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Testimonianze dal territorio

Bogin - Un racconto di Natale

Bogin

de Franco Bronzat

Bogin - Un racconto di Natale
italiano

Nevicava molto in quel tardo pomeriggio del mese di dicembre; scendeva fitta fitta e tutto era sparito in un chiarore lattiginoso. Si era verso Natale e faceva freddo. Il camino della cucina si era quasi spento, rimaneva appena un po’ di brace, rossa. Sarebbero state sufficienti un po’ di rametti per riaccenderlo, perché il fuoco riprendesse a bruciare.

Dall’altra parte della cucina, nella stalla le vacche scuotevano la testa tirando le catene della mangiatoia. Avrebbe dovute accudirle, somministrarle il fieno, preparare il pastone e mungerle.

Nella stalla aveva pure qualche capra e un paio di pecore, che avevano partorito da un paio di mesi. Gli agnelli stavano poppando le loro madri.

Capre e pecore erano in uno spazio delimitato da due graticci con una piccola mangiatoia e attendeva anche queste la loro razione di cibo.

Michele tuttavia non aveva voglia di accudirle ma era suo dovere farlo, voleva troppo bene a quelle bestie per non badare ad esse in maniera adeguata. Tuttavia alle volte si sentiva stanco di fare quel lavoro. Per chi lo faceva, pensava, per chi ? Comunque era andato nel fienile dove vi era il mucchio di fieno. Dietro alla porta vi era una forca e iniziò a buttare in basso attraverso la botola il buon fieno che aveva raccolto l’estate passata. Ogni forcata gli faceva ricordare il prato dove era stata tagliata quella buona erba di montagna, che odorava dei fiori della sua valle, della sua baita lassù a Champ Primier. Quello che dominava era il profumo del serpillo, che lassù cresceva abbondante. Come era bello vedere in primavera l’erba alta e verde dei suoi prati dell’Estrangolhon, del Chaminet.

Quell’estate quassù era stata l’ultima per suo figlio che da qualche mese ormai aveva lasciato il suo paese e la sua famiglia.

Aveva deciso di scendere in città, di abbandonare la campagna, di lasciare suo padre Michele e sua madre Lena. Aveva pure due sorelle, Teresa e Caterina sposate da anni e abitanti fuori dalla valle.

Dare torto a suo figlio ? Aveva trovato un buon lavoro, in pianura. Un lavoro in una fabbrica dove si costruivano le ruote per le auto. Ma dopo una settimana di lavoro, soprattutto ora che faceva freddo, sapeva che che suo figlio non aveva molta voglia di salire lassù. Forse la casa si sarebbe riempita per Natale, forse per il Capodanno o per l’Epifania. Forse.

La nevicata ormai era diventata una tormenta che impediva di vedere a pochi metri. All’indomani avrebbe tribolato per tracciare la pista per giungere alla strada, nella speranza che il comune avesse fatto transitare lo spazzaneve.

La sua famiglia era l’ultima rimasta nella borgata; le altre avevano traslocato da qualche anno. In primavera saliva la famiglia di Filiberto e quella della Nora, che rimasta vedova aveva raggiunto i suoi due figli. Quando giungeva la buona stagione salivano per preparare i loro orti, dare aria alle loro case, pure altri del villaggio e pure qualche villeggiante che aveva acquistato e ripristinato qualche casetta.

Si, per l’estate il villaggio si riempiva e faceva piacere vedere tutta quella gente. Ma ora con la bufera che faceva vorticare la neve che si ammucchiava in grossi cumuli, non c’era da essere allegri.

Mentre preparava il pastone per le sue vacche con acqua tiepida e farina di mais, e pensava a tutte queste cose, aveva sentito battere all’uscio, due tre colpi, si qualcuno bussava. Moret, il cane aveva iniziato ad abbaiare. Chi poteva essere che giungeva in una serata come questa. Fuori era scuro e la neve cadeva e copriva tutto.

