Enti in rete L.482/99   

Edizione 2012

Joseph Zoderer - Premio nazionale

Joseph Zoderer

Joseph Zoderer - Premio nazionale

Joseph Zoderer è nato a Merano/Meran (BZ) nel 1935. In seguito alle opzioni si trasferisce con la sua famiglia nel 1940 a Graz (Stiria - Austria), dove frequenta la scuola elementare ed un anno di ginnasio. Dal 1948 al 1952 studia in un collegio cattolico in Svizzera. Ritorna quindi in Sud Tirolo presso la famiglia che si era trasferita di nuovo da Graz a Merano. Dopo aver conseguito la maturità classica in questa città, si sposta nel 1957 a Vienna per gli studi universitari (legge, filosofia, scienze teatrali e psicologia). In quello stesso periodo inizia l’attività giornalistica (dapprima presso il Kurier e, successivamente, presso la Kronenzeitung e la Presse). Rimane per dodici anni nella capitale austriaca, scrive poesie, racconti e due romanzi (Der andere Huegel e Schlagloecher) che, soltanto tre anni dopo, trovano un editore. Nel 1970 Zoderer si trasferisce per sei mesi in America e viaggia (prevalentemente da autostoppista) attraverso gli USA, il Canada ed il Messico. Dal 1971 al 1981 è redattore presso la RAI di Bolzano. In quegli anni pubblica tre volumi di poesie e un romanzo (Das Glueck beim Haendewaschen / La felicità di lavarsi le mani). Dal 1981 vive come libero scrittore a Terento/Terenten e Brunico/Bruneck in Val Pusteria (BZ). È sposato con la pittrice e architetto Sandra Morello con la quale ha tre figli. Zoderer è membro della “Deutsche Akademie fuer Sprache und Dichtung” di Darmstadt, dell’Accademia 

degli Agiati di Rovereto e della “Grazer Autorenversammlung”. Ha vinto vari premi nazionali ed internazionali. Tra gli altri: “Literaturpreis der Deutschen Industrie”, 1983; Premio Catullo di Sirmione, 1986; il Premio del Pen austriaco, 1987; il Premio della Schiller- Stiftung di Weimar, 2001 e, recentemente, il Premio Herman Lenz, 2003 a Heidelberg. La felicità di lavarsi le mani e L’Italiana sono stati filmati per la Televisione tedesca ZDF nel 1982 e 1986.

Scheda bibliografica

-Presso l’editore Mondadori ha pubblicato i romanzi:
L’Italiana (Die Walsche), 1985;
Lontano, 1986;

La felicità di lavarsi le mani, 1987.

-Presso l’editore Einaudi ha pubblicato i romanzi: Il silenzio dell’acqua sotto il ghiaccio, 1989;
La notte della grande tartaruga, 1986;
La ri-edizione de: L’Italiana, tascabile, 1998.

-Presso l’editore Bompiani ha pubblicato i romanzi: Il dolore di cambiare pelle, 2005;
La ri-edizione de: L’Italiana, tascabile, 2007;
La ri-edizione de: La felicità di lavarsi le mani, 2005.

-Presso l’editore Nicolodi ha pubblicato il romanzo:

La vicinanza dei loro piedi, 2004.

-Presso l’editore Zandonai ha pubblicato il romanzo:

L’altra collina, 2007. 

ANTOLOGIA JOSEPH ZODERER

Monika

Lingua originale tedesca, racconto tradotto da Umberto Gandini, tratto dal volume La vicinanza dei loro piedi . Nicolodi Editore. Rovereto 2004

Taglio speck a fette sottili e le depongo sui piatti dei miei ospiti, siamo nella stube rivestita di legno, seduti attorno a un tavolo quadrato, uno dei miei amici di Düsseldorf prende l’assicella fra pollice e indice e domanda: legno d’abete? Continuo a tagliare e dico: sì, cirmolo, una specie di abete. Ed ecco che udiamo delle urla davanti a casa, uno dei miei ragazzi grida attraverso la porta della Stube: la Monika si uccide.

Mi alzo da tavola, dico: la drogata del villaggio, esco e richiudo la porta alle spalle. Monika è davanti alla finestra della cucina, protende verso di me i polsi insanguinati, zitta per alcuni secondi, non ha la faccia stravolta, mi guarda trionfante quando apro la porta, ride imbarazzata prima di cominciare improvvisamente a sbraitare, a scuotere la testa, a imprecare e bestemmiare. Solleva un coltellaccio, che aveva probabilmente poco prima gettato nell’erba, brandisce la lama.

Dammi del vino, urla, presto, dammi del vino, ho ingoiato le pillole. Dico: adesso bevi innanzi tutto un bicchier d’acqua, lei mi sputa addosso, sputa sui miei figli che stanno accanto a me, sbatte via il bicchiere di mano a mia moglie, tento di avvicinarmi senza spaventarla, che bisogno hai del coltello, dai, buttalo via; lei si mette a ridere, ne ho bisogno, oh se ne ho bisogno, non ti avvicinare senza il vino. Fletto lentamente le ginocchia e mi accovaccio sulla soglia. Monika mi guarda, mi scruta col coltello proteso: lo so che te la fai addosso, dice, guarda, dice, e si passa il filo del coltello sull’avambraccio. Non mi getto su di lei, non le strappo la lama omicida dalle mani, rimango immobile, sto a guardare mentre fa scorrere il filo sull’avambraccio sinistro, come su un violino, ne sgorga del sangue, gocciola sulla lastra di pietra davanti alla porta della cucina: mi ammazzo, dice, e ammazzo il vecchio, quel porco, e ammazzo anche la vecchia, quella troia.

Lo so, devi andartene di qui, devi guarire, dico, e le porgo il palmo della mano aperto, lei si china verso di me con la faccia serissima e contemporaneamente mi depone il manico del coltello in mano: voglio farli fuori tutti, tutti, anche i vecchi, dice e abbassa la voce con tono cospiratore: mi daranno la pensione di invalidità, aspetto solo che arrivino i soldi e poi mi compro una rivoltella. Fammi un favore, implora, dammi almeno mezzo bicchiere di vino e telefona all’ospedale. Mi alzo col coltello in mano, o meglio mi sollevo a fatica dalla soglia e porto il coltellaccio in cucina e tengo un bicchiere sotto il rubinetto dell’acqua, ci aggiungo un po’ di vino e lo porgo a Monika che beve senza guardarmi. Mia moglie e i miei figli le si fanno attorno mentre io formo il numero del pronto soccorso. Devo spiegare ogni volta che è un caso urgente, che non riguarda la mia famiglia, che il mio è solo il telefono più vicino, il recapito dove venire a prelevare una tossicodipendente del villaggio. Si è lasciata persuadere da mia moglie, ora è seduta su una sedia sotto la lampada della cucina e so che mia moglie ha paura. I miei figli no, sono affascinati da Monika, non smetterebbero più di guardarla, però Monika non sembra farci caso, è contenta, semmai penso, che arrivi l’autoambulanza. Riesco ad accompagnarla fino alla panchina davanti a casa ed è diventata così tranquilla che faccio capire ai ragazzi di rimanere con lei, io torno con mia moglie dai nostri ospiti nella Stube, mi accorgo di aver alzato una spalla e che mi scuso per la nostra assenza mentre prendo una fetta di speck e bevo un sorso di vino rosso. Mi aiutano tutti nel villaggio, racconto, i contadini mi hanno sempre aiutato, i vicini, non c’è nemmeno il bisogno che glielo chieda.

Ed ecco mio figlio adolescente che si affaccia alla porta spalancata della stube: la Monika ha ingoiato una manciata di pillole. I miei ospiti balzano dalle sedie, faccio loro segno di rimaner seduti: non c’è niente da impedire, non c’è niente da salvare, è una questione di ottenebramento mentale, fuori dalla finestra della Stube i prati sono gialli di denti di leone e di ranuncoli, faccio un altro cenno ai miei ospiti, prego mia moglie di versare del vino e di offrir loro dello speck, non corro, esco dalla porta di casa e mi auguro davvero, forse come tutto il villaggio, che sia la volta buona, finalmente. Voglio vivere in pace, esclamo o esclama una voce dentro di me, non voglio esser disturbato in eterno da un qualcosa di cui non ho colpa: credo che tutto il villaggio voglia che muoia. Però mi siedo accanto a Monika nell’erba vicino alla fontana, lei è distesa di schiena sull’erba e dice: me ne sbatto di tutto, me ne frego, papà è un vecchio porco e la mamma anche.

Ritrae le labbra, digrigna i denti, mostra i denti gialli, anneriti, e io vedo la dentatura devastata d’una vecchia in bocca a quella ventiduenne, la pelle del viso è rugosa e piena di cicatrici di foruncoli. Improvvisamente il gomito che la sorregge cede, la testa si rivolta nel prato, dorme oppure è morta.

Salto su, tento di sollevarla con entrambe le mani, attingo acqua dalla fontana col cavo delle mani e gliela verso in faccia, i miei figli in piedi accanto a me, come per badare a Monika.

Ma ecco che udiamo tutti, finalmente, il suono della sirena della autoambulanza.

Nel villaggio nessuno parla di Monika, non ho ma sentito parlare di lei, nemmeno una parola, in banca, nel negozio degli alimentari o all’osteria.

I miei vicini mi aiutano, se glielo chiedo, mi hanno sempre aiutato, aiutano ogni estraneo.

Sono venuti con me a cercar pietre nei boschi dei dintorni, hanno raccolto sassi più o meno grandi nei loro boschi e nei loro prati e li hanno utilizzati per costruire una stradina d’accesso alla nostra casa di montagna.

Hanno abbattuto con me e con mia moglie il vecchio edificio e lo hanno ricostruito con mattoni, malta e legno fino ai camini sopra il tetto, mi hanno anche murato nel soggiorno una stufa di scintillanti pietre verdi, arcuata come un tumulo e calcinata di bianco. Mi hanno anche cambiato la fontana davanti a casa con un tronco cavo di cirmolo; e non è mai stata una questione di soldi, di ricompense, d’inverno dopo una forte nevicata vengono con lo spazzaneve, passano col trattore attorno al ciliegio sul piazzale davanti a casa e arrivo quasi sempre troppo tardi col mio grazie o col bicchiere d’acquavite, la “grappa”.

Tutti nel villaggio sanno che Monika fra non molto morirà, che si ucciderà oggi o nei prossimi mesi. Non c’è altra via d’uscita, lo dice anche lei, a tutti, annuncia la sua morte quando è a casa in licenza da uno dei tanti istituti dei paraggi. Barcollando, bevendo e ingoiando pillole annuncia la sua fine insensata, non ne fa una filosofia, non se la piglia con un dio e men che meno con Gesú o Maria. Io, dice a chiunque la stia ad ascoltare, io sono schiava delle pillole, lo sanno tutti e tutti sanno che non sono solo le pillole, sanno che c’è anche la siringa. È me che Monika vuole convincere che non sono solo le pillole. Io, dice, sull’erba o sulla panca davanti a casa, non posso più vivere senza pillole, preferisco uccidermi.

