Un quarto di secolo fa, scrissi questa presentazione per alcuni amici della Val Pellice, al loro primo cd di musica occitana. Tra il serio e il faceto, ponevo alcune domande. A 25 anni di distanza, di tanto in tanto torno a pormele. Qualcosa sarà pure cambiato. Me lo auguro. Chissà se tra i lettori di Nòvas qualcuno ha voglia di intervenire?
Una mia amica eporediese, Norma Torrisi, si occupa di cucina rinascimentale e degli Occitani ha un’idea particolare. Se l’è fatta vedendoli ballare borreas e contradanças con i glutei sporgenti – dice lei – aggettanti sul resto del corpo. Da ciò deriverebbero tutte le loro disfatte: Muret, Montsegur, lo senhal e via discorrendo. Questa attitudine, secondo Norma, tradirebbe la loro predisposizione a offrirsi (sacrificarsi) gaudenti alla storia. Diversa è l’opinione di André Abbe, un altro mio amico. Lui è parte della Nazione, lavora ai programmi occitani di France 3 e dal ‘68, in ruoli diversi, ha vissuto molte nostre vicende. André sostiene che – semplicemente – gli Occitani non hanno bisogno di nemici per perdere. Che fanno tutto da soli.
Ma sarà proprio vero?
Sì e no. C’è un dato di fatto: gli Occitani non sono sud-tirolesi che belli e brutti, cretini e intelligenti, santi e bagasce, stanno tutti uniti sotto lo stesso partito. Eh no! Agli Occitani piace discutere, cercare il pelo nell’uovo, spaccarlo in quattro se è il caso, e ogni volta che possono marcare le differenze fra Occitani e Occitani. Poi amano fare i tolleranti, i plurietnici, firmare documenti a favore di Kossovari, di Ceceni, Indios, Kurdi, donne afghane. Tanto l’Occitania può attendere!
La verità è che fare sul serio non ci diverte. Forse per questo siamo simpatici.
Già, gli Occitani piacciono. I nostri gruppi di musica e danza sono invitati dai centri sociali, ai Murazzi; partecipano alle serate pro-tibetani, i quali, grazie a Dio, degli Occitani non hanno bisogno, mentre a noi servirebbe da matti un bel Dalai Lama. Le nostre bands portano fifre e ghironda anche lontano… in Danimarca, in America, in Canada, e pure sulla musica noi coltiviamo, con passione, tante idee diverse. Chi la vuole lenta, come la facevano i suonatori tradizionali. Chi sostiene che va fatta veloce, perché così sono i ritmi di oggi, chi la vuole “contaminata” e chi metà e metà. Ma va bene… comunque va bene. L’importante è che tutto ciò serva a qualcosa. Che non sia solo sudore, quattro salti e ginnastica, e che coloro che fanno musica e il resto, si pongano almeno qualche obiettivo, che non può essere soltanto divertirsi e fare trascorrere il tempo.
In quarant’anni, noi delle Valli abbiamo scoperto di essere Occitani. È stata una grande cosa che prima non sapevamo, ma poi non siamo andati molto più in là. Ora se questa scoperta ha un senso – e certamente ce l’ha – è tempo di mettersi in marcia. Pensare, per esempio, che un popolo non è un vero popolo se non ha una lingua comune, un paese, e che so… un’università, qualche premio Nobel… una capitale. C’entrano la musica e la danza? E chi lo sa?... ma credo che dovremmo occuparci di farle c’entrare.
Aprile, 2001

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