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Storie di Masche di Roaschia

Estòrias de Maschas a Roascha

Intervista a Mario Fantino (Griet)

Storie di Masche di Roaschia
italiano

A quei tempi la gente che abitava questi valloni, per tenersi reciprocamente a debita distanza da borgate, boschi, affetti, ecc..., si faceva paura l'uno con l'altro. Venivano usati diversi trucchi quasi sempre celati al destinatario e sovente quando succedeva qualcosa di strano, solo apparentemente inspiegabile, si tiravano in ballo le masche, creature dispettose e maligne che impestavano boschi e casolari.

Ma le loro storie misteriose, non erano destinate a sopravvivere ai tempi moderni, infatti quando la gente ha finalmente avuto la pancia piena ed è arretrata la miseria, non le hanno più viste.

Il mito delle masche era dovuto alla grande ignoranza e alla grande miseria che in un tempo non molto lontano, qui dominavano.

 

La masca di Montorino

 

Il vallone che si apre dietro Brignola, piccola frazione di Roccavione, sale fino a lambire il territorio roaschino. Sul confine si trovano i tetti Rive e Chiotti, già appartenenti al comune di Roaschia.

Per tutta l'estate fino all'autunno qui, come dappertutto allora, era consuetudine per i giovani andare a ballare nelle stalle. Si passava da una stalla all'altra dove c'erano sempre dei suonatori con le fisarmoniche e la gente ballava e vegliava fino a tarda notte. I tetti Chiotti e Rive erano fra i luoghi preferiti perché c'erano molte belle ragazze.

Per un certo periodo sette ragazzi di Brignola, avevano preso l'abitudine di salire a ballare ai Chiotti, dove però c'erano solo sei ragazze, quindi uno di loro doveva sempre rimanere alla finestra.

Siccome quello che stava alla finestra era anche il più bello ed il più furbo un bel giorno, senza farsi accorgere prende una zucca, la scava in maniera da ottenere una figura tipo testa da morto e gli mette due lumini dentro. Poi va su a Montorino, la montagna che separa Brignola da Roaschia e l'appende ad un faggio in maniera che fosse ben visibile già da una certa distanza.

Come consuetudine, quella sera d'estate, i sette si mettono in cammino per andare a trovare le sei ragazze dei Chiotti ma, ad un certo punto una visione spettrale, eccola la è lei: "Oh Madonna! la masca! la masca!". Scappano tutti disperati meno che il nostro, che aveva elaborato il piano e che finalmente poteva andare a trovare quella ragazza dei Chiotti che gli piaceva tanto e ballare con lei per tutta la notte.

 

La masca Drola

 

Questa masca era davvero strana e imprevedibile, la chiamavano la masca drola non per niente.

Con le sue malefatte era particolarmente dispettosa e fetente.

Si dice che salisse sui balconi e sulle "lobie" delle case dove c'erano i panni stesi. Lì trovava mutande lunghe da uomo, camicie, gilè e vari indumenti e tessuti che si possono trovare stesi ad asciugare in una casa. Si divertiva a prendere le mutande da una "lobia" e le spostava su un'altra in maniera che il giorno dopo quando il marito se ne accorgeva era subito un litigio e lo sentiva gridare alla moglie: "Criste! Ci sono in giro le mutande di Toni!... Mi tradisci con Toni?!...", amava mettere zizzania fra le famiglie.

Ma non si limitava solo a quello, andava anche a succhiare il latte alle mucche. Capitava quasi sempre in piena notte e quando le si sentiva muggire, la gente correva nella stalla e, porca miseria, lei era lì attaccata che succhiava, ma non facevi in tempo a vederla bene che era già scappata via come il lampo. Il suo rifugio era il Limbo.

Il Limbo è un tetto di Roaschia, sotto la Colla, per il vallone che va verso le Goderie, lo chiamano così perché si dice sia l'ultimo tetto che il Signore abbia creato. Il sole non lo vedeva mai, incassato al fondo di una stretta gola. Lì, si dice che il Signore sia passato il settimo giorno in cui si riposò e aveva voglia di, come si dice, posare i pantaloni, poveraccio, e paf! Così era nato il Limbo, secondo la leggenda locale, un tetto che faceva paura solo a vederlo, eppure lì ci abitavano quattro o cinque famiglie.

