italiano

Ci sono storie che nascono, crescono e muoiono sulle nostre montagne. Altre volte il destino porta gli uomini lontano dalle proprie case per questioni di riscatto o di sopravvivenza. Ognuno ha nella mente i suoi elaborati progetti d'esistenza. Gli occorrono soltanto tempi e luoghi opportuni per farli vivere.

I - La felicità

"La felicità è un mito inventato dal diavolo per farci disperare" diceva Flaubert. Essa appartiene a quella categoria di cose difficili da trovare e che, una volta trovate, si fa poi fatica ad afferrare e trattenere.

La penisola di Halifax in Nuova Scozia è il primo avamposto della terra ferma che corre incontro a chi, solcando le gelide acque del Nord Atlantico, fa rotta verso le coste canadesi. Su una collina di quel promontorio sorge il cimitero cattolico di Mount Olivet. Qui, accanto alle tombe di uomini illustri e gente comune, si ergono in doppia fila i cippi funerari di diciannove delle millecinquecento vittime del più famoso e celebrato naufragio della storia moderna. Restituiti dall’oceano e recuperati dalla nave Mackay-Bennett, quei diciannove naufraghi trovarono qui la loro estrema dimora. Sarebbe cosa giusta che ad ognuno fosse concesso almeno di essere seppellito in una terra che conosce, sotto un cielo che lo conosce e tra quelli con cui è vissuto. Per i diciannove di Mount Olivet ciò non fu possibile.

A prescindere da questo e dall’essere stati felici in vita, un cimitero posto in cima ad una collina alberata a breve distanza dagli scrosci del mare, oltre ad essere un luogo suggestivo e privilegiato di sepoltura, rappresenta comunque un degno terminale per una tragitto esistenziale avventuroso.

La vita - tornando a Flaubert - sarebbe dunque una parabola nella quale non è prevista la felicità? Poiché chi va in cerca della felicità è un infelice - in quanto non la possiede -, gli esseri umani più felici sarebbero quelli che non la cercano affatto.

Eppure si sono mossi in tanti, scavalcando montagne, solcando mari, valicando tutti i confini e gli orizzonti possibili. Nel suo viaggio verso più promettenti destini, sospinto dall’ottimismo della volontà, ognuno spera sempre di trovare una risposta ai propri bisogni irrisolti di felicità.

Con discorsi ben più leggeri era iniziata quella sera, come ogni settimana, l’affiatata conversazione della spensierata «compagnia del giovedì». Eravamo disposti attorno al tavolo per la solita cena

da Giacomo alla borgata Margaria di Roccabruna.

Chiassosi adepti di un consumato rituale a base di salame, pane fatto in casa (pan dal noste), insalata, risate e ottimo vino, andavamo avanti a conversare in allegria.

Quando, nell’ultimo scorcio di serata, è il turno degli sproloqui e degli spropositi, quella volta, muovendoci goffamente tra luoghi comuni e argomentazioni seriose assolutamente fuori luogo, andiamo malamente a naufragare sui modi e i luoghi di ricerca della felicità.

Ci ritroviamo persino a considerare con parole nostre che, se è vero che la terra promessa non è un luogo dove andare ma una situazione dell'anima nella quale vivere, è anche vero che talvolta nel tentativo di raggiungerla qualcuno si ritrova a correre davvero lontano.

E così quando la palla della conversazione passa al capitano, per trarci in salvo ed esemplificare a modo suo sulla precarietà degli umani destini e sulla sfuggevolezza del bene supremo, Giacomo, che da qualche minuto, estraniatosi dal discorso, stava assorto in pensosa serietà, tira giù dalla soffitta della memoria una bella storia delle sue.

La memoria è custode fidata di ciò che è stato. Nel suo scrigno ben custodito di ricordi Jacou ha molte storie degne di memoria come questa.

Quella di stasera è una vicenda assai lontana, ma che ci riguarda da vicino. Per questo ci disponiamo ad ascoltare in doveroso corale silenzio.

II - La promessa

Ài counuissù na fremo…Conobbi una signora, morta una ventina d’anni fa a Cannes in Francia all’età di 95 anni circa… I disìen Marì… si chiamava Margaria Maria Agnese, figlia di Giovanni (Jann dal Sartou’), nata il 15 dicembre 1890, nella borgata la Gourro, poco sopra Sacra Famiglia di Roccabruna. Il nonno paterno Giuseppe faceva il sarto.

Marì d’Jann dal Sartou’, emigrata in Francia, ogni tanto faceva ritorno alla borgata natia.

Era la primavera del 1940, me lo ricordo bene perché la guerra era già nell’aria e qualche mese dopo (10 giugno) l’Italia avrebbe aperto le ostilità sul fronte occidentale. La guerra con la Francia fu proprio una vera disdetta, specie per chi, come Maria, aveva casa, lavoro e famiglia al di là delle Alpi.

Quel giorno - io avevo vent’anni e lei cinquanta - ci incontrammo e, parlando delle cose che furono e che ci riguardano, accennammo alla mia borgata. «Tu Jacou – m’à dich - sés dal Nouràt e alouro a tu sa que t’ou countou. Lou mìou prim calignàire venìo d’amoùn…Tu Giacomo – mi disse - sei del Nuràt, allora a te lo devo raccontare. Il mio primo fidanzato proveniva da lassù…».”

Con l’anima pacificata ma ancora capace di nostalgia Maria accetta di ripercorrere la memoria di quell’amore perduto. Nostalgia non come sterile malinconia, ma come dolcezza di ripensamenti e persistenza di memorie care.

Capelli scuri, occhi chiari, era Marsèl detto Poùlo, il primo amore di Maria. Sul suo cognome Giacomo non ha certezze. “Seui pu’ ben sigùr, ma m’esmìo qu’i disìen Bernardi: non sono molto sicuro, ma mi sembra che si chiamasse Bernardi. Mi ài ‘nca’ counouissù sa maire…Io ho ancora conosciuto sua madre, apèna que m’arcòrdou…anche se non ne ho che un pallido ricordo”

Come confermeranno poi i registri degli atti battesimali di Roccabruna, il primo amore di Marì si chiamava Giovanni Battista Bernardi, nato il 19 ottobre 1890. Marcello era il suo secondo nome, di battaglia o di comodo, dal momento che nella borgata natia con i cognomi ridotti a tre (Bernardi, Acchiardi e Inaudi) i Giovanni Battista pullulavano. La madre Caterina Acchiardi, che Giacomo ha ancora conosciuto da bambino, per parte materna era del casato dei Lito, un ramo cadetto della stirpe d’Aquì dal Prefét.

Il padre Giuseppe era della stirpe d’Aquì de la Relijoùn, una delle famiglie più benestanti del Nouràt. Possedevano terreni in discreta quantità, parecchie grange, un bel caviàl, il toro per la monta, l’araire d’bosc e la domo, l’aratro di legno e il calesse, tutti status simbol di quei luoghi e di quei tempi.

