Enti in rete L.482/99   

Edizione 2012

Sergio Salvi - Premio Speciale

Sergio Salvi - Premio Speciale

Nato nel 1932 a Firenze, dove vive. Si è formato alla scuola delle piccole riviste di cultura (Quartiere, Protocolli, L’oggidì, Il bimestre). Dopo cinque libri di versi (ricordiamo Il vento di Firenze, Firenze 1960 e Le croci di Cartesio Milano 1966), un saggio di critica letteraria (Il metro di Luzi, Bologna 1965) e un romanzo (L’oro del Rodano, Rizzoli, 1972), ha abbandonato l’esercizio della letteratura. Sono stati comunque i suoi interessi letterari a portarlo, nel 1964, nella patria dei Trovatori: l’Occitania.Li Salvi ha scoperto che la lingua d’oc non è morta nonostante il secolare divieto di usarla, e che il presunto Midi della Francia è in realtà una nazione, ancora culturalmente omogenea. Ha dunque studiato “sul campo” il problema di una “cultura” (in senso antropologico) oppressa. Dopo l’Occitania ha preso in esame, una per una, le altre culture emarginate dell’Europa occidentale e ne è nato un poderoso volume (Le Nazioni proibite, Vallecchi, 1973), che, per la sua forma paradossale, ha riscosso un certo successo ed ha provocato molto scalpore.

Sempre rivolto alle libertà di lingua Salvi si è poi concentrato sul caso Italia dove ha rilevato e denunciato un “genocidio bianco”: un delitto sottile che si compie ai danni di due milioni e mezzo di cittadini alloglotti, in contrasto con la costituzione e la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il suo nuovo libro (Le lingue tagliate Rizzoli, 1975) racconta per la prima volta agli italiani, senza pregiudiziali italocentriche, le storie parallele delle minoranze linguistiche del loro paese. Documenta in questo “rapporto”, con rigore spietato, l’oppressione esercitata dall’attuale (siamo nel 1975) stato italiano nei confronti delle lingue e delle culture materne delle comunità minoritarie del paese: una oppressione che non mostra soluzione di continuità con quella esercitata per un ventennio dallo stato fascista e, prima ancora, da quello “liberale” e che coinvolge politici e storici, giuristi e glottologi, devoti ai vari regimi al punto di offrire una copertura “scientifica” agli operatori del genocidio.

Sergio Salvi denunciava ma indicava anche in maniera impeccabile la soluzione di questo problema “La libertà linguistica può e dev’essere concessa a tutti i cittadini senza bisogno di ricorrere a provvedimenti speciali e senza alibi delle fughe in avanti. Basta infatti che lo stato applichi finalmente lo spirito e la lettera della sua costituzione antifascista e repubblicana”. Sicuramente anche grazie a Salvi, con la legge 15 dicembre 1999 n. 482 “Norme a tutela delle minoranze linguistiche storiche”, lo Stato finalmente provvedeva a riconoscere ed a fornire una prima tutela alle minoranze linguistiche in Italia.

Ancora rivolto al problema della tutela linguistica usciva nel 1978 Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell’Europa occidentale contemporanea, (Vallecchi).

Sergio Salvi si è anche occupato del tema dell’Islam nell’Unione Sovietica nel saggio
La mezzaluna con la stella rossa (1993) e della Toscana (Nascita della Toscana) e (L’identità toscana).

Opere

Il vento di Firenze, Vallecchi, Firenze, 1960 Le croci di Cartesio, Mondadori, Milano 1966 L'oro del Rodano, Rizzoli, Milano, 1972
Le nazioni proibite, Vallecchi, Firenze, 1973 Le lingue tagliate, Rizzoli, Milano, 1975

Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell'Europa occidentale contemporanea, Vallecchi, 1978

La disUnione Sovietica. Guida alle nazioni della non Russia, Ponte delle Grazie, 1990

La mezzaluna con la stella rossa. Origini, storia e destino dell'Islam sovietico, Marietti, 1993

Tutte le Russie. Storia e cultura degli Stati europei della ex Unione Sovietica dalle origini a oggi, Ponte delle Grazie, 1994

