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Il Dono di Natale

Lou Doun ëd Natal.

di Grazia Deledda, traduzione in francoprovenzale a cura di Teresa Geninatti Chiolero

italiano

I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia. Era una festa eccezionale, per loro, quell’anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.

Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei. E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.
Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.
Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d’alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.
Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.
Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un’altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.
Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.
– Ben tornato, Felle.
– Oh, Lia! – egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.
Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l’amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d’occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.
– Che ci hai, qui? – domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. – Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, – aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: – e anche noi!
Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.
In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arance e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.
La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un’aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.
Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.
– Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po’ di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? – pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.
Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca (una sopraveste di pelle d’agnello, nera, con la lana, che tiene molto caldo).
Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all’esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l’uomo che lo accompagnava.
Quest’uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l’indipendenza d’Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista. E rimasero tutti scambievolmente contenti.
Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d’oro.
Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.
L’ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s’intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.
Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro. Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto. Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d’occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.
Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.
Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.
– La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini – disse a Felle: – anch’essi hanno diritto di godersi la festa.
Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile. La notte era gelida ma calma, e d’un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida. Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso. All’entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:
– La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.
Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c’erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po’ triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.
Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.
– Oh, ragazzi, su, in fila.
E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.
I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.
Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell’aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.
Dentro la chiesa continuava l’illusione della primavera: l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.
In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d’oro illuminava loro la via.
Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.
Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.
– Gloria, gloria – cantavano i preti sull’altare: e il popolo rispondeva:
– Gloria a Dio nel più alto dei cieli.
E pace in terra agli uomini di buona volontà. Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.
All’uscita di chiesa sentì un po’ freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l’odore d’arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l’uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d’arancio, perché l’anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.
Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un’asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.
Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.
In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d’avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l’arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.
Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.
Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.
Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?
Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.
Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov’era?
– Vieni avanti, e va su a vedere – gli disse l’uomo, indovinando il pensiero di lui.
Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.
E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.
– È il nostro primo fratellino – mormorò Lia. – Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il “Gloria”. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

Con questo racconto di speranza e serenità di un’autrice così rilevante, “Chambra d’Óc” e “Tsambra Fracoprovensal” ci tengono ad augurare a tutti un Natale di pace e di tranquillità. Buon Natale a tutti.

franco-provenzale

Li sinc frari Lobina, tuiti bergì, ou tournavount da li soun benal, për pasà la noit ëd Natal ën famìi. È i érët ‘na festa echesiounal, për leu, ‘sé an, përqué la leu unica sueura è i érët fideunsaia eunsembiou an joueun ric.

Coumë s’coustumavët ën Sërdenha, lou mourous ou douvet meundà ën cadò a la soua mourouza, é poi alà co quieul a pasà la festa eunsembiou a la famìi ëd quieulla. È li sinc frari ou voulont fà courouna a la sueura, ëd co për dimoustrà aou prosim cunhà quë sé ou i èrount nhint ric parei ‘më quieul, ën queumbi ou i èrount fort, seun, unì fra leu coumë ën grouppo ëd gouerier.

Ou i avont meundà aveunt lou frari più quitì, Felle, ën bè’ fì d’ounzë an, ato li greudi ueui dous, vistì ëd pel ëd lana coumë ën quitì Sën’ Jouan Batista; ou pourtavët zlë spalë ën sac é, deudin aou sac ou i avet ën crineut apeina masìa qu’ou douvet servì për la sina.

Lou chit pais ou i érët cuert ëd nai; ël queuzëttë neirë, tacaië aou mount, ou zmìivount dizenhìa su ‘n queurtoun bieunc, é la gezia, dzeuri an terapien sustinù da grosi bloc ëd pera, chircoundà d’arbou cheurgìa ëd nai é ëd cheundeilë ëd guias, ou zmìivët coumë un ëd ‘sé palas feuntastic, qu’ou dizenhount ël nebië. Tout è i érët silensious: lh’abitant ou zmìivount soutrà sout a la nai.

Ënt la vì qu’è pourtavët a soua queu, Felle, ou i eu trouvà, zla nai, meuc ël trasë d’eun pìa ëd fëmela, é ou s’eu divërtì a pasali eunsima. Ël trasë ou s’ freumavount di fati ëdvant aou rustic queunchel ëd bosc dla court quë la soua famìi è i avet ën coumun eunsembiou a n’aoutra famìi ëd co ëd bërgì, euncoù più povrou quë leu. Ël douë chitë queu, una për part ëd la court, ou s’zmìivount parei ‘më douë sueurë;  da li fumé ou saivët lou fum, da lh’us ou treuzluivount fil ëd luchë.