Marì, abitava a la Gourro e Marsèl al Nouràt, due delle centosette borgate della pleiade di Roccabruna.

Inseguendo quelle due ombre lontane in un tempo quasi irraggiungibile del passato Giacomo si appresta a inoltrarsi senza fretta tra gli azzardi e le inquietudini di una storia avventurosa.

A diciott’anni, frugando nell'altra metà del cielo in cerca di affinità, Marcello aveva incontrato gli occhi di Maria. I due si conobbero alla festa del paese, si frequentarono con cauti cenni e misurati sguardi nelle veglie serali nella stalla dell’una e dell’altra borgata.

Si parlarono anche, quando poterono, scambiandosi promesse e progettando illusioni. Sulla loro montagna la vita scorreva tranquilla, con le sue rassicuranti consuetudini e le sue ordinate attività. Esistenze silenziosamente dignitose di uomini

e donne intenti a seminare i campi, falciare i prati, trascinare a valle i menòou (i fasci di fieno) sulle lée (le slitte), mietere la segale sui terreni avari dei campi terrazzati, radunare le castagne nei secòou (i seccatoi)… Dalla primavera all’autunno lassù ogni stagione aveva la sua programmata operosità. Ma nulla di tutto questo avrebbe potuto concorrere alla realizzazione del loro progetto di ricerca della felicità. L’occasione di riscatto non potevano certo trovarla in quel mondo sorretto da un’economia di sopravvivenza. Lì non c’era spazio per alcuna ambizione.

Per conseguire i presupposti economici su cui fondare il loro sogno occorreva un fuga lontana dal quel loro irredimibile mondo. Poiché la fame è peggio della nostalgia e le scelte sono frutto di obbedienza alle ragioni del proprio essere, Poulo fu costretto a programmare una temporanea lontananza dalla sua borgata natia e dal suo amore appena sbocciato. Nacque così il proposito, la scommessa irrevocabile di farcela.

«Vàou vìo ma vénou pi mai e couro mountou chapeu’ de sòout te ne portou que vai bén…Parto, ma ritornerò con un bel gruzzolo». Fu pressappoco questa la promessa che Marcello fece a Marì, prima di correre verso un più promettente destino. Ma i conti di una promessa devono tener conto dei capricci e delle intemperanze della sorte.

«Lou miou Marsèl l’èro ‘n jouve degourdì e perchassoùs…un que la soubìo loungo…il mio Marcello era un giovane volenteroso e solerte …uno che sapeva il fatto suo».

Ragazzo intraprendente, risoluto d’intenti, Marcello possedeva un po’ di quella rischiosa avventatezza capace di trasformare un uomo da osservatore compunto e quieto, appiattito in un'esistenza priva di sussulti, a protagonista di impennate vicende.

E’ risaputo che un tempo, dalle nostre vallate, quasi tutti i giovani erano costretti a partire in cerca di migliori fortune. Tra le scelte che si prospettano a chi emigra in cerca di lavoro due sono prioritarie: quella del luogo di destinazione e quella dell’attività lavorativa da intraprendervi una volta arrivato. Seguendo le orme di chi li aveva preceduti e agevolati dalla loro presenza, i nuovi migranti sceglievano per lo più località dove si era già insediato un buon contingente di compaesani e lì optavano per lo stesso tipo di attività lavorativa intrapresa dai predecessori.

E così abbiamo schiere di anchouìer (gli acciugai) che sciamano da Moschieres e Celle verso Vercelli, Novara e Milano, da Elva partono i marsìer (i mercanti ambulanti), i mineur (i minatori) di Pradleves e Castelmagno si arruolano nei cantieri stradali di Provenza, i floricoltori di San Pietro Monterosso e di Roccabruna tengono banco nel Nizzardo e così via.

La specializzazione degli emigranti del Nouràt era il servizio nei ristoranti e negli hotel in qualità di camerieri.

I luoghi di destinazione in terra francese erano Nizza, Cannes,

Grasse, Tolone, Marsiglia e chissà quante altre contrade di Provenza.

Ma per qualcuno la terra promessa era altrove, i più audaci, quelli abituati a navigare nella vita con venti difficili, con rotte avventurose si spinsero in luoghi ben più remoti. Un gruppo di ardimentosi si era spinto fino a Parigi, capitale opulenta di quella spensierata età dell’oro che fu la Belle Époque.

Marsèl, quando decise di spiccare il volo, non si accontentò di oltrepassare la frontiera di ponente. Per sé e la sua Marì nutriva ambizioni più grandi. Il folle volo del suo sogno andò a planare assai più lontano. Raggiunse dapprima Parigi, favorito dalla testa di ponte costituita da un gruppo di compaesani lì presenti.

Dopo un periodo di apprendistato nella capitale francese, attraversò la Manica e si recò a Londra, dove c’era una nutrita colonia di emigranti italiani che lavoravano negli hotel. Nel 1911 ritroviamo Bernardi Baptiste nell’elenco del personale del Ritz Hotel colla qualifica di cameriere (waiter). Ma c’era di meglio per i sognatori più ambiziosi. La vera terra promessa era il Nuovo Mondo al di là dell’Atlantico. E così quando anche l’Inghilterra non gli bastò più, «lou miou calignàire à vourgù anà fin en Mèrico: il mio fidanzato volle spingersi fino in America», continua a raccontare Maria.

Dagli Hotel londinesi quell’anno (1912) si mossero in molti, ingaggiati come camerieri sui piroscafi, verso l’avventura americana. Del gruppo faceva parte anche Giovanni Battista detto Marsèl, il waiter del Nouràt.

Quello dell’emigrante è un percorso infido, fitto di attracchi e ripartenze, in cerca di sicuri definitivi approdi. Tutto ciò a condizione che la sorte gli consenta di evitare i sempre possibili naufragi.

III - La nave

L’amore, pur se elettivo e condiviso, è un sentimento difficile che prevede sofferenze ed erranze e talvolta comporta anche dolorose separazioni.

I giorni passati nella lontananza alimentano, in coloro che si amano, il sentimento sofferto della nostalgia.

La distanza che le separava era tanta, il tempo necessario per adempiere alla promessa era lungo, ma grande era il sentimento che univa quelle due anime. La lontananza vissuta nella reciproca nostalgia alla fine è solo un modo diverso di stare insieme, uno stare vicini a distanza. Appartenenza e separazione possono coesistere.

Quasi certamente era un regalo della sua Maria quella spilla portafortuna a ferro di cavallo, che Marcello portava con sé quella tragica notte. Un piccolo talismano incapace di tenere a bada le bizzarrie del destino e allontanare la cattiva sorte.