Breve storia della Cecenia, Giunti Editore, 1995 La Cecenia e i paesi del Caucaso del nord, Insula

Edizioni, 1996
L' Italia non esiste, Camunia, 1996

La lingua padana e i suoi dialetti, Quaderni Padani n. 25/26, Novara, 1999 

Nascita della Toscana. Storia e storie della Marca di Tuscia, Le Lettere, 2001

L'identità toscana. Popolo, territorio, istituzioni dal primo marchese all'ultimo granduca, Le Lettere, 2006

Tutti i colori del calcio. Storia e araldica di una magnifica ossessione, Le Lettere, 2008 



ANTOLOGIA SERGIO SALVI

Così come circolano le monete false, circolano per il mondo anche le false terminologie. La constatazione non sarebbe particolarmente scandalosa se la legge punisse i fabbricanti e gli spacciatori di queste terminologie, almeno quando contraffanno deliberatamente la realtà. Accade invece che qualcuna di esse, e fra le più mistificatorie, abbia assunto un valore ufficiale e addirittura legale. Un esempio vistoso è racchiuso nella denominazione stessa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: oltre a non essere “unite”, le presunte “nazioni” che la compongono non sono affatto nazioni ma Stati. Tutti sanno, naturalmente, che cosa sia uno Stato. Ma che cos’è una nazione ?

La definizione più semplice e allo stesso tempo più chiara è, paradossalmente, quella di Stalin, il quale non può certo essere considerato un paladino dei diritti delle molte nazioni (od etnie) sovietiche nei confronti della maggiore di esse: quella russa. Secondo Stalin dunque (ma è Lenin il vero ispiratore della definizione) una nazione è una comunità umana storicamente evoluta, caratterizzata dall’unità del territorio, dalla vita economica, dalla prospettiva storica, dalla lingua e dall’atteggiamento mentale quale risulta dalla cultura. La nazione, intesa in questo senso, non coincide quasi mai con lo Stato anche quando uno Stato ne porta il nome.

Vedremo infatti come la nazione francese e lo Stato francese siano due cose diverse. Prima di continuare, desideriamo però avvertire il lettore che così come termini quali Stato e nazione non sono per noi assolutamente sinonimi, termini quali nazione ed etnia significano invece, almeno nell’ambito del nostro discorso, la stessa cosa.

...

Come il lettore avrà certo avvertito, abbiamo privilegiato, nell’ambito della definizione staliniana di nazione, la dimensione linguistica. La lingua è infatti considerata da tempo, e assai giustamente, come l’indizio “sintetico” dell’etnia: la lingua è la dimensione fondamentale di una comunità nazionale poiché questa comunità è tale in quanto si distingue dalle altre comunità per l’uso di una lingua particolare. Già Humboldt aveva brillantemente sostenuto a suo tempo che una lingua non è un repertorio di segni ma una vera e propria concezione del mondo (e Marx chiamò la lingua “la realtà immediata del pensiero”). Questa teoria è stata recentemente ripresa da molti linguisti e da altrettanti antropologi culturali e va oggi sotto il nome di “ipotesi di Sapir-Whorf”. Dice, ad esempio, Edward Sapir: “È un’illusione immaginare che sia possibile adattarsi alla realtà senza far uso della lingua (...). Il “mondo reale” è in gran parte fabbricato inconsciamente a seconda delle abitudini linguistiche del gruppo (...) I mondi in cui vivono società diverse sono mondi distinti, non semplicemente lo stesso mondo cui sono attaccate diverse etichette”. E ribadisce Benjamin L. Whorf: “Noi sezioniamo la natura, la organizziamo in concetti e ascriviamo i significati in un certo modo, in gran parte perché partecipiamo di un accordo che la organizza in questo modo, accordo (implicito e non dichiarato) che è valido in tutta la comunità che parla la nostra lingua e che è codificato nei modelli della lingua stessa”. È la lingua dunque che fa la nazione. Ed è la linguistica che ci permette di riconoscere le varie nazioni che compongono l’umanità (o almeno l’Europa occidentale). Oltretutto, la linguistica è una scienza: anche se, come scienza, è un po’ meno “esatta” della matematica. Per quanto ci riguarda è tuttavia sufficiente, al fine di individuare una nazione, applicare la classificazione delle lingue operata dalla linguistica genetica. Non tutti i linguisti sono completamente d’accordo sulla stessa classificazione: le divergenze sono ciò nonostante minime e, nel nostro caso, davvero insignificanti. Altre interessantissime indagini, esperite ad esempio dalla linguistica tipologica, non interessano poi le nazioni. Come per descrivere la caduta dei gravi sono sufficienti le leggi della meccanica classica anche se queste stesse leggi non servono a livello delle particelle subatomiche, così per individuare le nazioni dell’Europa occidentale è sufficiente applicare la classificazione genetica delle lingue.