Felle ou i eu subià për anunsià lou soun arivou: é subit, a la porta doou vizin, è s’eu afachìa ‘na fieutta ato lou moueurou rous ëd fret é lh’ueui shintilant ëd djoi.

-Bin tournà, Felle.

-Oh Lia!- quieul ou i eu braìa për riqueumbià lou salut é ou s’avizinavët a la pourtina d’eundoua, oura, eunsembiou a la luche ou saivët ëd co lou fum d’ën greun fua vischìa ënt la tchuminà, ënt ‘oou mes ëd la cuzina.

Euntoueurn a la chuminà ou i érount setaië ël sueurë ëd Lia, për tinilë treuncouilë la più granda, seulla qu’è vinivët dopou l’amiza ëd Felle, è li dounavët quërqui grana d’uva pasa é è cheuntavët ‘na cheunsoun d’oucazioun, ‘na nina nana për Gezù Beumbin.

-Quë t’as-tou, éisì?- è li chamavët Lia, toucheunt lou sac ëd Felle. –Ah, lou crineut. Ëd co la serventa doou mourous ëd toua sueura è i eu geù pourtà lou cadò. Feuzré greunda festa vouzaoutri- è i eu juntà ato ën chert eunguichou; ma poi è s’eu eurpìia é dizet ato countenteussi malisiouza: -ëd co nouzaoutri!

Inutilmeunt Felle ou li chamavët quë festa è i érët: Lia è i eu seurà l’us soou moueurou é quieul ou i eu traversà la court për intrà a soua queu.

A soua queu è s’ sintivët daboun l’ëoudoù dla festa: ëoudoù ëd tourta ëd poum coita aou foueurn, é ëd dous fait ato ël pleuìi ëd pourtugal é meundourlë bruzataië. Tan quë Felle ou i eu euncaminà a fà  grousà ël deun, zmieuli ëd meuschì toutë zlë chozë bounë ma euncoù streumaië.

La sueura, aouta é sutila, è i érët geù vistua a festa, ato lou courpeut ëd broucà veurt é lou coutin nei é rous; euntoueurn aou moueurou palid è i avet ën fësouleut ëd seia a fieu; ëd co li soun chaousì ou i érount ricamà é ‘toou lou bindel: è zmììivët, eunsouma, ‘na faia ; mentrë la mari, tuita vëstia ëd nei përqué vedouva da poc, palida ëd co quieulla, ma scura ënt ‘oou moueurou é ato n’aria superbia, è i arit pusù ërcourdà la figura ëd ‘na masca, sensa la greunda doulchessi ëd lh’ueui qu’ou zmìivount a sè ëd Felle.

Quieul, ënt ‘oou tant, ou pìivët daou sac lou crineut, tou’ rous, përqué ou i avont coulourà la cotica ato lou soun seunc: é dopou avelou counsenhìa a la mari ou i eu voulù vè sèl meundà ën cadò daou mourous. Sè, ou i érët più gro sèl doou mourous: cazi ën crin; ma sit pourtà da quieul, più tendrou é sensa gras, ou douvrit estri più sëvourì.

- Ma quë festa ou peuvount fà li nostri vizin, sé ou i ont meuc ën poc d’uva pasa, mentrë nouzaoutri g’èn ‘ste douë bestiasë ën queu? É la tourta é li dous? – ou pensavët Felle ato disprezi, euncoù eundispetì përqué Lia, dopou avelou cazi chamà, è i avet seurà l’us soou moueurou.

Poi ou sount aruvà lh’aoutri frari, pourtant ën la cuzina, pruma touta ën ourdin é poulida, ërz’eumprount ëd li soun squeurpoun piein ëd nai, é lou soun ëoudoù sëlvajou. Ou i érount tuiti fort, beli, ato lh’ueui nei, la barba nerii, lou courpeut stret coumë ‘na courasi é, dzeuri, la “mastrucca” (‘na sovraviësta ëd pel ëd berou, neiri, ato la lana, qu’è tint ën gran chaout).