I due innamorati si scambiavano lettere appassionate, fitte di propositi e di promesse. Ogni navigante ha la sua stella e quella di Poulo era Marì. In un luogo ben custodito, come pegno rassicurante, Marcello teneva quelle accorate missive. Ogni tanto le avrà rilette, per mitigare il cruccio della nostalgia. La stessa cosa faceva Maria all’altro capo del sogno. Amore a distanza dunque, nostrano umile corrispettivo dell’«amor de lonh» elevato secoli prima ad altezze poetiche e sublimato nel canto dal grande poeta provenzale Jaufré Rudel.

Quando Giacomo ascolta il racconto nostalgico di Marì, quel sentimento benché stemperato nel tempo è ancora capace di lacrime segrete. Di ogni amore perduto la tenerezza è nel ricordo, nella memoria di quell'emozione condivisa che ci ha sfiorato per un attimo e non siamo stati capaci di trattenere.

La vita può essere una di quelle sfide in cui scopri di aver diritto a un solo colpo. Sai che non ci sarà una seconda occasione. Per realizzare il tuo sogno c’è un solo luogo e una sola possibilità. Dicono che le speranze e ancor più le illusioni siano la fede dei deboli e dei diseredati. Marcello era volato via sorretto da quella fede e colla determinazione del suo proposito.

Dopo i primi approcci con la ristorazione in terra di Francia – a Parigi - il cameriere del Nouràt attraversò la Manica e raggiunse Londra. L’indirizzo londinese di Marsèl era al 113 di High Street a Notting Hill Gate. L’Hotel presso il quale prestava servizio come cameriere prima di affrontare la nuova avventura era il Ritz di Piccadilly. Situato nel cuore antico della città all’angolo del Green Park, a un tiro di schioppo da Buckingham Palace, era uno dei migliori locali londinesi.

Ma a Marcello ancora non bastava. Gli avevano detto che, sulle navi da crociera, in una settimana ti portavi a casa quello che in Francia o in Inghilterra mettevi da parte in mesi di duro lavoro. Per questo ulteriore balzo nella scalata al suo sogno Poulo scelse la nave più grande, commisurata al suo amore, alla sua promessa e alle sue ambizioni: il Titanic.

Il gigante dei mari era stato costruito nei cantieri irlandesi di Belfast. Il progetto mirava alla creazione di una nave che puntasse sulla comodità e il lusso del viaggio, piuttosto che sulla sua velocità.

Varato il 31 maggio 1911 il transatlantico vide ultimate le sovrastrutture il 31 marzo 1912. Superata la “prova del mare” il 2 aprile dello stesso anno, sette giorni più tardi il Titanic era all’ancora nelle acque placide del porto di Southampton. Qui dovevano convergere tutti i componenti dell’equipaggio, camerieri compresi, per il viaggio inaugurale. Lì Marsèl andò ad iscriversi nello staff “À la Carte” della grande nave. Se avesse potuto vederlo Marì quello scafo imponente di 270 metri coi suoi quattro smisurati fumaioli!

Al cospetto di tanta grandezza impossibile non andare con la mente alle maestosità di casa sua, San Bernart e Rouchiré, le eminenze rocciose che, ergendosi alle due estremità dell’orizzonte montuoso di Roccabruna, ne sorvegliano dall’alto le sue centosette borgate. Quella nave era immensa e dicevano che fosse “praticamente inaffondabile”. Un prodigio della tecnologia costato alla compagnia White Star 7 milioni e mezzo di dollari. Poteva raggiungere una velocità di 23 nodi. Durarono dalle 9 del mattino fino alle 11,30 le operazioni d’imbarco dei passeggeri, precedute dall’aristocratica processione sul molo di Southampton di quanti avevano raggiunto il porto per partecipare al viaggio inaugurale, con partenza il 10 aprile.

Situata alla foce dell’Itchen, Southampton è un approdo sicuro, posto in fondo all’antica valle sommersa di S. Water. Il lungo fiordo, che si insinua nel sud dello Hampshire, è ben difeso dai tumulti della Manica dalle imponenti falesie dell’isola di Wight.

IV - Lo staff dei migliori.

Il Titanic, quella sorta di microcosmo galleggiante nel quale i passeggeri erano suddivisi in tre classi, riproduceva fedelmente la realtà sociale della terraferma. La stessa distinzione valeva nella ristorazione, con tre saloni-ristorante separati. Oltre alla sontuosa sala di 1° classe, la nave vantava un quarto ristorante di qualità ancora superiore, l’ À la Carte Restaurant. Uno dei grandi nomi dalla ristorazione londinese di quegli anni era un italiano: Luigi Gatti (Gaspare Antonio Pietro Gatti di Montalto Pavese, che si faceva chiamare Luigi). Questi, dopo aver lavorato al Ritz Hotel e nel lussuoso Oddenino's Imperial Restaurant di Piccadilly, aveva aperto due ristoranti Ritz: il Gatti’s Adelphi e il Gatti’s Strand. I dirigenti della White Star Line scelsero Gatti come manager dei ristoranti à la carte delle due navi gemelle della loro flotta. Dopo aver diretto la ristorazione sull’Olimpic, Gatti passò sul Titanic.

Decorato in stile Luigi XVI, l’À la Carte Restaurant venne subito soprannominato il Ritz. Qui si serviva alla carta proponendo una cucina più eclettica dove il caviale competeva con il foie gras e i migliori champagnes duettavano coi pregiati rossi di Borgogna. Per il viaggio inaugurale la vita di bordo doveva essere una festa continua nella quale si passava da lauti pranzi a sontuose cene seguite da veglioni memorabili con le orchestre che suonavano senza interruzione.

Il Ritz, che costituiva il vertice di quella lussuosa piramide, era gestito come una concessione indipendente da un personale diverso con una cucina propria. L’intero staff comprendeva un totale di 68 persone. Dai cuochi salsieri, ai pasticceri, al personale del retrocucina e agli scaldapiatti questo staff doveva servire il top dell’elite con un servizio di qualità ed eleganza superiori.

Gatti provvedeva personalmente ad assumere e retribuire il proprio personale e quando scelse i 68 che dovevano servire la crema dell’aristocrazia prelevò dai suoi due ristoranti e dai migliori hotel londinesi gli elementi migliori. Dai suoi dipendenti Gatti esigeva la perfezione. La squadra dei prescelti era costituita quasi esclusivamente da professionisti italiani e francesi. Nel gruppo degli italiani, ben trentasei, c’erano molti piemontesi (Bertoldo, Crovella, Fei, Peracchio, Perotti, Ricaldone, Rotta, Saccaggi,…) con tre cuneesi: Scavino di Guarene, Gilardino di Canelli e….Bernardi di Roccabruna.