Purtroppo, le nazioni private del diritto di esistere in quanto tali, sono state sottoposte da secoli alla proibizione dell’uso della loro lingua nazionale ed è stato loro brutalmente imposto l’uso di una lingua “straniera” che, in qualche caso, ha sostituito la lingua materna. Questa lingua “straniera” è, naturalmente, la lingua materna della nazione che ha costruito lo Stato il quale si è annesso la nazione proibita. La situazione attuale è che non tutti i membri di una nazione proibita hanno potuto conservare il proprio patrimonio linguistico originario, anche se permangono tutte le altre dimensioni che costituiscono la nazionalità. È cioè avvenuta una sorta di trasferimento “significante” dalla lingua ad un’altra dimensione (ma la lingua materna permane inconsciamente, quale sostrato, nella lingua che l’ha sostituita). L’Irlanda è il caso classico di questo trasferimento: gli irlandesi hanno smarrito, nella loro maggioranza, l’uso della lingua irlandese e l’hanno sostituita con l’inglese senza per questo diventare inglesi. L’indice sintetico della loro nazionalità si è così trasferito alla religione cattolica. Naturalmente, ogni riconoscimento ufficiale delle realtà nazionali oggi negate non potrà prescindere dal ripristino e dal restauro delle rispettive lingue nazionali. Si tratta di un’operazione tutt’altro che utopistica, già felicemente compiuta da quasi tutte le nazioni che hanno raggiunto, in tempi recenti, l’indipendenza politica o anche soltanto una autentica autonomia, dalla Finlandia alle Far Oer, ed Israele ne è l’esempio più convincente e più clamoroso.

Certo, dovremo dire che le nazioni, come tutte le comunità umane e addirittura le specie animali, non sono eterne. Esse nascono, vivono e muoiono. Quando, oltre alla lingua, si estinguono anche tutte le altre dimensioni diligentemente elencate nella definizione staliniana, una comunità nazionale cessa di esistere ed i suoi componenti vengono assorbiti senza residui nell’ambito di un’altra comunità nazionale. La nazione etrusca è morta duemila anni fa, la nazione gotica è defunta da oltre un millennio, la nazione prussiana (quella vera, cioè quella di lingua baltica, e non la regione tedesca che ne ha ereditato il nome e il territorio) è estinta da cinquecento anni. Quello che è stato è stato e non si possono certo risuscitare i fantasmi. Oggi restano però in vita, proprio nell’Europa occidentale, ancora molte nazioni che si trovano inserite in Stati costruiti da nazioni diverse. Sono le nazioni miracolosamente scampate finora al massacro, al genocidio linguistico e culturale. E vanno salvate. È giusto preoccuparsi della salvezza degli ultimi esemplari di specie animali e vegetali che stanno estinguendosi, è giusto proteggere dalla distruzione e dalla rovina i monumenti e i paesaggi. Ma è altrettanto giusto e doveroso proteggere le nazioni e le lingue sull’orlo della scomparsa. Esse sono oltretutto portatrici di valori che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità.

(Le nazioni proibite, 1973)

Noi siamo i primi a riconoscere come non si possa privilegiare la nazionalità (la “matria”), considerandola quale unico termine di riferimento per una lettura consapevole dell’Europa contemporanea. Ma proprio per ragioni analoghe ci rifiutiamo di considerare lo stato (la “patria) come la sola unità di misura, come esempio unico e obbligato di società globale.

...

