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Lingua e cultura di un territorio montano

A nosto modo - L’Occitania di Masino Anghilante*

di Valter Giuliano

italiano

«Mio padre non si è mai occupato di patrimonio tradizionale. Lui è un compositore. È che ha composto parecchi canti in italiano, piemontese, occitano che sono diventati tradizione popolare. Il patrimonio della tradizione ha un momento di origine, cioè una persona che è stata all’inizio di tutto. Ecco mio padre è quel momento...».

Tommaso “Masino” Anghilante, un creatore di tradizione, ha fatto qualcosa che è andato ad aggiungersi ai repertori popolari, innovando la tradizione. Come compositore ha sempre guardato a modelli universali su cui ha costruito la sua poetica. «Per quanto riguarda l’occitano delle nostre valli» prosegue Dario Anghilante «ha comunque riempito un vuoto, stabilendo un ponte tra la tradizione popolare più antica e un nuovo filone. Ha fatto qualcosa che la gente ha recepito, in cui si è riconosciuta. Ero in un bar della Val Chisone con un gruppo di amici. A un altro tavolo un gruppo canta e, a un certo punto, fa una canzone di mio padre. Si rivolgono a noi dicendo: “Ah, questa certamente non la conoscete...”. “Ma sì che la conosco, è di mio padre!”. Loro non sapevano neppure chi fosse di Masino Anghilante. Erano convinti fosse una canzone della tradizione. La canzone era “La charamalha mai”».

Masino è, a buon diritto, un testimone della tradizione popolare proprio per la sua capacità, forse inconsapevole, di raccordarsi a questa, introducendovi elementi innovativi capaci di rilanciarla.

Sampeyre

Lo incontro, nella sua casa di Cuneo, a due passi da piazza Galimberti. «Ho sempre avuto passione per la musica e gli strumenti. Ho cominciato che avevo cinque-sei anni. Con un mandolino, strumento piuttosto diffuso nelle nostre valli. Poi capitò in negozio da mio padre, che era macellaio, ma che si intendeva anche delle proprietà medicinali delle erbe, tal Tommaso Gauthier (Toma Gotie in occitano) di Villar di Sampeyre, per avere consigli sulle malattie delle bestie. Disse a mio padre che a casa aveva uno strumento ricevuto da suo padre, il quale non lo aveva mai suonato... Lui aveva provato ma era troppo difficile. La provenienza dello strumento risaliva a un nonno, attendente di un ufficiale di Napoleone, morto nella battaglia di Waterloo del 1815, che era un bravo violinista. Mio padre lo prese in cambio di un paio di scarpe nuove fatte fare dal calzolaio. Si era negli anni Trenta-Trentacinque, e qui cominciarono a costruire gli impianti idroelettrici. Arrivarono operai da tutta Italia e, tra questi, tantissimi giovani suonavano bene. Fu la mia fortuna. A Sampeyre c’era uno di questi ragazzi che veniva dal Veneto. Suonava in chiesa la domenica, il violino. Insistetti con mio padre perché gli parlasse. Fu lui che mi mise a posto il violino e mi diede le prime lezioni. Sono partito così e mi sarebbe piaciuto frequentare il liceo o magari il Conservatorio, ma bisognava lavorare. Così, nel 1940, partii militare, prima a Savigliano, poi a Tolone. A Savigliano incontrai un certo Fubelli, prima tromba dell’orchetra Semprini di Roma, che mise in piedi un’orchestra con 3-4 reclute. A Tolone cominciai a comporre, a fare l’autore. Nel 1943 composi “La baita”, ovviamente in italiano, perché del piemontese e dell’occitano ci vergognavamo, e quella canzone d’amore per la mia morosa, oggi mia moglie, che ho proposto in occasione del Premio ai testimoni della cultura popolare... La mia unica composizione d’amore».

La fine della guerra è il ritorno alla dura realtà. «Di mestiere mio padre ha dovuto fare il macellaio» racconta Dario, «anche se controvoglia. Suo padre prima della guerra era uno dei più facoltosi della val Varaita, dove solo a Sampeyre c’erano tre macellerie, tutte degli Anghilante. Ma con la guerra fu crisi e mio nonno decise di chiudere bottega. Non poteva farlo perché l’interruzione di attività era data solo a chi, essendo militare, non era in grado di proseguire il commercio». «Mio padre non ci pensò due volte» ricorda Masino, «mi fece arrivare da Tolone e con un atto notarile mi intestò il negozio. Fu così che, a fine guerra, benché avessi fatto le magistrali, mi ritrovai con la macelleria».

