Provincia di Torino

Val di Lanzo/Canavese, Valle Orco/Soana, Val d'Aosta

Quando il vetro era un'opera d'arte (da consegnare in bicicletta)

Quando il vetro era un'opera d'arte (da consegnare in bicicletta)

Cant lou vèirou ou-i-euret n'opra d'arte (da consegnì eun bitchicleutta)

di Rodolfo Recrosio - vetraio di Ronco Canavese


italiano
Partenza all'alba da Torino, una pesante cappa di nuvole grigie mi saluta: è maggio ma sembra novembre, lasciare il calduccio di casa per avventurarsi per valli? Ma certo! Chiacchierare con Rodolfo è un tal piacere che mi infilo le scarpe e corro in garage. Devo proprio correre, ieri quando ci siamo sentiti per telefono mi ha avvertita di non far tardi perché lui ha tante commissioni da fare, è impegnato in Comune. E' così indaffarato che per non perdere tempo e riuscire a fare tutto si sveglia all'alba per andare a Cuorgnè al mercato. Se voglio dopo la spesa ha un po' di tempo per me. Lui alle sette e mezza è già lì, pronto che mi aspetta...
Sono le otto, Torino è già lontana alle mie spalle: per una volta, forse, riesco ad essere puntuale. Lungo tutta la strada la pioggia non mi abbandona un minuto, per fortuna è giovedì mattina e il traffico verso le valli è molto scorrevole, così in un batter d'occhio sono a Cuorgnè. Uhhh già, è giorno di mercato, sono le nove meno un quarto, tra un quarto d'ora devo essere all'appuntamento! Oh povera me, devo ancora trovare parcheggio e se Rodolfo se ne andasse? Ma no, la mia buona stella mi assiste. Lascio la macchina e baldanzosa vado verso il bar. Attraversando la strada lo vedo già lì davanti che mi aspetta, meno male sta chiacchierando con una signora. Mi avvicino e sento che stanno parlando "a nostra moda": continuiamo a chiacchierare davanti ad un caffè fumante. E' stato un vero peccato che la signora che parlava con Rodolfo non si sia potuta fermare con noi perchè i clienti del bar, anche se facevano finta di niente, erano curiosi di sapere cosa ci stavamo dicendo: a Cuorgnè è raro trovare due o tre persone che parlano patois. Rodolfo, invece è a suo agio e mi racconta di quando da bambino il mestiere del vetraio era molto diffuso, così diffuso da rendere il comune di Ronco il paese dei vetrai.
Così come tanti altri ragazzini suoi compaesani, anche Rodolfo è cresciuto a pane e vetro: gli uomini della sua famiglia erano tutti vetrai da generazioni, perciò una volta divenuto grande abbastanza, è andato garzone dallo zio materno per imparare il mestiere. Non ha avuto altro maestro oltre allo zio dal quale ha imparato tutto ciò che sa.
Si stupisce un po' quando gli chiedo come mai abbia deciso di fare il vetraio e con incredulità mi spiega che quando era giovane lui, le cose erano molto diverse da come sono oggi: già i suoi figli hanno avuto la possibilità di scegliere "cosa fare da grandi", ma quando era ragazzino lui era frequente, normale seguire le orme dei padri, perciò ha continuato a fare ciò che la sua famiglia ha sempre fatto. Il suo è un lavoro di tradizione.
Pensandoci bene, se non fosse stato un lavoro di famiglia, forse gli sarebbe piaciuto far qualcos'altro...
Pur rimanendo uno dei famosi "vèdriat" di Ronco, i casi della vita e la modernità lo hanno portato a fare anche altri lavori, ma quando parla di quando era ragazzo gli occhi si illuminano e ricorda di quando tagliava con la punta di diamante, a mano, il vetro seguendo le misure e le esigenze del cliente, sembra quasi che accenni il movimento delle mani nell'aria. E' un attimo, la testa leggermente piegata verso una spalla, il movimento ripetuto tante volte scorre davanti agli occhi, è un attimo e il racconto riprende.
Poi il vetro pronto da montare si metteva in una speciale borsa di cuoio in modo da poterlo trasportare senza romperlo o rigarlo. La borsa aveva speciali bretelle in modo da poterla infilare come uno zaino al contrario (le bretelle passavano sulla schiena e la borsa, con dentro il vetro, si appoggiava alla pancia) così da poter tener d'occhio il vetro e non romperlo inavvertitamente. A volte se la dimensione lo permetteva, facevano le consegne anche in bicicletta. Altre volte era così grande non riuscire neanche a camminare.