Intimamente legato alla dimensione culturale e a quella storica di una nazionalità, ma anche al territorio, è ciò che chiameremo il fatto linguistico, considerato da molti come l’indizio sintetico della nazionalità medesima. (...) Il fervore nazionalitario ha permesso ad esempio la nascita di una lingua finlandese ufficiale, unitaria e capace di presidiare tutti gli usi pubblici e culturali della nazionalità là dove esistevano varianti dialettali e gerghi sociali impiegati da una massa culturalmente e socialmente subalterna: là dove esistevano, più precisamente, a livello publico e culturale, lingue di prestigio quali lo svedese e il russo, di cui ci si sarebbe potuti servire con poca fatica ma che sono state rifiutate perché appartenevano, storicamente, a un’altra nazionalità. Là dove esisteva perfino una cospicua minoranza territoriale di lingua svedese.

Lo stesso discorso può essere fatto a proposito di moltissime altre lingue europee che un secolo (e qualcuna anche solo trent’anni) fa, non “esistevano” nel senso moderno del termine: norvegese, islandese, faeringio, estone, lettone, lituano, bielorusso, ucraino, ceco, slovacco, sloveno, serbocroato, macedone, albanese, romeno... Tutte lingue che oggi esistono “au pair” con lo svedese e il polacco, col portoghese e l’italiano.

...

Abbiamo parlato di nazionalità riconosciute, sia pure in tempi ancora recenti. Ma la stessa lotta per la lingua nazionale, per la sua unificazione, per il suo sviluppo e per il suo uso a tutti i livelli, si sta svolgendo anche presso le nazionalità ancora oppresse, soprattutto presso quelle dell’Europa occidentale. Questa lotta la conducono, tra mille difficoltà, i bretoni e i baschi, i sardi e i friulani, gli occitani e i galeghi. C’è chi è più avanti e chi è più indietro nella lotta. I catalani l’hanno già vinta, approfittando di una serie di occasioni storiche favorevoli prodottesi nella prima metà del secolo e mantenendo i risultati raggiunti anche sotto l’oppressione franchista.

Le altre nazionalità non riconosciute, riusciranno a vincerla ?

(Patria e matria, 1978)


Sergio Salvi - Premio Speciale

Sergio Salvi - Premio Speciale

Nato nel 1932 a Firenze, dove vive. Si è formato alla scuola delle piccole riviste di cultura (Quartiere, Protocolli, L’oggidì, Il bimestre). Dopo cinque libri di versi (ricordiamo Il vento di Firenze, Firenze 1960 e Le croci di Cartesio Milano 1966), un saggio di critica letteraria (Il metro di Luzi, Bologna 1965) e un romanzo (L’oro del Rodano, Rizzoli, 1972), ha abbandonato l’esercizio della letteratura. Sono stati comunque i suoi interessi letterari a portarlo, nel 1964, nella patria dei Trovatori: l’Occitania.Li Salvi ha scoperto che la lingua d’oc non è morta nonostante il secolare divieto di usarla, e che il presunto Midi della Francia è in realtà una nazione, ancora culturalmente omogenea. Ha dunque studiato “sul campo” il problema di una “cultura” (in senso antropologico) oppressa. Dopo l’Occitania ha preso in esame, una per una, le altre culture emarginate dell’Europa occidentale e ne è nato un poderoso volume (Le Nazioni proibite, Vallecchi, 1973), che, per la sua forma paradossale, ha riscosso un certo successo ed ha provocato molto scalpore.

Sempre rivolto alle libertà di lingua Salvi si è poi concentrato sul caso Italia dove ha rilevato e denunciato un “genocidio bianco”: un delitto sottile che si compie ai danni di due milioni e mezzo di cittadini alloglotti, in contrasto con la costituzione e la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il suo nuovo libro (Le lingue tagliate Rizzoli, 1975) racconta per la prima volta agli italiani, senza pregiudiziali italocentriche, le storie parallele delle minoranze linguistiche del loro paese. Documenta in questo “rapporto”, con rigore spietato, l’oppressione esercitata dall’attuale (siamo nel 1975) stato italiano nei confronti delle lingue e delle culture materne delle comunità minoritarie del paese: una oppressione che non mostra soluzione di continuità con quella esercitata per un ventennio dallo stato fascista e, prima ancora, da quello “liberale” e che coinvolge politici e storici, giuristi e glottologi, devoti ai vari regimi al punto di offrire una copertura “scientifica” agli operatori del genocidio.