«Chi bussa ?» ha chiesto Michele

«Bogin, Bogin.» Aperto l’uscio ha visto un piccolo uomo, tutto coperto di neve, con un lungo cappotto che gli giungeva sino ai piedi, un vecchio zaino sulla schiena.« Chi siete ?» «Bogin», ha detto il piccolo uomo. Lo ha fatto passare nella stalla, dove tranquilli gli animali stavano mangiando il loro fieno. L’uomo si è tolto il cappotto, bianco di neve, lo ha scosso per farla cadere, lo ha buttato sul graticcio del recinto delle capre e si è lasciato cadere, stanco, sul fogliame ammucchiato. Moret lo ha annusato un poco e quindi andò ad accucciarsi sulla paglia ch’era in fondo alla stalla.

«Lena, Lena vieni qui.» Lena è arrivata subito e visto quel piccoletto, ha guardato suo marito: lo conosci ? Non l’ho mai visto. Prendi in fretta un bicchiere di acquavite, per rinvigorirlo un poco.

Dall’armadio a muro della cucina Lena prese la bottiglia dell’acquavite e un bicchierino.

Prendete buon uomo e raccontateci del perché siete salito sin qui a bussare alla nostra porta.

L’ometto a preso in mano il bicchiere, lo ha bevuto in un attimo, si è asciugato la bocca con la mano e quindi a detto: « Grazie di aver aperto la vostra casa a un poveraccio come me. Venivo qui già tanti anni fa, c’era ancora vostro padre che lavorava in miniera e vostra mamma Serafina accudiva la casa. Mi avevano già ospitato all’epoca e dato un posto caldo dove passare la notte.»

«Ma i miei genitori sono mancati già da molti anni, brav’uomo e non mi ricordo di Voi», disse Michele.

«È vero ! Eravate un giovane che pensava solamente alle ragazze della valle e poi i vostri genitori volevano farvi lavorare in campagna e questo non vi piaceva molto. Questo lo so. Preferivate sbevacchiare e far festa con gli amici che aiutare la vostra famiglia. E vostro padre lavorava sodo e penava per quattro soldi e mangiava polvere. Non è forse morto di silicosi ? Non si chiamava Pietro Antonio,….si vedete che ne so di cose sulla vostra famiglia !

Passavo ogni tanto e qui ho sempre trovato una piattata di minestra, un pezzo di pane e un bicchiere di vino. E non solo ciò, anche una parola buona, un buon viaggio e un arrivederci. Vostra mamma Serafina non mi lasciava mai andar via senza darmi un vasetto di miele, di marmellata, un salame, una pagnotta e ora nel mio viaggiare mi sono ritrovato qui in questo villaggio coperto di neve ma ho visto il camino che fumava e odorato quel buon profumo del legno che brucia.»

Lena intanto era andata a prendere un asciugamano e aveva aiutato l’uomo a togliersi le scarpacce e la giacca anche questa bagnata.

Michele e Lena avevano ancora l’abitudine, nella cattiva stagione, nella stalla, di preparare vicino alla finestra un assito dove era sistemata una stufa, tavolo, sedie, un letto e contro il muro si realizzava in paglia e rami una parete mobile per contrastare l’umidità.

Le vacche e gli altri animali riscaldavano la stalla e la stufa era necessaria per cucinare. Il mangiare cuoceva a fuoco lento visto che i due sposi non avevano premura e quando era cotto si mangiava. Le giornate passavano tranquille e con l’aiuto del Buon Dio si tirava avanti.

Lena prese le scarpacce e le mise vicino alla stufa. «Siete bagnato come un pulcino brav’uomo. Aspettate che vado a cercare qualcosa di caldo da mettervi addosso.»

Michele fece sedere Bogin vicino alla stufa senza chiedere nulla. Prese una coperta qu’era su di una panca e gliela mise sulle spalle.

Bogin stese le mani verso il fuoco e iniziò a sfregarsele . «Va un po’ meglio? Ora il peggio è passato. Siete al riparo. Non bisognerebbe mettersi in viaggio e a piedi in una giornata come questa. Neppure i lupi mettono fuori il loro muso dalle loro tane ! E poi dove volevate andare, che da queste parti non c’è più nessuno ?»

