Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2012

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Nòvas n.115 Avost 2012

Contare. Raccontare. Incantare. Mascharias: il recupero di un mito di fondazione.

Contar. Enchantar. Mascharias: la recuperacion d’un mite de fondacion.

di Michela Zucca

Contare. Raccontare. Incantare. Mascharias: il recupero di un mito di fondazione.
italiano Ogni popolo, per definire la propria identità, elabora dei miti di fondazione. Storie che trasmettono la memoria collettiva e i modelli di comportamento davanti alle grandi sfide che i gruppi umani, ciclicamente, si trovano a dover affrontare: la morte, il rapporto con la natura, il conflitto, il potere, le regole…. Racconti tramandati a voce in forma di canzoni, in rima, con la musica, perché così era più facile ricordarli. Cantati nelle piazze, nelle feste e nei mercati, da bambini li si imparava a memoria: alcuni sono diventati patrimonio dell’umanità, e vengono studiati a scuola. Retaggio di nazioni imperialiste, che imposero e diffusero la propria cultura con le armi e col dominio. Si pensi all’Iliade, all’Odissea, all’Eneide, ma anche al Nibelungelied, alle saghe di Beowulf e di Gilgamesh. Cicli di storie che ebbero la fortuna di trovare chi le tradusse in forma scritta, di poter contare su strutture di trasmissione del sapere organizzate che riuscirono a conservarle e a diffonderle.
Altre storie, invece, figlie di tribù differenti, non hanno trovato spazio al di fuori del territorio in cui furono create, e ancora si passano di generazione in generazione. Ma non sono per questo meno importanti: aspettano solo di essere riscoperte, e tradotte in linguaggio moderno.
Un’operazione di questo tipo è stata condotta attraverso la composizione dell’album Mascharias: un’antica leggenda è stata trascritta, rielaborata e – ancora una volta – riformulata in poesia e messa in musica.
Gli interrogativi e le risposte che propone sono le domande universali dell’umanità: la lotta con la natura selvaggia, il rapporto con il trascendente, il senso del limite, il maschile e il femminile.
Nel mito tramandato nei secoli, forse nei millenni non c’è traccia di cristianesimo. Se non per una croce messa lì a caso a far la guardia ad una vetta, che segna un termine oltre il quale il potere è nelle mani degli spiriti, ma che non è nemmeno efficace contro le forze dell’occulto. Tanto che il “demonio”, ovvero, gli spiriti delle alture, ammazza una “pastorella”: l’essere umano che infrange un tabù, andando in un luogo protetto per ragioni ecologiche. In alto nasce l’acqua, le sorgenti devono essere incontaminate, nessuno ci deve andare soltanto per sfamarsi. Quando gli inglesi cominciarono a “conquistare” le Alpi nell’800, parlarono di villici superstiziosi, vigliacchi che non andavano in cima perché pensavano ci fossero gli spiriti. Poi, quando l’archeologia si spinse in quota, si rinvennero altari di pietra, evidentemente messi lì da qualcuno che aveva un buon motivo per salire: adorare e propiziare le entità trascendenti per la propria comunità. Ma che aveva anche ottime ragioni per proibire ai non iniziati, e alle masse, di frequentare ecosistemi fragili.
La storia di Magno Pertusino si sviluppa in un luogo “liminale”, confine fra umano e selvaggio: quei ripari sottoroccia abitati fin dal Paleolitico, in cui la roccia incombe sulla testa, che metterebbero il terrore addosso a chi ha la sfortuna di vivere in un mondo piatto. I montanari li hanno sempre amati e ricercati, la nostra gente ama i sassi che diventano sacri e sono le ossa della terra. Gli uomini vivono già in paesi, anche se c’è ancora qualcuno che abita nelle caverne: i più poveri, le donne sole. Ma, anche se stanno in case comode, il loro destino rimane determinato dalla natura, e loro lo sanno bene. Così, la tenzone si combatte in alto: una caratteristica dell’antropologia di montagna, rispetto a quella di pianura, in cui il ricordo, la tradizione, il rito, si conservano a macchia di leopardo, un po’ qui un po’ là, senza soluzione di continuità, è che la cultura antica si mantiene per livelli di quota. Cioè: tanto più si sale, tanto più si va indietro nel tempo, scompaiono le tracce del cristianesimo e si ritrovano gli elementi primordiali della civiltà della montagna.
