Literatura occitana    Franco Bronzat - Poesias

invia mail   print document in pdf format

Franco Bronzat - Poesias

Franco Bronzat - Poesias

Il materasso

Lo matalaç

di Franco Bronzat

italiano

Tolon, Provenza.era il 1930

La famiglia di Tommaso Bernardon si era appena seduta a tavola quando il campanello della pòrta squillò tre volte.Annetta, la figlia più grande di Tommaso, alzandosi disse:«Deve essere il postino, vado ad aprire.»

Si alzo e andò alla porta e in effetti era il postino che aveva pòrtato un telegramma.

Chisa la porta, tornò a tavola, porgendo a suo padre il telegramma. L'uomo lo aprì, veniva dall'Italia.In due parole rivolgendosi a sua moglie disse:«Tuo zio Giovannino è mancato. È tuo cugino Giuseppe che ci scive».

Sua moglie Lucia iniziò a piangere piano piano dicendo che zio Giovannino era il fratello di sua madre:«Oh, poveretto. Era un bravuomo, ti ricordi di quando ci siamo sposati che siamo passati a Valgrana a trovarlo e ci aveva regalato quella bella caffettiera, ce l'abbiamo ancora

«Si, hai proprio ragione, era un bravuomo. Era di cuore e poi sapeva lavorare benje le sua terra, produceva degli ottimi fagioli di prima qualità senza contare le sue pere, varietà madernassa, una volta cotti, una leccornia!»

«Lucia, vedi di scrivere a tuo cugino per saperne di più e porgendogli le nostre condoglianze, non dimenticare di chiede se c'è qualcosa da ereditare.»

Tommaso e Lucia si erano conosciuti in Provenza,   a Tolone. Tutti e due emigrati in cerca di buone occasioni di lavoro, si erano incontrati un pomeriggio passeggiando sul lungo mare. Lui era con uno del suo comune, Vitorinet de Las Cassas, e visto un gruppo di belle ragazze che ridevano contente si erano avvicinati e sentendo che parlavano in piemontese si erano presentati e fatta amicizia. Erano tutte ragazze provenienti dalla bassa val Grana, chi di Caraglio, qui di Bernezzo.Era di domenica e da quel giorno Tommaso e Lucia non si erano mai lasciati e alla fine avevano fatto famiglia. 

Tutto ciò era già passato da qualche anno..

Dapprima nacque Anneta e poi Fernando. 

Dopo un mesetto arrivò la risposta di suo cugino. Il povero Giovannino se n'era andato di morte fulminea, insomma non aveva sofferto ed era morto nel suo letto. Tuttavia aveva lasciato qualcosetta ma i parenti erano molti e tutti ne volevano una parte.

Lucia ,essendo non altro che una nipote , non aveva diritto a grandi cose. Casa, campi e prati erano andati ai figli che alla parentela,  avevano destinato nient altro che cose materiali, praticamente dei ricordi dello zietto, tuttavia qualcosa da prendere c'era.

Ma come fare a raccoglire le cose visto ch'erano lontani e, per quest 'estate non se parlava neppure di salire al paese e di passare per Valgrana?

Il viaggio bisognava rinviarlo e iniziare a mettere i soldi da parte. L'autunno, l'inverno, la primavera arrivò e la nostra famigliola si preparò di ritornare al paese per il mese di agosto. Prima di partire avevano scritto sia al paese che a Valgrana.Saranno passati a prendere quel poco rimasto dell'eredità di zio Giovannino.

Il viaggio in Italia non fu il migliore poiché persero la coincidenza con Pinerolo e per risalire la valle ebbero dei problemi.

Tuttavia risalirono la val Chisone e a piedi a Bourcet, su alla borgata di Chasteiran, per trovare mamma e la parentela e gli amici.

