Tra le feste popolari dell’arco alpino, la Baìo di Sampeyre, in val Varaita, gode di un’ampia documentazione fotografica. Dico Baìo di Sampeyre e intendo le Baìe di Piasso, di Roure, Chucheis, Vilà e pure di Bessé (Sampeyre capoluogo e le frazioni Rore, Calchesio, Villar e Becetto), alleate nella festa, tranne Becetto, per cui è ancora in atto un ostracismo per una vicenda di sangue risalente alla seconda metà dell’Ottocento.
L’alleanza fa sì che nelle tre giornate celebrative le Baìe si incontrino, ciascuna con la propria identità. Il ballo in piazza le accomuna, ma in cerchi separati. Ogni Baìo nel proprio territorio è sovrana, con propri capi (gli Alum). I costumi sono simili ma diversi, così come simile, ma diverso, è il cerimoniale del processo al Tesoriere, che chiude la Baìo il giovedì grasso.
Il Museo Etnografico di Sampeyre possiede una ricca collezione di foto e cartoline della Baìo a partire dai primi anni del Novecento. A questi materiali e ad altri di valenti fotografi, si sono aggiunte le fotografie di Jean Gaumy, dell’agenzia Magnum, di cui una selezione è ora patrimonio del Museo Mallé.
Dall’osservazione attenta dei materiali fotografici, si comprende come pur nella continuità della tradizione, la Baìo e i suoi personaggi siano riusciti a esprimere una creatività controllata, con piccole varianti nei costumi a seconda dei materiali a disposizione, dell’estro artistico delle donne a cui è demandato il confezionamento dei cappelli, delle coccarde, delle fasce (schirpe) con nastri di seta (bindel o luvree) decorati da motivi floreali, coloratissimi, dell’addobbo dell’abito e dei suoi complementi.
Ciò vale anche per i contenuti storici della Baìo che, a un’analisi appena un po’ approfondita si mostra ricca di spunti ben più antichi dei mille anni, che le si vogliono attribuire, dalla cacciata dei Saraceni dalle valli occitane alpine. È dunque interessante guardare alla Baìo con uno sguardo laico, per coglierne la complessità, quindi la ricchezza. Tra gli elementi più remoti troviamo i riti della fertilità, celebrati dall’uomo che, millenni e millenni orsono, da cacciatore si fece agricoltore e che, dopo i geli invernali, implorava il ritorno della fertilità nella terra. Ne sono testimoni l’abbondanza di decori floreali, i personaggi del vecchio e della vecchia (lou viei e la vieìo), simbolo di una stagione che sta per esaurire il proprio ciclo, mentre il figlioletto che la vecchia porta nella culla rappresenta la primavera che sta per venire. O la figura dell’Arlequin, con i gusci di lumaca a ornare il cappello, infine strumenti sonori come la mazza (l’escarlinhero) degli ‘scarlinìe, ricoperta da una cascata di nastri, con all’interno decine di campanelli (in altre regioni delle Alpi, con gli stessi campanelli si va a fine inverno a “svegliare” la terra, affinché torni a dare i suoi frutti).
Abbondano nella Baìo le memorie secolari dello scontro fra la cristianità e l’islam, con personaggi (i grec) che paiono evocare la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi di Maometto II. Poi, com’è ovvio, la Baìo attinge, fin dal nome, al medioevo delle Abbadie dei Folli: sorta di contropotere anarchico, che si esprimeva in certi periodi dell’anno e in occasione dell’accoglienza di personaggi importanti. Quindi gli eserciti settecenteschi, e la grande epopea napoleonica, che tenne l’Europa in armi per un quindicennio. Questi hanno ispirato l’abito di personaggi come gli Alum, gli Uzuart e i Sapeur (questi ultimi con l’ascia a spalle sfilano tuttora nelle parate della Legione Straniera). Persino le guerre risorgimentali sono state suggerimento per la Baìo con la ‘spimasiero, il mazzo di piume dei bersaglieri, pendente dal cappello degli ‘scarlinìe, oggi eliminato perché ritenuto non conforme alla tradizione.
Antica, ben oltre il Medioevo della commedia dell’arte, è l’esclusione delle donne dal corteo, aspetto che oggi qualcuno vorrebbe superare, ma che al momento si mostra ancora un’ipotesi traumatica per la sopravvivenza stessa della Baìo. Altre Baìe, ad esempio la Beò di Blins (Bellino - alta valle Varaita), più conservative, non hanno assunto il carattere celebrativo di vittoria militare come a Sampeyre. A Blins la festa conserva la connotazione di corteo rurale e anarchico, guidato non da ufficiali con sciabola al fianco, ma dal Vecchio e dalla Vecchia (i capi tribù). Ciò nonostante, in questo contesto antico, ha cooptato figure come l’alpino e il medico che soccorre la vecchia nei suoi frequenti svenimenti, data la gravidanza incipiente (la primavera che sta per nascere) e, in mancanza di uomini (l’emigrazione ha impoverito le valli), ha consentito di “fare Baìo” alle donne.
Tra le Baìe delle valli occitane, quelle di Limone, Castelmagno, Sambuco, Preit si sono “addomesticate” nel corso dei secoli. La Chiesa, che non vedeva di buon occhio le feste marcatamente pagane, le ha costrette a trasformarsi in compagnie in armi, la cui unica funzione è accompagnare la statua del Santo durante le processioni nelle feste patronali.
Anche a Sampeyre la Baìo ha subito dei cambiamenti. È probabile che nel tempo, forse nella seconda metà del XIX secolo, si sia voluto accentuare l’aspetto celebrativo militare: l’esercito e il popolo sfilano in festa per la cacciata del Maomettano. Mutazione forse dovuta alla piccola borghesia locale che ha voluto mondare la Baìo dai suoi aspetti più rustici e dionisiaci.
È interessante tanto per chi vi partecipa, come per chi la osserva da spettatore, scoprire nella Baìo un caleidoscopio di epoche e vicende remote. Gira la ruota dei secoli e mutano via via le sopravvivenze storiche, che si mescolano e si fondono. Ed è straordinario scoprire come la Baìo abbia saputo fare propri elementi nuovi, senza cristallizzarsi su un’idea di tradizione immutabile e rimanere occasione per una comunità - forse la principale occasione - per esprimere ogni cinque anni la propria identità montanara e occitana.

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