Quando costruivamo la nostra casa, Monika, che avrà avuto dodici o tredici anni allora, stava su, sul margine del bosco, a pochi metri da noi che lavoravamo, oppure giú sulla strada, cinquanta metri sotto casa, sempre in mezzo a una schiera di bambini, e ci insultava chiamandoci gentaglia, “cittadini immigrati”, gridava con gli altri e gridava da sola quando gli altri si erano già azzittiti, bruciava mucchi di sterpaglie sul prato sotto la strada e ballava con gli altri o da sola attorno al fuoco.

È successo a Corpus Domini, quando i turisti fanno ala sulla piazza fra la chiesa e l’osteria e attendono durante questa importante solennità cattolica la processione dei contadini e delle contadine nei loro abiti tradizionali, i costumi, col corpo di Gesù sotto il baldacchino dei sacerdoti, e mettono a fuoco gli apparecchi fotografici, le Minolta o le Polaroid. Monika, quel Corpus Domini, avrà avuto forse sedici o diciassette anni; un villeggiante ubriaco si era fatto largo cantando in chiesa fino al banco della comunione, nel silenzio devoto cantava in falsetto una cantilena senza parole, mentre le donne, cercando di non dar nell’occhio, tentavano di respingerlo coi gomiti, di tenerlo lontano dal banco della comunione, fino a quando anche due o tre uomini si erano fatti avanti per afferrare quello straniero dalla bocca peccaminosa, ed era stato allora che, con una prontezza del tutto inaspettata, la Monika adolescente era spuntata accanto all’uomo che canticchiava, lo aveva preso sotto braccio e, spavalda, lo aveva trascinato fra spintoni e gomitate non verso una delle porte d’uscita, ma verso il banco della comunione dove aveva poi essa stessa arraffato con due dita un’ostia e, ingoiando il santissimo, aveva aperto per sè e per lo straniero barcollante un varco fino all’uscita laterale delle donne.

Invece che alla processione dopo la messa solenne, la messa grande, Monika aveva trascinato il villeggiante nell’osteria del paese dove le donne e le maestre entrano solo durante la settimana, a gruppi o a coppie, e mentre fuori suonava la banda e gli abitanti del villaggio percorrevano nel più pacifico ordine un vasto giro attorno al campo di calcio e all’emporio, quel Mike o Michael aveva invitato il paio di ragazzotti di campagna che si erano già piazzati nell’osteria a bere una birra o un bicchier di vino, ma prima ancora che la processione avesse riattraversato la piazza del villaggio in direzione della chiesa, Mike era stato scaraventato a terra ed era rimasto lì disteso per alcuni secondi con la faccia proprio a ridosso dello zoccolo della mescita. Ad Albin, un figlio dei vicini che mi avevano aiutato a costruir la casa, il gesticolare del turista al banco oppure le frasi dette in un tedesco troppo lezioso (“Voi non sapete su che perla di paese cavalcate”) erano apparse improvvisamente troppo insolenti, aveva dato a Mike col pugno un colpo in pieno petto e il turista era caduto all’indietro: scivolando fra i corpi degli astanti, era piombato sul pavimento dell’osteria.

Monika aveva trascinato fuori lo straniero, sulla piazza davanti alla taverna, proprio mentre la processione del Corpus Domini stava curvando e dirigendosi cantando verso la chiesa. L’ubriaco si era trovato disteso sull’asfalto della piazza del villaggio ai piedi dei musicanti in giacca rossa e calzoni neri, con Monika piazzata a gambe larghe davanti a lui proprio mentre transitava il “cielo”, il baldacchino con il corpo di Gesù, però altri dicono che si fosse messa a ridere quando il turista aveva vomitato dietro di lei sull’asfalto.

Alcuni giorni dopo Monika era stata trasportata dalla discoteca d’un paese confinante al più vicino ospedale di città: dicevano che fosse caduta di schianto sulla pista da ballo, improvvisamente, con la schiuma alla bocca. Da allora tutti nel villaggio sapevano che aveva avuto la droga dallo straniero, e ora sapevano anche che si aggirava per la stazione delle autocorriere del capoluogo del distetto, al bar e fra i bus, dandosi per pochi soldi.

Di tanto in tanto la vedo passare sulla strada sotto il nostro prato, in una giacca di jeans sbiadito alla moda, con una camicia verde a chiazze, non gira nemmeno la testa, non guarda su verso di noi. Quando è a casa ha un passo danzante.

Quando squilla il telefono, mia moglie e io allunghiamo automaticamente la mano verso il microfono. Conosco quella voce rotta e so che è un amico del centro di assistenza cui Monika ha dato il nostro numero. Dice è domenica pomeriggio e io dico che abitiamo a mezzo kilometro di distanza, dico che in sostanza noi non conosciamo affatto Monika. Lui però dice: è domenica pomeriggio e oggi la domenica non finisce più. Dico: bene, vado a prendere Monika, che richiami dopo un’ora.

Mia moglie è andata a prendere Monika, il telefono suona, puntualmente, noi tutti siamo fuori sul prato davanti a casa e attraverso la porta aperta ascoltiamo tutti Monika che dice: no, qui da noi non piove.

Quell’uomo dalla parlata complicata ci telefona spesso e infine dico: non siamo mica una centrale telefonica. Talvolta il telefono squilla anche quando Monika è al centro di assistenza, e la voce quieta e cambiata di Monika dice: non viene mai nessuno a trovarmi.

Ha bisogno di biancheria e di soldi.

La costruzione di legno dove è nata, quella baracca in cui vivono tuttora alcuni dei suoi fratelli coi genitori, è a ridosso del margine del bosco, a quasi sei o sette chilometri dalla chiesa del villaggio, ci cresce il muschio e chiunque può calpestare l’erba attorno alla casa perché è terreno comunale e non c’è contadino che la falci.

Chi ci alloggia è un povero disgraziato, più libero però d’un qualsiasi re. Il villaggio ha paura di loro, perché potrebbero dar fuoco al bosco e alle case oltre il bosco, potrebbero incendiare l’erba una primavera secca oppure d’autunno.

Adesso Monika, ha ventidue o ventritré anni, ha la sua pensione. E la sua settimana di vacanza a casa, perché va a ritirare di persona la pensione allo sportello della Cassa rurale. Nei primi giorni marcia sempre a testa bassa accanto a tutti e non saluta nessuno, ma non dura a lungo, poi risolleva la testa e fa cenni in ogni direzione. Una volta, per caso, passavo in automobile, lei ha sporto il pollice, mi sono fermato ed è salita. Lo sai, mi ha detto, in fondo mi vogliono bene tutti, dicono, mi ha detto, che sono diventata simpatica, e gli credo perché sono completamente diversa, mi piace tutto, tutta la gente è così normale e non mi fanno niente, anzi mi son messa apposta a camminare nell’erba lungo la strada.

Però poi ho sentito di nuovo il tambureggiare delle mani sul muso di lamiera della nostra automobile davanti a casa, Monika colpiva con gli stivaletti i cerchioni e le porte della nostra automobile e gridava: vino. Stavolta non aveva ancor le mani sanguinanti. Mia moglie le ha portato un bicchiere d’acqua appena tinta da uno schizzo di vino rosso, e Monika le ha sbattuto via il bicchiere di mano. Sono sceso lungo la scala e mi ha urlato: vino, o ingoio le pillole. Io ho detto: ma dai, Monika. Ha raggiunto in due tre balzi il getto d’acqua alla fontana, con una scatola aperta di pastiglie nella mano levata, e io ho detto: ingoiale! Ha premuto le pillole fuori dell’involucro di plastica, facendole cadere prima nella mano e poi in bocca, io sono rimasto a guardarla, non ho fatto un passo dalla porta di casa verso la fontana. Ho chiamato il pronto soccorso.

Quando l’ambulanza è arrivata, Monika era distesa come morta accanto alla fontana. Ho visto un’infermiera fissarla alla barella e sospingerla nella vettura.

È entrata in una delle molte stanze del reparto femminile dell’ospedale distrettuale e ha sorriso alle degenti prima di scostare le ante della finestra e di prendere una sedia su cui è poi salita: un soffio d’aria di maggio è entrato nella stanza odorosa di medicinali e Monika è rimasta solo per pochi istanti sul davanzale della finestra prima di precipitare, senza allargare le braccia, dal quarto piano dell’ospedale distrettuale.

Hanno riportato Monika nella baracca di legno dei suoi genitori, i fratelli, per far posto, hanno spostato fuori dalla piccola Stube il tavolo al quale avevano mangiato e giocato insieme, hanno collocato il tavolo della Stube davanti a casa e hanno composto Monika nell’angolo dove di solito c’era il tavolo, l’hanno adagiata per un paio d’ore in quell’angolo, con la testa sotto il televisore in una bara di legno. Chi veniva a pregare non poteva vederne la testa fracassata. E non sono neanche venuti in molti, i più si son fermati fuori attorno alla baracca.

Nell’abitazione dello “stradino” che da anni ormai non sgomberava più la strada dai sassi perché alla nuova, asfaltata, provvedeva il personale della Provincia, in quella baracca non c’era nemmeno spazio per tutti i vicini. Però alcuni sono entrati egualmente nella piccola stube senza che nessuno glielo impedisse, si sono fatti il segno della croce benché nessuno pregasse a voce alta perché il capofamiglia che per tradizione intona il rosario non si è fatto vedere, era disteso nella camera accanto oppure seduto di là su una sedia, e la madre non riusciva ad aprire bocca, era in piedi accanto alla finestra della Stube attraverso la quale la luce è caduta per un giorno intero sulla bara. La madre non ha parlato con nessuno e non ha ringraziato nessuno, fissava senza vederla la poca gente del villaggio che entrava solo per guardarsi in giro, a destra e a manca, e farsi un segno della croce davanti alla bara.

Settimane dopo ho sentito dire che il padre, come barricato nella stanza vicina, avrebbe spiato ogni parola, ogni sospiro, ogni rumore del villaggio, ogni vicino, ogni passo d’un nemico che potesse scovarlo specialmente d’inverno quando cade la neve e lo strato cresce di notte rendendo bianche anche le tracce di sangue. Io sono rimasto fuori dalla baracca, sono entrato solo per cinque o dieci minuti nella stube, a dire il vero sarei voluto andarmene ma non mi è stato possibile perché c’era la gente del villaggio attorno a quella capanna di legno e ho pensato: sono curiosi. Però non erano riuniti in gruppi e non parlavano fra di loro, non so quando ho fatto caso che stavano lì, semplicemente, ciascuno per sè, senza dire una parola. Il bosco distava solo pochi passi e davanti c’era il prato comunale consunto. Volevo andarmene con mia moglie, tornare a casa come per una liberazione, ma i vicini continuavano a sostare attorno a quella baracca di legno, lo sguardo fisso davanti a sé. Stavano lì, semplicemente, e io ho pensato: piangono.