Comunque sia, durante il giorno, la masca Drola si nascondeva al Limbo perché sapeva che lì nessuno sarebbe andato a cercarla. Ma la notte usciva e andava a combinare malefatte in giro. Smontava le ruote dai carri e le appendeva ai frassini, apriva le stalle e faceva uscire capre, pecore, mucche e soprattutto i porcellini d'India. Era consuetudine per ogni stalla averne almeno quindici, venti, trenta, si diceva che disinfettassero l'ambiente, ma cosa vuoi che facessero quelle bestiole e comunque si racconta che in una delle sue malefatte, una sera aveva aperto un portico e che questi porcellini d'India hanno iniziato ad uscire uno dietro l'altro tutti in fila, ne ha contati fino a 333 poi si è stufata e ce n'era ancora che uscivano.

Un'altra cosa che la divertiva era aprire i sacchi della segale, prenderne i chicchi e spargerli ovunque, ad ogni passo che faceva mollava una grana per sapere dove era passata.

 

Il "casòt" della mola

 

Al "casòt" della mola si davano appuntamento le masche.

Sette masche del vallone, erano sette settimine, nate di sette mesi. Di giorno erano ragazze normali e la gente andava dalla settimina per farsi curare i vermi, l'orzaiolo, una bruciatura, il fuoco di Sant Antonio e tutti quei malanni piccoli e grandi che di tanto in tanto affliggevano la vita di tutti i giorni.

Di sera, alle nove, si radunavano tutte insieme al "casòt" della mola e qui facevano festa. Indossavano un vestito lungo con dei bottoni argentati. Quando la luna passava Montorino, andando verso Roaschia, quei bottoni si illuminavano e la gente dei tetti, che da lontano li intravedeva, diceva: "Guardate lassù! Guardate Lassù! Le masche...". Si vedevano come dei lumini accesi che ondeggiavano fra i boschi, sembravano i fuochi fatui dei cimiteri. La gente aveva paura.

Una sera queste sette masche avevano invitato sette ragazzi del vallone a mangiare cena. I sette accettano l'invito e portano da bere e tutto il resto. Giunti al casot, hanno messo un barilotto di barbera in mezzo, hanno ammazzato una capra vecchia e hanno mangiato cena. Poi hanno iniziato a suonare la fisarmonica e il clarino e fra una danza e un racconto, dopo mezz'ora queste sette donne sono diventate sette gatti neri.

Questi gatti hanno iniziato ad infastidire i ragazzi finché Toni, uno di loro, ad un certo punto sbotta in una bestemmia, si gira verso uno dei gatti e grida: "Hai finito di rompermi le scatole!", prende un bastone dalla baracca delle fascine e gli sferra una bella bastonata. Il giorno dopo Guitin aveva il braccio rotto.

 

Il prete

 

Un tempo la gente aveva timore dei preti. C'era un detto che diceva: "i carabinieri con i fermi ed i preti con gli infermi ti fan veder l'inferno."

Una sera, uscito dall'osteria piuttosto allegro, mio nonno stava venendo su in bicicletta.

Era alla "barma" appena prima di Brignola quando ad un tratto vede rotolare giù dal fianco della montagna sopra di lui una palla di fuoco accesa. Sembrava un ginepro infuocato.

Questa gli piomba proprio dietro alla bicicletta e continua a rotolare verso di lui. Mio nonno preso dall'affanno si mette a pedalare a più non posso, ma pedala e pedala la palla continuava a seguirlo, quasi lo stava per raggiungere. Ad un certo punto, rendendosi conto che non gli sarebbe sfuggito, si ferma e si gira di brutto imprecando. Era proprio uno di quei cristiani che chiamava il Cristo trentamila volte al giorno, come quando martellava la falce e si schiacciava un'unghia, lo chiamava subito e se non bastava chiamava anche sua madre, comunque ad un certo punto si gira verso la palla di fuoco e con tutto il fiato che aveva in gola le grida: "hai finito di rompermi le balle!" e gli molla un bel calcio.

Un botto e tutto d'un tratto il ginepro di fuoco sparisce nel nulla.

Il giorno dopo il parroco di Roccavione aveva il braccio al collo.

