Ricerca d’ambiente svolta dai bambini della Scuola elementare di Frassinetto durante l’anno scolastico 1993-94

I bambini della Scuola elementare di Frassinetto:

Brunasso Cipat Simona

Classe I

Monatto Marchello Martino

Marchiando Stefano

Marchiando Pacchiola Alessia

Perono Cacciafuoco Valentina

Classe II

Marchiando Pacchiola Sabrina

Roncaglion Garoffo Alessandro

Roncaglion Garoffo Dario

Classe III

Marchiando Pacchiola Federica

Perono Cacciafuoco Elisa

Classe V

Con le maestre Querio Lilia e Nigra Mariarosa hanno partecipato al XII Concorso EFFEPI (Associazione di studi e ricerche francoprovenzali) con questa ricerca su “L’uomo e gli animali domestici: la mucca, la pecora e la capra.”

Per leggere le parole in dialetto frassinettese vedere la tabella : Grafemi-Pronuncia

Hanno collaborato e li ringraziamo:

tutti i genitori della classe I-II-III-V

Roncaglion Tet Anna Maria

Musso Umberto

Truffa Franca

Gallo Lassere Maria

Gallo Lassere Francesco

Roncaglion Tet Giovanni

Marchiando Pacchiola Livio

Truffa Bartolomeo

La Pro Loco

L’amministrazione Comunale

GRAFEMI- PRONUNCIA

ā ē ī ō ū

Suono prolungato

è ò

Vocali aperte

é ó

Vocali chiuse

s – c

Come bes-ce

Ü

La u francese (casül)

Ö

La eu francese

Ê

Come sêstin

Ŝ

Come bãsin

U

Come bolei

o = u

Come polast

ò = o

Come mòr

LA MUCCA

Mucca

Vaci

Toro

Bori

Bue

Vitello

Vel

Torello

Vel gras - buriscciêt

Giovenca

Mânsa

Mandria

Margaria

Le corna

I carne

Un corno

Na corna

Le orecchie

Iurié

Gli occhi

üi

Il naso

Nas

La bocca

Buci

Le narici

Naris

Il collo

Col

La schiena

Scinà

Il petto

Piet-stomi

La mammella

Püpà – piet

La coda

Cua

Le zampe

Ciambe – piote

Gli zoccoli

Ungion

Il pelo

pëil

Muggire

Bramar

Un muggito

A brame

La mucca rumina

La vaci a rümie

La mucca che dirige la mandria

Reinas – guarirei

Una mucca sterile

Na vaci turgia

Una mucca con un solo corno

Na vaci scurnà

Dai primi bovini addomesticati, si sono ottenute numerose razze, selezionate per la produzione di latte o di carne e anche per ottenere animali da tiro. In Italia vanno ricordate la “Frisona”, la “Bruna Alpina”, la “Romagnola” e la “Piemontese”. La gestazione di una mucca dura 280 giorni e dopo il parto la mucca può produrre alcune decine di litri di latte al giorno. I nomi dati alle mucche si ripetono nel tempo; infatti, come i nostri antenati chiamavano le loro mucche, ancora oggi si sentono ripetere quei nomi tradizionali: Belina, Musca, Lisetta, Alpina, Veruna, Bandiera, Musetta, Fiura, Alba, Fürmia, Fortüna, Marmotta, Serena, Nobilia, Viola, Falva, Parma, Bianca, Bellina, Conchiglia, Regina, Colomba, Stella, Carina.

Alle mucche di solito ci si rivolge con parole in dialetto e vocaboli cortissimi:

te ven te

Vieni, vieni

Pastü sù

Vai più su

Pastü giù

Vai più giù

Pagia al pee

Sposta il piede o la zampa

Bütte a post

Mettiti a posto

LA STALLA

Stalla

Bül

Letame

Aliam

Museruola

Grignar

Rastrello

Rastel

Scopa

Scua

Cestino

Cavägn

Sgabello

Scagn

Mungere

Musar

Latte

Lêt

Schiuma del latte

Scümà

A Frassinetto le stalle di una volta avevano i muri di pietra e il pavimento a “lose”. La mangiatoia era fatta con assi di legno bucati, per poter agganciare le catene e legare le mucche. Un tempo le stalle erano luoghi molto frequentati perché erano i locali più riscaldati della casa.

Gli animali, con il loro respiro, creavano un bel tepore e le stalle, essendo molto basse, erano facili da riscaldare. Nelle giornate di neve o di pioggia oppure nelle lunghe serate d’inverno, le donne si riunivano nelle stalle a cucire, a filare e a ricamare.