Tra quelli sottratti al Ritz Hotel di Piccadilly figurava infatti anche Baptiste Bernardi, il waiter del Nouràt.

Era fatta. Il sogno di Marcello stava prendendo quota e consistenza. Su quella nave viaggiavano nababbi disposti a spendere 3100 dollari (217 milioni di lire / 112.000 Euro) per biglietto di prima classe e addirittura 4350 dollari (305 milioni di lire / 203.000 Euro) per la migliore delle suite. Per i camerieri del Ritz oltre ad un lauto stipendio si prefiguravano miraggi di mance favolose.

Armato di entusiasmo e di fondate speranze, alle prime ore del mattino del 10 aprile 1912 Marsèl si presentò al cospetto del titano per l’imbarco.

Fu un giorno memorabile quello del 10 aprile 1912, quando a mezzogiorno in punto il grande piroscafo salpò per il viaggio inaugurale. Partì gremito di gente, di illusioni e di speranze. Quella nave era un luogo affollato di diverse e disparate umanità.

Touto raso d’gént: persone di ogni rango. Dal diseredato in cerca di riscatto sociale al nababbo disposto a spendere una fortuna per un sogno. Antipodi umani e sociali attigui che non ebbero nemmeno il tempo di confrontarsi.

V - Il naufragio

Nel mare infido dell’esistenza, percorso da venti minacciosi, dispiegando le vele che ha, ognuno segue le sue rotte. Doveva avere grandi vele il vascello governato da chi, accarezzando un sogno o un’utopia, andava a cercare in luoghi così remoti e sconosciuti la sua occasione di riscatto.

Attraversata la Manica, il transatlantico approdò in terra francese a Cherbourg, per ulteriori imbarchi, e nello stesso giorno raggiunse Queenstown in Irlanda. Dopo la sosta irlandese il numero complessivo delle persone a bordo salì a 2.228, tra passeggeri (1.314) ed equipaggio (914). Il giorno successivo, l’11 aprile alle 11,30, la nave salpò alla volta di New York. Ad aumentare la solennità e la suggestione del momento contribuì un passeggero irlandese che, salito sul ponte, diede fiato alla sua cornamusa intonando "Il Lamento di Erin".

Di lì in poi li attendeva l’oceano.

Tra quelli si affacciarono sul ponte di prua quella sera al calar del sole, per carpire con lo sguardo quell’orizzonte verso il quale stavano correndo, c’era anche Marcello. Laggiù, a occidente, oltre il tramonto lo attendeva il Nuovo Mondo, la terra promessa. L’occhio dell’emigrante del Nuràt, abituato al piccolo universo confinato della sua valle e agli orizzonti frastagliati delle sue montagne, si perdeva sconcertato di fronte a quella piatta immensità.

Tra i lumi incerti della sera, nella magica atmosfera del tramonto, con lo sguardo in affascinata esplorazione, il cameriere del Ritz si godeva il suo attimo di tregua contemplativa.

Come le acque lievemente increspate dalla brezza, i pensieri della sua mente muovevano appena, mentre, con i motori a pieno regime, il Titanic si inoltrava sicuro in quell’infinito.

Poi di nuovo sotto coperta, nel ventre della nave, dove lo attendevano i preparativi per la prima delle memorabili soirée del “suo” À la Carte Restaurant. Macchine avanti tutta a ventitre nodi giorno e notte. Per quel titano inaffondabile incurante di pericoli che non lo riguardavano - furono ignorati ben sette avvertimenti in merito alla presenza di iceberg sulla rotta – il proposito ambizioso era raggiungere New York con un giorno di anticipo. Per il comandante Edward J. Smith l’obiettivo di stupire il mondo era doveroso per via delle implicazioni e delle attribuzioni simboliche che il grande piroscafo d’acciaio portava con sé e del mondo che rappresentava.

Quando, in un’avventura, all’insipienza degli uomini si aggiunge anche l’insensatezza del destino l’epilogo inevitabile è la tragedia. Dopo tre giorni di navigazione, il 14 aprile, successe la disgrazia. Nella notte la prua urtò un grande iceberg. “I soun anà pica’ countro na mountagno de guiàs…andarono a cozzare contro una montagna di ghiaccio” prosegue Giacomo nel suo memorabile racconto.

Alle 23,40 l’impatto contro l’iceberg e il naufragio.

Poiché il dannato assillo del comfort per la clientela aveva indotto a ridurre a venti le quarantotto scialuppe originariamente previste, non volendo ingombrare i ponti occupando lo spazio utilizzato per la passeggiata, sui mezzi di salvataggio c’era posto per un terzo delle persone imbarcate. La precedenza venne data a donne e bambini.

Anche gli ospiti e il personale dei ristoranti avevano interrotto la soirée per correre sul ponte in cerca di salvezza. Tra quelli con abito nero e grembiule bianco c’erano anche i camerieri del Ritz.

Ai componenti dell’equipaggio, che avrebbero dovuto lasciare la nave per ultimi, venne di fatto preclusa ogni possibilità di salvezza.

Li attendeva una morte certa per annegamento o per ipotermia nelle acque gelide. Eroismi, viltà, rassegnazione, preghiere, disperazione urlata, strazianti addii… al di là dell’angoscia e della paura, quella notte ogni anima fece la sua scelta. La nave, che imbarcava acqua da prua, si inclinò in modo impressionante, sollevando altissima la poppa. Quando l’inclinazione fu proibitiva lo scafo si spezzò in due tronconi come un grissino. Le luci della nave si spensero. La prua si inabissò quasi subito e per un po’ rimase a galleggiare la parte posteriore. Mentre le ultime scialuppe si allontanavano, i superstiti senza scampo si erano radunati sul ponte del moncone di poppa in attesa dell’inevitabile.

Giacca e pantaloni neri, grembiule bianco senza un bottone, spilla a ferro di cavallo… anche Marcello era tra loro. Tra gli sguardi

terrorizzati che frugavano nel buio negli ultimi istanti di quell’epilogo apocalittico c’erano anche gli occhi chiari del cameriere del Nouràt.

Alle 2,20 la fine. Alle 2,30 del 15 aprile il Titanic era adagiato sul fondo buio e silenzioso dell’Atlantico.

Dei 68 membri dello staff di Luigi Gatti, solo tre sopravvissero all’affondamento e Marsèl non fu tra quelli. Finirono tra i gelidi flutti dell’oceano il suo sogno, il suo amore e i messaggi custoditi della sua Marì.

Il 17 aprile 1912 alle ore 12 la nave posa cavi Mackay-Bennett incaricata del recupero delle vittime lasciò il porto di Halifax, a nord di Boston, per raggiungere la zona dell'affondamento del Titanic.

La Mackay-Bennett giunse sul luogo del naufragio all'alba del 20 Aprile. Durante la prima giornata furono recuperati circa 50 corpi. Sui resti veniva fatta un'ispezione la più accurata possibile, cercando di raccogliere documenti e oggetti personali.