«Viaggio sempre, un po’ qui, un po’ la, dove mi portano i miei passi.»

«Ma non avete una casa, una famiglia che vi aspetta?»

«La mia famiglia è tutto il mondo ( la gente) e tutto il mondo è casa mia» rispose Bogin.

Michele pensò che Bogin volesse scherzare ma lasciò perdere e non fece altre domande. Se voleva chiacchierare e raccontare ne avrebbe avuto tutto il tempo.

Lena intanto aveva messo i piatti colmi di minestra bollente in tavola, una pagnotta, del salame, del formaggio grasso. Mangiarono. Il pover uomo mangiò con appetito, bevve qualche bicchiere di vino e pure un buon caffè. Lena aveva in serbo una sorpresa, un dolce che aveva preparato nel forno della cucina: una mela zuccherata cotta nella pasta del pane . Una leccornia !

«E’ dolce come la melassa ! Complimenti Lena, siete una brava donna di casa, il vostro Michele non può certo lamentarsi ! » «State tranquillo, non si lamenta, In questi giorni è un po’ afflitto poiché i nostri figli sono lontani e non sappiamo se saliranno per natale o per le feste del capodanno. Alla nostra età abbiamo bisogno di vedere gente e la nostra famiglia è tutto ciò che abbiamo.»

Bogin non finiva più di elogiare Lena per la cena e per tutto ciò che aveva fatto per lui ma poi si fece serio e guardando Michele e Lena negli occhi e prendendogli le mani nelle sue gli disse: «Michele, Lena siete una coppia fortunata perché i vostri figli vi vogliono bene. Verranno per le feste, state tranquilli, non sarà il ghiaccio e la neve che li terranno lontani dalla loro famiglia.»

«Bogin, come potete dire questo, non sapete nulla di loro, non li conoscete !»

«Avete ragione, non li conosco ma so, sento che sarà così.»

La giornata era stata lunga e piena di avvenimenti, era ora di andare a dormire.

Lena e suo marito avevano anche li il loro letto. La stalla era calda, gli animali ruminavano tranquilli. Bogin andò a mettersi sul fogliame con un paio di coperte e un cuscino. Fuori la neve cresceva sempre di più, all’indomani avrebbero trovato un bello strato di neve.

Un debole chiarore rischiarava la valle. La neve tuttavia aveva smesso di scendere. Tutto era bianco e si sentiva lontano l’abbaiare di un cane.

Bogin si era già alzato, aveva tratto dallo zaino un pettine e si era messo un po’ in ordine come aveva messo in ordine le sue misere vesti.

Michele aveva iniziato a governare le vacche, aveva tolto il letame, messo la paglia. Le mammelle erano gonfie di latte. Lena seduta su di uno sgabello aveva iniziato a massaggiarle, poi a mungerle e gli schizzi del latte avevano iniziato a riempire il secchio.

Michele aveva acceso la stufa, preparato la caffettiera, messo delle scodelle e dei cucchiai sul tavolo. Bogin stava rivestendosi con i suoi abiti, ormai asciutti, Aveva chiesto un po’ di grasso per ungere i suoi scarponi, per poter così camminare nella neve.

Avevano fatto colazione, latte. caffè, un pezzo di pane. Era ora per Bogin di andarsene. Lena aveva messo un po’ di cose da mangiare nello zaino, una camicia di suo marito quasi nuova, un paio di pantaloni del figlio che all’ometto sarebbero andate bene. Michele prese da una scatola di ferro a fiori, dove conservava qualche soldo. Prese un biglietto di banca: « Bogin, è per Voi, se ne avrete bisogno, almeno avrete qualcosa che vi possa sollevare ma se volete potrete restare qui per un po’ di giorni, siete il benvenuto.»

«No grazie, devo riprendere il mio viaggio, ho ancora molta strada da fare per raggiungere la mia famiglia.» Abbracciò i due sposi e se ne andò al suo destino.