 

occitan

An aquilhi temps la gent que istava ent'aquisti valons, per se tenir reciprocament a dèbita distança da borjaas, bòscs, afeccion, etc..., se fasia paor l'un abo l'autre. Venien adobrats divèrs trucs esquasi sempre estremats al destinatari e sovent quora capitava qualquaren de misteriós, masque en aparença sensa na rason, se tiraven en bal las maschas, creaturas despeitosas e malinhas que empestaven bòscs e ruaas.

Mas lors estòrias misteriosas, eren pas destinaas a durar enti temps modèrns, en efèct quora la gent ha finalament agut la tripa plena e a molat la misèria, ilh las an pus vistas.

Lo mite de las maschas era dovut a la granda inhorança e a la granda misèria que dins un temp pas gaire luenh, aquí dominaven.

 

La mascha de Monturin

 

Lo valon que se duérb darreire a Brinhòla, pichòt teit de Rocavion, monta fins a tochar lo territòri roaschin. Sus la bòina se trobaven lhi teits Ribas e Clòts, já apartenents a la comuna de Roascha.

Per tota l'istat fin a l'auton aicí, coma d'en pertot alora, era costuma per lhi joves anar a balar dins lhi estables. Se pasava da n'estable a l'autre ente la lhi avia sempre de sonadors abo lhi armònis e la gent balava e velhava fins a tarda nuech. Lhi teits Clòts e Ribas eren lhi pòsts preferits perqué la lhi avia tantas bèlas filhas.

A durat un bèl moment que sèt filhs d'en Brinhòla, avien pres l'abituda de montar balar ai Clòts, mas aquí la lhi avia masque sieis filhas, parelh un duvia sempre restar a la fenèstra.

Vist qu'aquel qu'estava a la fenèstra era decò lo mai bèl e lo mai furb un bèl jorn, sensa farse veire pilha na coça, la garba dedins en maniera da aver-ne coma na testa de mòrt e lhi buta dedins dui lumins. Puei al vai sus al Monturin, la montanha que divíd Brinhòla da Roascha e la pénd a un fau en maniera qu'ilh se veiesse já da luenh.

Coma d'abituda, aquela sera d'istat, lhi sèt se buten en chamin per anar a trobar las sieis filhas di Clòts mas, a na mira parèis na vision espectrala, vaquí es ilhe: "Oh Madòna! la mascha! la mascha!".

Escapen tuchi desperats menc que lo nòstre, que avia combinat lo plan e que finalment polia anar a trobar aquela filha di Clòts que lhi plasia tant e balar abo ilhe per tota la nuech.

 

La mascha Dròlla

 

Aquesta mascha era ben particulara e imprevedibla per da bon, la sonaven la mascha dròlla ben pr'aquò.

Abo sas malfaitas era particolarment despeitosa e desplasenta.

Ilh disien que montesse sus las lòbias de las maisons ente lhi avia la ròba estendua. Aquí trobava mudandas lònjas d'òme, chamisas, corpets e divèrsas vestimentas e draps que se polien trobar en na maison. Al s'amusava a pilhar las mudandas da na lòbia e las meirar sus n'autra en maniera que lo jorn d'après quora l'òme se n'avisava era subit na rusa, e lo sentia criar a la frema: "Criste! Lhi a pr'aquí las mudandas de Tòni!... Te fas sautar da Tòni?!...", aimava butar descòrdia entre las familhas.

Ma fasia pas masque aquò, anava decò a chuchar lo lait a las vachas. Capitava esquasi sempre ental bòn de la nuech e quora las bèstias brulaven, la gent corria a l'estable e, pòrca misèria, ilhe era aquí etachaa que chuchava, mas fasies pas a temp a la veire ben qu'era já escapaa via coma n'esleuç.

Son refugi era lo Limbo. Aquest es un teit de Roascha, sot a la Còla, per lo valon que vai vèrs las Goderias, lo sònen parelh perqué se ditz sie lo darrier teit que nòstre Senhor aie creat. Lo solelh lo veïa jamai, encaissat al fons de na gola estrecha. Aquí, se ditz que lo Senhor al sie passat lo seten jorn ente se repauset e avia vuelha de, coma se ditz, posar las braias, bonomàs, e paf!

Vaquì, parelh era naissut lo Limbo, second la legenda locala, un teit qu'al fasia paur masque a lo veire, e pura aquí lhi demoraven quatre o cinc familhas.