E forse per la prima volta li ho capiti, stavano lì senza parlare e stranamente separati l’uno dall’altro, come a spiare i rumori che avevano forse sempre udito, ma stavolta come se fosse la prima volta. 

Lingua originale tedesca



Monika

Ich schneide Speck in dünne Scheiben und lege sie auf die Teller meiner Gäste, wir sitzen in der getäfelten Stube an einem quadratischen Tisch, einer meiner Freunde aus Düsseldorf faßt die Holzplatte zwischen Daumen und Zeigefinger und fragt: Kiefernholz? Ich schneide weiter und sage, ja, Zirbe, eine Kiefernart. Da hören wir Schreie vor dem Haus, einer meiner Buben ruft durch die Stubentür: Die Monika bringt sich um.

Ich stehe vom Tisch auf, sage: Die Drogensüchtige vom Dorf, gehe hinaus und drücke die Tür hinter mir ins Schloß. Monika steht vor dem Küchenfenster, sie streckt mir die blutenden Handgelenke entgegen, sekundenlang ist sie stumm, und ihr Gesicht verzerrt sich nicht, sie schaut mich triumphierend an, während ich die Tür öffne, sie lacht verlegen, bevor sie jäh zu kreischen beginnt, den Kopf hin und her wirft und keift und flucht. Sie hebt ein Hackmesser auf, das sie zuvor wahrscheinlich ins Gras geworfen hat, sie schwingt das Messer.

Gib mir Wein, schreit sie, schnell, gib mir Wein, ich hab' die Tabletten geschluckt. Ich sage, jetzt trink zuerst ein Glas Wasser, sie spuckt mich an, sie spuckt meine Kinder an, die neben mir stehen, sie schlägt meiner Frau das Wasserglas aus der Hand, ich versuche in ihre Nähe zu kommen, ohne sie zu erschrecken, ich sage, was brauchst du das Messer, wirf es weg; sie lacht auf, ich brauch' es, ich brauch' es, komm mir nicht nahe ohne Wein. Langsam gehe ich in die Knie und hocke mich auf die Türschwelle. Monika schaut mich an, prüft mich mit vorgestrecktem Messer: Ich weiß, daß du Schiß hast, sagt sie, schau, sagt sie, und sie zieht die Messerschneide über den Unterarm. - Ich werfe mich nicht auf sie, reiße ihr die Mordklinge nicht aus den Händen, ich bin unbeweglich, ich sehe zu, wie sie die Schneide über den linken Unterarm streicht, wie über eine Geige, Blut quillt heraus, rinnt über den Stein vor der Küchentür: ich mach' mich eiskalt, sagt sie, und ich mach' meinen Alten, dieses Schwein, eiskalt und auch die Alte, ich mach' diese Muttersau eiskalt.

Ich weiß, daß du weg mußt von hier, du mußt gesund werden, sage ich und halte ihr eine offene Handfläche hin, und sie beugt sich mit todernstem Gesicht zu mir herunter und legt gleichzeitig den Messerknauf in rneine Hand: Ich will sie alle weghaben, alle, auch die Alten, sagt sie und senkt die

Stimme verschwörerisch: Ich krieg' eine Invalidenrente, ich wart' nur, daß das Geld da ist, und dann kauf' ich mir einen Revolver. Mach mir den Gefallen, bettelt sie, gib mir wenigstens ein halbes Glas Wein und ruf das Spital an. Ich stehe mit dem Messer in der Hand auf, eigentlich rappele ich mich von der Türschwelle auf und trage das Hackmesser in die Küche und halte ein Glas unter den Wasserhahn, schütte ein wenig Wein nach und reiche es Monika, die es, ohne mich anzublicken, austrinkt. Meine Frau und meine Kinder stehen um sie herum, während ich die Telefonnummer der Rettung wähle. Ich muß jedes Mal erklären, daß es um einen dringenden Fall gehe, daß er nicht meine Familie betreffe, daß ich nur die telefonische Anlaufstelle sei und der Abholort einer Drogenkranken des Dorfes. Sie hat sich von meiner Frau überreden lassen und sitzt nun auf einem Stuhl unter der Küchenlampe, ich weiß, daß meine Frau sich fürchtet. Nicht so meine Kinder, sie sind fasziniert von Monika und möchten sie ununterbrochen anschauen, aber Monika scheint das nicht zu bemerken, sie freut sich, denke ich, eher auf den Rettungswagen. Ich kann sie zur Bank vor das Haus führen, und sie ist so ruhig geworden, daß ich meinen Buben zu verstehen gebe, bei ihr zu bleiben, ich kehre mit meiner Frau zu unseren Gästen in die Stube zurück, ich bemerke, daß ich mit einer Achsel gezuckt habe und daß ich mich entschuldige für unsere Abwesenheit, während ich nach einer Speckscheibe greife und einen Schluck Rotwein trinke. Sie helfen mir alle im Dorf, erzähle ich, die Bauern haben mir immer geholfen, die Nachbarn, ich brauch' sie nicht einmal zu bitten.

Da steht mein halbwüchsiger Sohn in der offenen Stubentür: Die Monika hat eine Handvoll Tabletten geschluckt. Meine Gäste springen von den Stühlen auf, ich winke ihnen, sitzen zu bleiben: Es gibt nichts zu verhindern, es gibt nichts zu retten, es geht um die Kopffinsternis; die Wiesen vor den Stubenfenstern sind gelb von Löwenzahn und Hahnenfuß, ich nicke noch einmal meinen Gästen zu und bitte meine Frau, ihnen Wein einzuschenken und Speck zu reichen, ich laufe nicht, ich gehe hinaus vor die Haustür und wünsche mir tatsächlich wie vielleicht das ganze Dorf, daß es endlich ein Ende hätte. Ich will Ruhe haben, rufe ich oder ruft eine Stimme in mir, ich will nicht ewig gestört werden von etwas, was ich nicht verschuldet habe: Ich glaube, das ganze Dorf will, daß sie stirbt. Aber ich setze mich neben Monika ins Gras neben dem Brunnen, sie liegt mit dem Rücken im Gras und sagt: Mir ist alles scheißegal, einfach wurscht, der Vatta ist ein altes Schwein und die Mutter auch.

Sie zieht die Lippen zurück, bleckt die Zähne, sie zeigt ihre gelben, angeschwärzten Zähne, und ich sehe die Zahnlücken einer alten Frau im Mund dieser Zweiundzwanzigjährigen, ihre Gesichtshaut ist faltig und voller Pickelnarben. Plötzlich knickt ihr aufgestützter Ellenbogen um, und der Kopf dreht sich in die Wiese hinein, sie schläft oder ist tot.

Ich springe auf, versuche sie mit beiden Händen hochzuziehen, ich schöpfe mit den Handhöhlen Wasser aus dem Brunnen und schütte es über ihr Gesicht, meine Kinder stehen neben mir, es ist, als wollten sie aufpassen auf Monika.

Aber da hören wir alle endlich die Signaltöne des Rettungswagens.

Im Dorf redet niemand von Monika, ich habe weder in der Bank noch im Lebensmittelladen, noch im Gasthaus irgendeinmal ein Wort über sie reden gehört.

Meine Nachbarn helfen mir, wenn ich sie darum bitte, sie haben mir immer geholfen, sie helfen jedem Fremden.

Sie haben mit mir in den umliegenden Wäldern nach Steinen gesucht, haben für mich aus ihren

Wäldern und Wiesen größere und kleinere Steinbrocken zusammengetragen und damit einen Weg zu unserem Berghaus gebaut.

Sie haben mit mir und meiner Frau das alte Haus niedergerissen und es mit Ziegeln, Mörtel und Holz wieder bis zu den Kaminen über dem Dach aufgebaut, sie haben mir auch einen Ofen in die Wohnstube hineingemauert, aus grünen Glimmersteinen, gewölbt wie zu einem Grabhügel, und weiß gekalkt. Und auch den Brunnen vor dem Haus haben sie mir ausgewechselt mit einer gehöhlten Kiefer; nie ging es ums Geld, nie um die Entlohnung, sie kommen im Winter nach starkem Schneefall mit dem Schneepflug, und sie fahren mit dem Traktor um den Kirschbaum auf dem Platz vor dem Haus herum, und fast immer komme ich zu spät mit meinem Dank oder mit dem Glas Traubenschnaps »Grappa«.

Alle im Dorf wissen, daß Monika demnächst sterben wird, daß sie sich heute oder in den nächsten Monaten töten wird. Es gibt keinen anderen Ausweg, sagt sie selbst allen, sie verkündet ihren Tod, wenn sie auf Heimaturlaub ist aus einer der vielen Anstalten der Umgebung. Tänzelnd, saufend und Tabletten schluckend verkündet sie ihr sinnloses Ende, sie macht keine Philosophie daraus, sie bringt dafür keinen Gott um, schon gar nicht Jesus und Maria. Ich, sagt sie jedem, der sie anhört, ich bin abhängig von den Tabletten, und alle wissen es, und sie wissen alle, daß es nicht nur die Tabletten sind, sie wissen, daß es auch die Spritze ist. Mich will Monika davon überzeugen, daß es die Tabletten sind. Ich, sagt sie, im Gras oder auf der Bank vor dem Haus, kann nicht mehr ohne Tabletten leben, ich bring' mich lieber um.

Als wir unser Haus bauten, stand Monika als zwölf oder dreizehnjähriges Mädchen oben am Waldrand, wenige Meter entfernt von uns, die wir arbeiteten, oder sie stand auf der Straße, fünfzig Meter unterhalb des Hauses, immer in einer Schar von Kindern, und beschimpfte uns als Gesindel, als »zugereiste Stadtler«, sie schrie mit den anderen, und sie schrie allein, wenn die anderen schon verstummt waren, sie brannte Reisighaufen in der Wiese unterhalb der Straße ab und tanzte mit den anderen oder allein um das Feuer.

Zu Fronleichnam, wenn die Touristen auf dem Platz zwischen der Kirche und dem Gasthaus Spalier stehen und an diesem hohen katholischen Festtag die Prozession der Bauern und Bäuerinnen in ihrem traditionellen Gewand, der Tracht, erwarten, mit dem Jesusleib unter dem Baldachin der Priester, und die Fotoapparate in Anschlag bringen, damals an jenem Fronleichnam war Monika vielleicht sechzehn oder siebzehn, und es war jener betrunkene Urlauber, sagt man, der sich in der Kirche zur Kommunionbank drängelte, singend, er sang mitten in die Andachtsstille hinein einen fisteligen, wortlosen Sound-Sing-sang, und während die Frauen ihn möglichst unauffällig mit ihren Ellbogen zurückzustoßen, von der Kommunionbank fernzuhalten versuchten, bis sich schließlich auch zwei, drei Männer nach vorne zwängten, um diesen lastermauligen Fremden zu greifen, da tauchte ganz unerwartet schnell die halbwüchsige Monika neben dem Soundsänger auf, faßte ihn unter einem Arm und zerrte ihn ungeniert durch die Puffer und Rippenstöße hindurch nicht zu einer der Ausgangstüren, sondern zur Kommunionbank, wo sie dem Aushilfspriester zuerst eine Hand des Betrunkenen hinstreckte und sich dann selbst mit zwei Fingern eine Oblate grapschte, und den allerheiligsten Leib verschluckend, bahnte Monika für sich und den taumelnden Fremden einen Weg zum Seitenausgang der Frauen.

