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Viticoltura delle Valli Occitane

Viticoltura delle Valli Occitane

di Franco Bronzat


italianoLa provincia di Cuneo è una tra i distretti vitivinicoli più conosciuti in Italia.
La produzione è soprattutto concentrata nelle aree geograficamente a est della provincia, Langhe e Roero. In quest’area sono presenti parecchie D.O.C. ma poco diversificate le cultivar utilizzate. Le cultivar nebbiolo per esempio da origine alle D.O.C. e D.O.C.G. Barolo, Barbaresco, Roero, Langhe Nebbiolo e Nebbiolo d’Alba Un’altra varietà, il dolcetto da origine a ben quattro D.O.C.G. e D.O.C.: Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Dogliani, Dolcetto di Diano e Langhe Monregalesi. A differenza di altri settori delle Alpi, l’area valliva cuneese è quella che ha conservato di meno la viticoltura che un tempo era, come vedremo, assai fiorente in quasi tutte le valli. Qualche vigneto è ancora presente in tutta la valle Tanaro soprattutto ad Ormea. E’ soprattutto coltivato il Dolcetto che da questa valle è penetrato in provincia di Imperia dove è denominato ormeasco.
Nelle valli occitane la viticoltura era, sino agli anni 1970/80 presente in alcune valli, poi il grande esodo ha cancellato vigneti e gli stessi villaggi. Sono rimasti i ricordi di un passato vitivinicolo e qualche vecchia attrezzatura.
Sopravvive qualche impianto nel comune di Boves e un piccolo vigneto è ancora condotto a Peveragno; vigneti erano pure presenti a Borgo San Dalmazzo sui terrazzamenti volti verso la valle Vermenagna. A Boves il vitigno più coltivato è il borsé. La stessa cultivar era presente in bassa val Grana a Montemale dove era conosciuta con il nome di cardin. I confronti tra le varie cultivar ci hanno permesso di capire come sia il borsé che il cardin non siano altro che una varietà molto conosciuta in tutto il saluzzese: lamontanera presente in altri distretti vitivinicoli piemontesi con altri nomi: tadone canavese, neiran di Bibiana, uva matinera nel Roero. Nella valle Stura il vitigno più diffuso era la mòria( morio), un vitigno a bacca nero violacea molto apprezzato in quella valle. Ancora oggi è possibile imbattersi in qualche ceppo di mòriatra Aisone e Vinadio.
Sempre in quest’area erano coltivate altre varità, in particolare un nebiòl che comunque non è quello conosciuto in Langa, un caian(quagliano ?) del quale purtroppo non è stato possibile per ora recuperare alcuna pianta madre, una varietà definita tendrete la biòla(biolo) conosciuta in altre località valligiane. Ad Aisone la mòria era tenuta in grande considerazione tanté che si diceva che facesse un vino migliore la mòria verda que lo nebiòl nier e la biòla maüra (morio verdo que lou nebiol nier e la biolo meiro -la mòria verde che il nebbiolo nero e la biòla matura). Sempre ad Aisone negli anni 1975/1980 venne impiantata una vigna con criteri moderni ma furono messe a dimora delle varietà non autoctone.
Tra le valli del Monregalese e del Saluzzese è sempre stata coltivata una varietà, conosciuta anche in altre località alpine e non, essendo coltivata in Francia, nell’Ardeche, che porta pure il nome di nebiòl, in qualche caso con l’appellativo di nebiòl de Dronier o nebieul ‘d Droné in piemontese. Questa cultivar è inoltre presente nel bargese con il nome di bornhin, nel vicino pinerolese dove è denominata neirete in molte altre località del Piemonte. Recentemente è stato pubblicato un volume, probabilmente stampato nel 2004 dall’Editore L’Arciere di Cuneo, legato alla Val Maira vitivinicola dove a questa varietà e ad altre coltivate nel dronerese, sono dedicate alcune pagine a cura di Giuseppe Mauro il quale non fa alcun accenno ai lavori di ricerca dedicati a questa varietà già a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Cita tra i sinonimi un Nebbiolo pairolèche sinonimo non è ma è una variazione genetica che alla maturazione presenta gli acini completamente privi di pruina. La fantasia popolare lo ha quindi definito pirolé < pairolé“ cioè dal colore nero del fondo di un paiolo”. Il Lissone (1911) pare non conoscere le differenze tra il vero nebbiolo e il nebbiolo di Dronero mentre il Rovasenda, grande ampelografo aveva già compreso che questa varietà non era altro che lo Chatus dell’Ardeche. Sempre Mauro cita altre varietà che sarebbero presenti nell’area dronerese. Sicuramente la neretta cuneese, diffusa in molte località piemontesi e che presenta parecchi sinonimi come fresa gròssanel pinerolese, freisa ‘d Nissain valle di Susa. Altre varietà come il neretto duro o il gentile o il nostrano non mi pare esistano in questo settore valligiano essendo cultivar essenzialmente canavesane. Cita a ragione il nebbiolo d’Antomche per ora non sembra presente in altre aree vitivinicole piemontesi.