Coma se sie, durant lo jorn, la mascha Dròlla s'estremava al Limbo perqué sabia que aquí degun al seria anat a la cerchar. Mas la nuech sortia e anava a combinar de malfaitas en vir. Ilh desmontava las roas di quèrs e las pendia ai fraisses, duerbia lhi estables e fasia sortir chabras, feas, vachas e sobretot lhi cocho porquets. Era costuma per chasque estable n'aver almenc quinze, vint, trenta, ilh disien que desenfectaven l'ambient, mas que vòs qu'ilh fasessen aquelas bestietas, coma se sie, se cònta que ent'una di sias malfaitas, na sera avia dubèrt un pòrti e qu'aquisti porquets an tacat a sortir un après a l'autre tuchi en fila. N'a contat fins a 333 puei ilh s'es estofiaa e la n'avia encara que sortien.

N'autra causa que l'amusava tant era de duèrber lhi sacs de la sèel, ne pilhar las granas e las espantiar ont se sie, a chasque pas qu'al fasia molava na grana per saber ente era passaa.

 

Lo casòt d' la mòla

 

Al casòt d' la mòla se donaven apontament las maschas.

Sèt maschas dal valon, eren sèt sètminas, naissuaas de sèt mes. De jorn eren filhas normalas e la gent anava da las sètminas per far-se sonhar lhi vèrms, lo versòl, lo solelhin, lo fuec de Sant Antòni e totas aquelas maganhas pichòtas e gròssas que de tant en tant sortien a complicar la vita de tuchi lhi jorns.

De sera, a nòu oras, se rechampaven totas ensem al casòt de la mòla e aquí fasien fèsta. Butaven na vèsta lònga abo de botons argentats. Quora la Luna al passava Monturin, anant vèrs Roascha, aquilhi botons s'esclaraven e la gent di teits, que da luenh lhi veïa, disia: "Beicatz ailà amont! Beicatz ailà amont! Las maschas...". Se veïen coma de lumins aviscs que ondejaven entre lhi bòscs, semelhaven lhi fuecs di cementieris. La gent avia paur.

Na sera aquestas sèt maschas avien envitat sèt garrions dal valon a minjar cina. Lhi sèt acepten l'envit e pòrten da beure e tota la resta. Arribats al casòt, an butat un botalòt de barbera en metz a la cort, an amaçat na chabra vielha e an minjat cina. Puei an tacat a sonar l'armòni e clarin e çò e lò e na dança, après mes'ora aquestas sèt fremas son devengue sèt chats niers.

Aquisti chats an tacat a donar fastidi ai garrions fins que Tòni, un de lor, a un crep esclòpa dins n'emprecacion, s'arvira vèrs un di chats e lhi cria: "As finit de me rómper las balas!", puei chapa un baròt da un faissinier e lhi planta na bèla barotanha. Lo jorn d'après Guitin avia lo braç rot.

 

Lo preire

 

Un bòt la gent avia crenta di preires. La lhi avia un provèrbi que disia: "lhi carabiniers abo lhi fèrms e lhi preires abo lhi enfèrms te fan veire l'enfèrn".

Na sera, sortit da l'òste pus tòst alegre, mon pairsier venia sus en bicicleta.

Al era da mira a la barma just denant d'en Brinhòla quora tot d'un crèp al ve ribatar aval da la riba de la montanha na bala de fuec avisca. Semelhava un genèure enflamat.

Aquesta bala lhi tomba pròpi darreire la bicicleta e lhi venia encontra. Mon pairsier, pres da l'afre, se buta a pedalar tot çò que polia, mas pedala que pedala la bala continuava a lhi venir après qu'esquasi lo chapava. A na mira, segur que tant lhi seria pas escapat, se ferma e se vira de brut en cristoneant. Al era pròpi un d'aquilhi cristians que chamava lo Crist trentamila bòts lo jorn; coma quora martlava lo dalh e s'esquichava un det, lo chamava subit e se la bastava ren chamava decò sa maire. Coma se sie a na cèrta mira s'arvira vèrs la bala de fuec e abo tot lo flat qu'avia en gola lhi cria: "as finit d'esclapar-me las balas!" e lhi tira un bèl cauç.

N'esclòp e tot d'un crep lo genèure de fuec desparéis.

Lo jorn d'après lo preire de Rocavion avia lo braç al còl.