Con sole due macchine, nei primi anni di attività dello stabilimento, eravamo circa duecento, persone; qualche anno dopo ne sono entrate in funzione altre tre per un totale di cinque macchine, ma il numero di persone che ci lavorava rimase circa lo stesso.
Giraudo, un grosso azionista di Cuneo, me lo aveva detto: “…devono togliere personale ed aumentare il lavoro!”
“Ma come faranno?”. Gli domandai più volte.
“A ciascuno il proprio lavoro!”. La sua risposta.
Per raggiungere quell’obbiettivo innovarono anche i macchinari. Allora, erano ormai gli anni ’60, ecco arrivare le ventose.
Si trattava di bracci meccanici dotati di una ventosa di gomma che si appoggiava sulla lastra di vetro, che noi avevamo appena staccato e la portava direttamente ai tavoli di taglio, eliminando il lavoro manuale di movimentazione delle lastre.
Fu poi la volta dei tavoli da taglio elettrici, dove bastava impostare le misure delle lastre che si volevano ottenere e questi, pian piano, tagliavano secondo le impostazioni prescritte.
Chi aveva costruito quelle macchine e ne curava le migliorie, era un meccanico dei dintorni di Cuneo, un certo Bottero.
Il lavoro rimaneva comunque duro anzi, siccome si tendeva a risparmiare sul personale spesso tentavano di farti fare dei lavori che non erano proprio quelli di tua competenza.
A me capitò una notte, quando il vetro che usciva dalla macchina su cui lavoravo con Gian Marchet, si ruppe inceppando i meccanismi.
Tutti i rulli che tiravano su il vetro erano rimasti impastati e necessitavano di manutenzione.
Un lavoro, quello, che non era di nostra competenza. Noi sapevamo staccare il vetro, per il resto c’erano le squadre apposta. Nonostante questo, volevano farci pulire i rulli.
Capitò che io e Gian Marchet, che quella volta eravamo di turno, replicammo un no secco alle incessanti richieste dei capi. Basta col fare il lavoro degli altri, avevano solo da far intervenire il personale di turno preposto a quel tipo di manutenzione.
Il geometra Botasso, uno dei nostri responsabili, visto il nostro atto di ribellione salì al “distacco”. Tentò di farci cambiare idea dicendoci che se ci fossimo rifiutati ci avrebbe fatti convocare direttamente dal Dott. Faccenda, che era anche il sindaco del paese.
Restammo saldamente ancorati alle nostre ragioni e così, il giorno dopo, eravamo nel suo ufficio.
Il direttore fece un lungo discorso sul fatto che la vetreria era in deficit, c’era crisi, non riuscivano ad aggiungere operai a sufficienza per coprire tutte le mansioni e via di questo passo.
Restammo per un po’ in silenzio poi però io non riuscii più a trattenermi e replicai dicendo che con tutto il risparmio che facevano qua nel non assumere personale e nel mantenere la manutenzione al minimo, si erano messi un bel po’ di soldi da parte tanto da investire su una nuova fabbrica che stavano costruendo nelle vicinanze di Cuneo.
Il direttore rimase muto. Il geometra Botasso rivolto a lui commentò: “Vede, Giacomo aveva il negozio, quando si trovò in deficit e non poteva più andare avanti fece che chiudere; la vetreria invece…va avanti…”.
I tempi della vetreria a Vernante stavano dunque per finire, si stava già costruendo quella di Cuneo, molto più grande e moderna della precedente e con enormi possibilità di espansione, mentre qui c’era ben poco spazio.
A Cuneo ci andai anch’io, fu durante il mio ultimo mese di lavoro.
Eravamo io e Spirito, lavoravamo assieme, ricordo ancora la prima cosa che ci disse il caporeparto: “Qui non è Vernante!”. Subito non capii bene cosa volesse intendere, ma dopo un paio di giorni fu chiaro.
A Vernante eravamo abituati a dei ritmi di lavoro, che al confronto, erano molto più pesanti, finito un lavoro se ne faceva un altro. C’erano dei premi di produzione per chi faceva più casse, più imballaggi o più tagli, ognuno per la propria mansione, c’era poca automazione e il lavoro in se, era più pesante.
A Cuneo la gestione era più moderna e automatizzata perciò una volta raggiunta la quantità di prodotto per quel giorno, basta; se avevi finito il tuo lavoro nel tempo rimanente potevi “girare”, era lo stesso caporeparto che ci mandava “a spasso” per non averci lì a “rompere le scatole”.
Allora spesso si andava in magazzino e si lasciava passare quel tempo necessario per poi ritornare in linea quando si era accumulato di nuovo un po’ di lavoro. E si, non era proprio Vernante!
I compagni di lavoro con i quali ho lavorato di più sono stati: Gian Marchet, Albino, Aldo, quei quattro o cinque, sempre i soliti e il lavoro era sempre quello.
Riguardo ai capi, posso dire di essermi fatto ben volere e, salvo alcuni episodi, non mi sono mai lamentato di loro.
L’ing. Einaudi a volte veniva a cercarmi, voleva che gli raccontassi delle mie vicende passate da soldato, di quando ero stato in Albania o in Russia. Passava ore intere ad ascoltare i miei racconti di quando ero militare.
Negli anni, mi ero guadagnato il loro rispetto. Significativo fu l’episodio dell’elmetto.
Era appena uscito un regolamento che obbligava gli operai addetti alle grandi lastre ad indossare l’elmetto durante il lavoro, misura di sicurezza sicuramente utile, ma io dell’elmetto non volevo saperne, non lo sopportavo.
L’assistente mi richiamava in continuazione dicendomi: “Giacu mettiti l’elmetto o ti mando i capi!”.
“Mandali da me!”. Replicavo io. La cosa andò avanti così per alcuni giorni.
Un giorno li vidi arrivare, Botasso e l’Ingegnere. Gli andai incontro e gli spiegai le mie ragioni: “Io l’elmetto l’ho portato per anni e adesso non lo porto più!”.
Einaudi rimase per un po’ senza parole poi replicò: “Bravo Giacomo, vedrò cosa posso fare per lei!”. Il giorno dopo mi cambiarono di mansione, dalle grandi lastre mi spostarono a quelle più piccole dove non avrei dovuto indossare l’elmetto.
Si, devo dire che mi hanno sempre rispettato, ma il rispetto me lo sono sempre guadagnato.

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