Gli uomini confezionavano cestini (cavägn), scope per raccogliere le foglie secche e rastrelli. Facevano anche le reti per il fieno (fuiaröl), con due lunghi bastoni ed una corda passata diverse volte nei buchi dei bastoni e scortecciavano piccole piantine che venivano poi legate assieme con la corda ad altezze differenti, per fermare il manico della scopa. Fabbricavano gli zoccoli, le posate di legno, bastoni diritti e ricurvi (cane).

Anticamente, in alcune famiglie, nelle stalle il padre recitava il Santo Rosario e tutti vi partecipavano. Oggi le stalle, specialmente quelle di pianura, sono molto cambiate: le mangiatoie sono automatizzate e hanno dei nastri che trasportano il cibo per gli animali.

A Frassinetto non ci sono stalle moderne: qualche malgaro ha fatto fare il pavimento e le mangiatoie in cemento, per una maggior pulizia.

Le stalle a Frassinetto si trovano fra le case e il letame, che ogni giorno viene toltro, è portato con la carriola o il trattore in un prato, dove viene ammucchiato e utilizzato in primavera come concime per i campi.

L’ALIMENTAZIONE

Fieno

Fen

Erba

Êrba

Secondo taglio dell’erba

Riorda

Mangiatoia

Grippia

Abbeverare

brüar

Oggi l’alimentazione della mucca è cambiata rispetto ad un tempo perché si usa molto mangime, che permette ai margari di ottenere più latte e quindi più formaggi. Una volta, invece, le mucche mangiavano solo fieno e farina di grano mescolata ad avanzi di siero, per far produrre più latte ed erba.

Ancora oggi in paese c’è qualche anziano malgaro che alimenta le proprie mucche come un tempo. Dopo il parto, non bisogna dare alla mucca l’acqua fredda ma tiepida, mescolata a farina di grano. Una volta la mucca era l’unica fonte di reddito e in quasi tutte le famiglie si faceva la spesa con i soldi guadagnati vendendo il burro e il formaggio. Il vitello veniva venduto dopo 15 giorni circa a qualche macellaio della zona.

Appena nato il vitello è nutrito con il latte della madre che è dolciastro e molto nutriente; in seguito il latte viene scremato e il rimanente viene dato al vitellino. Quando il latte della mucca non basta più, si usa il latte in polvere. Per un certo periodo di tempo al vitello viene messa la museruola, affinché non lecchi il proprio pelo che, se ingerito, formerebbe una palla nello stomaco e provocherebbe la morte dell’animale.

È molto importante dare alle mucche il fieno e l’erba migliore per avere una buona produzione di latte. Di solito l’erba di alta montagna, chiamata “piota at galina” zampa di gallina, è migliore perché contiene principi nutritivi che stimolano la produzione di latte. Il latte e il formaggio cambiano sapore a seconda del tipo di erba che la mucca mangia. La scorta di fieno per le mucche dura dai 5 ai 7 mesi; una mucca mangia circa 12-15 kg di fieno al giorno. Una volta si tagliava tutta l’erba esistente: nei prati, nei boschi e sui dirupi di alta montagna; si rispettavano meticolosamente i confini e le proprietà e a volte si bisticciava per una manciata di erba. Oggi, invece, la maggior parte dei prati è incolta e piena di rovi.

L’ALPEGGIO

Basella, Calusu, Cugn, Ciulera, Muscêt, Vicol, Râi, Lei, Roci, Piancol, Munbucu, Livi, Usaira, Miunda, Boua, Martinet, Ciapal, Losa, Giumenta, Ras, Sarlimont, Saber, Quinzeina, Pian dla Scagn, Vifè, Piatur, Balma di Chiri, Bec, Lago, Pirù, Pian Malûr.

In primavera, verso la metà di maggio, i margari salgono negli alpeggi. A seconda della stagione, fanno varie tappe a diverse altitudini: man mano che la neve si scioglie e l’erba cresce, essi cambiano alpeggio. Un tempo a Frassinetto c’erano molti margari, invece oggi ne sono rimasti solo 5 o 6 e il numero dei bovini è molto diminuita rispetto ad una volta: circa 150 capi nel periodo invernale e 260 nel periodo estivo. In passato invece, se ne contavano circa 1000 capi! I margari scendono dall’alpeggio dopo il 21 settembre quando inizia la stagione autunnale e trascorrono l’inverno nella cascina di loro proprietà o presa in affitto.

