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Appena usciti dalla “vilo”, (capo­luogo di Oncino), in direzione delle Bigorie, ci troviamo di fronte ad un bi­vio: a destra si sale verso il Paschie, proseguendo a sinistra oltrepassiamo il “Baza de Mario d'Andreo” la Chie­sa di San Bernardo, adibita purtroppo camera mortuaria durante l'ultima guerra per dodici partigiani della Valle Varaita trucidati dai nazifascisti duran­te un rastrellamento nella Valle Po, tra Rocca Bianca e Pian Paladino, da dove le salme furono trasportate nella chie­sa, dopo lo scontro a fuoco, dalla popolazione di Oncino.

Attraversiamo poi la pineta, il “Cum­balot d'gli Tzambi” divenuta purtroppo ricettario di immondizie di ogni genere. Transitiamo sul piccolo ponte che attraversa il “Rio Zulian” e risaliamo il tratto di strada chiamato “Sere” da dove guardando a valle, in direzione del capoluogo e del suo bianco “ciuchie”, si può godere del panorama di tutta la “nostro belo valaddo” fino giù. oltre Paesana..., solo il tempo di intravedere la curva e Incontriamo come un vecchio amico il “Pilun d'la viazzo” (il cui nome deriva dal sentiero che si snoda dalla strada, in mezzo ai prati e agli alberi fino alla frazione Ruata), restaurato durate l'ampliamento della curva stradale qualche anno fa.

Gli affreschi riproducenti le immagini dei Santi non sono più visibili poi­ché la calce ha ricoperto quelle mode­ste immagini familiari, non forse di artisti famosi ma sempre care, per chi a Onclno èvissuto, per la loro presenza modesta di cose nostre.

Poco distante dal pilone troviamo la “Pauso d'i mort”: unacappelletta (costruita nel 1903) sulla cui facciata si legge la scritta “beati mortui qui in domino moriuntur” ed entro la quale venivano deposte le bare dei defunti portate a spalla da parenti e amici provenienti dalle borgate superiori, l'auto ha sostituito le spalle, ed è tanta fatica in meno; però anche il nostro dolore, in quelle tristi occasioni non é più confortato dalla cara presenza e partecipazione della nostra gente e “gli mort i zaminën pa pu për lu deriè viaze për sei vie, ma i rubën suvënt b' dë fuurgun targà Turin o Cuni”. Nei pressi della cappelletta, durante una breve pausa, il sacerdote, che a volte era già presente perché recatosi direttamente acasa del defunto (dietro compenso), o perché, appena la sepoltura Mungeva alla Pause d'i mort, alcune persone si affrettavano ad andarlo a chiamare alla Chiesa, recitava coi presenti preghiere e impartiva be­nedizioni. quindi si proseguiva verso la Chiesa ed il cimitero.

A pochi passi dalla “Pauso d'i mort” troviamo le case della borgata “Fantun inferiore”. (Faotone). Al suo grasso la fontana, un tempo alimentata dall'acqua del Zulian, i magnifici pini di Abbura Vincenzo Roi quindi la sua casa, poco distante e più in basso la casa di Mattio Simone Clin, infine acanto alla strada la casa dei Barreri Zors ora di Barreri Giuseppe Coudin disabitata e quasi completamente diroccata.

Ricordiamo che circa 70 anni or sono la costruzione adiacente fu preda di un incendio che distrusse ambedue le case, una delle quali fu poi ricostruita. Dalle notizie raccolte, ai primi del novecento Fantun interiore era abitata da tre famiglie: i Barreri Zors (2 fra­telli, uno dei quali soprannominato Toni lu messu, per aver rivestito tale ca­rica per lungo tempo) e dei Roi. I fratelli Zors emigrarono in Francia e vendettero la loro pruprietà a Mattio Simone Clin e Giuseppe Barreri Cou­din. Poco lontano dalla borgata la fami­glia del Roi possedeva, in quei tempi, uno dei tre mulini di Oncino, chiamato il mulino del Roi, situato dove ora il Giuliano viene incanalato dalla società Burgo.

Proseguendo per la strada comuna­le per un tratto di circa duecento metri raggiungiamo, immettendoci in una strettoia dovuta ai resti di un edificio in via di decadenza, le case di “Fantun superiore” (questa frazione fu cosí chiamata perché tutti gli abitanti si chiamavano Fantone).

Troppa gente se ne è andata da Oncino, chi è morto in guerra (tre solo in questa piccola borgata: Reinaudo Antonio Mut, Reinaudo Antonio Mut, Reinaudo Giuseppe Mut), chi è emigra­to in cerca di lavoro nelle città, tanto che questa è l'unica frazione di questo versante oncinese, con Ruetto, i cui camini fumano ancora, anche durante il periodo invernale.

La strada divide la borgata in due parti, sopra troviamo le case di Fantone Giovanni Giantonni disabitata, Meirone Giuseppe e Rosa Bagara (la amiglia Meirone Giuseppe è presente anche durante il periodo invernale), Fantone Guvern ora dei Peiretti Ghi, Reinaudo Sebastiano Mut ora dei Meirone Giuseppe Bagaro: casa circondata di rose, su un pilastro della quale e fis­sata la luce pubblica (la pubblico) che illumina per un breve tratto la borgata. Al di sotto della strada troviamo le case dei Barreri Coudin. di Reinaudo Giuseppe Mut ora dei Peiretti Ghi. Sul terrazzo di quest'ultima si vedono ancora gli alveari delle api che sol­tanto qualche anno fa producevano del­l'ottimo miele. Accanto le case di Rei­naude Rosa e Maria Mut ed infine di Allisio Vincenzo Pessi.

ll forno del pane, a cui hanno il diritto di “furgnà” anche le famiglie di Fantun inferiore, rimesso a nuovo due anni fa da alcuni abitanti della borgata, si trova vicino alla casa di Reinaudo Giuseppe Mut, proprio nel centro della borgata, dove un tempo svolgeva anche la funzione di punto di incontro e di contatto umano tra i vari abitanti della frazione; poco distante dal forno la fontana della borgata: questa fontana, come quella di Fantun inferiore, è ora alimentata dall'acquedotto della Comba che ha sostituito l'acquedotto costruito dagli abitanti della borgata fin dal 1927 prelevando l'acqua dal Rio Daina. Guardando verso la val­le, dalla fontana, scorgiamo in mezzo ai prati alberi da frutta: peri, meli, susini e ciliegi e sotto la strada il canale coperto dalla cartiera Burgo usato come scorciatoia per raggiungere S. Guglielmo e le altre borgate di questa val­lata.

Usciti da Fantun percorrendo circa 70 metri ci troviamo di fronte ad un bivio denominato “lei due vie” la strada a sinistra, andando verso Ruet­to, permette l'accesso ai prati e ai pa­coli ed era molto più usata un tempo quando tutti i campi erano considerati un bene prezioso da ceurare. I tempi da allora sono cambiati, ora il rischio delle “due vie” è di vedere arrivare le moto da cross piuttosto che le poche cabazà dë fën che vengono ancora tagliate. Quanti sono i giovani di oggi e di ieri che tornerebbero a lavorare in queste nostre borgate quando si realizzassero delle iniziative serie per la ripresa dell'economia momana? Sappiamo che ci sono e non sono pochi! Le idee, le proposte tipo la stal­la sociale (e altre) sono state lanciate, manca solo più la fiducia nelle no­stre forze per realizzarle, allora non avremmo più soltanto delle belle e si­lenziose borgate ma delle frazioni meno ramantiche ma più vive di gente che per Oncino scriverebbero la storia nuova.