Venne redatta una scheda identificativa per ogni salma recuperata. Ai corpi dei passeggeri di prima classe vennero riservate le bare di legno, un centinaio in tutto. Gli altri furono inseriti in sacchi di tela. Molti, anche per carenza di spazio sul ponte della nave, furono restituiti all’oceano.

Buried at sea, sepolti in mare. Avvolti in un telo e agganciati a un peso, i loro corpi venivano fatti scivolare in mare su un piano inclinato. Il giorno dopo la Mackay-Bennett fece rotta verso Halifax con 190 salme a bordo.

Fu chiesto l'invio di un'altra nave, la Minia, che giunse in zona il 26 aprile. La Minia tornò a Halifax con 15 salme.

Nelle settimane successive alcune navi di passaggio trovarono altri corpi. In totale i corpi recuperati furono 328. Quelle, tra le 190 salme portate ad Halifax dalla Mackay-Bennett, non identificate o non reclamate dai familiari, trovarono sepoltura nei cimiteri del luogo.

La tragedia si era conclusa.

Coinvolto nella fine di un mondo che si credeva sicuro nella sua opulenza, in quella fredda notte d’aprile l’inaffondabile titano si era inabissato portandosi dietro tutti i simboli di un tempo e di un mondo ritenuti fino ad allora inaffondabili. Il periodo evocato è quell’età dell’oro ormai diventata fiabesca, che i sudditi di Sua Maestà chiamarono Edoardiana e i francesi Belle Époque.

Col Titanic naufragarono le illusioni del secolo positivista contraddistinto da una fiducia sconfinata nella scienza e nella tecnologia di cui la grande nave invulnerabile rappresentava l’orgoglioso emblema. Da quel giorno, come hanno poi scritto molti storici, “nulla fu più come prima”.

VI - La memoria

Fu così che l’emigrante del Nouràt non fece più ritorno alla sua borgata. In realtà fece ritorno molte volte - come quella sera da Giacomo - dentro un racconto, avvolto nella sua vicenda narrata. Tornare in una storia che porta incisa la propria avventura è un modo come un altro per tornare.

In ricordo del defunto, Felicina, una sorella di Marsèl, chiamerà Marcello il primo dei suoi figli.

Di questo evento di portata planetaria, che monopolizzò le cronache di quell’anno e segnò il declino di un’epoca, si parlò a lungo anche nelle centosette borgate di Roccabruna. Nelle serate d’inverno, a stalla, per anni si raccontò del Titanìc - pronunciandolo così, alla francese – non tanto per ricordare il bel mondo e il gran lusso che trasportava, con le sue orchestre impegnate a suonare mentre la rotta puntava verso l’iceberg maledetto, quanto per la storia dei due destini sconvolti di Marcello e Maria. Poi, come sempre accade, la memoria della tragedia si attenuò persistendo nella mente di pochi, fin quasi a svanire.

Se la memoria di Giacomo non scherza, anche Internet sa compiere i suoi prodigi. Navigando nel pelago sconfinato del web, luogo dagli infiniti approdi dove innumerevoli rotte si intrecciano, dopo mille traversate sicure ti attendono anche i naufragi.

Ed è possibile ripercorrere i momenti di quella spaventosa notte in cui si consumò la tragedia che rappresenta una delle più grandi sconfitte tecnologiche dell'uomo.

Percorrendo col mouse la lista dei nominativi dei naufraghi del Titanic, al numero 215 incappi in un tal Bernardi Baptiste, waiter assistant (assistente cameriere) di anni 22, che è annoverato nell’elenco del personale di bordo del grande piroscafo. E’ proprio

lui il nostro Poulo che, come spesso succede da noi, veniva abitualmente chiamato col secondo nome: Marcello. Inseguendo in rete la vicenda del naufrago del Nouràt è possibile recuperare importanti tasselli che consentono di ricomporre il mosaico della sua breve e avventurosa parabola esistenziale.

Andando a spulciare tra le 220 schede - una per ogni corpo recuperato - compilate dagli ispettori della Mackay-Bennett, al n. 215 da cento anni ci attende colui che stavamo cercando.

Scheda n. 215

maschio – 22 anni – capelli scuri.

Abbigliamento: giacca nera; pantaloni; maglietta;

niente camicia; grembiule bianco senza un bottone.

Effetti: 7 scellini 2 penny; una catenella; una spilla a

ferro di cavallo; un pettine; portamonete.

Nessun segno su corpo o vestiti

Assistente cameriere.

Nome: Bernardi Batiste (Baptiste)

Dopo quasi un secolo l’oceano web, più generoso dell’Atlantico, ci restituisce del nostro naufrago più di quel che si potesse immaginare e sperare.

E’ possibile in prima battuta individuare il luogo della sepoltura, il Mount Olivet Cemetery, che ospita le 19 vittime cattoliche ripescate al largo di Halifax.

Un altro sito ci propone la mappa delle diciannove lapidi allineate in doppia fila. Diciannove cippi di granito grigio, ognuno contraddistinto da un numero che rappresenta l’ordine in cui furono recuperati i 328 corpi. Il settimo da sinistra della seconda fila è contraddistinto dal numero 215. Clicchi su quel numero e ti si spalanca l’inatteso: la fotografia della lapide che porta inciso quel nome: Baptiste Bernardi.

Sotto la foto, come i titoli di coda nell’epilogo di una fiction, scorrono concise notizie del breve curriculum professionale ed esistenziale del cameriere del Titanic:

«Baptiste Bernardi, age 22, hair dark, was born at Roccabruna (Cuneo), Italy…B. B., 22 anni, capelli scuri, nacque a Roccabruna… His address in England was 113, High Street, Notting Hill Gate, London…il suo indirizzo in Inghilterra era il 113 di High Street, Notting Hill Gate, Londra He signed-on to the Titanic A la Carte Crew at Southampton…Si iscrisse nell’equipaggio “A la Carte” del Titanic a Southampton… Before joining the Titanic as an assistant waiter in the à la carte restaurant he had served as a waiter at the Ritz Hotel, London…prima di raggiungere il Titanic per servire come assistente cameriere nel ristorante à la carte prestò servizio come cameriere al Ritz Hotel di Londra… His body was recovered by the Mackay-Bennet (No. 215) and was buried at Mount Olivet

Cemetery on May 8, 1912…il suo corpo fu recuperato dalla Mackay-Bennet e venne seppellito nel cimitero di Mount Olivet, Halifax, Nuova Scozia, Canada, mercoledì 8 maggio 1912».

E’ il concentrato di una breve esistenza questo curriculum affollato di preziose notizie.

E’ il rapido e breve volo di un sogno.