Statt zur Prozession nach der feierlichen Messe, dem Hochamt, schleppte Monika den Urlauber ins Dorfgasthaus, wo die Frauen und Lehrerinnen nur unter der Woche in Gruppen oder paarweise hineingehen, und während die Musikkapelle draußen spielte und die Dorfleute in der friedlichsten Demonstrationsordnung um den Fußballplatz und das Kaufhaus eine weite Schleife zogen, lud dieser Mike oder Michael die paar Bauernburschen, die sich schon ins Gasthaus abgesetzt hatten, auf ein Bier oder ein Glas Wein ein, aber bevor die Prozession wieder den Dorfplatz zur Kirche hin überquert hatte, war Mike schon niedergeschlagen worden und lag sekundenlang mit dem Gesicht sehr nahe am Sockel der Theke. Albin, einem Sohn meiner Nachbarn, die mir beim Hausbau geholfen hatten, war das Gefuchtel des Touristen vor der Schank oder seine gestochen deutschen Sätze (»ihr wißt nicht, auf welcher Landperle ihr reitet«) plötzlich zu frech geworden, und er hat dem Mike einen Schubser mit der Faust versetzt, mitten in die Brust, und der Tourist ist nach hinten gefallen: Zwischen den Leibern der Umstehenden durchrutschend, ist er auf den Gasthausboden aufgeschlagen.

Monika hat den Fremden hinausgezerrt auf den Platz vor dem Wirtshaus, als die Fronleichnamsprozession gerade einbog und singend auf die Kirche zusteuerte. Da lag der Betrunkene vor den rotbejackten und schwarzhosigen Musikanten auf dem Asphalt des Dorfplatzes, und Monika stand mit gespreizten Beinen vor ihm, während der »Himmel«, der Baldachin, mit dem Leib Jesu vorbeigetragen wurde, aber andere sagen, daß sie laut aufgelacht habe, als der Tourist sich hinter ihr auf dem Asphalt erbrach.

Einige Tage später wurde Monika aus der Diskothek eines Nachbardorfes ins nächste städtische Krankenhaus eingeliefert; mit Schaum auf den Lippen sei sie plötzlich auf dem Tanzboden niedergestürzt. Und seither wußten alle im Dorf, daß sie das Rauschgift von dem Fremden bekommen hatte, und auch: daß sie jetzt an der Autobusstation der Bezirksstadt herumstehe, in der Bar und zwischen den Bussen, für wenig Geld.

Von Zeit zu Zeit sehe ich sie auf der Straße unter der Wiese dahingehen, in blauer, modisch gebleichter Jeansjacke, mit fleckiggrünem Hemd, sie wendet nicht einmal den Kopf, schaut nicht zu uns herauf. Wenn sie daheim ist, hat sie einen tänzelnden Schritt.

Wenn das Telefon schrillt, greifen meine Frau oder ich automatisch zum Hörer. Ich kenne die stockende Sprache, und ich weiß, es ist ein Anstaltsfreund, dem Monika unsere Nummer gegeben hat. Er sagt, es ist Sonntagnachmittag, und ich sage, wir wohnen einen halben Kilometer entfernt, ich sage, wir kennen die Monika eigentlich gar nicht. Aber er sagt: Es ist Sonntagnachmittag, und der Sonntag

hört heute überhaupt nicht auf. Ich sage: Gut, ich hole die Monika, und er soll in einer Stunde wieder anrufen.

Meine Frau hat Monika herbeigeholt, und pünktlich läutet das Telefon, und wir stehen alle draußen auf der Wiese vor dem Haus, und alle hören wir durch die offene Tür Monika sagen: Bei uns regnet es nicht.

Dieser Mann mit der komplizierten Zunge ruft uns öfter an, und schließlich sage ich: Wir sind kein Telefonamt. Und wenn Monika in der Anstalt ist, läutet auch immer wieder einmal das Telefon, und Monikas veränderte brave Stimme sagt: Ich bekomme nie Besuch.

Sie braucht Wäsche und Geld.

Das Holzhaus, in dem sie geboren ist, diese Hütte, in der noch immer einige ihrer Geschwister mit den Eltern leben, steht dicht am Waldrand, fast sechs oder sieben Kilometer von der Dorfkirche entfernt, dort wächst Moos, und jeder darf auf das Gras rund um das Haus treten, weil dies Gemeindegrund ist und kein Bauer hier mäht. Wer da haust, ist ein armer Hund, aber freier als irgendein König. Das Dorf fürchtet sie, denn sie könnten den Wald abbrennen, und die Häuser hinter dem Wald, sie könnten im trockenen Frühjahr oder im Herbst das Gras anzünden.

Jetzt hat Monika ihre Rente, mit zwei- oder dreiundzwanzig Jahren. Das ist die Woche ihres »Heimaturlaubs«, denn die Rente holt sie persönlich im Schalterraum der Dorfkassa ab. Und sie marschiert in den ersten Tagen immer mit gesenktem Kopf an allen vorbei und grüßt niemanden, aber es dauert nicht lange, dann hebt sie wieder den Kopf und nickt nach allen Seiten. Einmal kam ich zufällig mit dem Auto vorbei, und sie streckte den Daumen raus, ich hielt an, und sie stieg ein. Weißt du, sagte sie, sie mögen mich eigentlich alle, sie sagen, sagte sie, daß ich nett geworden sei, und ich glaube es ihnen, ich bin ganz anders, mir gefällt alles, alle Leute sind so normal und tun mir nichts, ich bin sogar extra neben der Straße durchs Gras gegangen.

Aber dann habe ich das Getrommel ihrer Hände wieder auf der Blechschnauze unseres Autos vor dem Haus gehört, mit ihren Stiefeletten stieß Monika gegen die Reifen und gegen die Türen unseres Autos und schrie: Wein. Diesmal hatte sie noch keine blutenden Hände. Meine Frau brachte ihr ein Glas Wasser, kaum gefärbt von einem Rotweinspritzer, und Monika schlug ihr das Glas aus der Hand. Ich kam die Treppen herunter, und sie schrie mich an: Wein, oder ich freß Tabletten. Ich sagte: Ach, Monika. Und sie war mit zwei, drei Sprüngen schon am Wasserhahn des Brunnens und hatte eine aufgerissene Tablettenschachtel in der hocherhobenen Hand, und ich sagte: Friß! Und sie drückte sich die Pastillen aus der Plastikfolie in die Hand und in den Mund, ich sah zu, ich machte keinen Schritt von der Haustür zum Brunnen. Ich rief die Rettung an.

Als das Auto kam, lag Monika wie tot neben dem Brunnen. Ich sah, wie ein Sanitäter sie auf die Bahre schnallte und in den Wagen hineinschob.

Sie ist in eines der vielen Zimmer der Frauenabteilung im Bezirkskrankenhaus getreten und hat die Bettlägrigen angelächelt, bevor sie die Fensterflügel auseinanderzog und sich einen Stuhl ausborgte, auf den sie dann stieg; eine Mailuft wehte in das medikal verduftete Zimmer herein, und Monika stand nur sehr kurz auf der Fensterbrüstung, bevor sie, ohne die Arme auszubreiten, hinunterstürzte vom vierten Stock des Bezirkskrankenhauses.

Sie haben Monika in das Holzhaus ihrer Eltern zurückgebracht, und ihre Geschwister haben den Tisch, an dem sie gemeinsam gegessen und gespielt hatten, aus der kleinen Stube hinausgetragen, um Platz zu machen, sie haben den Stubentisch vor das Haus gestellt und haben Monika in der Ecke, wo immer der Tisch gestanden hatte, aufgebahrt, sie haben sie für ein paar Stunden in diese Ecke gelegt, mit dem Kopf unter dem Fernsehapparat, in einem Holzsarg. Wer zum Beten kam, konnte ihren zerschmetterten Kopf nicht sehen. Es kamen auch nicht viele, sie standen vor diesem Hüttenhaus herum.

Ins Haus des »Wegmachers«, der schon seit Jahren nicht mehr die Steine weggeräumt hatte, weil die neue, asphaltierte Straße nun von Landesangestellten betreut wird, in diese Hütte sind nicht einmal alle Nachbarn hineingekommen. Aber einige traten doch in die kleine Stube, ohne daß es ihnen verwehrt worden wäre, und alle bekreuzigten sich, obwohl keiner laut betete, denn der Familienvater, der brauchgemäß die Rosenkranzgebete vorspricht, ließ sich nicht blicken, lag in der Kammer nebenan oder saß dort auf einem Stuhl, und die Mutter konnte die Lippen nicht auftun, sie stand neben dem Stubenfenster, durch das einen Tag lang das Licht auf den Sarg fiel. Die Mutter redete mit niemandem und dankte auch niemandem, sie starrte die wenigen Dorfleute blicklos an, die da hereinkamen, um nichts anderes zu tun, als links und rechts sich umzusehen und vor dem Sarg ein Kreuz zu schlagen.

Wochen danach habe ich gehört, daß der Vater wie verbarrikadiert in der Kammer daneben jedem Wort, jedem Seufzer, jedem Geräusch des Dorfes nachgelauscht haben soll, jedem Nachbarn, jedem Schritt eines Feindes, der ihm besonders im Winter auflauern konnte, wenn der Schnee schnell fällt und die Decke über Nacht wächst, die auch Blutspuren weiß macht.

Ich bin draußen vor der Hütte gestanden, ich war nur fünf oder zehn Minuten in der Stube drinnen, eigentlich wollte ich gehen, aber es war mir nicht möglich, weil um dieses Holzhaus die Dorfleute herumstanden, ich dachte: sie sind neugierig. Doch sie standen nicht in Gruppen herum, und sie redeten nicht miteinander, ich weiß nicht, wann mir auffiel, daß sie einfach so dastanden, jeder für sich, und niemand redete. Der Wald war nur wenige Schritte entfernt, und davor war die abgeweidete Gemeindewiese. Ich wollte weggehen mit meiner Frau, heimgehen wie zu einer Erlösung, aber die Nachbarn blieben weiter um diese Holzhütte herum und sahen vor sich hin. Sie standen einfach da, und ich dachte: sie weinen.

Und zum erstenmal habe ich sie vielleicht erkannt, sie standen da, ohne zu reden und seltsam voneinander getrennt, als lauschten sie Geräuschen, die sie vielleicht immer schon gehört hatten, diesmal aber wie zum erstenmal.