Un agrifoglio che cresceva all’angolo dell’orto, rosso di bacche, riparava un mucchio d’uccelli in cerca di cibo; uno scricciolo usciva dal fascinaio che era dietro alla casa dove aveva trovato un ricovero per la notte.

Michele guardò Bogin che solcava la neve alta e farinosa, passo dopo passo, poi sparì nella nebbia; allora solamente allora rientrò in casa.

Quando terminò di accudire i suoi animali, prese la pala, quella bella e larga, ben ingrassata . Iniziò a spalare verso la strada seguendo le pedate lasciate da Bogin ma ad un certo momento le tracce scomparvero. Non una traccia nella neve. Lo strato era liscio, nessuno era passato di li.

Stupito per ciò che aveva visto andò a cercare sua moglie.« Lena, chi è quel Bogin ? Non ha lasciato delle tracce nella neve, non riesco a capire. Anche se piccolo è un uomo o è un angelo che è volato in cielo. Lena dimmi !»

Lena non sapeva ciò che dire. Era accigliata e stupita, non capiva. Anche Michele era stupito per ciò che era successo. Quanti anni poteva avere quel Bogin, aveva conosciuto suo padre, sua madre. Era difficile attribuirgli un età. Ecco, ne giovane, ne vecchio ma doveva avere parecchi anni. I due poveretti ci pensarono lungamente senza riuscire a comprendere l’enigma.

Dopo qualche giorno giunse Natale. E arrivò tutta la famiglia di Lena e di Michele. E raccontarono tutti d’aver visto un ometto, un piccoletto con uno zaino sulle spalle e un paio di scarpacce ai piedi, nelle città dove abitavano che gli aveva sorriso e salutati e che gli aveva trasmesso la voglia di ritornare al loro villaggio per Natale, abbracciare la Lena e il Michele. Dal cielo un angelo sorrideva.

occitan

Veniá bien de neá en quèla bass’ora dal mes de dezembre; ilh veniá aval serraa serraa e tot era dispareissut dins una claror laitosa. ‘Os eran pas luènh de Chalendas e la faziá freid. Lo foier de la cuzina al s’era quasi estenth, sobrava just un pauc de braza, roia. La sariá istat de sufizença un pauc de buschèlhas per l’avivar, perquè lo fuòc reprenguèsse de brular.

De l’autre caire de la cuzina, dins lo teit las vachas sopatavan la tèsta en tirasseiant las estachas. Al auriá dogut las governar, li donar de fen, aprestar la brenaa e las blechar.

Dins lo teit al aviá decò qualquas chabras e un parelh de feás, qu’avian anhelat de un parelh de mes. Los anheaus eran entren de tetar sas maires.

Chabras e feás eran dins lo mean fait abó doas cleás abó una pechita crèpia e las atendian decò aicèstas lor pidança.

Michel pas mens al aviá pas vuèlha de las acudir mas li tochava, al voliá tròp ben a quèlas bistias per pas las agriar comà la chaliá. Pas mens de viatges al se sentiá las de far quel trabalh. Per qui zo faziá, al sonjava, per qui ? Totun al era anat dins la feniera adont era la mòta dal fen. Darreire la pòrta la li era una forcha e comensec de fotre aval de la trapa lo bon fen qu’aviá rabastat l’istat passat.

Chasca forchaa li faziá soventar lo prat adont era istaa talhaa quèla bona erba de montanha, que sabiá las flors de sa valea, de sa muanda aiquiaut a Champ Primier. Çò que dominava era lo parfum dal serpol, que aiquiamont creissiá abondant. Comà l’era bel véer la prima l’erba auta e verda dins sos prats de l’Estrangolhon, dal Chaminet.

Quel istat aiciamont era lo darrier per son filh que de qualqui mes dauzaüra aviá quitat son país e sa gent.

