fino allo Spartiacque.
Quando Carlo Emanuele conquistò il Marchesato di Saluzzo, i due Consoli della Valle Maira, che si era opposta in armi, nell’Atto di Fedeltà chiesero a Carlo Emanuele di “mantenerli nella libertà di pigliare il sale dove buono gli parerà, poiché loro hanno sempre viato, & viano sal bianco qual reportano di Prouenza, & Delphinato, quando vanno per loro traffico di mercantie & gli rende una incomodità insopportabile di venir di così lontano, che son quindici miglia, pigliar il sale a Dronero….Item piaccia a Sua Serenissima altezza permetter, & confirmar a quelli della religione pretenduta reformata di viver in libertà di loro coscienza”.
La Valle Maira era stata conquistata, ma al Savoia i Consoli avevano il coraggio di chiedere libertà di coscienza e esenzioni fiscali.
Perché uno dei grandi artisti del Rinascimento, Hans Clemer, ha lasciato ad Elva la sua opera maggiore, facendo della Parrocchiale la Cappella Sistina delle Alpi?
Anche quell’affresco ha una storia da approfondire, non è folclore da esporre, quale è stato il ruolo delle Comunità Alpine nel Rinascimento?
La foto che allego per me è esemplare e riassume i limiti di quello che si intende come Tradizione.
È un attrezzo usato fino a quattro generazioni fa, uno degli strumenti che hanno retto l’economia della Valle fino all’inizio del ‘900, fino alla costruzione della strada di fondovalle.
Fino ad allora i tronchi scendevano a Dronero per fluitazione lungo il Maira, e questa “usina” con un manico di più di quattro metri, per secoli è servito per “lhi descote outa Maira”, per “pettinarli” lungo la corrente del Maira, che allora aveva una portata ben superiore a quella attuale, da sei a nove metri cubi al secondo ora scendono nel canale che alimenta le centrali.
Stupendo il regolamento di valle per gestire in modo salomonico il “diritto all’acqua”.
Di questo strano e ora sconosciuto attrezzo si sono dimenticati sia l’utilizzo che il nome e una famiglia della Valle, “Lhi lèures”, probabilmente non ha memoria dell’origine di quell’ “Estra-nom”, dovuto al mestiere che facevano un tempo i loro uomini. Gestivano la fluitazione tutto l’anno per conto terzi e “passavon d’en cànt a l’aute de Maira, sautand sus lhi bilhons coma de lèures”, passavano da un lato all’altro del Maira saltando sui tronchi come delle lepri.
Folclore e tradizione sono sicuramente utili per il turismo, ma per pensare e proporre un avvenire possibile servono idee, progetti, potenza e interlocutori con cui confrontarsi in modo paritetico, non patetico.

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