Joseph Zoderer - Premio nazionale

Joseph Zoderer

Joseph Zoderer - Premio nazionale

Joseph Zoderer è nato a Merano/Meran (BZ) nel 1935. In seguito alle opzioni si trasferisce con la sua famiglia nel 1940 a Graz (Stiria - Austria), dove frequenta la scuola elementare ed un anno di ginnasio. Dal 1948 al 1952 studia in un collegio cattolico in Svizzera. Ritorna quindi in Sud Tirolo presso la famiglia che si era trasferita di nuovo da Graz a Merano. Dopo aver conseguito la maturità classica in questa città, si sposta nel 1957 a Vienna per gli studi universitari (legge, filosofia, scienze teatrali e psicologia). In quello stesso periodo inizia l’attività giornalistica (dapprima presso il Kurier e, successivamente, presso la Kronenzeitung e la Presse). Rimane per dodici anni nella capitale austriaca, scrive poesie, racconti e due romanzi (Der andere Huegel e Schlagloecher) che, soltanto tre anni dopo, trovano un editore. Nel 1970 Zoderer si trasferisce per sei mesi in America e viaggia (prevalentemente da autostoppista) attraverso gli USA, il Canada ed il Messico. Dal 1971 al 1981 è redattore presso la RAI di Bolzano. In quegli anni pubblica tre volumi di poesie e un romanzo (Das Glueck beim Haendewaschen / La felicità di lavarsi le mani). Dal 1981 vive come libero scrittore a Terento/Terenten e Brunico/Bruneck in Val Pusteria (BZ). È sposato con la pittrice e architetto Sandra Morello con la quale ha tre figli. Zoderer è membro della “Deutsche Akademie fuer Sprache und Dichtung” di Darmstadt, dell’Accademia 

degli Agiati di Rovereto e della “Grazer Autorenversammlung”. Ha vinto vari premi nazionali ed internazionali. Tra gli altri: “Literaturpreis der Deutschen Industrie”, 1983; Premio Catullo di Sirmione, 1986; il Premio del Pen austriaco, 1987; il Premio della Schiller- Stiftung di Weimar, 2001 e, recentemente, il Premio Herman Lenz, 2003 a Heidelberg. La felicità di lavarsi le mani e L’Italiana sono stati filmati per la Televisione tedesca ZDF nel 1982 e 1986.

Scheda bibliografica

-Presso l’editore Mondadori ha pubblicato i romanzi:
L’Italiana (Die Walsche), 1985;
Lontano, 1986;

La felicità di lavarsi le mani, 1987.

-Presso l’editore Einaudi ha pubblicato i romanzi: Il silenzio dell’acqua sotto il ghiaccio, 1989;
La notte della grande tartaruga, 1986;
La ri-edizione de: L’Italiana, tascabile, 1998.

-Presso l’editore Bompiani ha pubblicato i romanzi: Il dolore di cambiare pelle, 2005;
La ri-edizione de: L’Italiana, tascabile, 2007;
La ri-edizione de: La felicità di lavarsi le mani, 2005.

-Presso l’editore Nicolodi ha pubblicato il romanzo:

La vicinanza dei loro piedi, 2004.

-Presso l’editore Zandonai ha pubblicato il romanzo:

L’altra collina, 2007. 

ANTOLOGIA JOSEPH ZODERER

Monika

Lingua originale tedesca, racconto tradotto da Umberto Gandini, tratto dal volume La vicinanza dei loro piedi . Nicolodi Editore. Rovereto 2004

Taglio speck a fette sottili e le depongo sui piatti dei miei ospiti, siamo nella stube rivestita di legno, seduti attorno a un tavolo quadrato, uno dei miei amici di Düsseldorf prende l’assicella fra pollice e indice e domanda: legno d’abete? Continuo a tagliare e dico: sì, cirmolo, una specie di abete. Ed ecco che udiamo delle urla davanti a casa, uno dei miei ragazzi grida attraverso la porta della Stube: la Monika si uccide.

Mi alzo da tavola, dico: la drogata del villaggio, esco e richiudo la porta alle spalle. Monika è davanti alla finestra della cucina, protende verso di me i polsi insanguinati, zitta per alcuni secondi, non ha la faccia stravolta, mi guarda trionfante quando apro la porta, ride imbarazzata prima di cominciare improvvisamente a sbraitare, a scuotere la testa, a imprecare e bestemmiare. Solleva un coltellaccio, che aveva probabilmente poco prima gettato nell’erba, brandisce la lama.

Dammi del vino, urla, presto, dammi del vino, ho ingoiato le pillole. Dico: adesso bevi innanzi tutto un bicchier d’acqua, lei mi sputa addosso, sputa sui miei figli che stanno accanto a me, sbatte via il bicchiere di mano a mia moglie, tento di avvicinarmi senza spaventarla, che bisogno hai del coltello, dai, buttalo via; lei si mette a ridere, ne ho bisogno, oh se ne ho bisogno, non ti avvicinare senza il vino. Fletto lentamente le ginocchia e mi accovaccio sulla soglia. Monika mi guarda, mi scruta col coltello proteso: lo so che te la fai addosso, dice, guarda, dice, e si passa il filo del coltello sull’avambraccio. Non mi getto su di lei, non le strappo la lama omicida dalle mani, rimango immobile, sto a guardare mentre fa scorrere il filo sull’avambraccio sinistro, come su un violino, ne sgorga del sangue, gocciola sulla lastra di pietra davanti alla porta della cucina: mi ammazzo, dice, e ammazzo il vecchio, quel porco, e ammazzo anche la vecchia, quella troia.

Lo so, devi andartene di qui, devi guarire, dico, e le porgo il palmo della mano aperto, lei si china verso di me con la faccia serissima e contemporaneamente mi depone il manico del coltello in mano: voglio farli fuori tutti, tutti, anche i vecchi, dice e abbassa la voce con tono cospiratore: mi daranno la pensione di invalidità, aspetto solo che arrivino i soldi e poi mi compro una rivoltella. Fammi un favore, implora, dammi almeno mezzo bicchiere di vino e telefona all’ospedale. Mi alzo col coltello in mano, o meglio mi sollevo a fatica dalla soglia e porto il coltellaccio in cucina e tengo un bicchiere sotto il rubinetto dell’acqua, ci aggiungo un po’ di vino e lo porgo a Monika che beve senza guardarmi. Mia moglie e i miei figli le si fanno attorno mentre io formo il numero del pronto soccorso. Devo spiegare ogni volta che è un caso urgente, che non riguarda la mia famiglia, che il mio è solo il telefono più vicino, il recapito dove venire a prelevare una tossicodipendente del villaggio. Si è lasciata persuadere da mia moglie, ora è seduta su una sedia sotto la lampada della cucina e so che mia moglie ha paura. I miei figli no, sono affascinati da Monika, non smetterebbero più di guardarla, però Monika non sembra farci caso, è contenta, semmai penso, che arrivi l’autoambulanza. Riesco ad accompagnarla fino alla panchina davanti a casa ed è diventata così tranquilla che faccio capire ai ragazzi di rimanere con lei, io torno con mia moglie dai nostri ospiti nella Stube, mi accorgo di aver alzato una spalla e che mi scuso per la nostra assenza mentre prendo una fetta di speck e bevo un sorso di vino rosso. Mi aiutano tutti nel villaggio, racconto, i contadini mi hanno sempre aiutato, i vicini, non c’è nemmeno il bisogno che glielo chieda.

Ed ecco mio figlio adolescente che si affaccia alla porta spalancata della stube: la Monika ha ingoiato una manciata di pillole. I miei ospiti balzano dalle sedie, faccio loro segno di rimaner seduti: non c’è niente da impedire, non c’è niente da salvare, è una questione di ottenebramento mentale, fuori dalla finestra della Stube i prati sono gialli di denti di leone e di ranuncoli, faccio un altro cenno ai miei ospiti, prego mia moglie di versare del vino e di offrir loro dello speck, non corro, esco dalla porta di casa e mi auguro davvero, forse come tutto il villaggio, che sia la volta buona, finalmente. Voglio vivere in pace, esclamo o esclama una voce dentro di me, non voglio esser disturbato in eterno da un qualcosa di cui non ho colpa: credo che tutto il villaggio voglia che muoia. Però mi siedo accanto a Monika nell’erba vicino alla fontana, lei è distesa di schiena sull’erba e dice: me ne sbatto di tutto, me ne frego, papà è un vecchio porco e la mamma anche.

Ritrae le labbra, digrigna i denti, mostra i denti gialli, anneriti, e io vedo la dentatura devastata d’una vecchia in bocca a quella ventiduenne, la pelle del viso è rugosa e piena di cicatrici di foruncoli. Improvvisamente il gomito che la sorregge cede, la testa si rivolta nel prato, dorme oppure è morta.

Salto su, tento di sollevarla con entrambe le mani, attingo acqua dalla fontana col cavo delle mani e gliela verso in faccia, i miei figli in piedi accanto a me, come per badare a Monika.

Ma ecco che udiamo tutti, finalmente, il suono della sirena della autoambulanza.

Nel villaggio nessuno parla di Monika, non ho ma sentito parlare di lei, nemmeno una parola, in banca, nel negozio degli alimentari o all’osteria.

I miei vicini mi aiutano, se glielo chiedo, mi hanno sempre aiutato, aiutano ogni estraneo.

Sono venuti con me a cercar pietre nei boschi dei dintorni, hanno raccolto sassi più o meno grandi nei loro boschi e nei loro prati e li hanno utilizzati per costruire una stradina d’accesso alla nostra casa di montagna.

Hanno abbattuto con me e con mia moglie il vecchio edificio e lo hanno ricostruito con mattoni, malta e legno fino ai camini sopra il tetto, mi hanno anche murato nel soggiorno una stufa di scintillanti pietre verdi, arcuata come un tumulo e calcinata di bianco. Mi hanno anche cambiato la fontana davanti a casa con un tronco cavo di cirmolo; e non è mai stata una questione di soldi, di ricompense, d’inverno dopo una forte nevicata vengono con lo spazzaneve, passano col trattore attorno al ciliegio sul piazzale davanti a casa e arrivo quasi sempre troppo tardi col mio grazie o col bicchiere d’acquavite, la “grappa”.

Tutti nel villaggio sanno che Monika fra non molto morirà, che si ucciderà oggi o nei prossimi mesi. Non c’è altra via d’uscita, lo dice anche lei, a tutti, annuncia la sua morte quando è a casa in licenza da uno dei tanti istituti dei paraggi. Barcollando, bevendo e ingoiando pillole annuncia la sua fine insensata, non ne fa una filosofia, non se la piglia con un dio e men che meno con Gesú o Maria. Io, dice a chiunque la stia ad ascoltare, io sono schiava delle pillole, lo sanno tutti e tutti sanno che non sono solo le pillole, sanno che c’è anche la siringa. È me che Monika vuole convincere che non sono solo le pillole. Io, dice, sull’erba o sulla panca davanti a casa, non posso più vivere senza pillole, preferisco uccidermi.