Al aviá decidat de descendre a la viela, de abandonar la campanha, de laissar son paire Michel e sa maire Lena. Al aviá decò doas sòrres, Teresa e Catarina marriás de bien d’ans e fòra de la valea decò èlas. Li donar tòrt a son filh ?, al aviá trobat un bon trabalh aval, en planura. Un trabalh dins una fabrica adont la se faziá de roas per las veituras. Mas apres una semana de trabalh, sobretot aüra que la faziá freid, sabiá que son filh al aviá pas gaire vuèlha de montar aiquiaut. Beleu la maison ilh se sariá rampliá per Chalendas, beleu per lo primier de l’an o plos Reis. Beleu

La neviera era dauzaüra venguá una selha que empachava de véer a pauqui metres. Deman al auriá tribulat far la chalaa per arribar al chamin, en esperent que la comuna aguesse fait passar lo chaçaneá. Sa familha ilh era la darriera sobraa en la borjaa; las autras las avian ja fait meiranda de qualquis ans. La prima vito li montiá just la familha de Filibert e quèla de la Nòra, que sobraa veva aviá rejonth sos dos filhs. Pas mens la bona sason arribaa ilhs montavan, aprestar lori òrts, donar aire als caseis, decò d’autri dal vialatge e decò qualqui viletjants qu’avian achataas e aranjaas qualquas maisonetas.

Òi, per l’istat lo vialatge se ramplissiá e faziá jòi véer tota quèla gent. Mas aüra abó lo sistralh que faziá molinar la neá que ilh s’acuchonava en de gròssi selhs, li era pas de sobrar alegres.

Dal temps qu’aprestava la brenaa per sas vachas abó d’aiga tèbia e de melia, e pensava a totas aicèstas chausas, aviá auvit picar a l’us de la pòrta, dos tres còlbes, òi qualcun tabassava. Moret, lo chin aviá japasseiat. Qui er-la que arribava dins un vespre comà quel’quí. Fòra era ja escur e la neá chaiá e acovatava tot.

« Qui tabassa ?», a demandat Michel.

«Bogin, Bogin». Ebèrt l’us al a vit un pichit òme, tot cubert de neá, abó un long pastran que li arribava fin quasi als pès, un velh abrassac sus l’eschina. « Qui siatz-os ?» «Bogin», al dit lo pichit òme. L’a fait passar dil teit,adont tranquilas las bistias eran entren de malhar lor fen. L’òme al s’es chavat lo pastran, blanc de neá, l’a sopatat per la far chaere, l’a butat sus la cleá dal mean de las chabras e apres s’es laissat chaere en la jaciera, fatigat. Moret l’a susnat un pauc e puèi al es anat se jaire sus la palha trapausaa al fons dal teit.

«Lena, Lena ven un pauc aicí.» Lena ilh es arribaa subite e vist quel pichiton, al a agachat son òme: «Zo conoissas-ti ?» «Non l’ai jamai vist. Pren vito un veire de branda, per lo reviscolar un pauc.»

De un placard qu’era en cuzina Lena prenguec la botelha de la branda e un gobelet.

«Prenatz bon òme e contiatz-nos dal perquè ‘os siatz vengut fin aicí tabassar a nòstre us.»

L’omenet a pres dins sa man lo gobelet, l’a begut ent un ren, s’es eissuat la gola abó la man e apres al a dit:« Mercés de aguer ebèrt vòstra maison a un pauret comà mi.

Veniu aicí ja tantis ans fai, li era encara vòstre paire que trabalhava a la miniera e vòstra maire Serafina que acudissiá maison. M’aviá ja donat alora de minjalha e m’aviá donat un endreit chaud adont passar la nuèit.» Al aviá pas una votz fòrta mas al besodeiava un pauc crentiós.

« Mas los mius ilhs se n’en sion anats de una banda d’ans, mon brave òme e me n’en sovento pas de vos » a dit Michel.

« Oh, l’es verai ! ‘os eres un jove que pensava ren que a la filhas de la valea, e puèi los vòstri ilhs volian vos far trabalhar en campanha e aiquò la vos plaiá pas gaire. Aiquò zo sabo. La vos agradava de mai far lorda e ribotar abó los amics que ajuar vòstra familha. E vòstre paire trimava e penava per quatre sòus e minjava de possiera. Es-el pas mòrt de silicòsi ? Se mandava pas Peire-Antòni, ...òi, veatz-os que n’en sabo de chausas sus vòstra familha!