Lassù vi passarono circa una settimana.La sua madre, che ormai viveva con una delle sue figlie, la Leontina, aveva aperto per l'occasione la sua vecchia casa, pulito i pavimenti, dato aria a letti e coperte. La settimana passò tra buoni piatti di calhetas e di vino di Pomaretto, il ramier poiché i borsettini possedevano tutti una vigna in quel luogo. Venne l'ora di ritornare a Tolone e passare per Valgrana. Arrivarono a Valgrana di domenica e vi trovarono la festa del paese. Nella lettera cheTommaso scrisse a sua madre, le disse que il Comune aveva fatto piazzare due balli pubblici, che la banda muscicale aveva fatto il giro del paesotto e che Valgrana era proprio un bel paese, in piano dove v'era una bella campagna proprio come dalle parti di Pinerolo. Di sicuro Tommaso pensava ai terrazzamenti  di Bourcet, ripidi e difficili. Quando nei villaggi della valle si parlava di Bourcet, si raccontava che lassù le galline erano dotate di un sacchetto sotto il sedere affinchè l'uovo non scivolasse a valle e che per seminare caricassero le cartucce a segale  e poi sparassero sul campo. Bah, tutte palle !

Tuttavia lassù la vita era dura . Si viveva appena. Per ciò aveva lasciato il paese ed era emigrato in Francia. Aveva imparato un buon mestiere, faceva l'idraulico ed era contento d'aver iniziato in un'impresa di uno della sua valle, da anni giù in Provenza.Il lavoro non mancava e un giorno dopo l'altro il mestiere ormai era stato acquisito.

Come scrisse Tommaso a sua madre avrebbero dovuto parire l'indomani mattina alle cinque con il pulman e prendere il treno a Cuneo per Ventimiglia alle sette e quaranta.

Per ciò che riguarda le cose da prendere erano sparite tutte ma nessuno le aveva prese “ quelli che l'anno la tengono e gli altri si brossano”. Tuttavia partirono carichi di quattro lenzuola e d'una trapunta ch'era ancora della madre di Lucia. Sempre Tommaso scrive che v'era ancora da prendere un materasso “ tutto buono che a noi ci farebbe proprio servizio” La famigliola partì con le sue masserizie e il materasso ben arrotolato, legato con corde e arrivarono a Tolone. Comunque la sorpresa arrivò dopo. Come si sa i materassi, anche se nuovi nessitano ogni tanto un rifacimento, lavare la lana e cardarla e qui ci vuole un materassaio ma da noi per non spendere troppi soldi una parte del lavoro ce la facciamo.

Il tempo era buono, se pure d'inverno, e al mare e poi ancora sulle coste di Provenza, non fa molto freddo. Lucia decise di disfare questo materasso. Quindi iniziò a scucire la fodera di tela, a righe bianche e rossicce.

Quindi iniziò a tirar fuori la lana passando il suo braccio nel foro. Ad un cero momento le sue mani toccarono qualcosa di duro, qualcosa di quadrato che sembrava ad un pacchetto de tela cerata. Cosa diavolo poteva essere? Lo tirò fuori, era legato con uno spago. L'aprì, dentro ad una busta vi trovò dei bei biglieti di banca, li contò, per la precisione vi erano ben 1455 lire che lo zio Giovannino vi nascose nel materasso!

Lucia si sentì male, un sudore freddo l'agguantò, stava per svenire  ma si riprese e pianse di gioia, bevve un bicchiere d'acqua fresca, poi il sangue riprese a circolare per bene.

«Oh zio Giovannino, ci hai fatto un gròsso regalo, grazie» pensò contando nuovamente i solti trovati. Millecinquecentocinquantacinque lire, Lucia non aveva mai visto una tale somma, tutta assieme. Poi pensò a tutti i sacrifici che quell'uomo aveva fatto nella sua vita. Mettere lira dopo lira per giungere a quel tesoretto que aveva nascosto nel materasso.

Quel materasso aveva pròprio fatto un buon servizio alla famigli di Tommaso Bernardon. La notte giunta, quando il suo uomo arrivò stanco, l'abbracciò e baciò    e all'orecchio gli disse:«Tommaso, non abbiamo solamente ereditato un materasso ma pure un po' di fortuna!»

Nelle storie di un tempo si diceva: e vissero felici e contenti. Beh, ora possiamo dire che la nostra storia  doveva finire così ma lo sappiamo con certezza? Non lo sapremo mai.

Buon Natale.

Franco Bronzat

occitan

Tolon, Provença, era lo 1930.

