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Nòvas n.228 Març 2023

BAÏA 2023 A SAMPEYRE CAPOLUOGO – Qualche mia riflessione.

BAÏA 2023 A SANT PEIRE PLAÇA – Qualque mia reflexion.

di Dario Anghilante

italiano

Ormai è terminata da più di un mese la Baïa del 2023 (doveva essere quella del 22 ma quel maledetto virus l’ha bloccata). Ora possiamo riflettere con più calma e tranquillità. Parlerò solo della Baïa di Sampeyre capoluogo che è quella a cui ho sempre partecipato e conosco meglio.

Questa edizione era iniziata con un po’ di rumore. Mi riferisco a queste due questioni e aggiungo una considerazione sulla lingua.

1ª questione - Due ragazze originarie di San Peire che sono pure delle valenti violiniste professionali e ottime conoscitrici del patrimonio popolare, avevano manifestato la volontà e l’esperanza di partecipare come suonatrici di violino alla Baïa. Forse non tutti sanno che, per ragioni storiche risalenti al Medioevo al tempo delle cosidette Compagnie dei Folli, solo i maschi possono partecipare al corteo anche nei ruoli delle donne: spose, vecchie, signorine, .... Quindi era un problema serio per le due ragazze violiniste e infatti gli Abà risposero di no. Naturalmente per la tenacha delle due suonatrici sono usciti degli articoli sui giornali e considerazioni di ogni tipo sui socials. Bisogna aggiungere che la Baïa ha sempre un passaggio necessario: il 6 gennaio ci deve essere “la chiamata”, cioè la gente deve scendere in strada per chiamare appunto a piena voce “Baïa! Baïa!”, suonare e cantare e girare ovunque per manifestare a tutti, ma soprattutto agli Abà, che la gente vuole la Baïa e gli Abà devono organizzarla. Ora, anche per “la chiamata”, gli Abà non hanno autorizzato che le due suonatrici partecipassero con i loro strumenti. Ho potuto constatare che anche fra i suonatori maschi si sono manifestate delle bassezze di cattiveria e maschilismo incredibili: “se arrivano con i loro violini io poso la fisarmonica e me ne vado”, “quando la smettono di rompere le balle quelle due......”.

Cosa ne penso? Su questa questione della “chiamata” non ho dubbi. La Baïa non c’è ancora e ben per questo la gente la vuole. La “chiamata” è una cosa di tutti (uomini, donne, giovani, vecchi) e non sono gli Abà che devono organizzarla e comandarla. È una manifestazione popolare o una falsa cerimonia? Quindi le due ragazze potevano tranquillamente partecipare e suonare i loro violini.

Più delicata è la questione della partecipazione alla Baïa. Bisogna rispettare la tradizione a cui è legata la manifestazione storica. A meno che si voglia fare un ragionamento. I suonatori sono gli unici partecipanti a non avere un ruolo storico come gli altri: Alum, Abà, Usoards, Escarliniers, Sapeurs, Turcs, Grecs, etc... I suonatori esistono anche nella vita normale di oggi e presenti in ogni occasione per creare un clima di gioia e allegria, svolgono un servizio, come ad esempio le bande musicali e per questo vengono anche ricompensati Per questo motivo potrebbero essere considerati come “non personaggi” della storia ma fornitori di un servizio alla Baïa.. Maschi o femmine non ha importanza e la tradizione medievale non viene tradita.