Nell’ alpeggio il malgaro abita in una baita (cavana) fatta di pietre a secco; sulla Quinzeina sono rimaste molte baite ma ormai quasi tutte sono disabitate e alcune addirittura in rovina, con il tetto sfondato dal peso della neve. Le baite, un tempo, venivano costruite in posti riparati, per scongiurare il pericolo di frane e valanghe. Esse avevano due piani: il piano terra, dove c’erano le stalle ed il piano rialzato dove si viveva: si cucinava, si dormiva e si lavorava il latte. Fuori dalla stalla c’era il letamaio e vicino c’era un ruscello che, entrando nel letamaio, portava il prezioso letame nei prati, concimandoli. Una volta le baite erano un rifugio sicuro per i nostri margari anche se il vento entrava facilmente tra una pietra e l’altra; a volte anche la pioggia.

LA LAVORAZIONE DEL LATTE

Paröl

Recipiente dove si lascia riposare il latte per poi scremarlo

Ciuderi

Grosso pentolone dove si scalda il latte per fare il formaggio

Tupinà

Recipiente dove viene raccolta la panna (fiur), per fare il burro

Casülà

Mestolo per scremare il latte

Culôr

Grosso imbuto in cui viene messa una piccola quantità di paglia per filtrare il latte e versarlo oi nel paröl

Gavi

Piccolo recipiente, con la stessa funzione del paröl

Lavel

Grosso piatto piano di legno, usato per dare la forma al burro

Sidel

Secchiello usato per contenere il latte munto

Büreri

Recipiente di legno, alto e stretto, usato per contenere e sbattere il latte

Culoiri

Tela usata per filtrare il latte

Fatuiri-fatuiren

Piccoli recipienti, a forma tonda, usati per fare i tomini

Tumà

Formaggio

Tumen

Tomini

Brosa-asras

Ricotta

Büro

Burro

Burà

Latte di burro

Laità

Siero

Crutên – früteri

Cantina

Vutên

Casetta bassa e fresca per contenere il latte

Per fare il formaggio si fa così: il latte scremato si mette in un grosso pentolone (ciuderi) di rame e si fa cuocere sul fuoco del camino (fugliair) fino ad una temperatura di circa 35-38 radi, poi si aggiunge il caglio e si lascia riposare un’ora. Si scola il tutto, si fascia e si mette su una specie di sgabello di legno, detto “ciargior”, con una tavola di legno sopra e una grossa pietra per schiacciare il formaggio e far uscire il siero (lità).

Dal latte, oltre alla toma, si ricavano i tomini, il burro e la ricotta. Con il latte avanzato dal burro, si ottiene il “latte di burro”. Una volta il formaggio veniva fatto stagionare nelle cantine; il latte, invece, era conservato in casette basse e fresche, dove c’era l’acqua corrente.

Per fare il burro si fa così: nella zangola di legno si mettono la panna e l’acqua (bollente in inverno e fredda in estate), poi si sbatte fino a quando il composto indurisce. In seguito si modella in pezzi rettangolari, secondo le esigenze, infine si “marchia” con una specie di timbro di legno scolpito, detto “marca”.

LE MALATTIE DEI BOVINI

Le malattie dei bovini sono molte: l’afta, la mastite, la malattia del carbone, la febbre del latte, la tubercolosi. Oggi gli animali malati sono curati dal veterinario; invece una volta venivano dati loro degli sciroppi a base di erbe alpine: genziana, ruta, menta e radice di ortica.

PROVERBI E DETTI SULLA STALLA

  • Quando, nella stalla, le mucche sono tutte accovacciate con la schiena rivolta al sole, il tempo si mantiene bello; quando invece hanno il muso rivolto al sole il tempo volge al brutto.

  • Quando le mucche sono al pascolo e, invece di brucare, hanno il muso rivolto all’insù c’è un temporale in arrivo.

  • Le mammelle di una mucca sono come quattro bottiglie che, pur rovesciandole, non si svuotano mai finché non si toglie il tappo cioè finché non vengono munte.

  • Santa Caterina, la mucca alla casina.

  • Alla Maddalena il latte se ne va sulla schiena (non ce n’è più).

  • A S. Antonio, in gennaio, i margari delle cascine sono a metà della paglia e del fieno.

  • La mucca ha gli zoccoli di rame, la capra d’argento e la pecora d’oro.

