Da quasi due anni l'Escolo dòu Po, l'associazione culturale degli Occitani d'Italia è in crisi. Quella che poteva benissimo essere una crisi di crescita sta minando l'associazione nelle fondamenta. Infatti dall'ultimo Rescountre di Roure, (agosto 1972) l'associazione, come tale, non ha realizzato assolutamente nulla.
Le cause di questo stato di cose sono molte e non sempre facili da mettere in risalto. Questa volta vorrei esaminare uno degli aspetti più controversi, ossia il problema dei rapporti tra Occitani e Piemontesi.
L'associazione nacque nel 1961, per iniziativa di alcuni esponenti di movimenti culturali piemontesi, per promuovere lo sviluppo dei legami culturali tra il Piemonte e la regione di Francia a civiltà occitana, attraverso il risveglio e la valorizzazione delle parlate d'Oc esistenti nelle valli di Cuneo e di Torino. Assai presto però, lo scopo che pareva strumentale divenne principale, sia perché già dal momento della fondazione parecchi erano gli Occitani (e furono essi a svolgere una buona parte del lavoro), sia perché questa impostazione era condivisa dal segretario di allora Gustavo Buratti, che pure era piemontese.
Giunto il momento di dare una struttura ed una organizzazione alla Escolo, attraverso la formazione di un nuovo statuto alcuni Piemontesi, con varie argomentazioni, pretesero di avere diritti speciali sui destini dell'associazione. Soprattutto erano contrari al fatto che l'Escolo affermasse in tutta semplicità di essere l'associazione degli Occitani d'Italia perché questo significava la perdita del loro «potere». In sostanza essi affermavano una sorta di loro diritto ad essere nostri tutori. E giustificavano queste posizioni dicendosi nostri scopritori e fondatori della Escolo (anche se su 27 soci promotori essi non erano più di 12). Pur non essendo numerosissimi in campo piemontese, riuscirono ad ottenere l'interruzione dei lavori per la redazione del nuovo statuto. L'assemblea del Rescountre di Roure ratificò tacitamente questa situazione, anche se va detto che in quell'occasione molti furono i Piemontesi presenti, fra i quali più d'uno erano i sostenitori del ricordato «diritto di tutela».
In questa situazione è indispensabile operare delle scelte. E queste scelte non possono venir fatte che dagli Occitani se si crede, come io credo, che è giusto e doveroso che ogni persona ed ogni gruppo divenga arbitro del proprio destino, anche a questo livello.
Le soluzioni possono essere due. Si può prendere atto di quella che è stata l'evoluzione decennale dell'associazione e sancire la completa indipendenza della associazione degli Occitani dalle associazioni culturali Piemontesi nel senso che l'Escolo dòu Po deve essere composta soltanto da Occitani. È però necessario dare alla parola «soltanto» un significato allargato in modo da comprendere tutti i non-Occitani che danno un serio contributo per la valorizzazione e lo sviluppo della nostra cultura. I rapporti con i Piemontesi, come del resto quelli con altre culture è auspicabile che siano di piena collaborazione e di reciproco aiuto (di «alleanza») ma sempre su un piano di indipendenza e di parità.
L'altra soluzione consiste nel ridurre l'Escolo ad associazione che promuove scambi culturali tra il Piemonte da una parte e le Valli a parlata d'Oc e l'Occitania di Francia dall'altra. Una funzione intermediaria insomma, per lo svolgimento della quale è necessario che gli Occitani d'Italia diano vita ad un'altra associazione culturale, con le caratteristiche di indipendenza richiamate prima, che abbia lo scopo di tutelare la loro cultura.
In ogni caso ritengo sia necessaria la presenza di una associazione, gestita da noi, che si occupi della nostra cultura, efficiente più di quanto l'Escolo dòu Po è stata fino ad ora, ed organizzata secondo i principi della democrazia.