2ª questione – Questa mi riguarda direttamente. Nel 1977 avevo 30 anni e soffrivo che nella Baïa del capoluogo (come anche nelle altre: Rore, Calchesio, Villar) non vi fosse più la presenza del suonatore di violino, lo strumento principe della nostra musica popolare. Era finito il tempo di Jusep da Ros (Giuseppe Galliano) e altri valenti violonaires (soprattutto a Villar) dei quali non ricordo più i nomi e nessuno aveva preso il loro posto. Così lasciai il ruolo di Sapeur che avevo fatto per due Baïe e, pur non essendo un violinista (avevo studiato violoncello), mi sono proposto. Conoscevo bene Jusep da Ros e ogni tanto andavo a trovarlo per imparare qualcosa del suo modo di interpretare la nostra musica popolare. Insomma mi sono buttato! Naturalmente la prima cosa che pensai è stato come vestirmi ma è bastato guardare una fotografia della Baïa del 1930 nella quale in primo piano apparivano Jusèp da Ros col suo violino e Juspin Ceset (Giuseppe Garnero) con il suo semiton (fisarmonica semitonata). Tutti due avevano i pantaloni che finivano al ginocchio (io le chiamo braias a tombarèl ma non sono certo del vero nome) e le calze bianche di lana di casa fino al ginocchio legate con due pon pon pendenti. Ed è così che mi sono vestito anche se i suonatori delle ultime Baïe avessero ormai i pantaloni lunghi. Ognuno è responsabile della sua informazione e coerenza con la tradizione storica ma oggi abbiamo anche le indiscutibili testimonianze fotografiche, basta guardarle. Tutto è passato liscio e nessuno ha protestato. Così ho fatto per tutte le Baïe successive fino a questa. Mi propongo (come abituale) agli Abà come suonatore di violino e qui la grande sorpresa. Uno sprovveduto Abà major mi dice: “d’accordo, va bene, fai pure il suonatore di violino ma non mettere più quei pantaloni alla zuava, ti comperi un vestito nuovo e ti presenti come gli altri suonatori”. Ho risposto inutilmenteche mi ero vestito come i vecchi suonatori per rispettare la tradizione e la risposta è stata “i vecchi suonatori sono morti, non esistono più”. Sono rimasto blu. Come era possibile che gli Abà, garanti della tradizione, non la conoscessero o non la rispettassero? Pensandoci mi sono poi dato una spiegazione. Dopo l’ultima guerra mondiale tutto doveva rinnovarsi e modernizzarsi un po’ e proprio come i vecchi mobili massicci di legno che molti barattavano con mobili di fornmica (con grande contentezza e profitto degli antiquari), così le braias a tombarel e le calze di lana dovevano lasciare il posto ad un moderno vestito ben elegante e alla moda. E le donne (escluse dalla Baïa ma – secondo il ritornello dei più - le vere protagoniste perché custodi dei costumi della manifestazione) facevano a gara per far apparire eleganti i maschi della famiglia. Finalmente con una bella vestimenta. Così li hanno vestiti tutti come degli sposi che è il punto massimo di aspirazione dell’eleganza. I Suonatori, gli Escarliniers, tuti vestiti come degli sposi. Non ho nulla contro l’eleganza e oggi per fortuna nessuno ha più bisogno di rincorrerla ma in tale modo si perdono dei protagonisti della manifestazione e le loro particolarità che renono ogni personaggio immediatamente identificato.

Alla fine il mio caso è stato bonariamente risolto perchè gli Alum hanno fatto notare che avevo ragione ed è stato deciso che per questa Baïa ogni suonatore poteva vestirsi come ormai era confezionato il costume ma dalla prossima tutti avrebbero indossato las vielhas bràias a tombarèl e le calze di lana al ginocchio. Evviva! Spero che la promessa venga mantenuta.