La familha de Tomas Bernardon s'era justa assetaa a taula quand lo clochin de la pòrta sonec per tres viatges. Anèta, la filha plus granda de Tomas, en se levent, dizec:«Deu èsser lo postilhon, vauc a li durbir

Se levec e anec a la pòrta e en efet era lo postilhon qu'aviá portat un telegrama.

La pòrta serraa, tornec a la taula, en donent a son paire lo telegrama. L'òme zo dubrec, veniá de l'Italiá. En doas paraula l'òme en se revolgent a sa fèmna dizec: «Ton Barba Janin al es mòrt. L'es ton cozin Jusèp que nos escriu. »

Lucìa comences de ploracear en disent que barba Janin l'era lo fraire de sa maire: «Oh, pechaire, al era un brav' òme, te n'en sovenas-ti quand 'os se siem marriat que siem passats aiquí a Valgrana zo trobar e nos aviá donat quèla bèla cafetiera, 'os l'avem encara aüra.»

«Òi, t'as pròpi razon, al'era un brav'òme. L'era de cuèr e puèi al sabiá ben trabalhar sa tèrra, al faziá de faisuèlhs de primiera qualitat sença contiar sos peruç, de madernassas, un viatge cuèits, una lecuènha!»

«Lucìa, vei d'escrire a ton cozin per n'en saupre de mai e en li donent nòstras condoleanças, eissublia pas de li demadar se la li a qualquaren d'ereitar.»

Tomas e Lucìa s'eran conoissuts aval en Provença, aiquì a Tolon. Tuts dos emigrats en chercha de  bonas ocasions de trabalh, s'eran rescontrats un'apres meijorn en promenent lo long de la mar. El al era abo un de sa comuna, Vitorinet de Las Cassas, e vist un grupet de bèlas filhas que riian contentas s'eran avezinats e en sentent que parlavan en piemontés s'eran presentats e fait amistança. L'era tot de filhas que venian de la bassa val Grana, qui de Caralh, qui de Bernes. Era de diamenja e de quel jorn Tomas e Lucìa s'eran pas mai quitat e a la fin avian fait familha.

Tot aiquen era ja passat de un pauc d'ans.

Drant nasquec Aneta e puèi Fernand. 

Apres de un mesòt arribec la respònça de son cozin. Lo paure Janin se n'en era anat de mòrt subita, ensoma aviá pas sofert e al era mort dins son leit. Pas mens al aviá laissat un pauc  de chausaa mas los parent eran bien e tuts n'en volian un bocon.

Lucìa, en estent que era ren que una neça, aviá pas dreit a de grandas chausas. Casei, champs e prats eran anats als filhs que, a la parentuènha, avian destinat ren que de chausas materialas, praticament de sovenirs dal barbolet,  mas pas mens qualquaren a prener la li era.

Mas coma far a las rebastar dal temps qu'eran luènhs e, per cest istat la se n'en parlava pas de remontar al país e de passar per Valgrana? 

Lo viatge chaliá lo renviar e entrementier butar los sòldis de caire.

L'autuènh, l'uvern, la prima passeron e nòstra familhona s'aprestec de retornar al país, per lo mes d'aost.Drant de partir avian escrit siè amont al país que a Valgrana. Sarian passat a prener que pauc qu'era sobrat de l'ereitatge de barba Janin.

Lo viatge en Italiá foguec pas lo melhor que perderon  la corispondença abo Pineiròl e per remontar la valea agueran de la pena.

Totun remonteron la val Cluson e a pèd fin en Borcet, amont en Chasteiran, per trobar mama e la parentèla e los amics. Aiquiaut passeran una semanaça. Sa maire, que dausaüra viviá abo una de sas filhas, la Leontina, aviá ebèrt per l'ocasion sa vèlha maison, remaçat lo planchier, donat aire als leits e a las cubèrtas. La semana passec entre de bonas calhètas e de vin dal Pomarèt, lo ramier que los borcetins ilhs n'avian tuts una vinha en quel luòc.