Passavo chas tant e aicí ai tojorn trobat un’assietaa de menestra, un tòc de pan e un veire de vin. E pas mesquè aiquò , decò una paraula bona, un bon viatge e un arvéer. Vòstra mama la Serafina ilh me laissava jamai anar viá sença me donar un pauc de meel, de marmelada, un saucisson, una mica e aüra dins mon viatjar me siuc retrobat aicí en cest vialatge cubert de neá mas ai vist lo fornel que tubava e sentit quel bon flat dal bòsc que brulava.

Entrementier Lena era anaa pilhar un eissuaman e aviá ajuat l’òme se chavar los grolaç e la vèsta qu’era decò trempa.

Michel e Lena avian encara l’abituda, dal marrit caire, dil teit, d’aprestar dapè de la fenèstra un planchier adont veniá plaçat un poile, una taula, de careas, un leit e contra la muralha veniá faita la palhaciera per chavar l’umol. La vachas e las autra bistias eschaudavan lo teit e lo poile serviá per cuzineiar. Lo minjar al mijotava tranquile bòrd que los dos espós avian pas pressa e quand al era cuèit la se minjava. Las jornaas passavan tranquilas e abó l’ajuá dal Bon Dius la se tirava arant.

Lena prenguec los chaucieraç e zos butec vezins dal poile. «‘Os siatz tremp comà un polic mon brave. Atendatz que vauc cherchar qualcaren de chaud de vos butar acòl.»

Michel a fait assetar Bogin caire dal poile sença ren demandar. Al a pres una flaçaa qu’era aiqui sus una bancha e li l’a butaa sus las espalas.

Bogin a estendut las mans vers lo fuòc e puèi al a començat de las fretar una abó l’autra.

« La vai un pauc melh ? Aüra lo peis al es passat. Siatz a la sosta. Chaleriá pas se butar en viatge e puèi a pè dins una jornaa parelh. Manc los lobs butan fòra lor morre de sos lobiers! E puèi adont voliatz anar, que amont d’acicí la li a pas mai ningun ?»

«Viatjo totjorn , un pauc aicí, un pauc ailai, adont me pòrtan mos pas»

«Mas ‘os avatz pas una maison, una familha que ilh vos atend ?»

«Ma familha l’es tot lo monde e tot lo monde l’es ma maison », respondec Bogin.

Michel pensec que Bogin volguèsse badinar mas laissec perdre de far de demandas. S’al voliá barjaqueiar e contiar al n’auriá agut tot lo temps.

Lena entrementier aviá butat sus la taula las assietas plenas de menestra bulhenta, una mica de pan, un saucisson, de fromatge gras . Mingeron. Lo paure òme mingec abó apetit, buvec qualque veire de vin e decò un bon cafè. Lena pas mens aviá una sorpresa, un gastel qu’aviá aprestat dil forn de la cuzina: un pom sucrat butat dins la pasta dal pan. Una lecuènha !

«L’es dóoç comà la melica ! Compliment Lena, siatz una bona meinagiera, vòstre Michel al pòl pas se planher !» « Istat tranquile, al se planh pas. De cèstos jorns al se chalmis que nòstri filhs sion luènh e sabem pas se ilhs montaren per Chalendas o per las fèstas dal primier de l’an. A nòstre eatge avem besonh de véer de gent e nòstra gent l’es tot çò que ‘os avem.»

Bogin al finissiá pas de gabechar Lena per sa cina e per tot çò que ilh aviá fait per el mas puèi se fazec seriós e en agachent Michel e Lena ent als uèlhs e en li prenent sas mans en las suás li dizec: « Michel, Lena siatz una cobla fortunaa perquè vòstri filhs vos vòlan ben. Venaren per las festas, istats tranquiles, sarè pas lo gìure e la neá que li tenaren luènh de sa familha. »

« Bogin comà fazatz a zo dire, sabatz pas ren d’èli, los conoissatz pas !»

Os avatz razon, los conoisso pas mas sabo, sento que sarè parier.