Sergio Salvi denunciava ma indicava anche in maniera impeccabile la soluzione di questo problema “La libertà linguistica può e dev’essere concessa a tutti i cittadini senza bisogno di ricorrere a provvedimenti speciali e senza alibi delle fughe in avanti. Basta infatti che lo stato applichi finalmente lo spirito e la lettera della sua costituzione antifascista e repubblicana”. Sicuramente anche grazie a Salvi, con la legge 15 dicembre 1999 n. 482 “Norme a tutela delle minoranze linguistiche storiche”, lo Stato finalmente provvedeva a riconoscere ed a fornire una prima tutela alle minoranze linguistiche in Italia.

Ancora rivolto al problema della tutela linguistica usciva nel 1978 Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell’Europa occidentale contemporanea, (Vallecchi).

Sergio Salvi si è anche occupato del tema dell’Islam nell’Unione Sovietica nel saggio
La mezzaluna con la stella rossa (1993) e della Toscana (Nascita della Toscana) e (L’identità toscana).

Opere

Il vento di Firenze, Vallecchi, Firenze, 1960 Le croci di Cartesio, Mondadori, Milano 1966 L'oro del Rodano, Rizzoli, Milano, 1972
Le nazioni proibite, Vallecchi, Firenze, 1973 Le lingue tagliate, Rizzoli, Milano, 1975

Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell'Europa occidentale contemporanea, Vallecchi, 1978

La disUnione Sovietica. Guida alle nazioni della non Russia, Ponte delle Grazie, 1990

La mezzaluna con la stella rossa. Origini, storia e destino dell'Islam sovietico, Marietti, 1993

Tutte le Russie. Storia e cultura degli Stati europei della ex Unione Sovietica dalle origini a oggi, Ponte delle Grazie, 1994

Breve storia della Cecenia, Giunti Editore, 1995 La Cecenia e i paesi del Caucaso del nord, Insula

Edizioni, 1996
L' Italia non esiste, Camunia, 1996

La lingua padana e i suoi dialetti, Quaderni Padani n. 25/26, Novara, 1999 

Nascita della Toscana. Storia e storie della Marca di Tuscia, Le Lettere, 2001

L'identità toscana. Popolo, territorio, istituzioni dal primo marchese all'ultimo granduca, Le Lettere, 2006

Tutti i colori del calcio. Storia e araldica di una magnifica ossessione, Le Lettere, 2008 



ANTOLOGIA SERGIO SALVI

Così come circolano le monete false, circolano per il mondo anche le false terminologie. La constatazione non sarebbe particolarmente scandalosa se la legge punisse i fabbricanti e gli spacciatori di queste terminologie, almeno quando contraffanno deliberatamente la realtà. Accade invece che qualcuna di esse, e fra le più mistificatorie, abbia assunto un valore ufficiale e addirittura legale. Un esempio vistoso è racchiuso nella denominazione stessa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: oltre a non essere “unite”, le presunte “nazioni” che la compongono non sono affatto nazioni ma Stati. Tutti sanno, naturalmente, che cosa sia uno Stato. Ma che cos’è una nazione ?

La definizione più semplice e allo stesso tempo più chiara è, paradossalmente, quella di Stalin, il quale non può certo essere considerato un paladino dei diritti delle molte nazioni (od etnie) sovietiche nei confronti della maggiore di esse: quella russa. Secondo Stalin dunque (ma è Lenin il vero ispiratore della definizione) una nazione è una comunità umana storicamente evoluta, caratterizzata dall’unità del territorio, dalla vita economica, dalla prospettiva storica, dalla lingua e dall’atteggiamento mentale quale risulta dalla cultura. La nazione, intesa in questo senso, non coincide quasi mai con lo Stato anche quando uno Stato ne porta il nome.