Can qu’è i eu intrà lou mourous ou s’ sount aousìa tuiti dret, vizin a la sueura, coumë për fali për daboun ‘na spechë ëd corp ëd gouardia euntoueurn a la sutila é dlicaia figura ëd quieulla; é nhint tant për rigouard aou joueun, qu’ou i érët cazi euncoù ën gueursoun, boun é timid, ma për l’om qu’ou lou coumpanhivët. St’om ou i érët lou nonou doou mourous. Vieui ëd più d’outant’an, ma euncoù dret é roubust, vistù ëd pan é veulù coumë ën gentilom medieval, ato le «uose» ëd lana sul cheumbë fortë, ‘stou nonou, quë da joueun ou i avet coumbatù për l’indipendensi d’Italia, ou i eu fait a li sinc frari lou salut militar é poi ou zmìivët pasali ën rivista. Ou sount istà tuiti rechiproucameunt counteunt. 

Aou vieui ou t’istà dounà lou post milhour, vizin aou fua; é aleura soou soun stomi, fra li boutoun shintilant doou soun jacoun, è s’ veit ëd co zbërluzì, parei ‘më ‘na chita steila, la soua vieui midàii aou valour militar. La mourousa è i eu versà da beiri, poi aou mourous é quieul, ënt ‘oou pìi lou bicher, ou i eu butà ën meun, dë scou, ‘na mounéia d’or.

Quieulla è l’eu ringrasià ato lh’ueui, poi, dë scou co quieulla, è t’alaia a fa vè la mouneia a la mari é a tuiti li frari, ën ourdin d’età, ënt ‘oou mentrë qu’è li pourtavët lou bicher pien.

L’ultim ou t’istà Felle: é Felle ou i eu sërcà ëd pìilë la mouneia, për squers é curiouzità, è s’ capeit: ma quieulla è i eu seurà lou punh minachouza: è i arit dounà più fachilmeunt n’ueui.
Lou vieui ou i eu soulevà lou bicher, aougureunt salutë é felichità a tuiti; tuiti ou i ont reuspounù ën cor. Poi ou s’sount butà a dëscoutri ën maneri ouriginal: qu’è veut dì cheuntant. Lou vieui ou i érët ën braou poueta estempouraneo, couindi ou eumprouvizavët cheunsoun; ëd co lou frari più grant ëd la mourouza ou savet fà aoutroutant. Fra leu dui, couindi, ou i ont euntounà ‘na gara d’outavë, su alegueur argoumeunt d’oucazioun; lh’aoutri ou scoutavount, ou fazon cor é ou batont ël meun.

Fora ël choquë ou i ont euncaminà a sounà, anounsiant la Meussa.

È i érët ten d’euncaminà a prountà la sina. La mari, eidaia da Felle, è i eu dëstacà ël queusë a li dui crineut é è i eu eunfilà ën trai lounc pounsoun ëd fer ato lou meunjou freum a tera.

-T’à da pourtà la couarta ën cadò a li nostri vizin – è li dizet a Felle: -co leu ou i ont dirit a fà festa.

Tou’ counteunt, Felle ou i eu pìia për la piota la queusa bela é grasa é ou i ëst saì ënt la court. La noit è i érët gelida, ma treuncouila é tou’ d’ën moumeunt è zmìivët quë tou’ lou pais ou s’ fusët deuzvëìia, ën sè quiarour feuntastic ëd nai, përqué oltrë aou soun ëd lë choquë, ou s’ sintivount chant é brai. Ënt la quitiva queu doou vizin, eunvechë, oura, è i érët tou’ cai : afinha ël fieuttë euncoù couachìë euntoueurn aou fua è zmìivët qu’ou fusount eundurmìë spetant però euncoù, ën sounjou, ën cadò meravilhous. A l’intraia ëd Felle ou s’sont dëzburdìë, vërdeunt la queusa doou crineut quë quieul ou veuntavët d’éisì é d’ëd lai parei ‘më n’inchensée, ma sensa deuscoueuri: no, ou i érët nhint sel lou cadò cou spetavount. Ënt ‘oou fraten Lia è i éret seundua ëd coueursa da la steunsieutta d’ëd dzeuri: pìia sensa fà coumplimeunt lou cadò, é al doumeundë ëd Felle è i eu rispounù ëd raveus:

-Mama è s’sint nhint bin: lou pari ou t’alà a cheutà ‘na choza bela. Veu vìa.