  • Indovinello: 4 gambe, 4 mammelle, 2 corna, 2 occhi, 2 orecchie e una coda: cos’è? (la mucca)

LA PECORA

Pecora

Fe

Agnello

Agnel

Recinto all’aperto

Filar

Rete messa nel recinto per mungere

Veilo

Una volta si credeva che la nascita di agnellini con il pelo nero portasse sfortuna, invece quelli con il pelo bianco erano segno di fortuna. Si diceva anche che la pecora aveva le unghie d’oro perché era l’animale più economico e produttivo che ci fosse, infatti mangiava solo gli avanzi d’erba lasciati nei prati dalle mucche e in cambio produceva latte, lana, carne e agnellini.

La stalla delle pecore era piccola, fatta di pietra, con il soffitto basso. Il recinto all’aperto era costruito con dei paletti infissi nel terreno, distanti m 1,5 uno dall’altro e circondato da una rete di canapa alta almeno m 1,5.

Un tempo, dove non era possibile costruire stalle o recinti, le pecore erano rinchiuse in caverne, sotto grandi rocce e l’apertura veniva ostruita con dei muretti di pietra e con delle porticine rustiche, fatte con piccoli tronchi di legno. Una volta le pecore venivano nutrite con erba, fieno e un po’ di sale; anche oggi l’alimentazione è la stessa di un tempo. Agli agnellini viene data invece, a volte, il latte artificiale.

Le malattie che colpiscono le pecore sono: la lümasola, localizzata nelle unghie, l’afta, la rugna che è una malattia della pelle e la malattia degli occhi. Una volta sulle unghie veniva messo l’ossido di rame e la pelle veniva unta con un liquido detto “estratto di tabacco”. Per curare gli occhi si usava l’acqua tiepida zuccherata e l’afta si curava con tisane a base di erbe: genziana, ruta, genepì. Oggi, invece, si richiede l’intervento del veterinario.

Una volta a Frassinetto c’erano margari che avevano le pecore; oggi non ce ne sono più. Dalla pecora si ricavano: latte, formaggio pecorino, tomini, lana e una carne ottima. Un tempo le pecore venivano tosate due volte durante l’anno e dalla lana filata si lavoravano ai ferri maglie, calze, sciarpe, berretti. Con la lana tosata si preparavano: materassi, trapunte e coperte.

LA CAPRA

Capra

Civa

Capretta

Ciavrì

Il maschio della capra

Al boc

La capra, come la mucca e la pecora, una volta rappresentava una delle fonti di vita per gli abitanti del nostro paese.

Ci sono capre con le corna ed altre che non le hanno: queste sono chiamate “ciüche”; alcune capre hanno le orecchie corte: sono le “cuccu”, altre invece le hanno lunghe. I barbazzali delle capre sono detti “pandüien”. Per dire il “verso” che fa questo animale si dice: “i barsele”.

Alle capre ci si rivolge dicendo “Teia su!”.

Alcuni nomi dati ad esse, nel nostro paese, sono: Fiurina, Fasöla, Bianchina, Gaiella, Stella, Grisa.

Hanno il pelo di diversi colori: bianco, nero, marrone, rossiccio, biondo. Nei tempi passati, le capre, erano numerose nel nostro paese, anche perché davano meno lavoro delle mucche. Questo vale anche per oggi, però il loro numero è diminuito, circa 50.

Infatti, specialmente nella bella stagione, si lasciano libere fin dal mattino e alla sera, rientrano da sole dai pascoli. La capra è un animale intelligente: sa andare ai suoi prati e ritrovare la strada di casa. Mangia erba e fieno ed è anche molto ghiotta di germogli, foglie e fiori. Le piace in modo particolare “pelare” le piante, cioè levare parte della corteccia: si dice che “i rusce”.

Questo animale patisce molto il freddo: le si ingrossa persino la testa se sta al freddo. Per questo motivo, in inverno, viene messa nella stalla con le mucche.

Non deve essere pascolata nei mesi freddi, perché se si coricasse nel prato e l’erba fredda le toccasse l’ombelico, potrebbe morire. Nei mesi dio ottobre e novembre la capra va in cerca del maschio. Partorisce quasi sempre due capretti nei mesi di marzo o di aprile. Quando ha partorito deve stare nella stalla (bul) per qualche settimana, perché non deve mangiare i germogli, altrimenti perde il latte. I capretti vengono venduti al macellaio, specialmente nella settimana di Pasqua.

Il latte di capra è molto “leggero”, digeribile; per questo motivo, una volta, veniva dato ai bambini piccoli. Con il latte si fanno i tomini (tumen), che ancora oggi, come già nei tempi passati, si vendono ai privati o ai negozianti.