Venguec l'ora de retornar a Tolon e passar per Valgrana. Arriberon en Valgrana de diamenja e li troberon la fèsta dal país. Dins la lètra que Tomas   escriguec a sa maire, li dizec que la Comuna aviá fait plaçar dos bals publics, que la banda musicala- la musicca- aviá fait lo vir dal vielatge e que Valgrana era pròpi un bel país, en plan adont la li a de bèla campanha pròpi comà dals caires de Pineiròl. De segur Tomas pensava a sos baris e bariòls que la li a en Bourcet, rauts e penibles. Quand dins los vielatge de la valea la se parlava de Bourcet la se diziá que aiquiaut las jalinas avian una tasca de sos lo cuul perquè l'uu a picatesse pas aval e que per semenar  ilhs charjavan las cartatochas a blad e puèi ilhs tiravan sul champ.Bah, tot de balas! Totun aiquiaut la vita era dura. La se viviá apena.

Per aiquen al aviá quitat lo país e al era anat en França. Aviá apres un bon mestier, faziá lo plombier e al era aürós d'aguer enchaminat dins l'impresa de un de sa valea, d'ans aval en Provença.

Lo trabalh mancava pas e un jorn aprés l'autre lo mestier dausaüra al era intrat.

Comà al a escrit Tomas a sa maire duvian partir l'endeman matin a cinc oras abo lo torpedon e prener lo tren a Coni per Ventimiglia a set oras e quaranta.

Per çò que regarda la rauba a prener era tota despareissuá  mas pas nun l'aviá presa e “quelli che l'anno la tengono e gli altri si brossano” (quèlos que l'an se la tenon e los autri se bròssan) aviá encara escrit Tomas.

Totun ilhs sion partits charjats de quatre linçòls e d'una “traponta” cubèrta qu'era encara de la maire de Lucìa.

Totjorn Tomas al escriu que la li era encara a prener un matalaç “ tutto buono che a noi ci farebbe proprio servizio” ( tot bon que a nosautri nos fariá pròpi un bon servici).

La familhona partec abo sas drapilhas e lo matalaç ben avironat e gropat abo de còrdas e arriberon a Tolon.

Totun la sorpresa arribec aprés. Comà la se saup los matalaç, meseime se ilhs sion naus, chal  chas tant los refar, lavar la lana e la cardar e aiquí la li vai un matalacier mas en çò nòstre per pas despensar tròp de sòldis una partiá dal trabalh 'os se la fazem.

Lo temp companhava, meseime se l'era d'uvern, e a la mar e puèi encara sus la còsta de Provença, la fai  pas tròp freid. Lucìa dessidec de desfar lo matalaç. Per parelh comensec a descoser la fora de teela, a reas blanchas e rossinèlas.

Puèi s'enchaminec de tirar fòra la lana en passent son braç dins lo pertur . A un certen moment sas mans tocheron qualquaren de dur, qualquaren de quarrat qu'al ressemblava a un paquet de teela ciraa.

Que diaul poiá-la èsser? Zo tirec fòra, al era gropat abo una filcèla. L'ubrec, dedins a un'envelòpa li trobec de bèli bilhets de banca, los contiec, per la precision la li era ben 1455 liras que barba Janin aviá escondut dins lo matalaç!

Lucìa se sentec mal, una suor freida l'agantec, era aiquí per estavanir mas se reprenguec e plorec de jòi, buguec un veire d'aiga frescha, puèi lo sang reprenguec  circular dal ben.

« Hò, Barba Janin, nos a fait un gròs regal, mercì» pensec en contient mai lòs sòldis qu'aviá agut trobat.Mila quatrecentcinquantacinc liras, Lucìa aviá jamai vist tota quèla soma, tota ensemb. Puèi songec a tuts los sacrificis que quel òme aviá agut fait dins sa vita. Butar liras aprés lira per arribar a quel chaton qu'al aviá  escondut dins lo matalaç.

Quel matalaç aviá pròpi fait un bon servici a la familha de Tomas Bernardon! La nuèi arribaa, quand son òme arribec esbrionat, l'embracec e baisec e al'aurèlha li dizec: «Tomas, 'os avem pas mesquè ereitat un matalaç mas decò un pauc de fortuna!»

Dins las istòira d'un còp la se diziá: e visqueron content e aürós.  Bèh, aüra poem dire  que nòstra istoira duviá finir per parelh mas siem puèi segur que la siè anaa parier? Zo sauprem jamai.

Bonas Chalendas