La jornaa era istaa lonja e plena de aveniments, era ora d’anar s’empalhar.

Lena e son òme avian decò son leit. Lo teit era chaud, las bistias las runhavan tranquilas. Bogin anec se plaçar sul jaç abó un parelh de cubèrtas e un cussin. Fòra la neu creissiá totjorn mai, deman los aurian trobat un bel pesel de blancha.

Una fèbla claror esclarziá la valea. La neá pas mens aviá quitat de chaere. Tot era blanc e s’auviá luènh lo japar d’un chin.

Bogin s’era ja levat, aviá tirat fòra de son abrassac un penche e al s’era butat un pauc en òrdre comà aviá butat en òrdre sas grèudas.

Michel aviá començat de chadelar las vachas, aviá chavat la tampaa, butat l’empalh, Las poças eran embinaas de lait. Lena assetaa sus un selòt aviá començat de las mangolhar, puèi de la blechar e los esbrichs de lait avian començat de ramplir la selha.

Michel aviá alumat lo poile, aprestat la cafetiera, butat d’escuèlas e de culhiers sus la taula. Bogin era entren de se butar sa rauba, dauzaüra eissuta. Aviá demandat un pauc de sim per onher sus chauciers, per poguer perparelh marchar dins la neá.

Avian fait dejuèn, lait , café , un tòc de pan. L’era ora per Bogin de se n’en anar.

Lena li aviá butat un pauc de minjalha din son abrassac, una chamiza de son òme, quasi nova, un parelh de braia de son filh que a l’òmenet sarian anaas ben. Michel prenec una boita de fèrre, florajaa, adont gardava qualque sòus. Prenec un bilhet de banca: « Bogin, al es per vos, se ‘os n’aguesses besonh, almens ‘os avatz qualquaren per vos solatjar mas se ‘os volatz poatz vos arestar aicí per qualqui jorns, siatz lo benvengut.»

«Non, mercés, devo reprener mon viatge, ai encara bien de chamin a far per rejonher ma familha.»

Embracec los dos espós e s’n’en anec a son destin.

Un gravolier que creissiá a l’angle de l’òrt, roi de balicas, asostava un baron d’uzeaus en chercha de crapilha; un pichit rei sortiá dal faissinier qu’era darriere de la maison adon aviá trobat abric per la nuèit.

Michel agachec Bogin que draiava la neá auta e farinosa, pas apres pas, puèi despareissec dins la nèbla; alora mesquè alora rintrec dins maison.

Finit qu’al aviá de agriar sas bistias, anec prener sa pala, quèla bèla e larja, ben engraissaa de sim.

Comencec de palar envers al chamin en seguent las peaas laissas de Bogin mas a un certen moment las peaas an despareissut. Pas una remorça dins la neá. Lo pesel era suèli, ningun era passat d’aiquí.

Estonat per çò qu’al aviá vist anec cherchar sa fèmna. «Lena qui ‘s-el que Bogin ? Al a pas laissat de peaas sus la neá, arribo pas de comprener. Mesme se pichit al es un òme o es-el un ange qu’al a volat dins lo ciel, Lena ditz-me !»

Lena sabiá pas çò que se dire. Ilh era tètja e esmaiaa, compreniá pas. Mesme Michel al era esmaiat per çò que a li era encapitat. Gaire ans al poiá aguer quel Bogin, al aviá conoissut son paire, sa maire. Era dificile li donar un eatge. V’aicí, ni jove, ni velh mas al duviá aguer bien d’ans.Los dos paures li an bien sonjat sença arribar de desfrachar l’embuèlh.

Apres qualqui jorns Chalendas arriberan. E arribec tota la familha de Lena e de Michel, los filhs, los nebots, los genres.

E li contieran d’aguer tuts vist un omenet, un pichiton abó un abrassac sus l’eschina e un parelh de chauciraç als pès, per las vielas adont istavan, que li aviá soriut e saluats e que li aviá fait venir vuèlha de retornar a lor vialatge per Chalendas, embraçar la Lena e lo Michel. Dal ciel un ange soriiá.

Franco Bronzat