3ª questione che riguarda la lingua. Che l’occitano (ognuno la chiami come vuole: “a nostra moda”, patois, non ha importanza, è la lingua d’òc) sia la lingua storica dei nostri paesi delle valli è una evidente e banale verità che nessuno può contestare. È naturale che in alcuni comuni (per es. a Sampeyre) per la loro posizione e importanza sociale ed economica nella valle, si siano insediati dei forestieri come medico, farmacista, veterinario, notaio, commercianti, ecc (la mia famiglia è una di quelle, arrivata a Sampeyre verso il 1870). Così è successo nel recente passato (recente nella storia vuol dire anche 100 o 200 anni) e questo ha cambiato la situazione linguistica del paese perché in quei tempi i nuovi arrivati non hanno pensato minimamente di imparare la lingua del posto ma è la gente del posto che si è adeguata a loro. In mancanza di resistenza si è passati all’adattamento. Così si è giunti al fatto che il piemontese conviva con l’occitano, pur presente ancora in molte famiglie del capoluogo e naturalmente nella totalità delle frazioni. Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso è avvenuto un fenomeno importante: nelle valli si è presa coscienza che questa lingua d’oc non era isolata ad una valle o una piccola area ma si estendeva su un grande territorio che arriva fino all’oceano Atlantico e ai Pirenei. Un terzo della Francia parlava questa lingua che era stata la prima lingua letteraria dopo il latino, la lingua dei trovatori dei secoli XI e XII, che Dante Alighieri era la sola lingua straniera che aveva ospitato nella Divina Commedia (Canto 26 del Purgatorio). Insomma una lingua che ha espresso una grande ricchezza letteraria. Da quegli anni ’60 e ’70 c’è stato un risveglio graduale. Oggi chi la parla non ha più disagio ma orgoglio. I giovani vogliono impararla, chi arriva da fuori la rispetta ed è ansioso di apprenderla. Il territorio delle valli sempre di più si è qualificato come occitano, portatore di una ricchezza culturale importante da rispettare e valorizzare anche dal punto di vista economico.

La Baïa è una di queste ricchezze e nella manifestazione si respira questo sentimento descritto sopra. L’occitano è la lingua naturale della manifestazione. In questa edizione 2023 vi era pure una presentatrice che conosce bene la lingua e la valorizzava. Tutti cercano di parlarla, chi bene perché è la sua lingua di tutti giorni, la lingua della famiglia, chi con più fatica ma con tanta volontà e voglia di dimostrare che è quella lingua che rende vera la Baïa. Tutto questo finché non arrriva il giovedì al momento del processo al tesoriere e lì si cade nella schizofrenia generale perche il processo viene fatto in piemontese. La lingua naturale della Baïa lascia il posto alla lingua della involontaria ma reale sopraffazione del passato. Il fatto che nel recent passato il processo al Tesoriere venisse fatto in piemontese è fin troppo facile da capire. Chi lo stilava se non un notabile, sovente venuto da fuori, che aveva pratica con la scrittura? E con quel sentimento di poca considerazione che si aveva della lingua locale come si sarebbe potuto farlo “a mosto modo”? Bisogna dire che, tra l’altro, i vecchi processi non erano certo grandi composizioni poetiche bensì la ripetizione di un formulario banale e piuttosto schematico. Mio padre Masino che di processi ne ha stilati sei cominciando dal 1957, aveva cercato (quando il tesoriere di turno era favorevole) di potenziare la parte in occitano ma nel 1987 il tesoriere si era lamentato che il processo era troppo in occitano e mio padre rinunciò. Vist quel che è avvenuto nel passato è completamente assurdo appellarsi alla fedeltà storica. Ora la sensibilità linguistica è completamente diversa e abbiamo tutti maggior rispetto per le lingue degli altri senza operare una classificazione di merito. Gli Alum, occitanofoni da lungo tempo o no, sono tutti del paese, sanno parlare bene o quasi bene la lingua e sanno che le cose stanno così. È comunque evidente che per il processo tutto dipende dalla volontà e sensibilità del tesoriere di turno ma bisogna aver la forza e la capacità di prendere coscienza del passato e risolvere le cose.

In fondo la Baïa è una gloriosa cerimonia di commemorazione del passato e pure la lingua dovrebbe essere una lingua cerimoniale come lo è per tutta la manifestazione.

occitan

Aquela dal 2023 (devia èsser ental 2022 ma aquel maledet virus l’a blocaa) es fenia da passa un mes e, fenia la buriana, polem rasonar mielh, diso ren a sang freid mas almenc tèbi. Parlarei masque de la Baïa de Plaça perqué es aquela que mi fau e vivo.