VII – I diciannove di Mount Olivet

Muovendo da un principio di buona utopia che prevede che i vinti in vita riescano, dopo la morte, a risultare vittoriosi, i diciannove cippi di granito del Mount Olivet, col loro potere evocativo, rappresentano altrettanti vincitori.

Una passeggiata virtuale tra le lapidi ci consente di sfiorare quelle sventurate vicende.

Di fianco a Marcello, sulla sinistra riposa il coetaneo J. Fred Preston Clarke (n.202), bass violist, viloncellista dell’orchestra. Probabilmente era tra quelli che, in stoica attesa dell’inevitabile, suonarono fino all’ultimo, arroccati sulla poppa della nave. Lì – raccontano - all’estremo, fra centinaia di persone terrorizzate, l’orchestra intonò “Nearer my God to thee”: più vicino a te o Dio. Tre tombe più in là c’è una donna irlandese, Margaret Norton Rice (40 anni, n.12), che viaggiava coi suoi cinque figli: Albert (10 anni), Arthur (4 anni), George (9 anni), Eric (7 anni) e Eugene (2 anni). Andava a raggiungere il marito William a Spokane, Washington. Lui era emigrato là qualche anno prima per procurare un avvenire a sé e alla sua famiglia. Ora che la sua posizione si era consolidata e si era anche costruito una casa, era giunto il momento sognato del ricongiungimento. Nessuno dei cinque bambini fu ritrovato. Continuando la ricognizione tra le tombe, sulla destra ecco un collega di Marcello, l’assistent waiter Maurice Emil Debreneq (23 anni, n.244), più in là il pompiere Thomas Morgan (26 anni, n.302). Nella fila di fronte sulla destra il cuoco pasticcere Henry Jaillet (35 anni n.277), poi il marinaio Servando Ovies y Rodriguez (n.189) e la passeggera siriana Helini Zabour di appena quindici anni (n.328). A sinistra, Merna Hanna (23 anni, n.188), imbarcato a Cherbourg con la moglie. Costretti a separarsi nel dramma del naufragio, si lasciarono con la disperante certezza di un “mai più”. Dopo lo straziante addio lei trovò posto con altre donne su una delle venti scialuppe e si salvò.

Proseguendo tra le lapidi e le storie, tre vicende più in là incontriamo quella dello chef italiano Pompeo Piazza e, seguitando, altre ancora.

Luigi Gatti, capo di Marcello, il manager trentaseienne di Montalto Pavese che organizzò la sventurata spedizione dello staff del Ritz, non è qui. Il 26 aprile - due settimane dopo il naufragio - il suo corpo venne ripescato dalla Minia, partita da Halifax quattro giorni prima.

Nel lungo elenco dei suoi effetti personali - scheda n.313 - un orologio d’oro a catenella e i gemelli da polso siglati con le sue iniziali “L.G.”. Il manager di Montalto Pavese venne sepolto con altre 121 vittime nel Fairview Lawn Cemetery di Halifax venerdì 10 maggio 1912.

Diciannove destini accecati quelli riuniti nel minuscolo Spoon River di Mount Olivet posto in riva all’oceano. Affidate alla risonanza di una catastrofe indimenticabile, quelle diciannove anime non saranno mai dimenticate. La loro memoria persisterà con il ricordo di quella spaventosa notte in cui si consumò una delle più grandi sconfitte tecnologiche dell'uomo. Anche un destino sciagurato può essere occasione di rivincita sull’oblio. Rimbaud lo chiamava “il clamore dei maledetti”.

VIII – Il film: fiction e realtà

E’ curioso il fatto che per mettere insieme la storia ci si ritrovi a coniugare i due più disparati terminali estremi della memoria: l’oralità trasmessa, il più primitivo dei mezzi di comunicazione, con la più moderna e formidabile fonte di informazioni quale l’universo web di Internet. Tradizione e modernità non configgono, ma convivono e si integrano.

Dopo Giacomo e “la Rete”, a completare la vicenda coi dati anagrafici dei due protagonisti della nostra storia contribuisce la provvida disponibilità di don Eligio, fidato custode delle sacre scritture dell’archivio parrocchiale di Roccabruna, che non esita a collaborare.

Recuperato nella parrocchia superiore (la Rocho Àouto) quel grande prezioso libro delle origini che è l’elenco degli atti battesimali, il tutore delle anime della Rocho Basso, ti accoglie a registri spalancati.

Che storia quella di Poulo e Marì, - conclude Giacomo - sarebbe bello che qualcuno ne ricavasse un racconto o magari si facesse un film! Que vos?! L’éi d’nosto gént! Che ci vuoi fare?! Son dei nostri!”.

Quando si tratta di radici che accomunano la memoria non può abdicare. Sensibile ai richiami dell’appartenenza, sospinto dal retaggio unificante imposto dalla comune origine, Giacomo reclama per il suo sventurato conterraneo doveri di riproposizione.

Se ti può consolare, Jacou, su quella vicenda il film l’hanno già fatto”.

Dìes per daboùn? Dici per davvero?”

Sicuro! E l’hanno intitolato col nome di quella nave: TITANIC”.

Il disastro del Titanic colpì così duramente l’opinione pubblica e la coscienza mondiale che a quella vicenda sono stati dedicati qualcosa come seimila titoli bibliografici e diciassette film.

Compiaciuto e meravigliato ma soprattutto confortato da questi inattesi ragguagli, Giacomo ha terminato il suo racconto e qui finisce anche la storia…ma, rivisitando il film di James Cameron e ripercorrendo la finzione del 1997 sulla falsariga di una vicenda vera, abbiamo ancora una volta la conferma di come spesso il reale sappia tenere il passo dell’immaginario.

La fantasia, in fondo, è solo un mezzo per inseguire la realtà nei suoi altrove imprevedibili. Se il regista anziché inabissarsi su un batiscafo al largo della Nuova Scozia in cerca di relitti e di ispirazioni sommerse avesse compiuto una tranquilla passeggiata sulla terraferma tra le umili lapidi di un cimitero, avrebbe trovato lì la sua musa. Se prima di affidarsi alla fantasia avesse frugato tra le tombe del Mount Olivet, Cameron avrebbe scovato nel destino di un uomo la vicenda imprevista che andava cercando.

Se così fosse stato, la vecchietta Rose che, nella fiction cinematografica, racconta il suo amore perduto, sarebbe potuta essere Marì d’Jann dal Sartou’ dla Goùrro. Maria come Rose ritesse i sui ricordi sul filo della nostalgia.

Il naufrago, il giovane avventuriero innamorato Jack, impersonato nel film da Di Caprio, invece, risponderebbe al nome di Marsèl del casato d’Aquì dla Relijoùn del Nouràt.

L’invenzione fantastica, all’insaputa di chi l’ha concepita, diventa l’inatteso degno suggello di una storia vera, una inconsapevole occasione di riscatto.