Quieul ou i ëst rientrà pensierous a soua queu. Lai è i avet nhun mister né douleù: tout è i érët vita, mouvimeunt é countenteussi. Mai ën Natal ou i érët istà si bel, nheunca can ou vivet ëncoù lou pari: Felle però ou s’ sintivët ën foundou ën poc trist, pensant a la strana festa ëd la queu ëd li vizin.

Aou ters touc ëd la Meussa, lou nonou doou mourous ou i eu batù lou bëstoun su la perà dla chuminà.

-Oh fì, su, ën fila.

É tuiti ou s’son aousìa për alà a Meussa. A queu è ieu reustà meuc la mari për vardà li pounsoun ëd fer cou giravount lentameunt vizin aou fua për fà bin rustì la carn doou crineut.

Li fì, couindi, li mourous é lou nonou, qu’ou zmìivët gouidà la coumpanhìi, ou alvount ën gezia. La nai è soufoucavët li soun pas: figurë eumbëcucaië ou zbucavount da touiì li queuntoun, ato lënternë ën meun, fazeunt saì euntoueurn oumbrë é quiar fantastic. Ou s’squeumbiavount salut, é ou batevount al portë  seuraië, për chamà tuiti a la Meussa.

Felle ou alavët aveunti parei m’ën sounjou ; é ou i avet nhint fret; aou countrari lh’arbou bieunc euntoueurn a la gezia, ou li zmìivount meundourlë fiurìë. È s’ sintivët, insouma, sout a li soun vistì ëd lana, chaout é counteunt parei m’ën beroulin aou soulei ëd mai: li soun cheuvei, freusc ënt l’aria ëd nai, ou li zmìivount fait d’erba. Pensavët meuc al chozë bounë qu’ou i arit mingìa tournà da la Meussa, ënt la soua queu chaouda, é ërcourdeun quë Gezù eunveche ou douet naistri ënt ën fret beou, pëtanù é sensa da mingì, ou li vinivët joi ëd piourà, ëd cuertalou ato li soun vistì, é ëd pourtaslou a soua queu.

Euddin a la gezia è countinouavët l’iluzioun ëd la pruma: l’aoutà ou i érët tout adournà ëd ramë ëd corbezzolo ato li fruit rous, ëd mirto é d’alloro: ël cheundeilë ëd siri ou brilavount tra ël ramë é l’oumbra ëd sittë ou dizenhivount zli mu parei ‘më zla murai d’ën geurdin.

Ënt ‘na chapela è i avet lou prezepio, ato ‘na mountanhi faita ëd souguero é cuerta ëd mofa: li Re ou sendont prudeunt da ën senté dret, é ‘na coumeta d’or è lh’iluminavë la vì.

Tout è i érët bel, tout è i érët luchë é joi. Li Re poutent ou sendont da li soun troni për pourtà ën cadò lou soun amour é ël souë riquessë aou fì ëd li pover, a Gezù, nà ënt ‘ën beou; ërzë steilë ou li gouidavount; lou seunc ëd Crist, mort poi për la felichità ëd lh’om, ou piouvet su li bousoun fazeunt coucounà ël reuzë; ou piouvet su lh’arbou për fà mëourà li fruit.

Parei la mari è i avet moustrà a Felle é parei è i érët.
-Gloria,
gloria – ou cheuntavount li prevër a l’aoutà: é la geun è respounet:

-gloria a Diou ënt ‘oou più aout ëd li chel. É pas ën tera a lh’om ëd bouna voulountà. Felle ou cheuntavët co quieul é ou sintivët quë sta joi qu’è l’eumpinivët lou queur è i érët lou più bel cadò quë Gezù ou li meundavët.
Saieunt da la gezia ou i eu suntù ën poc fret, përqué ou i érët istà sempër eungenouìia soou pavimeunt nu: ma la soua countenteussi ou diminuivët nhint; eunsi è aoumentavët. Ënt ‘oou sintì l’ëoudoù d’arost qu’ou saivët dal queu, ou duertavët ël naris parei m’ën chineut afamà; é ou s’ eu butà a coueuri për aruvà ën ten për eidà la mari a prountà taoula për la sina. Ma geù tout è i érët prount. La mari è i eu butà ‘na touvai ëd lin, bàa, su ‘në stouoia ëd jounc é d’aoutrë stouoië euntoueurn. É secoundou l’euntìa uzeunsi, è i avet butà fora, sout a la tetoia dla court, ën piat ëd carn é ën vas ëd vin coit eundoua ou galjvount feuttë ëd ploii ëd pourtugal, përqué l’anima ëd l’om, se mai è tournavët ënt ëstou moundou, è trouvavët quërcoza për gavase la fam. Felle ou t’alà a vè: ou i eu butà lou piat é lou vas più ën aout, dzeuri a n’as ëd la tetoia, përqué li chin badé ou li touchisount nhint; poi ou i eu vardà euncoù vers la queu ëd li vizin. È s’viet sempër la luche ëd la feunestra, ma tout è i érët cai; lou pari ou i érët euncoù nhint tournà ato lou soun cadò misterious. Felle ou i ëst rientrà a queu é ou i eu pìia part ativa a la sina.

Ënt ‘oou mes al chozë da mingì è i avet ‘na chita tour ëd foucassë rioundë é luchidë qu’ou zmìivount d’avorio: onhidun ëd li coumensal, queurqui vì, ou s’eu spourgivount é n’eun tirivout una a sè: ëd co l’arost, taìia a grosë feuttë, ou i istavët ën cherti larc quëbareut ëd bosc é tera coita: é onhidun ou s’ servivët da soul, a soua voulountà.

Felle seutà vizin a la mari ou i avet tirìa ëdvant a sé ën quëbareut për soun count é ou mingivët sensa vërdà più nhente: travers l’eurmoù ëd la cotica bruzataia doou crineut, li dëscoueurs ëd li grant ou li zmìivount lounh é ou lou euntersavount pi’ nhint.

Can quë poi è t’aruvaia ën taoula la tourta jaouna é chaouda parei ‘më lou soulei, é euntoueurn ou sount aparì li dous ën foueurma ëd queur, d’ouzel, ëd fruita é ëd fieu, è i eu vinù cazi mal:  ou i eu sërà lh’ueui é ou s’eu piegà su la spala ëd la mari. Quieulla è i eu criùu qu’ ou piourasët: eunvechë ou riet për lou piazì.

Ma can qu’ou t’istà seuzià é ou i eu suntù beuzounh ëd bougise, ou i eu ripensà a li soun vizin ëd queu: coza mai è i érët ën tren ëd quëpità da leu? É lou pari ou i érët tournà ato lou cadò?

‘Na curiouzità eunvichibila è l’eu pourtà a saì euncoù ënt la court, a avizinasë é spià. Doou rest la pourtina è i érët euntreubiaia: euddin a la cuzina ël fieuttë ou i érount euncoù euntoueurn a la chuminà é lou pari, aruvà tard, ma sempër ën ten, ou i érët ën tren ëd rustì la queusa doou crineut dounà da li vizin ëd queu.

Ma lou cadò cheutà da quieul, daou pari, eun t’ou i érët?

-vineun aveunti é veu su a vè – ou i eu dit l’om, eunvinant lou soun pensé.

Felle ou i ëst intrà, mountà për la schaleutta ëd bosc é ënt la steunsiëtta dzeuri, ou i eu viù la mari ëd Lia, eumbërmeuntìa ënt ‘oou ìit ëd bosc é Lia eunginuìia ëdvant a ‘na cavanhi.

É euddin a la cavanhi, tra peunoulin chaout, è i avet ën manhà apeina nà, ën bel manhà rous, ato dui risoulin sul tempië é lh’ueui geù duert.

-ou i ëst lou nostrou prum frari – è i eu beuzbìia Lia – Min pari ou l’eu cheutà a mezanoit justa, ënt ‘oou mentrë qu’ël choquë ou sounavount lou «Gloria». Li soun os, couindi, ou s’ dëzjunterount mai, é quieul ou li ritrouvëreù euntì lou dì doou Judisi Universal. Ecco lou cadò quë Gezù ou n’ou z’à fait ‘sta noit.

Ato ‘sta counta dë spreunsi é serenità ëd n’aoutris si eumpourtanta, “Chambra d’Óc» é «Tsambra Fracoprovensal ou li tinhount a aougurà a tuti ën Natal ëd pas é treuncouilità. Boun Natal a tuiti.