Aquesta edicion era tacaa abo un pauc de tapage. Parlarei d’aquò e jontarei una mia consideracion sus la lenga.

1ª question - Doas filhas que son originàrias de Sant Peire e son tanben de valentas violonairas de profession, ben pràcticas decò dins la música tradicionala, avion manifestat la vuelha e l’esperança de poler partecipar a la Baïa coma sonatritz de violon. Benlèu ren tuchi san que a la Baïa (per de rasons que remonton a l’Atge Mesan al temp de las Companhias di Joves, o di Fòls) pòlon partecipar dins la desfilada masque lhi òmes, abilhats dins lhi vari personatges mesme feminins coma las esposas, las senhorinas, las sarasinas, la vielha . Las doas filha n’avion parlat a lhi Abà mas lo refus era estat fèrm.

An començat a salhir d’articles sus lhi jornals e naturalment de declaracions de tota sòrta, mai o menc colorias, sus lhi socials. Chal dir que la Baïa a sempre un passatge obligat: lo 6 de genoier la gent deu calar dins las vias a “demandar Baïa” e van d’içí e d’ailai a bramar a plena vòutz “Baïa! Baïa!” e sonar, chantar e tapaciar per far sentir a tuchi, mas sortot a lhi Abà, que la gent vòl Baïa e se deu organizar. Ben, bela per la “chamada”, lhi Abà an pas permetut que las doas violonairas sonesson lors violons. Ai remarcat coma decò dins lhi sonaires masqui sien salhias las mai bassas paraulas de mariesa e machisme “...se arribon abo lhi lors violons mi pauso l’armoni e me ne’n vau”, “an ren fenit d’esclapar las balas aquela doas .......”.

Que n’en penso mi? Sus la question de la “chamada de la Baïa” lo rasonament es fito fach. Es pas encara Baïa e ben pr’aquò se demanda. Tuchi pòlon partecipar (òmes, fremas, joves, vielhs) e lhi Abà an deguna autorizacion da donar. Son pas lor que devon organizar la “chamada”e autorizar. Es la gent que chama o es una fausaria? Ben pr’aquò las doas filhas second mi polion tranquilament partecipar abo lors violons sença demandar a degun.

Per partecipar a la Baïa la question es mai delicaa. La tradicion es aquela e chal la respectar, mas... mas... mi me senteriu de far un rasonament. Lhi sonaires son lhi solets partecipants de la Baïa que son pas de personatges istòrics coma son tuchi lhi autres: Alums, Abà, Usoards, Escarliniers, Sapeurs, Turcs, Grecs, etc.... Lhi sonaires son aquí per portar alegria e far dançar, son al servici de la Baïa mas son personatges qu’existon decò al jorn d’encuei per far aquel servici, es. las bandas. Ben pr’aquò polerion èsser considerats de “ren personatges istòrics” mas al servici de la Baïa (e ben pr’aquò venon pagats).

Ent’aquel cas, masque per lhi sonaires, se poleria pensar que mascle o fumèl fai pas ren, es la mesma causa e la tradicion de l’Atge Mesan veneria pas tradia.