O forse è più vero e giusto il contrario: una piccola storia dimenticata diventa sigillo di una grande e celebrata finzione. La creazione fantastica di Cameron infatti, coi suoi undici premi Oscar e quattro Golden Globe, è diventata il film più premiato e costoso (285 milioni di dollari) della storia del cinema.

My heart will go on”, il mio cuore proseguirà, canta Celine Dion nello struggente soundtrack del film. Anche il cuore di Marì andrà avanti. Sposatasi nell’ottobre del 1913, emigrerà in Francia, due anni dopo avrà una figlia (Lisette, oggi ultranovantenne), ma serberà sempre negli abissi del cuore quella parte di lei perduta una fredda notte d’aprile in mezzo al mare.

IX – La premonizione

A questo punto quella vicenda per me era conclusa. La storia era già scritta, quando è accaduto l’inatteso.

Giovedì 5 marzo 2009 al Pensionato “Vittoria” di Sén Pìe (San Pietro di Monterosso Grana), dove Giacomo è ospite dal 2004, è arrivato Lussièn. La sua cugina Irma mi aveva preavvisato: “Al vol preicàvou e al voularìo counoùisse Jacou. Vuole parlarvi e desidera conoscere Giacomo”. Informato da Irma delle mie ricerche sul naufrago di Roccabruna, Lucièn é venuto a portare la sua drammatica testimonianza e, soprattutto, vuole incontrare il prezioso custode di quella memoria.

E’ mezzogiorno in punto quando i due sono seduti uno di fronte all’altro. Giacomo sta pranzando ma, resosi conto dell’importanza dell’ospite, posa subito gli attrezzi ed io, immaginando dove andranno a finire i discorsi, non ci metto molto a realizzare che quel giorno Jàcou il pasto lo consumerà freddo. Ma ne vale la pena.

Lussièn, è uno degli ultimi arrivati nella vita di Giacomo, ma è diventato uno dei più affezionati. Lucièn Rosso, figlio di emigrati, divide la sua vita tra l’Italia e la Francia. Anche la sua italianità, o meglio la sua anima provenzale è divisa in due. Il padre era del Coumbàl della regione Piebrùn di San Pietro Monterosso, mentre la madre proveniva da Roccabruna. Per non far torto a nessuna delle due provenienze Lussièn tiene in piedi una casetta ai Viàl di Roccabruna e un’altra al Coumbàl. Una scelta che lo accomuna un po’ a Giacomo che, dopo ottant’anni trascorsi a la Rocho, adesso ha deciso di passarne altrettanti a Sén Pìe. Ma il legame tra i due si è sostenuto per altre ben più fondate ragioni.

Lussién appartiene infatti alla stirpe di Marsèl, il naufrago. Quando ha saputo delle mie ricerche, rendendosi conto di essere detentore di un indispensabile elemento di raccordo della memoria, si é attivato immediatamente per conoscere il redattore e, soprattutto, il narratore di quella storia.

E così quel giovedì, complice e testimone il sottoscritto, Lucièn si presenta a Jàcou. “Io sono Lussièn, figlio di Madò, figlia di Chìo, figlia di Caterina... ”. E Caterina era la madre di Marcello lo sfortunato protagonista di quella grande storia.

La bisnonna di Lussièn, madre di Marsèl, era Acchiardi. Era Acchiardi anche il marito di sua zia magno Flìche, che al Nuràt chiamavano Felichìno. Ed è Acchiardi anche Giacomo. Si scoprono affinità e si riscoprono addirittura parentele. Prit o Pritìn Giorsetti, il marito di Chìo, la nonna materna di Lucièn era una cugina del papà di Giacomo. Le trame delle parentele si infittiscono. E allora il pranzo può proprio aspettare!

La tua zia Felichìno – e qui parte Giacomo - mi riforniva costantemente di calze e maglioni di lana fatte da lei. Nella mia casa ai Margaria conservo ancora due maglioni, uno rosso e uno verde. Felicina mi raccontava della bellezza delle ragazze della sua famiglia

Ah! come erano belle le 4 figlie di Caterina e di Giuseppe, le sorelle di Marsèl! Erano fanciulle bellissime, tanto che a Roccabruna venne scritta addirittura una canzone dedicata a loro e alla loro avvenenza. I èren talamént bèle que amoùn i avìen fach na chansoùn a nosto modo. Io l’ho ancora sentita cantare ma non me la ricordo più”.

Lusièn riferisce che anche sua madre Madò (Giorsetti Maddalena, cl. 1923) era una donna bellissima, tanto che venne notata da Abel Gance, uno dei più famosi registi degli anni trenta.

Durante la guerra Gance si era rifugiato nel sud della Francia ed era venuto in esplorazione a Nizza per individuare i luoghi adatti alle riprese del suo prossimo progetto cinematografico. Nel 1940 Gance venne al caffè Landra gestito da Lucia e Spirito. Vide Madò e ne rimase folgorato. Voleva a tutti i costi scritturarla per un futuro film. Ma i genitori Chìo e Prit non accondiscesero.

In realtà, si scoprì in seguito, fu la sorella Caterina a mettersi in mezzo. Per gelosia aveva bruciato il foglio su cui il regista aveva scritto l’indirizzo da lasciare a Madò e aveva dissuaso i genitori, sostenendo che quel mestiere era roba da puttane.

E così Maddalena non fece l’attrice.

Il film, intitolato “Vénus aveugle”, venne girato nel 1940 e uscì nel 1941. Viviane Romance ne fu la protagonista.

Madò continuò a fare la cameriera al Landra dove conobbe Stiénne de Baretìn, detto anche Stiénne de l’Angét (Rosso Stefano, cl.1921) del Coumbal di Piebrùn, emigrato a Nizza pure lui. I due si sposarono ed ebbero due figli: Lucièn e Michèlle.

E’ forse anche per riscattare l’occasione mancata dalla madre, che Lussièn, classe 1957, residente a Nizza, ha scelto di inseguire la settima musa e frequenta il palcoscenico come insegnante di recitazione al Conservatorio di Menton.

Stabiliti i contatti e rinsaldati i vincoli di appartenenza, Lucièn dà inizio al suo racconto. Da man a desbanàr l’armèlo, comincia a dipanare la complessa matassa familiare delle ascendenze e delle discendenze, snocciolando, come i misteri e le litanie di un rosario, una lunga sequenza di nomi, cognomi, soprannomi e vicende familiari. E’ lui l’ultimo testimone detentore dell’anello mancante: le memorie del casato di Marsèl, il naufrago del Titanic.

I suoi trisnonni materni, Giuseppe Bernardi e Caterina Acchiardi erano infatti i genitori del protagonista di quella tragica vicenda.