In val Maira le viti si spingevano sino a Stroppo, ad Albaretto. Vi era principalmente coltivata una varietà bianca detta semplicemente biancho< blancha. Si è potuto oppurare che questa varietà che resiste con qualche ceppo tra Lottulo e Stroppo è una varietà tra le più antiche d’Europa. Si tratta infatti del gouaisun tempo coltivato in Francia e molto diffusa oggi nel cantone Vallese in Svizzera con il nome di gwäss. Nelle valli Chisone e Germanasca è conosciuta con il nome di preveiral blance in val Tanaro con il nome di liseiret. Recentemente si è potuto constatare grazie all’analisi del DNA che questa varietà è la progenitrice di decinee decine di varietà presenti in Europa. Gli studi sono stati condotti principalmente dalla Dott.sa Carole Meredith (California)2 e sono stati illustrati lo scorso anno in un convegno svoltosi a Visp dove questa varietà da origine a un vino decisamente di pregio, dall’ampelografo e genetista Dott. José Vouillamoz di Sion. Sempre nell’alta val Maira era coltivato un nebbiolo locale e una varietà bianca definita cassonmentre aveva una grande diffusione una varietà detta bubia, dalgli acini grandi e spargoli. Almeno linguisticamente questa varietà è imparentata con altre due cultivar pre- Martiniana, Neretto duro o uva de Salvan Vigneto presso il Castello Maliugri - Bagnolo.
senti nelle valli occitane del cuneese: la biòlache ho citato per la valle Stura e il bibieras(c)
La biòla,  anche definita bibiòla (Manta, Verzuolo, bassa val Varaita) era anche coltivata con il cardin in bassa val Grana. Ancora oggi vi è qualche vigneto nella zona di Bottonasco.
Secondo un viticoltore di San Grato la bibiòla forniva un vino che, seppure poco alcolico, era di pronta beva e beverino. Era sua abitudine farne alcune brente in purezza, per suo uso esclusivo. Il bubierasc è ancora presente sulle colline saluzzesi e in val Bronda ma non è considerata oggi uva di gran pregio. Lissone (1911) scrive che da “ un vino eccellente e buono, limpido, poco ricco di colorazione...Unito a Dolcetto e Montanera produce un buon vino da pasto e pronta maturazione.”
La montanera veniva tradizionalmente unita ad una altra cultivar oggi praticamente scomparsa dal saluzzese e ricordata da poche personechiamataparpeuri oparporio. Già Lissone scrive che è una varietà che sta scomparendo dal saluzzese mentre Arrigo lo definisce “ vitigno anticamente molto coltivato sulle colline Saluzzesi...la sua uva unita al dolcetto e alla montanera da un vino pronto a bersi ed era anticamente usanza nel saluzzese, quando esso era coltivato assai più in quantità di venderlo al momento di spillarlo dal tino, compiuta la fermentazione.” Insomma un vino novello naturale. Ho potuto recuperare ancora due viti di parporio presso la vigna Vassallo al confine tra Manta e Saluzzo. Oggi l’area saluzzese è quella che presenta una viticoltura ancora vitale e di buon pregio. Recentemente (1996/97) con la D.O.C. Colline Saluzzesi quest’area si è affacciata all’attenzione degli enologici e degli amanti del buon bere. Si sviluppa tra la bassa val Maira e la valle Bronda. La produzione è incentrata su tre tipologie: Colline Saluzzesi Rosso, Quagliano e Pelaverga.
Il Colline Saluzzesi Rosso è un uvaggio composto soprattutto da barbera, nebMontescotto, Bargebiolo, pelaverga da soli o congiuntamente con un minimo del 60%. Possono concorrere alla sua produzione altri vitigni a bacca rossa e non aromatici, autorizzati per il Piemonte sino al 40%.
Il quagliano è una varietà autoctona presente soprattutto nel comune di Costigliole Saluzzo e nei comuni limitrofi e come abbiamo visto un tempo, in altre località valligiane, che da origine soprattutto a vini spumanti e da dessert.
Il pelaverga viene soprattutto prodotto in val Bronda; con questo antico vitigno, diverso dal pelaverga di Verduno ma identico al caridella Collina Torinese, vengono prodotti vini da tutto pasto. Era tradizionalmente tenuto in gran pregio come vino da dessert, dolce e spumante.
In val Po – Martiniana , Rifreddo, Revello –e nella vicina Envie vi è ancora una notevole produzione vitivinicola ma non essendo stata inserita nella D.O.C. , probabilmente con l’andare del tempo, rimarrà una viticoltura a carattere locale. I comuni di Barge e Bagnolo hanno invece aderito alla D.O.C. Pinerolese, area con cui presentano un’affinità sia ampelografica sia territoriale.

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