2) Aquesta es una causa que me regarda directament. Ental 1977 aviu 30 ans e patiu que dins la Baïa de Plaça, parelh coma dins las autras (Rore, Vilar e Chucheis), foguesse despareissut lo sonador de violon, estrument tant emportant per nòstra música tradicionala. Fennit lo temp de Jusèp da Ros e d’autri valents violonaires (sobretot dal Vilar) degun lhi avia remplaçats. Parei, bèla que mi foguesse ren un violonaire (da jove aviu estudiat lo violoncèl), me siu semost per far aquel personatge. Conoissiu ben Jusèp e já da qualque ans mincatant anavo da ele per emprene un pauc la sia maniera de sonar nòstra música. Me siu campat! La premiera causa qu’ai fach es de beicar coma se vestion lhi sonador dal temp passat. Sus una jòlia fotografia de la Baïa dal 1930 en prima vista lhi avia Jusèp da Ros abo son violon e Juspin Ceset abo lo semiton e, tuchi dui avion ben en vista las bràias fins al janolh (mi las sòno “braias a tombarèl” mas benlèu an encà n’autre nom) e las chauças blanchas fins a janolh. Sença lhi pensar sus ai fach parelh bela que, dins las darrieras Baïas, lhi autri sonaires avesson las braias lònjas. Tot ses ben passat, degun m’a reprochat, ni lhi Abà, ni lhi autri sonadors. E parelh, da Baïa en Baïa siem arribat an aquesta. Me propono a lhi Abà (coma d’abituda) per far lo violonaire e aquí chei l’ase. Un esprovedut Abà major me respònd: “.....d’acòrdi, ven pura, mas butes pei ren las braias a la zuava, te chates na vestimenta e te viestes coma se vieston lhi sonador”. Pas la pena de respònder que mi aviu sempre pensat de respectar la tradicion, la responsa es estaa: “....lhi vielhs sonadors son mòrts e aüra chal vestisse parelh”. Me semelhava pas ver. Coma era possible que lhi Abà, que deverion garantir lo respect de la tradicion, me disesson aquò? Era na vergonha! Pensa que pensa en fins finala me siu donat aquesta responsa: après la seconda guèrra tot devia se modernizar e parelh coma per lhi vielhs mòbles de bòsc que de bòt se remplaçavon abo de mòbles de plàstica (abo la jai de lhi antiquaris que baratavon de formidables mòbles tradicionals abo de baracas en “formica”), las vielhas bràias a tombarèl che se fermavon al janolh son estats remplaçats da na modèrna vestimenta que rapresentava un pas anant vèrs l’elegança e degun Abà avia protestat. E las fremas (fòrabandias da la Baïa, mas second la dicha de tuchi “veras protagonistas” de la manifestacion pròpi per lhi costums), eron pas fieras de veire lors òmes de familha elegants, modèrns, finalment abo una vestimenta nòva? Que an fach alora? Lhi an vestits coma d’espós. Se beicat lhi sonadors actuals (mas decò lhi Escarliniers) de mai en mai son abilhats coma d’espós que segurament es lo referiment de l’elegança. Siu pas contra l’elegança qu’encui aurosament avem pus besonh de demostrar, mas ent’aquela maniera s’es empauria la Baïa en perdent l’individualitat d’un personatge.

En finfinala tot s’es resolvut perqué lhi autri Alums an fach notar que benlèu mi aviu rason e alora an decidat que per aquesta Baïa lhi sonadors aurion polgut se vestir coma já s’eron pareats, mas per n’autra Baïa tuchi serion retornats a la vielha maniera: braias al janolh e chauças blanchas. Evviva!! Espero que la promessa vene mantengua.