Oltre a Battista Marcello, detto Poulo, la famiglia era costituita da altri cinque, tra fratelli e sorelle, tutti emigrati in Francia.

La prima era Caterina, sposata Bosco. Poi c’era Margherita, magno Gaitìn, sposata Dattero, con due figli, Josèf (tonton Dedé) e Marcoulìn.

La terza sorella era Felicina, magno Fliche o Felichìno come la chiamavano al Nuràt. L’ultima era mia nonna Lucia, Chìo, che aveva sposato Spirito, Prit, figlio di Mariòt, della borgata Giorsetti di Roccabruna. Mia nonna aveva cinque figli, tra i quali Maddalena, Madò, mia madre”.

Nell’elenco della progenie di Giuseppe e Caterina ci doveva essere un sesto figlio. Ma la sua è una presenza incerta e di lui Lucièn non ricorda neppure il nome.

In memoria del fratello scomparso nella tragedia del Titanic, la sorella Felicina chiamò Marcèl o Marselét suo figlio. Questi, sposatosi, ebbe due figli: una femmina, Jeannine e un maschio al quale, rispettoso delle consegne materne, diede il nome di Marcèl.

In famiglia il ricordo del naufrago dunque non si è mai spento, ma di lui si è sempre ignorato l’estremo destino, il luogo della sua sepoltura.

A questo punto il discorso di Lucién si fa difficile. Deve raccontare quel che nonna Chìo aveva raccontato a sua madre Madò.

Non è semplice, ma é venuto apposta!

Uro vou cuèntou acò que m’avìo dich mamà. Adesso vi racconto quel che mi aveva detto mia madre. Me lo ha ripetuto tante volte!”. Lo racconta nella parlata di Sén Pìe, quella paterna, che lui padroneggia discretamente.

La notte del 14 aprile 1912, quella in cui affondò la nave, la mia trisnonna Caterina, che era a letto col marito, a mezzanotte in punto si svegliò di soprassalto. Si mise seduta sul letto e, dopo un po’, svegliò Giuseppe. «Jusèp, anén veire de foro! I à Marsèl che nou’ chamo! Al à da manco d’ajùt ! Giuseppe, andiamo a vedere fuori! C’è Marcello che ci chiama! Chiede aiuto!». Caterina era fuori di sé per la disperazione. Buttò giù dal letto tutta la famiglia e tanto disse e fece che uscirono tutti fuori al freddo, vagando al buio alla ricerca di un fantasma. E il marito, che non era riuscito in nessun modo a fermarla, cercava di farla ravvedere. «Tu sés mato! Marsèl sarè ‘n’ l’Inguiltèro ou magàro ‘n Mèrico! Vai sabér ‘nt’al è anà feni’! Tu sei pazza! Marcello sarà in Inghilterra o forse in America. Va a sapere dove è andato a finire!». Ma non riuscì a dissuaderla e andarono avanti così per tutto il tempo che era rimasto di quella tragica notte”.

Lusièn prosegue, con le lacrime che incalzano. Se è vero che il fatto avvenne a mezzanotte, a quell’ora, per la differenza di fuso orario, la tragedia del Titanic non si era ancora compiuta. Quello della madre Caterina era dunque un terribile presentimento. Una vibrante premonizione che, se presa sul serio, con la tecnologia delle comunicazioni odierna, avrebbe magari potuto evitare il naufragio. La telefonata di una madre disperata - e siamo certi che, con la determinazione che poteva derivare solo dalla certezza del dramma famigliare che si stava consumando, Caterina quella notte non si sarebbe staccata dal telefono – avrebbe magari potuto consigliare al capitano Edward J. Smith quella prudenza alla quale i numerosi avvertimenti ricevuti quella notte non l’avevano indotto.

Henrie Déluse (cl. 1948-49?), un mio amico che lavora a Parigi nell’ambiente del cinema, occupandosi di pubblicità cinematografica, quando conobbe da me la vicenda di Marsèl mi disse «se me l’avessi detto prima io ne avrei parlato con Cameron e lui probabilmente avrebbe inserito quella vicenda nel film!»”.

Una grande occasione perduta dunque per colpa delle latenze della memoria.

Lussièn ha finito di raccontare. A questo punto siamo tutti e tre con gli occhi umidi ed è difficile riprenderci con altri più facili discorsi. Portandoci la sua struggente testimonianza, egli ha completato quella storia. Ora che sa dove è sepolto il suo prozio, l’ha promesso, un giorno anche lui attraverserà l’Atlantico. Farà un viaggio in Canada magari salpando da Queenstown in Irlanda. Io immagino che lì, ad accoglierlo, ci sarà un suonatore di cornamusa che, come quel giorno di cento anni fa, intonerà per lui "Il Lamento di Erin".

L’obiettivo del viaggio sarà Halifax, in Nuova Scozia, Mount Olivet Cemetery. Frugando cogli occhi tra quei diciannove cippi di granito grigio Lussièn cercherà nella seconda fila, il settimo da sinistra, quello contraddistinto dal numero 215. Non sarà facile reggere l’emozione leggendo quel nome inciso nella pietra: Batiste Bernardi.

Io non gliel’ho promesso, ma quel giorno vorrei essere con lui. Se quella storia mi aveva coinvolto, la sua testimonianza mi ha travolto. La forza dei suoi legami e la solidità dell’appartenenza ormai sono anche mie.

Il buco nero della memoria familiare, Marcello, il parente perduto, fuggito in cerca di riscatto da un mondo in cui non c'era posto per i capricci e le ambizioni del singolo, finalmente è stato ritrovato. Marsèl detto Poulo, uno di quelli che - come direbbe Primo Levi – “non sapevano tenere il minimo”, avventuroso sventurato emigrante, esponente a nosto modo della meglio gioventù di Roccabruna, sbucato fuori dalla memoria, si era materializzato quella sera in un racconto.

Così quella del waiter del Nuràt fu una scommessa persa, una promessa non mantenuta. Le promesse, come le scommesse e i propositi, sono i cardini dell’incompiuto, anche quando la colpa non è nella volontà malvagia degli uomini, ma negli agguati diabolici del destino. E' la sorte che spesso si frappone fra un uomo e la sua fantastica speranza. Pur in presenza degli sconfinati poteri di uno spirito volitivo e dei suoi incontenibili slanci ideali, spesso il tracciato dell’esistenza danza sul filo dell’imprevedibile e dell’incomprensibile

Siamo gente dai precari destini ma dotati di una mente sognante, perennemente in viaggio verso il luogo agognato del riscatto, quella terra promessa dell’anima dove i nostri sogni non saranno mai umiliati.

Forse - aveva ragione Flaubert - la felicità non esiste. Esiste tuttavia la gioia di un tempo breve, la vita, che dedichiamo al tentativo entusiasta e ostinato di raggiungerla.