Quando costruivamo la nostra casa, Monika, che avrà avuto dodici o tredici anni allora, stava su, sul margine del bosco, a pochi metri da noi che lavoravamo, oppure giú sulla strada, cinquanta metri sotto casa, sempre in mezzo a una schiera di bambini, e ci insultava chiamandoci gentaglia, “cittadini immigrati”, gridava con gli altri e gridava da sola quando gli altri si erano già azzittiti, bruciava mucchi di sterpaglie sul prato sotto la strada e ballava con gli altri o da sola attorno al fuoco.

È successo a Corpus Domini, quando i turisti fanno ala sulla piazza fra la chiesa e l’osteria e attendono durante questa importante solennità cattolica la processione dei contadini e delle contadine nei loro abiti tradizionali, i costumi, col corpo di Gesù sotto il baldacchino dei sacerdoti, e mettono a fuoco gli apparecchi fotografici, le Minolta o le Polaroid. Monika, quel Corpus Domini, avrà avuto forse sedici o diciassette anni; un villeggiante ubriaco si era fatto largo cantando in chiesa fino al banco della comunione, nel silenzio devoto cantava in falsetto una cantilena senza parole, mentre le donne, cercando di non dar nell’occhio, tentavano di respingerlo coi gomiti, di tenerlo lontano dal banco della comunione, fino a quando anche due o tre uomini si erano fatti avanti per afferrare quello straniero dalla bocca peccaminosa, ed era stato allora che, con una prontezza del tutto inaspettata, la Monika adolescente era spuntata accanto all’uomo che canticchiava, lo aveva preso sotto braccio e, spavalda, lo aveva trascinato fra spintoni e gomitate non verso una delle porte d’uscita, ma verso il banco della comunione dove aveva poi essa stessa arraffato con due dita un’ostia e, ingoiando il santissimo, aveva aperto per sè e per lo straniero barcollante un varco fino all’uscita laterale delle donne.

Invece che alla processione dopo la messa solenne, la messa grande, Monika aveva trascinato il villeggiante nell’osteria del paese dove le donne e le maestre entrano solo durante la settimana, a gruppi o a coppie, e mentre fuori suonava la banda e gli abitanti del villaggio percorrevano nel più pacifico ordine un vasto giro attorno al campo di calcio e all’emporio, quel Mike o Michael aveva invitato il paio di ragazzotti di campagna che si erano già piazzati nell’osteria a bere una birra o un bicchier di vino, ma prima ancora che la processione avesse riattraversato la piazza del villaggio in direzione della chiesa, Mike era stato scaraventato a terra ed era rimasto lì disteso per alcuni secondi con la faccia proprio a ridosso dello zoccolo della mescita. Ad Albin, un figlio dei vicini che mi avevano aiutato a costruir la casa, il gesticolare del turista al banco oppure le frasi dette in un tedesco troppo lezioso (“Voi non sapete su che perla di paese cavalcate”) erano apparse improvvisamente troppo insolenti, aveva dato a Mike col pugno un colpo in pieno petto e il turista era caduto all’indietro: scivolando fra i corpi degli astanti, era piombato sul pavimento dell’osteria.

Monika aveva trascinato fuori lo straniero, sulla piazza davanti alla taverna, proprio mentre la processione del Corpus Domini stava curvando e dirigendosi cantando verso la chiesa. L’ubriaco si era trovato disteso sull’asfalto della piazza del villaggio ai piedi dei musicanti in giacca rossa e calzoni neri, con Monika piazzata a gambe larghe davanti a lui proprio mentre transitava il “cielo”, il baldacchino con il corpo di Gesù, però altri dicono che si fosse messa a ridere quando il turista aveva vomitato dietro di lei sull’asfalto.

Alcuni giorni dopo Monika era stata trasportata dalla discoteca d’un paese confinante al più vicino ospedale di città: dicevano che fosse caduta di schianto sulla pista da ballo, improvvisamente, con la schiuma alla bocca. Da allora tutti nel villaggio sapevano che aveva avuto la droga dallo straniero, e ora sapevano anche che si aggirava per la stazione delle autocorriere del capoluogo del distetto, al bar e fra i bus, dandosi per pochi soldi.

Di tanto in tanto la vedo passare sulla strada sotto il nostro prato, in una giacca di jeans sbiadito alla moda, con una camicia verde a chiazze, non gira nemmeno la testa, non guarda su verso di noi. Quando è a casa ha un passo danzante.

Quando squilla il telefono, mia moglie e io allunghiamo automaticamente la mano verso il microfono. Conosco quella voce rotta e so che è un amico del centro di assistenza cui Monika ha dato il nostro numero. Dice è domenica pomeriggio e io dico che abitiamo a mezzo kilometro di distanza, dico che in sostanza noi non conosciamo affatto Monika. Lui però dice: è domenica pomeriggio e oggi la domenica non finisce più. Dico: bene, vado a prendere Monika, che richiami dopo un’ora.

Mia moglie è andata a prendere Monika, il telefono suona, puntualmente, noi tutti siamo fuori sul prato davanti a casa e attraverso la porta aperta ascoltiamo tutti Monika che dice: no, qui da noi non piove.

Quell’uomo dalla parlata complicata ci telefona spesso e infine dico: non siamo mica una centrale telefonica. Talvolta il telefono squilla anche quando Monika è al centro di assistenza, e la voce quieta e cambiata di Monika dice: non viene mai nessuno a trovarmi.

Ha bisogno di biancheria e di soldi.

La costruzione di legno dove è nata, quella baracca in cui vivono tuttora alcuni dei suoi fratelli coi genitori, è a ridosso del margine del bosco, a quasi sei o sette chilometri dalla chiesa del villaggio, ci cresce il muschio e chiunque può calpestare l’erba attorno alla casa perché è terreno comunale e non c’è contadino che la falci.

Chi ci alloggia è un povero disgraziato, più libero però d’un qualsiasi re. Il villaggio ha paura di loro, perché potrebbero dar fuoco al bosco e alle case oltre il bosco, potrebbero incendiare l’erba una primavera secca oppure d’autunno.

Adesso Monika, ha ventidue o ventritré anni, ha la sua pensione. E la sua settimana di vacanza a casa, perché va a ritirare di persona la pensione allo sportello della Cassa rurale. Nei primi giorni marcia sempre a testa bassa accanto a tutti e non saluta nessuno, ma non dura a lungo, poi risolleva la testa e fa cenni in ogni direzione. Una volta, per caso, passavo in automobile, lei ha sporto il pollice, mi sono fermato ed è salita. Lo sai, mi ha detto, in fondo mi vogliono bene tutti, dicono, mi ha detto, che sono diventata simpatica, e gli credo perché sono completamente diversa, mi piace tutto, tutta la gente è così normale e non mi fanno niente, anzi mi son messa apposta a camminare nell’erba lungo la strada.

Però poi ho sentito di nuovo il tambureggiare delle mani sul muso di lamiera della nostra automobile davanti a casa, Monika colpiva con gli stivaletti i cerchioni e le porte della nostra automobile e gridava: vino. Stavolta non aveva ancor le mani sanguinanti. Mia moglie le ha portato un bicchiere d’acqua appena tinta da uno schizzo di vino rosso, e Monika le ha sbattuto via il bicchiere di mano. Sono sceso lungo la scala e mi ha urlato: vino, o ingoio le pillole. Io ho detto: ma dai, Monika. Ha raggiunto in due tre balzi il getto d’acqua alla fontana, con una scatola aperta di pastiglie nella mano levata, e io ho detto: ingoiale! Ha premuto le pillole fuori dell’involucro di plastica, facendole cadere prima nella mano e poi in bocca, io sono rimasto a guardarla, non ho fatto un passo dalla porta di casa verso la fontana. Ho chiamato il pronto soccorso.

Quando l’ambulanza è arrivata, Monika era distesa come morta accanto alla fontana. Ho visto un’infermiera fissarla alla barella e sospingerla nella vettura.

È entrata in una delle molte stanze del reparto femminile dell’ospedale distrettuale e ha sorriso alle degenti prima di scostare le ante della finestra e di prendere una sedia su cui è poi salita: un soffio d’aria di maggio è entrato nella stanza odorosa di medicinali e Monika è rimasta solo per pochi istanti sul davanzale della finestra prima di precipitare, senza allargare le braccia, dal quarto piano dell’ospedale distrettuale.

Hanno riportato Monika nella baracca di legno dei suoi genitori, i fratelli, per far posto, hanno spostato fuori dalla piccola Stube il tavolo al quale avevano mangiato e giocato insieme, hanno collocato il tavolo della Stube davanti a casa e hanno composto Monika nell’angolo dove di solito c’era il tavolo, l’hanno adagiata per un paio d’ore in quell’angolo, con la testa sotto il televisore in una bara di legno. Chi veniva a pregare non poteva vederne la testa fracassata. E non sono neanche venuti in molti, i più si son fermati fuori attorno alla baracca.

Nell’abitazione dello “stradino” che da anni ormai non sgomberava più la strada dai sassi perché alla nuova, asfaltata, provvedeva il personale della Provincia, in quella baracca non c’era nemmeno spazio per tutti i vicini. Però alcuni sono entrati egualmente nella piccola stube senza che nessuno glielo impedisse, si sono fatti il segno della croce benché nessuno pregasse a voce alta perché il capofamiglia che per tradizione intona il rosario non si è fatto vedere, era disteso nella camera accanto oppure seduto di là su una sedia, e la madre non riusciva ad aprire bocca, era in piedi accanto alla finestra della Stube attraverso la quale la luce è caduta per un giorno intero sulla bara. La madre non ha parlato con nessuno e non ha ringraziato nessuno, fissava senza vederla la poca gente del villaggio che entrava solo per guardarsi in giro, a destra e a manca, e farsi un segno della croce davanti alla bara.

Settimane dopo ho sentito dire che il padre, come barricato nella stanza vicina, avrebbe spiato ogni parola, ogni sospiro, ogni rumore del villaggio, ogni vicino, ogni passo d’un nemico che potesse scovarlo specialmente d’inverno quando cade la neve e lo strato cresce di notte rendendo bianche anche le tracce di sangue. Io sono rimasto fuori dalla baracca, sono entrato solo per cinque o dieci minuti nella stube, a dire il vero sarei voluto andarmene ma non mi è stato possibile perché c’era la gente del villaggio attorno a quella capanna di legno e ho pensato: sono curiosi. Però non erano riuniti in gruppi e non parlavano fra di loro, non so quando ho fatto caso che stavano lì, semplicemente, ciascuno per sè, senza dire una parola. Il bosco distava solo pochi passi e davanti c’era il prato comunale consunto. Volevo andarmene con mia moglie, tornare a casa come per una liberazione, ma i vicini continuavano a sostare attorno a quella baracca di legno, lo sguardo fisso davanti a sé. Stavano lì, semplicemente, e io ho pensato: piangono.