E guerra si tratta: la strega vuole salvaguardare il suo spazio dagli esseri “civili”. Non permette alle bestie domestiche di pascolare nel suo territorio; per cacciare gli invasori, non fa più sgorgare acqua dalle sorgenti. Ma non vogliono lasciarla in pace: la gente “da basso” vuole conquistare anche gli ultimi scampoli di terra, la loro fame non è saziabile. Però sa che non può distaccarsi completamente e fare a meno della natura: così il pastore che ha bisogno anche dei pascoli di Magno Pertusino non si confida con i compaesani, bensì con un essere che non è una persona “vera”. E’ un silvano, un folletto che si è innamorato di una delle sue pecore. E che per questo serve l’uomo. Ricordiamo che una delle principali accuse rivolte dalla Chiesa alle popolazioni alpine, per cui c’era la pena di morte già prima dell’Inquisizione, fu proprio la bestialità e la zoofilia….
Allora inizia la battaglia epica fra le due entità, entrambe non completamente umane ma senza alcun dubbio una maschile, alleata della civiltà, l’altra femminile, padrona dell’alpe, delle foreste, delle rocce. Qui la commistione metamorfica fra umano, bestiale, naturale diventa evidente: il folletto ci prova prima con la forza, poi con l’intelligenza. E riesce a far precipitare la strega in un dirupo.
Alla fine se vince, vince il silvano, non il pastore: i montanari sanno che anche in una lotta per la conquista del territorio, non si può fare a meno della sapienza atavica legata al mondo selvatico. Hanno il senso del limite, conoscono il confine fra il permesso e il proibito. A differenza di chi sta in città, l'uomo alpino non può abbandonare la natura. E accetta le sue responsabilità: sa che un’azione genera delle conseguenze che non sono eliminabili.
Perché Magno Pertusino lancia una maledizione: voi volete fino all’ultimo fazzoletto di prato, non esiste restrizione alla vostra avidità? Ebbene questi luoghi, da cui mi avete cacciata, resteranno deserti e tutti i vostri sacrifici saranno inutili. Balmarossa oggi è disabitata e la natura, anche senza la strega, si è ripresa ciò che l’uomo – per poco – è riuscita a toglierle. Solo che oggi la devastazione è totale, perché davvero non c’è più nessuno: nemmeno gli spiriti da maledire.
A questo punto, è opportuno chiedersi se l’operazione culturale fatta da Renato Lombardo, l’attualizzazione, la riconversione e la traduzione in canali linguistici contemporanei di un’antica storia sia lecita, giusta oppure no. Senza ombra di dubbio, si può rispondere che non solo è permessa ma altamente auspicabile. Le tradizioni non solo s'inventano, ma si rinnovano, altrimenti muoiono e nessuno se le ricorda più: e fanno la fine degli abitanti di Balmarossa. Semplicemente, spariscono. Una civiltà che non evolve nella modernità evapora nella sua inconsistenza.
Inoltre, la storia di Magno Pertusino è stata attualizzata sì, ma, ancora una volta, attraverso i canoni della cultura popolare che, allora come oggi, come sempre, è orale e passa attraverso la musica e la rima per essere ricordata e cantata là dove si può. In ogni tempo, occasione e spazio possibile.
Per continuare ad incantare il pubblico.
occitan Chasque pòple, per definir son identitat, elabora de mites de fondacion. Estòrias que transmeton la memòria collectiva e lhi modèls de comportament que chal aver derant lhi grands aveniments de la vita: la mòrt, lo rapòrt embe la natura, lo conflict, lo poder, las règlas… De racònts passats a vòutz en forma de chançons, en rima, embe la música per las mielh navisar. Racònts chantats sus las plaças, dins las fèstas e sus lhi marchats, s’emprenion a memòria da pichòts e la n’a d’aquei que son venguts patrimòni de l’umanitat, e son estudiats a l’escòla. Çò que resta de nacions imperialistas que an empongut e espanteat lor cultura embe la violença e la dominacion. Pensem mec a l’Iliade, a l’Odissea, a l’Eneidas, mas decò al Nibelungelied, a las sagas de Beowulf e de Gilgamesh. D’estòrias qu’an agut la fortuna de trobar qualqu’un per las escriure e de formas de transmission dal saber ben organizaas qu’an polgut las gardar e espatear.
Per contra, d’autras estòrias qu’eron de tribù diferentas, son pas salhias dal territòri de creacion e encara encuei se passon d’una generacion a l’autra. Ren pr’aquò son menc emportantas: atendon just d’èsser dessoteraas, redescubèrtas e viraas dins un lengatge modèrn.
Un’operacion parelh aquí es capitaa per Mascharias: una vielha estòria es estaa escricha, repensaa e - bela aquí – butaa en poesia e chantaa.
Las questions e las responsas que prepausa son las demandas universalas de l’umanitat: la batalha embe la natura salvatja, lo rapòrt embe lo trascendent, lo sens dal possible, lo masculin e lo femenin.