Vedremo infatti come la nazione francese e lo Stato francese siano due cose diverse. Prima di continuare, desideriamo però avvertire il lettore che così come termini quali Stato e nazione non sono per noi assolutamente sinonimi, termini quali nazione ed etnia significano invece, almeno nell’ambito del nostro discorso, la stessa cosa.

...

Come il lettore avrà certo avvertito, abbiamo privilegiato, nell’ambito della definizione staliniana di nazione, la dimensione linguistica. La lingua è infatti considerata da tempo, e assai giustamente, come l’indizio “sintetico” dell’etnia: la lingua è la dimensione fondamentale di una comunità nazionale poiché questa comunità è tale in quanto si distingue dalle altre comunità per l’uso di una lingua particolare. Già Humboldt aveva brillantemente sostenuto a suo tempo che una lingua non è un repertorio di segni ma una vera e propria concezione del mondo (e Marx chiamò la lingua “la realtà immediata del pensiero”). Questa teoria è stata recentemente ripresa da molti linguisti e da altrettanti antropologi culturali e va oggi sotto il nome di “ipotesi di Sapir-Whorf”. Dice, ad esempio, Edward Sapir: “È un’illusione immaginare che sia possibile adattarsi alla realtà senza far uso della lingua (...). Il “mondo reale” è in gran parte fabbricato inconsciamente a seconda delle abitudini linguistiche del gruppo (...) I mondi in cui vivono società diverse sono mondi distinti, non semplicemente lo stesso mondo cui sono attaccate diverse etichette”. E ribadisce Benjamin L. Whorf: “Noi sezioniamo la natura, la organizziamo in concetti e ascriviamo i significati in un certo modo, in gran parte perché partecipiamo di un accordo che la organizza in questo modo, accordo (implicito e non dichiarato) che è valido in tutta la comunità che parla la nostra lingua e che è codificato nei modelli della lingua stessa”. È la lingua dunque che fa la nazione. Ed è la linguistica che ci permette di riconoscere le varie nazioni che compongono l’umanità (o almeno l’Europa occidentale). Oltretutto, la linguistica è una scienza: anche se, come scienza, è un po’ meno “esatta” della matematica. Per quanto ci riguarda è tuttavia sufficiente, al fine di individuare una nazione, applicare la classificazione delle lingue operata dalla linguistica genetica. Non tutti i linguisti sono completamente d’accordo sulla stessa classificazione: le divergenze sono ciò nonostante minime e, nel nostro caso, davvero insignificanti. Altre interessantissime indagini, esperite ad esempio dalla linguistica tipologica, non interessano poi le nazioni. Come per descrivere la caduta dei gravi sono sufficienti le leggi della meccanica classica anche se queste stesse leggi non servono a livello delle particelle subatomiche, così per individuare le nazioni dell’Europa occidentale è sufficiente applicare la classificazione genetica delle lingue.

Purtroppo, le nazioni private del diritto di esistere in quanto tali, sono state sottoposte da secoli alla proibizione dell’uso della loro lingua nazionale ed è stato loro brutalmente imposto l’uso di una lingua “straniera” che, in qualche caso, ha sostituito la lingua materna. Questa lingua “straniera” è, naturalmente, la lingua materna della nazione che ha costruito lo Stato il quale si è annesso la nazione proibita. La situazione attuale è che non tutti i membri di una nazione proibita hanno potuto conservare il proprio patrimonio linguistico originario, anche se permangono tutte le altre dimensioni che costituiscono la nazionalità. È cioè avvenuta una sorta di trasferimento “significante” dalla lingua ad un’altra dimensione (ma la lingua materna permane inconsciamente, quale sostrato, nella lingua che l’ha sostituita). L’Irlanda è il caso classico di questo trasferimento: gli irlandesi hanno smarrito, nella loro maggioranza, l’uso della lingua irlandese e l’hanno sostituita con l’inglese senza per questo diventare inglesi. L’indice sintetico della loro nazionalità si è così trasferito alla religione cattolica. Naturalmente, ogni riconoscimento ufficiale delle realtà nazionali oggi negate non potrà prescindere dal ripristino e dal restauro delle rispettive lingue nazionali. Si tratta di un’operazione tutt’altro che utopistica, già felicemente compiuta da quasi tutte le nazioni che hanno raggiunto, in tempi recenti, l’indipendenza politica o anche soltanto una autentica autonomia, dalla Finlandia alle Far Oer, ed Israele ne è l’esempio più convincente e più clamoroso.