Raggiunto il cliente si montava il vetro alla struttura che lo avrebbe ospitato (intelaiature di finestre, ante di mobili...) e il lavoro era finito.
Era un lavoro tutto fatto a mano, ogni vetro poi era su misura, era creato apposta, nel colore, nella dimensione nello spessore, nella maggior o minor trasparenza: ogni lavoro era unico. Oggi il lavoro del vetraio è cambiato parecchio: il cliente sceglie il tipo di vetro che preferisce nell'ambito di una certa gamma proposta dalle fabbriche, poi il vetraio prende le misure, le inserisce nel computer di una macchina e questa taglia la lastra. Quando era garzone Rodolfo si impiegavano ore, a volte giornate intere tra tagliare il vetro e poi delicatamente montarlo.
Apparentemente quello del vetraio era un lavoro abbastanza semplice, ma il vetro ha la brutta abitudine di rompersi facilmente e, come se non bastasse, questa sua caratteristica peggiora con l'aumentare delle dimensioni e con l'assottigliarsi della lastra di vetro.
Con lo zio erano molto abili: vetri di ogni genere e tipo non avevano segreti per loro. Tuttavia ciò che lo entusiasmava di più erano i vetri colorati necessari per le composizioni dei "vetri cattedrale": quando creavano i disegni si sentiva un po' artista. Mi basta guardarlo per capire che ha ragione che, almeno quando lui era un garzone, il vetraio non era un lavoro, ma un'arte. Dal suo racconto si capisce la passione, l'attenzione, la creatività necessaria e anche se forse, in fondo al suo cuore, gli sarebbe magari piaciuto avere una professione diversa, non può negare di essere un artista del vetro di Ronco, l'affetto con cui ricorda mostrano quanto sia legato al mestiere di famiglia.
franco-provenzale Parteunsi cant que fait dì da Turin, eud grose nèbie grize oun salutount: e-i-eust mai, ma e-smit d'estri a nouvèmber, lasì lou tchaout dla queu peur alà eun le val? Perforsi! Tchatcharà avè Rodolfo è-i-eust eun tal piazì que meun-eunfilou li tchaousì e coueurou a pìi la maquina. E deuou anque déstchoulame: ìer can que nou sèn suntù peur telefono ou se meuc ercoumeundà eud gnint fa tart peurquè quieul ou-i-eu gro eud coumisioun da fa eun piu ou-i-eu eun impègn eun Coumuna. Ou-i-eu si da fa que peur gnint perdri tèn ou-s-desvèyeut can que fait djourn, spetche cant a Courgnai è-i-eu lou mercà. Se veui dopo l'espèiza ou-i-eu na briva eud tèn peur mè. Quieul a sèt e mèz eud la matìn ou-i-eust djeu èiquì prount cou me spètet.
E-i-eust djeu eut bot, Turin ou-i-eust djeu lougn al mie spale: peur eun vi, forse, eull'a faou a estri pountoual. Peur touta la vìi la piodji è-i-eu mai quità na munuta, peur fourtuna e didjeus matin e lou trafic vers le valade ou-i-eust scourèvoul.
Parèi eun la fa eud di amen, seui a Courgnai. Ahh djeu e dì eud mercà, è-i-eust djeu neu méno eun couart e tra eun couart d'eura dèou estri a l'apountameunt prètchiza ‘me na moustra. Oh pora mè deou euncoù trouà eundoua lasì la maquina, spèrèn que Rodolfo ou-sneun vayet gnint via.
Lasou la maquina eun teun queuntoun e coueurou a l'apountameunt. Travèrsou la vìi, lou vèyou djeu d'eud lougn edvant aou bar cou me spètet meno male cou i-eust eun camin a tchatcharà avè na feumèla. Cant seui istaya vizin dj'ai suntù cou descoueurount tra eud leu a nostra moda: countinouèn a tchatcharà edvant eun boun cafè. E-t'istà eun darmadjou que la feumèla que tchatcharava avè Rodolfo è-i-eu gnint pousù fremase avè nou, peurquè li cliènt daou bar, anque se ou-fazont finta eud gnènte, ou-i-erount tuiti crièous eud tsavè tseun que nou dizìan: a Courgnai t'è abasteunsi rar tsintì doue o trai persoune cou deuscoueurount a nostra moda. Rodolfo envètche ou i-eust propi desdjenà e oun countet eud cant da magnà lou mestè da "vèdriat" ou-i-euret abasteunsi cougnesù tant da fa deuou pais eud Rounc lou pais dli "vèdriat".