Ental mite trasmetut dins lhi sècles, benleu dins lhi milenis, lhi a pas marca de cristianisme se pas per una crotz butaa aquí per cas a far la gàrdia a una poncha, que marca la mira ente lo poder passa dins las mans de lhi esperits mas que nos garda nimanc contra las fòrças misteriosas. Tant que lo “demòni”, lhi esperits di brics, amaça una “pastoreta”: aquela qu’escapa a un tabú perqué vai dins un luec defendut per lo bòn sens de la natura. En aut nais l’aiga, las fònts devon èsser puras, degun deu lhi anar sonque per s’engordir. Quora dins l’800 lhi anglés an tacat a “conquistar” las Alps, an parlats de païsans supersticiós, coards, que montavon ren en poncha perqué pensavon a la presença d’esperits. Après, quora l’arqueologia a montat ailamont, son estats trobats d’altars en peira. Es clar que qualqu’un era montat e lhi avia bastits per adorar e s’engraciar lhi esperits trascendents per lo ben de lor comunitat. mas que avia tanben de bònas rasons per proïbir ai forestiers, e a la gent tota, de frequentar de pòsts delicats.
L’estòria de Manha Pertusina se passa dins un pòst a la broa entre l’uman e lo salvatge: aquelas balmas abitaas fins dal Paleolític, embe la ròcha sus la tèsta, pòsts que fan afre a qui a la desgràcia de viure dins un mond plat. Lhi montanars lhi an sempre aimats e cerchats, nòstra gent aima las ròchas que venon sacras e son lhi òs de la tèrra. Lhi òmes vivon já dins lhi vilatges mas n’a d’aquilhi que son encara dessot las balmas: lhi pus paures, las fremas soletas.
Bèla pr’aquilhi que son dins de maisons comòdas, la natura comanda, e lor o san ben. Parelh, la batalha se combat en aut: una característica de l’antropologia de la montanha, ente lo recòrd, la tradicion, lo rite, tot se garda na brisa aicí na brisa ailai, sensa vuids, e la cultura antica se garda per livèls d’autessa. Comma dir que mai se monta mai se vai arreire dins lo temp, despareisson las traças dal crestianisme e se retròbon lhi elements primordials de la civilizacion de la montanha.
Es la guèrra: la mascha vòl gardar son espaci da l’envasion de las personas. Laissa ren pasturar las bèstias domèstias e per forabandir la gent fai pus colar las fònts. Totun la laisson pas tranquilla: las gents dal bas vòlon aver tota la tèrra, son esbrasamats. Coma far? Polon pas se destachar da la natura e alora lo pastre que a de manca di pastural de Manha Pertusina vai pas devisar embe lhi autri òmes mas embe un salvan qu’es tombat amorós d’una sia fea e pr’aquò sièv l’òme. Desmentiem pas que la gleisa a sempre acusat las populacions de l’alp de bestialitat e zoofilia, e pr’aquò lhi avia la pena de mòrt já derant de l’inquisicion.
Parelh taca la granda batalha entre doas entitat, ni una ni l’autra umanas mas segurament una masculina liaa a la civiltat e l’autra fumèla, padrona de l’alp, de las forèstas, de las ròchas. Tot se crosea e se mescla: uman, bestial, natural. Lo salvan pròva embe la fòrça, après embe l’intelligença e arriba e far encrestar la mascha.
Mas a la fins, es pas lo pastre a ganhar mas lo salvan. Lhi montanars san que per ganhar lo territòri chal far lhi còmptes embe la sebença de la natura salvatja. Lhi montanars an lo sens de la mesura, conoisson la bòina entre possible e proibit. Es pas coma l’òme de la vila, l’òme de la montanha pòl pas abandonar la natura. Se confronta e se mesura embe ilhe e pilha sas responsabilitats.
Se lhi òmes egoïstas vòlon tota la tèrra Manha Pertusina manda na meledicion: “m’avetz mandaa via, voletz fins lo darrier mochet de tèrra? ben, aquela tèrra serè un desert”. Balmarossa es encuei desabitaa e la natura, bèla sensa mascha, s’es repilhaa çò que l’òme lhi a gavat. Mas la devastacion es devengua totala, pus degun, nimanc lhi esperits da maledir.
An aquesta mira chal se demandar se l’operacion culturala facha da Renato Lombardo sie justa o no per aver manejat, actualizat, escrich una vielha estòria. Avem pas de dúbits, aquò qu’a fach es just e necessari. Las tradicions ren masque s’enventon mas chal las renovelar, se non mueron e degun las enavisa pas pus: fan la fins de Balmarossa. Despareisson. Una civiltat que vai ren anant e se moderniza pas, desvapora.
Ren masque aquò, l’estòria de Manha Pertusina es estaa actualizaa e, encà un bòt, dins lo gaubi de la cultura popolara, que ier coma encuei, coma sempre, es orala e passa per la música e la rima e per la navisar ven chantaa tot ente se pòl.
Per contunar a enchantar la gent.

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