Certo, dovremo dire che le nazioni, come tutte le comunità umane e addirittura le specie animali, non sono eterne. Esse nascono, vivono e muoiono. Quando, oltre alla lingua, si estinguono anche tutte le altre dimensioni diligentemente elencate nella definizione staliniana, una comunità nazionale cessa di esistere ed i suoi componenti vengono assorbiti senza residui nell’ambito di un’altra comunità nazionale. La nazione etrusca è morta duemila anni fa, la nazione gotica è defunta da oltre un millennio, la nazione prussiana (quella vera, cioè quella di lingua baltica, e non la regione tedesca che ne ha ereditato il nome e il territorio) è estinta da cinquecento anni. Quello che è stato è stato e non si possono certo risuscitare i fantasmi. Oggi restano però in vita, proprio nell’Europa occidentale, ancora molte nazioni che si trovano inserite in Stati costruiti da nazioni diverse. Sono le nazioni miracolosamente scampate finora al massacro, al genocidio linguistico e culturale. E vanno salvate. È giusto preoccuparsi della salvezza degli ultimi esemplari di specie animali e vegetali che stanno estinguendosi, è giusto proteggere dalla distruzione e dalla rovina i monumenti e i paesaggi. Ma è altrettanto giusto e doveroso proteggere le nazioni e le lingue sull’orlo della scomparsa. Esse sono oltretutto portatrici di valori che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità.

(Le nazioni proibite, 1973)

Noi siamo i primi a riconoscere come non si possa privilegiare la nazionalità (la “matria”), considerandola quale unico termine di riferimento per una lettura consapevole dell’Europa contemporanea. Ma proprio per ragioni analoghe ci rifiutiamo di considerare lo stato (la “patria) come la sola unità di misura, come esempio unico e obbligato di società globale.

...

Intimamente legato alla dimensione culturale e a quella storica di una nazionalità, ma anche al territorio, è ciò che chiameremo il fatto linguistico, considerato da molti come l’indizio sintetico della nazionalità medesima. (...) Il fervore nazionalitario ha permesso ad esempio la nascita di una lingua finlandese ufficiale, unitaria e capace di presidiare tutti gli usi pubblici e culturali della nazionalità là dove esistevano varianti dialettali e gerghi sociali impiegati da una massa culturalmente e socialmente subalterna: là dove esistevano, più precisamente, a livello publico e culturale, lingue di prestigio quali lo svedese e il russo, di cui ci si sarebbe potuti servire con poca fatica ma che sono state rifiutate perché appartenevano, storicamente, a un’altra nazionalità. Là dove esisteva perfino una cospicua minoranza territoriale di lingua svedese.

Lo stesso discorso può essere fatto a proposito di moltissime altre lingue europee che un secolo (e qualcuna anche solo trent’anni) fa, non “esistevano” nel senso moderno del termine: norvegese, islandese, faeringio, estone, lettone, lituano, bielorusso, ucraino, ceco, slovacco, sloveno, serbocroato, macedone, albanese, romeno... Tutte lingue che oggi esistono “au pair” con lo svedese e il polacco, col portoghese e l’italiano.

...

Abbiamo parlato di nazionalità riconosciute, sia pure in tempi ancora recenti. Ma la stessa lotta per la lingua nazionale, per la sua unificazione, per il suo sviluppo e per il suo uso a tutti i livelli, si sta svolgendo anche presso le nazionalità ancora oppresse, soprattutto presso quelle dell’Europa occidentale. Questa lotta la conducono, tra mille difficoltà, i bretoni e i baschi, i sardi e i friulani, gli occitani e i galeghi. C’è chi è più avanti e chi è più indietro nella lotta. I catalani l’hanno già vinta, approfittando di una serie di occasioni storiche favorevoli prodottesi nella prima metà del secolo e mantenendo i risultati raggiunti anche sotto l’oppressione franchista.

Le altre nazionalità non riconosciute, riusciranno a vincerla ?

(Patria e matria, 1978)