E forse per la prima volta li ho capiti, stavano lì senza parlare e stranamente separati l’uno dall’altro, come a spiare i rumori che avevano forse sempre udito, ma stavolta come se fosse la prima volta. 

Lingua originale tedesca



Monika

Ich schneide Speck in dünne Scheiben und lege sie auf die Teller meiner Gäste, wir sitzen in der getäfelten Stube an einem quadratischen Tisch, einer meiner Freunde aus Düsseldorf faßt die Holzplatte zwischen Daumen und Zeigefinger und fragt: Kiefernholz? Ich schneide weiter und sage, ja, Zirbe, eine Kiefernart. Da hören wir Schreie vor dem Haus, einer meiner Buben ruft durch die Stubentür: Die Monika bringt sich um.

Ich stehe vom Tisch auf, sage: Die Drogensüchtige vom Dorf, gehe hinaus und drücke die Tür hinter mir ins Schloß. Monika steht vor dem Küchenfenster, sie streckt mir die blutenden Handgelenke entgegen, sekundenlang ist sie stumm, und ihr Gesicht verzerrt sich nicht, sie schaut mich triumphierend an, während ich die Tür öffne, sie lacht verlegen, bevor sie jäh zu kreischen beginnt, den Kopf hin und her wirft und keift und flucht. Sie hebt ein Hackmesser auf, das sie zuvor wahrscheinlich ins Gras geworfen hat, sie schwingt das Messer.

Gib mir Wein, schreit sie, schnell, gib mir Wein, ich hab' die Tabletten geschluckt. Ich sage, jetzt trink zuerst ein Glas Wasser, sie spuckt mich an, sie spuckt meine Kinder an, die neben mir stehen, sie schlägt meiner Frau das Wasserglas aus der Hand, ich versuche in ihre Nähe zu kommen, ohne sie zu erschrecken, ich sage, was brauchst du das Messer, wirf es weg; sie lacht auf, ich brauch' es, ich brauch' es, komm mir nicht nahe ohne Wein. Langsam gehe ich in die Knie und hocke mich auf die Türschwelle. Monika schaut mich an, prüft mich mit vorgestrecktem Messer: Ich weiß, daß du Schiß hast, sagt sie, schau, sagt sie, und sie zieht die Messerschneide über den Unterarm. - Ich werfe mich nicht auf sie, reiße ihr die Mordklinge nicht aus den Händen, ich bin unbeweglich, ich sehe zu, wie sie die Schneide über den linken Unterarm streicht, wie über eine Geige, Blut quillt heraus, rinnt über den Stein vor der Küchentür: ich mach' mich eiskalt, sagt sie, und ich mach' meinen Alten, dieses Schwein, eiskalt und auch die Alte, ich mach' diese Muttersau eiskalt.

Ich weiß, daß du weg mußt von hier, du mußt gesund werden, sage ich und halte ihr eine offene Handfläche hin, und sie beugt sich mit todernstem Gesicht zu mir herunter und legt gleichzeitig den Messerknauf in rneine Hand: Ich will sie alle weghaben, alle, auch die Alten, sagt sie und senkt die

Stimme verschwörerisch: Ich krieg' eine Invalidenrente, ich wart' nur, daß das Geld da ist, und dann kauf' ich mir einen Revolver. Mach mir den Gefallen, bettelt sie, gib mir wenigstens ein halbes Glas Wein und ruf das Spital an. Ich stehe mit dem Messer in der Hand auf, eigentlich rappele ich mich von der Türschwelle auf und trage das Hackmesser in die Küche und halte ein Glas unter den Wasserhahn, schütte ein wenig Wein nach und reiche es Monika, die es, ohne mich anzublicken, austrinkt. Meine Frau und meine Kinder stehen um sie herum, während ich die Telefonnummer der Rettung wähle. Ich muß jedes Mal erklären, daß es um einen dringenden Fall gehe, daß er nicht meine Familie betreffe, daß ich nur die telefonische Anlaufstelle sei und der Abholort einer Drogenkranken des Dorfes. Sie hat sich von meiner Frau überreden lassen und sitzt nun auf einem Stuhl unter der Küchenlampe, ich weiß, daß meine Frau sich fürchtet. Nicht so meine Kinder, sie sind fasziniert von Monika und möchten sie ununterbrochen anschauen, aber Monika scheint das nicht zu bemerken, sie freut sich, denke ich, eher auf den Rettungswagen. Ich kann sie zur Bank vor das Haus führen, und sie ist so ruhig geworden, daß ich meinen Buben zu verstehen gebe, bei ihr zu bleiben, ich kehre mit meiner Frau zu unseren Gästen in die Stube zurück, ich bemerke, daß ich mit einer Achsel gezuckt habe und daß ich mich entschuldige für unsere Abwesenheit, während ich nach einer Speckscheibe greife und einen Schluck Rotwein trinke. Sie helfen mir alle im Dorf, erzähle ich, die Bauern haben mir immer geholfen, die Nachbarn, ich brauch' sie nicht einmal zu bitten.

Da steht mein halbwüchsiger Sohn in der offenen Stubentür: Die Monika hat eine Handvoll Tabletten geschluckt. Meine Gäste springen von den Stühlen auf, ich winke ihnen, sitzen zu bleiben: Es gibt nichts zu verhindern, es gibt nichts zu retten, es geht um die Kopffinsternis; die Wiesen vor den Stubenfenstern sind gelb von Löwenzahn und Hahnenfuß, ich nicke noch einmal meinen Gästen zu und bitte meine Frau, ihnen Wein einzuschenken und Speck zu reichen, ich laufe nicht, ich gehe hinaus vor die Haustür und wünsche mir tatsächlich wie vielleicht das ganze Dorf, daß es endlich ein Ende hätte. Ich will Ruhe haben, rufe ich oder ruft eine Stimme in mir, ich will nicht ewig gestört werden von etwas, was ich nicht verschuldet habe: Ich glaube, das ganze Dorf will, daß sie stirbt. Aber ich setze mich neben Monika ins Gras neben dem Brunnen, sie liegt mit dem Rücken im Gras und sagt: Mir ist alles scheißegal, einfach wurscht, der Vatta ist ein altes Schwein und die Mutter auch.

Sie zieht die Lippen zurück, bleckt die Zähne, sie zeigt ihre gelben, angeschwärzten Zähne, und ich sehe die Zahnlücken einer alten Frau im Mund dieser Zweiundzwanzigjährigen, ihre Gesichtshaut ist faltig und voller Pickelnarben. Plötzlich knickt ihr aufgestützter Ellenbogen um, und der Kopf dreht sich in die Wiese hinein, sie schläft oder ist tot.

Ich springe auf, versuche sie mit beiden Händen hochzuziehen, ich schöpfe mit den Handhöhlen Wasser aus dem Brunnen und schütte es über ihr Gesicht, meine Kinder stehen neben mir, es ist, als wollten sie aufpassen auf Monika.

Aber da hören wir alle endlich die Signaltöne des Rettungswagens.

Im Dorf redet niemand von Monika, ich habe weder in der Bank noch im Lebensmittelladen, noch im Gasthaus irgendeinmal ein Wort über sie reden gehört.

Meine Nachbarn helfen mir, wenn ich sie darum bitte, sie haben mir immer geholfen, sie helfen jedem Fremden.

Sie haben mit mir in den umliegenden Wäldern nach Steinen gesucht, haben für mich aus ihren

Wäldern und Wiesen größere und kleinere Steinbrocken zusammengetragen und damit einen Weg zu unserem Berghaus gebaut.

Sie haben mit mir und meiner Frau das alte Haus niedergerissen und es mit Ziegeln, Mörtel und Holz wieder bis zu den Kaminen über dem Dach aufgebaut, sie haben mir auch einen Ofen in die Wohnstube hineingemauert, aus grünen Glimmersteinen, gewölbt wie zu einem Grabhügel, und weiß gekalkt. Und auch den Brunnen vor dem Haus haben sie mir ausgewechselt mit einer gehöhlten Kiefer; nie ging es ums Geld, nie um die Entlohnung, sie kommen im Winter nach starkem Schneefall mit dem Schneepflug, und sie fahren mit dem Traktor um den Kirschbaum auf dem Platz vor dem Haus herum, und fast immer komme ich zu spät mit meinem Dank oder mit dem Glas Traubenschnaps »Grappa«.

Alle im Dorf wissen, daß Monika demnächst sterben wird, daß sie sich heute oder in den nächsten Monaten töten wird. Es gibt keinen anderen Ausweg, sagt sie selbst allen, sie verkündet ihren Tod, wenn sie auf Heimaturlaub ist aus einer der vielen Anstalten der Umgebung. Tänzelnd, saufend und Tabletten schluckend verkündet sie ihr sinnloses Ende, sie macht keine Philosophie daraus, sie bringt dafür keinen Gott um, schon gar nicht Jesus und Maria. Ich, sagt sie jedem, der sie anhört, ich bin abhängig von den Tabletten, und alle wissen es, und sie wissen alle, daß es nicht nur die Tabletten sind, sie wissen, daß es auch die Spritze ist. Mich will Monika davon überzeugen, daß es die Tabletten sind. Ich, sagt sie, im Gras oder auf der Bank vor dem Haus, kann nicht mehr ohne Tabletten leben, ich bring' mich lieber um.

Als wir unser Haus bauten, stand Monika als zwölf oder dreizehnjähriges Mädchen oben am Waldrand, wenige Meter entfernt von uns, die wir arbeiteten, oder sie stand auf der Straße, fünfzig Meter unterhalb des Hauses, immer in einer Schar von Kindern, und beschimpfte uns als Gesindel, als »zugereiste Stadtler«, sie schrie mit den anderen, und sie schrie allein, wenn die anderen schon verstummt waren, sie brannte Reisighaufen in der Wiese unterhalb der Straße ab und tanzte mit den anderen oder allein um das Feuer.

Zu Fronleichnam, wenn die Touristen auf dem Platz zwischen der Kirche und dem Gasthaus Spalier stehen und an diesem hohen katholischen Festtag die Prozession der Bauern und Bäuerinnen in ihrem traditionellen Gewand, der Tracht, erwarten, mit dem Jesusleib unter dem Baldachin der Priester, und die Fotoapparate in Anschlag bringen, damals an jenem Fronleichnam war Monika vielleicht sechzehn oder siebzehn, und es war jener betrunkene Urlauber, sagt man, der sich in der Kirche zur Kommunionbank drängelte, singend, er sang mitten in die Andachtsstille hinein einen fisteligen, wortlosen Sound-Sing-sang, und während die Frauen ihn möglichst unauffällig mit ihren Ellbogen zurückzustoßen, von der Kommunionbank fernzuhalten versuchten, bis sich schließlich auch zwei, drei Männer nach vorne zwängten, um diesen lastermauligen Fremden zu greifen, da tauchte ganz unerwartet schnell die halbwüchsige Monika neben dem Soundsänger auf, faßte ihn unter einem Arm und zerrte ihn ungeniert durch die Puffer und Rippenstöße hindurch nicht zu einer der Ausgangstüren, sondern zur Kommunionbank, wo sie dem Aushilfspriester zuerst eine Hand des Betrunkenen hinstreckte und sich dann selbst mit zwei Fingern eine Oblate grapschte, und den allerheiligsten Leib verschluckend, bahnte Monika für sich und den taumelnden Fremden einen Weg zum Seitenausgang der Frauen.