3) La terça question regarda la lenga. Que l’occitan (nòstra mòda, patoà, ... sona-la coma voletz, mas totun es la lenga d’òc) sie la lenga istòrica di nòstri país de las valadas es una evidenta e banala veritat que tuchi san. Es clar que en qualque comuna (coma per exemple Sampeyre) que per importança sociala e econòmica dins la valada, an agut dins lo passat recent (recent vòl dir almenc lhi darriers 100-200 ans) de gent vengua da fòra (metges, especiaris, veterinaris, notaris, comerciants, .... que an portat un parlar diferent (lo piemontés) e se son pas sagrinat de s’assimilar en emprenent a parlar coma la gent dal pòst, al contrari an esquasi empongut la lor lenga per lo prestigi e respectabilitat que rapresentavon. La gent originària (lhi indígens) se son uniformats. Abo la mancança de resistença di locals an aquela alienacion lhi a agut abo lo temp un lent adaptament. Parelh s’es arribat al jorn que dins lo país capluec (plaça) son utilizaas las doas lengas e l’occitan es mai present dins las ruaas. Vèrs lhi ans ’60 e ’70 es arribat un gròs chambiament: s’es conoissua mielh l’estòria d’aquesta lenga d’òc, que era pas sonque un patuà local mas una lenga comuna a un gròs territòri que anava da nòstras valadas a est e fins a l’océan Atlàntic e fins ai Pireneus, ensoma un tèrç de la França, e qu’era la premiera lenga literària de l’Atge Mesan après dal latin, la lenga di trobadors dal XI e XII sècle, la lenga mai prestijosa dins l’Europa d’aquei temps e la soletta lenga fòra de l’italian que Dante Alighieri utiliza dins sa Divina Comedia (chant 26 dal Purgatòri). Una lenga d’una richeça literària encomparabla. Serè aquò o pas d’aqulhi ans la lenga d’òc bèla en çò nòstre a agut una granda valorizacion. Degun que la parlava a pus agut onta de la parlar, al contrari: orguelh e fiertat. Lhi joves an cerchat de l’aprener, lhi novèls forestiers arribats an cerchats de la parlar abo un sens de respect. Las nòstras valadas de mai en mai an volgut se qualifiar e valorizar coma valadas occitanas perqué an vist que era un marqui que valorizava , decò economicament, lo territòri. Ensoma tot es anat vèrs un creissent de respect vèrs una cultura e una lenga.

E aquí arribem a la Baïa. Dins la manifestacion istòrica se sent tot aquò qu’ai dich derant. L’occitan es la vera lenga da la Baïa. Aqueste bòt lhi avia decò una presentatritz que conois ben la lenga e abo discrecion l’utilizava e valorizava. Tuchi cerchon de la parlar, qui mielh perqué es la lor lenga de tuchi lhi jorns, la lenga de familha, qui masque na briza, en trebulant perquè l’adòbra pas gaire sovent, lhi joves fan d’esfòrç per la parlar, ensoma tuchi la respecton, es la vera lenga istòrica d’aquesta emportanta manifestacion populara. Ma lo darrier jorn de Baïa, lo jòus, arriba lo moment de la squizofrenía generala, lo procès al Tesorier lo fan en piemontés. Parelh la vera lenga de la fèsta laissa lo pòst a la parlada de l’involontària subrafacion e colonizacion di temps passats. Es impressionant coma l’atmosfèra chambia. Tot semelha bolversat. La gent se beica e se reconeis pus. Tuchi san que lo procès dal passsat era en piemontés perqué escrich ent’aquí temps da qualque notàble (veterinari o mètge o nodari...) qu’era lo solet que sabia escriure e pura, abo l’escusa que se fasia perelh chal repete aquel tremend ensult a l’estòria. Que après, disem-la clara, fins al 1935 (darriera Baïa deran la guèrra) lo procès era pei ren autre que un descors formal, repetitiu, estandard, e pustòst vuit. Chal dir que mon paire Masino (que avia escrich 6 procès al Tesorier dal 1957 al 1982) avia cerchat de l’occitanizar lo mai possible (a second dal Tesorier present), mas quora per la Baïa dal 1987 lo Tesorier s’era lamentat que lhi avia tròp d‘occitan, mon paire l’avia mandat a cagar e l’escrichura dal procès era passaa a un autre. Mas aquilh temps son passats, aüra aven tuchi mai de respect per la lenga de lhi autri e deguna valorizacion. Lhi Alums son de personas dal país que, qui d’mai qui ren tant sovent, parlon lo patuà, san coma son anaa las causas ental passat.

Es clar que la volontat e responsabilitat mai gròssa es dal Tesorier que de bòt en bòt se tròba dins l’encharge, mas aquel a masque da demandar a l’escriveire de parear lo procès coma ele pensa sie just. Chal aver la fòrça e la capacitat de pilhar cosciença dal passat e tot se resòlv. En fond la Baïa es una gloriosa cerimònia de commemoracion istòrica e la lenga deveria èsser tanben una lenga cerimoniala coma es já dins tota la Baïa.


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