Dopo l'intervento dei due bovesani, anch'io vorrei inserirmi nel dibattito aperto da Daria Giordano con «parlare occitano».

La situazione di Chiusa Pesio è simile a quella di molti altri paesi di fondo valle, dove la colonizzazione linguistica è molto più facile che non nelle borgate dell'alta valle.

Prima all'asilo e poi a scuola, tra noi bambini si parlava sempre in chiusano e quei pochi (figli di maestri per la maggior parte) che in casa erano costretti a parlare Italiano, quando si trovavano in mezzo a noi uscivano con espressioni dialettali dette veramente di gusto, mentre ora si assiste al fenomeno inverso: quei pochi bambini che in casa si esprimono ancora in dialetto nei giochi con i coetanei usano l'italiano.

Gli aduli da parte loro abbandonano le espressioni tipiche perchè troppo "grossolane"e usano termini piemontesi più "raffinati"!

Così di questo passo resteranno solo i morti a parlare il nostro chiusano, dialetto che, ancora oggi, conserva molte affinità con gli altri dialetti occitani.

La causa maggiore per cui si rinuncia alla lingua originale (con tutte le particolari espressioni che essa dà) è il senso di vergogna associato alla denigrazione a essere inferiore che veniva e viene, tutt'ora, continuamente fatto pesare dai "forestieri" siano essi anche solo di Cuneo (15 km. Scarsi).

A questo proposito ricordo un episodio successo quando ero bambina. Veniva in vacanza, presso una zia, una mia coetanea di Castelletto Stura (tanto per far capire di quale gente "aristocratica" si trattasse) e visto che abitavamo vicine giocavamo insieme. Un pomeriggio ero a casa sua, c'erano anche i suoi genitori, mi offrirono dei dolci, poi alle loro insistenze di prenderne ancora io risposi con: «No, i nu vöy gnan id yèti, snuca i ciap ma a tripa».

A questo punto risata generale, io arrossii senza capire cosa ci fosse di tanto ilare nella mia risposta, oltre tutto ero stata educata e niente ingorda, fino a che la mamma della mia, fino allora, compagna di giochi mi spiegò dicendo: «As dì pansa, nèn tripa» (cioè pancia-pansa in piemontese e non tripa come avevo detto io).

Neanche fosse stata la più volgare parolaccia sulla bocca di una bambina. Ovviamente da quel momento ho odiato tutta la famiglie e ricordo, ancor oggi, la vergogna che mi hanno fatto provare.

Secondo me per far sì che la gente riprenda a parlare apertamente la propria lingua occorre far conoscere e capire di quale patrimonio cultuale si tratta. Ci sono espressioni che tradotte perdono tutta la loro carica vitale, canti, storie piene di poesia, proverbi che ci aiutano a comprendere la tenacia di chi non ha mai abbandonato la montagna anche a costo di soffrire la fame. Quindi sarebbe forse meglio per molti giovani ricercare la saggezza e non solo, anche i divertimenti semplici dei nonni anziché subire le varie americanate che ci arrivano sul gobbo. Ritroverebbero così i valori migliori e nello stesso tempo non starebbero a copiare pedestremente sistemi consumistici e vuoti.

Ora vorrei farvi vedere come parliamo a Chiusa raccontandovi un aneddoto.

«Na carantèna d'agn fa a Ciüza y era in magnin che tüti i dì u fazeya in vir in bicicleta a sèrcà brunse e parö sciapè. U ndazeya 'd cò yamunt a Cèrtuza e minca tant us fèrmava a beu en bot, a sèra cand u ruvava turna a Ciüza u l'era mes lurd. Na vota u l'é gnan stèt basta di gurdì à calà da n'bici e u l'é tumbà in mes au Pachèt.Tüti chi c'a l'eru lì d'aramba as sun bütè a grignà cun a tripa in man e chèl u s'è tirà sü strambaliand e après tut partadü u ya fèt: "Cò-i l'avi da grignà, mi i fun sèmp perèy cand i cal...e a pé sopèt dür ma in palanchin u s' é inviasà a 'ndà a cà, e yèti l', c'a l'an gnan savü cò dì».

(Una quarantina di anni fa a Chiusa viveva uno stagnino che tutti i giorni faceva un giro in bicicletta per cercare recipienti rotti. Andava anche in alta valle, a Certosa e di tanto in tanto si fermava a bere, a sera quando tornava a Chiusa era mezzo brillo. Un giorno no è stato abbastanza svelto a scendere dalla bici ed è caduto in mezzo al Paschèt (piazza centrale di Chiusa). Tutti quelli che erano lì vicino si sono messi a ridere con la pancia in mano e lui si è alzato barcollando e poi tutto serio ha detto: «Cos' avete da ridere, io faccio sempre così per scendere...» e zoppicando ma impettito come una sbarra di ferro si è avvicinato verso casa e gli altro lì che non hanno saputo che dire).

Spero di aver reso l'idea con queste poche righe, comunque fondamentale è cercare di non perdere innanzitutto quello che delle nostre vecchie parlate ci resta e cercare nei limiti del possibile di recuperare le nostre tradizioni.

Vorrei aggiungere una cosa: l'abisso che divide Chiusa dalla sua alta valle, due parlate molto diverse anche se con molte cose in comune.

L'alta valle meno accessibile ha conservato molti più occitanismi oltre a presentare delle particolarità linguistiche da studiare attentamente in quanto sono molto probabilmente resti della permanenza saracena nella zona.

 

Mariluci Bisotto