Statt zur Prozession nach der feierlichen Messe, dem Hochamt, schleppte Monika den Urlauber ins Dorfgasthaus, wo die Frauen und Lehrerinnen nur unter der Woche in Gruppen oder paarweise hineingehen, und während die Musikkapelle draußen spielte und die Dorfleute in der friedlichsten Demonstrationsordnung um den Fußballplatz und das Kaufhaus eine weite Schleife zogen, lud dieser Mike oder Michael die paar Bauernburschen, die sich schon ins Gasthaus abgesetzt hatten, auf ein Bier oder ein Glas Wein ein, aber bevor die Prozession wieder den Dorfplatz zur Kirche hin überquert hatte, war Mike schon niedergeschlagen worden und lag sekundenlang mit dem Gesicht sehr nahe am Sockel der Theke. Albin, einem Sohn meiner Nachbarn, die mir beim Hausbau geholfen hatten, war das Gefuchtel des Touristen vor der Schank oder seine gestochen deutschen Sätze (»ihr wißt nicht, auf welcher Landperle ihr reitet«) plötzlich zu frech geworden, und er hat dem Mike einen Schubser mit der Faust versetzt, mitten in die Brust, und der Tourist ist nach hinten gefallen: Zwischen den Leibern der Umstehenden durchrutschend, ist er auf den Gasthausboden aufgeschlagen.

Monika hat den Fremden hinausgezerrt auf den Platz vor dem Wirtshaus, als die Fronleichnamsprozession gerade einbog und singend auf die Kirche zusteuerte. Da lag der Betrunkene vor den rotbejackten und schwarzhosigen Musikanten auf dem Asphalt des Dorfplatzes, und Monika stand mit gespreizten Beinen vor ihm, während der »Himmel«, der Baldachin, mit dem Leib Jesu vorbeigetragen wurde, aber andere sagen, daß sie laut aufgelacht habe, als der Tourist sich hinter ihr auf dem Asphalt erbrach.

Einige Tage später wurde Monika aus der Diskothek eines Nachbardorfes ins nächste städtische Krankenhaus eingeliefert; mit Schaum auf den Lippen sei sie plötzlich auf dem Tanzboden niedergestürzt. Und seither wußten alle im Dorf, daß sie das Rauschgift von dem Fremden bekommen hatte, und auch: daß sie jetzt an der Autobusstation der Bezirksstadt herumstehe, in der Bar und zwischen den Bussen, für wenig Geld.

Von Zeit zu Zeit sehe ich sie auf der Straße unter der Wiese dahingehen, in blauer, modisch gebleichter Jeansjacke, mit fleckiggrünem Hemd, sie wendet nicht einmal den Kopf, schaut nicht zu uns herauf. Wenn sie daheim ist, hat sie einen tänzelnden Schritt.

Wenn das Telefon schrillt, greifen meine Frau oder ich automatisch zum Hörer. Ich kenne die stockende Sprache, und ich weiß, es ist ein Anstaltsfreund, dem Monika unsere Nummer gegeben hat. Er sagt, es ist Sonntagnachmittag, und ich sage, wir wohnen einen halben Kilometer entfernt, ich sage, wir kennen die Monika eigentlich gar nicht. Aber er sagt: Es ist Sonntagnachmittag, und der Sonntag

hört heute überhaupt nicht auf. Ich sage: Gut, ich hole die Monika, und er soll in einer Stunde wieder anrufen.

Meine Frau hat Monika herbeigeholt, und pünktlich läutet das Telefon, und wir stehen alle draußen auf der Wiese vor dem Haus, und alle hören wir durch die offene Tür Monika sagen: Bei uns regnet es nicht.

Dieser Mann mit der komplizierten Zunge ruft uns öfter an, und schließlich sage ich: Wir sind kein Telefonamt. Und wenn Monika in der Anstalt ist, läutet auch immer wieder einmal das Telefon, und Monikas veränderte brave Stimme sagt: Ich bekomme nie Besuch.

Sie braucht Wäsche und Geld.

Das Holzhaus, in dem sie geboren ist, diese Hütte, in der noch immer einige ihrer Geschwister mit den Eltern leben, steht dicht am Waldrand, fast sechs oder sieben Kilometer von der Dorfkirche entfernt, dort wächst Moos, und jeder darf auf das Gras rund um das Haus treten, weil dies Gemeindegrund ist und kein Bauer hier mäht. Wer da haust, ist ein armer Hund, aber freier als irgendein König. Das Dorf fürchtet sie, denn sie könnten den Wald abbrennen, und die Häuser hinter dem Wald, sie könnten im trockenen Frühjahr oder im Herbst das Gras anzünden.

Jetzt hat Monika ihre Rente, mit zwei- oder dreiundzwanzig Jahren. Das ist die Woche ihres »Heimaturlaubs«, denn die Rente holt sie persönlich im Schalterraum der Dorfkassa ab. Und sie marschiert in den ersten Tagen immer mit gesenktem Kopf an allen vorbei und grüßt niemanden, aber es dauert nicht lange, dann hebt sie wieder den Kopf und nickt nach allen Seiten. Einmal kam ich zufällig mit dem Auto vorbei, und sie streckte den Daumen raus, ich hielt an, und sie stieg ein. Weißt du, sagte sie, sie mögen mich eigentlich alle, sie sagen, sagte sie, daß ich nett geworden sei, und ich glaube es ihnen, ich bin ganz anders, mir gefällt alles, alle Leute sind so normal und tun mir nichts, ich bin sogar extra neben der Straße durchs Gras gegangen.

Aber dann habe ich das Getrommel ihrer Hände wieder auf der Blechschnauze unseres Autos vor dem Haus gehört, mit ihren Stiefeletten stieß Monika gegen die Reifen und gegen die Türen unseres Autos und schrie: Wein. Diesmal hatte sie noch keine blutenden Hände. Meine Frau brachte ihr ein Glas Wasser, kaum gefärbt von einem Rotweinspritzer, und Monika schlug ihr das Glas aus der Hand. Ich kam die Treppen herunter, und sie schrie mich an: Wein, oder ich freß Tabletten. Ich sagte: Ach, Monika. Und sie war mit zwei, drei Sprüngen schon am Wasserhahn des Brunnens und hatte eine aufgerissene Tablettenschachtel in der hocherhobenen Hand, und ich sagte: Friß! Und sie drückte sich die Pastillen aus der Plastikfolie in die Hand und in den Mund, ich sah zu, ich machte keinen Schritt von der Haustür zum Brunnen. Ich rief die Rettung an.

Als das Auto kam, lag Monika wie tot neben dem Brunnen. Ich sah, wie ein Sanitäter sie auf die Bahre schnallte und in den Wagen hineinschob.

Sie ist in eines der vielen Zimmer der Frauenabteilung im Bezirkskrankenhaus getreten und hat die Bettlägrigen angelächelt, bevor sie die Fensterflügel auseinanderzog und sich einen Stuhl ausborgte, auf den sie dann stieg; eine Mailuft wehte in das medikal verduftete Zimmer herein, und Monika stand nur sehr kurz auf der Fensterbrüstung, bevor sie, ohne die Arme auszubreiten, hinunterstürzte vom vierten Stock des Bezirkskrankenhauses.

Sie haben Monika in das Holzhaus ihrer Eltern zurückgebracht, und ihre Geschwister haben den Tisch, an dem sie gemeinsam gegessen und gespielt hatten, aus der kleinen Stube hinausgetragen, um Platz zu machen, sie haben den Stubentisch vor das Haus gestellt und haben Monika in der Ecke, wo immer der Tisch gestanden hatte, aufgebahrt, sie haben sie für ein paar Stunden in diese Ecke gelegt, mit dem Kopf unter dem Fernsehapparat, in einem Holzsarg. Wer zum Beten kam, konnte ihren zerschmetterten Kopf nicht sehen. Es kamen auch nicht viele, sie standen vor diesem Hüttenhaus herum.

Ins Haus des »Wegmachers«, der schon seit Jahren nicht mehr die Steine weggeräumt hatte, weil die neue, asphaltierte Straße nun von Landesangestellten betreut wird, in diese Hütte sind nicht einmal alle Nachbarn hineingekommen. Aber einige traten doch in die kleine Stube, ohne daß es ihnen verwehrt worden wäre, und alle bekreuzigten sich, obwohl keiner laut betete, denn der Familienvater, der brauchgemäß die Rosenkranzgebete vorspricht, ließ sich nicht blicken, lag in der Kammer nebenan oder saß dort auf einem Stuhl, und die Mutter konnte die Lippen nicht auftun, sie stand neben dem Stubenfenster, durch das einen Tag lang das Licht auf den Sarg fiel. Die Mutter redete mit niemandem und dankte auch niemandem, sie starrte die wenigen Dorfleute blicklos an, die da hereinkamen, um nichts anderes zu tun, als links und rechts sich umzusehen und vor dem Sarg ein Kreuz zu schlagen.

Wochen danach habe ich gehört, daß der Vater wie verbarrikadiert in der Kammer daneben jedem Wort, jedem Seufzer, jedem Geräusch des Dorfes nachgelauscht haben soll, jedem Nachbarn, jedem Schritt eines Feindes, der ihm besonders im Winter auflauern konnte, wenn der Schnee schnell fällt und die Decke über Nacht wächst, die auch Blutspuren weiß macht.

Ich bin draußen vor der Hütte gestanden, ich war nur fünf oder zehn Minuten in der Stube drinnen, eigentlich wollte ich gehen, aber es war mir nicht möglich, weil um dieses Holzhaus die Dorfleute herumstanden, ich dachte: sie sind neugierig. Doch sie standen nicht in Gruppen herum, und sie redeten nicht miteinander, ich weiß nicht, wann mir auffiel, daß sie einfach so dastanden, jeder für sich, und niemand redete. Der Wald war nur wenige Schritte entfernt, und davor war die abgeweidete Gemeindewiese. Ich wollte weggehen mit meiner Frau, heimgehen wie zu einer Erlösung, aber die Nachbarn blieben weiter um diese Holzhütte herum und sahen vor sich hin. Sie standen einfach da, und ich dachte: sie weinen.

Und zum erstenmal habe ich sie vielleicht erkannt, sie standen da, ohne zu reden und seltsam voneinander getrennt, als lauschten sie Geräuschen, die sie vielleicht immer schon gehört hatten, diesmal aber wie zum erstenmal.