Parèi ‘me tènti aoutri magnà, soun coumpeiseun, co Rodolfo ou-i-eustri cresù a peun e vèirou: ill'om dla soua famìi ou-i-erount tuiti vèdriat da djènèrasioun, pertchò co quieul, cant cou t'istà teuntin grant, ou-i-eust alà da geursoun da soun barba per eumparà lou mestè.
Ou-i-eu gnint vèou d'aoutri maestro, se gnint soun barba eundoua ou-i-eu eumparà tout seun cou sat.
Ou s'es stoupèit eun po cant li tchamou coume mai ou-i-eu dètchidù eud fa lou "vèdriat", ou me spieguet que can cou i-ereut djouveun quieul pouè pa gnint sèrni que travai fa, pa gnint parèi ‘mè euncui, djeu li soun fii ou-i-ont vèou la pousibilità eud tserni "coza fa da grant". Ma cant cou i-ereut djouveun quieul, eun po piu que eun magnà, e-i-ereut nourmal fa seun cou fazont li pari.
Lou soun ou-i-eust eun travai eud tredisioun, pèrò peunseunli bin, se fus gnint istà eun travai eud famìi forse è-i-arì piazù fa carcoza d'aoutrou ma ou-i-eu mai avù lou tèn eud peunsali.
Rodolfo ou rèstet un eud li piu cougneussù "vèdriat" eud Rounc, anque se li cas dla vita ou l'on pourtà a fa tènti aoutri travai. Ma cant ou descoueurt eud cant ou-i-euret botcha da soun barba, ill'uveui ou li brilount e smìit cazi eud vèlou mentre ou tayet a meun a to la pounta eud diamant li vèirou secoundou eul mezure e sle-ésidjense dli cliènt. E smiet cazi cou fazeut l'istèsi mouvimeunt dle meun eun l'aria. È-i-eust na quèstioun d'un atim, la tèsta apèina quinaya vèrs na spala, li mouvimeunt ripètù tènti vìi ou scoueurount eudvant a li soun ouveui, e-i-eust propi meuc eun moumeun e prè countinouèn a descoueuri.
Poi lou vèder, prount da mountà, eus butaveut eunt'una boueursa eud couram faita aposta peur pouèlou pourtà sènsa rounlou o rigalou. La boueursa è-i-avèt eud bertèle eun manèri da pouèla eunfilà parèi ‘mè nou zaino aou countrari. Eul bertèle ou pasavount drè su-sle-stchina e la boueursa, to dedin lou vèder, è-restavet edvant e poudjivet su la peunsi parèi es pouèt tinì d'uveui lou vèirou.
Ad vìi, seul dimensioun ou-djoou permetont, ou-fazet eul counségne a figna eun bitchicleutta. D'aoutri vìi li vèirou ou i-erount si grant da gnint fala gneunca a coueuri.
Aruva daou clieunt eus mountavet lou vèder su-le-tlee o dla fenèstra o dli mobil o dle porte; eus mountaveut li rigoulin o lou mastic e lou travai ou i-ereut bèle finì.
È-i-euret eun travai da fâ tout a meun ogni vèirou poi ou i-avèt na soua mezura ou i-euret fait aposta eun toou couleu, eun le diménsioun, eu lou spesour, eun la piu o mèno trespereunsi: ogni travai ou-i-euret unic.
Euncui lou travai dlou "vèdriat" ou-i-eust queumbià gro: lou cliènt ou sèrnet lou tipou eud vèder cou préférèit eun tli catalogui dle fabrique, lou vèdriat ou pìet eul mezure, eul butet eun tlou coumpioutèr e na maquina e-taye la lastra.
Can cou i-euret guersoun eus butavet d'eure, ad vìi, djournà euntìere tra taii li veder e dopo, pieun pieun, mountali. Ouramai eul maquine ou-font tout e parèi li védriè ou rièsount a servì eun gro numer eud cliènt.
È-smìet que lou travai da vèdriè è-sèt istà eun travai abasteunsi sèmpi, ma lou vèder ou i-eu co lou brut visi eud rounse souveunt e sta bruta caratèristica e-aoumèntet se aoumènt eul dimènsioun e la soutìise eud la lastra eud vèder.
Avè lou barba ou i-èrount propi eungueumba: vèder d'ogni sort e tipou ou i-avont gnun ségrèt peur leu. Ma seun que li piazet eud piu ou i-euret li vèder coulourà peur fa "li vèder quetédral": cant cou fazont li dizegn ous-sintivet co eun po artista. Eun basta verdalou peur capì cou i-eu razoun que, can cou fazet lou guersoun védriè, ou i-euret gnint meuc eun travai ma i-euret n'arte.
Deul soue parole ès-capèit la grosa pasioun, l'atènsioun, la crèatività nètchéssari anque se forse, aou found doou queur è-i-érit magari piazù avè fait n'aouta profèsioun, ma ou-peut gnint nègà d'èstri n'artista deuou vèirou eud Rounc, tant e-i-eust la pasioun peur sto travai, groupà aou mestè eud famìi.

C13_Rodolfo Recrosio.mp3Quando il vetro - audio

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