Compositore e insegnante

Ma Masino non rinuncia alla sua passione e continua a comporre, mettendo su, a Sampeyre, una banda musicale mandolinistica, con mandolini, banjo, mandole, strumenti allora molto diffusi nelle nostre valli, che durò fino al 1955.

«Si chiamava OrSaVa, Orchestra Sampeyrese Vagabonda» ricorda, «che significa però anche “adesso va bene”, ed era composta di 10-15 elementi. Poi fu la volta della banda musicale di 35 elementi in cui io, non potendo suonare il violino, facevo la prima tromba. L’esperienza durò dieci anni, poi rimanemmo in 11. Nel 1955 la decisione di sospendere l’attività che dobbiamo ancora riprendere adesso... Siamo nel 1952-53.

«Un giorno il direttore didattico, una persona magnifica di Casteldelfino, mi mise a parte di una circolare del Provveditorato agli studi che invitava a istituire corsi di orientamento musicale per i giovani. Come direttore di banda, uno dei requisiti sufficienti, feci domanda. Cominciai con una trentina di allievi».

Poi c’erano i figli e, siccome lassù non c’erano le medie, cedetti il negozio e mi trasferii a Cuneo dove ho fatto studiare i quattro figli aprendo, in corso Nizza, un bel negozio, arredato in stile Val Varaita che tenni per 18 anni...».

«A Cuneo mio padre continuò a comporre» è ancora Dario che parla «e lo so bene perché finite le medie andai ad aiutarlo in bottega, per due anni. Non aspettava altro che poter lasciare il banco per rifugiarsi nel retrobottega, dove teneva gli strumenti, a comporre».

Nel frattempo continua ad andare avanti e indietro a Sampeyre dove aveva una grande casa.... Nel 1962 fonda il coro Monte Nebin che nel 1964-65 registra un Lp, A la meiro.

La sua passione non riesce proprio a tenerla per sé, ed è così che ritorna il Masino Anghilante docente, che avvia generazioni di giovani alla musica.

Nel 1975 arriva il tempo della pensione e Masino, lasciato il negozio, torna a Sampeyre e riprende i corsi di orientamento musicale questa volta sostenuti dalla Regione Piemonte, per insegnare e trasmettere ai giovani la sua passione.

«Ne ho fatti undici di quei corsi triennali! A Sampeyre, Brossasco, Venasca... Ho avuto più di 300 ragazzi, che alla fine dei tre anni facevano un saggio: una volta ebbi ben 65 allievi che suonavano e cantavano! Tra di loro c’è stata gente molto brava che ha poi proseguito gli studi musicali, diventando professionista e frequentando il Conservatorio», commenta con orgoglio.

La charamalha mai

All’inizio le sue composizioni sono in italiano: «Poi nel 1962, una sera che nevicava forte, finii con gli sci in una frazione di Sampeyre; incontrai gente che conoscevo e che mi fece accomodare nella stalla in cui incontrai una scena tipica con le vacche, il vitellino, gli agnelli, la nonna che cullava i bambini... Fu lì che saltò fuori La charamalha mai che scrissi “a nostro modo” – allora non si parlava di occitano –, con tutti i dubbi su come scrivere...

Mi capitò di cantarla, la prima volta, in occasione di una serata al municipio di Costigliole, dove fummo invitati come gruppo in costume della Val Varaita. A conclusione della serata ci ritrovammo al bar, dove ebbi il coraggio di proporla».

E intona con voce possente: «La cala ju plan plan...», facendo poi il verso ai commenti di entusiasmo, misto a stupore, che accolsero quella sua esibizione.

«Gli amici mi dissero: “Hai proprio cantato bene, hai cantato a nostro modo”. Di lì presi coraggio e cominciai a comporre nella nostra lingua».

La charamalha mai è del 1962, agli albori della riscoperta dell’occitano che aveva visto, l’anno precedente la fondazione, a Crissolo, della Escolo dou Po, movimento di rilancio della tradizione linguistica delle valli.

Alla fine, nel suo repertorio di oltre 220 composizioni, ha messo insieme una cinquantina di pezzi in occitano. Una simbiosi unica tra lingua e territorio.

Nel 1985 Ousitanio Vivo pubblica la prima raccolta di canti e poesie Chaminar e pensar (“Camminare e pensare”) e nel 2003 la seconda Chantominà (“Cantaragazzo”).

Gli domando se compone ancora. Si schermisce: «Qualche volta, ma poco, più poco... mi viene qualche volta l’ispirazione per canzoni di protesta, di rabbia verso il mondo, ma scrivo poco».

La moglie Giovanna, che finora non ha fatto commenti particolari, si inserisce ridacchiando: «No no, adesso scrive di nuovo, è sempre lì che scrive. Non tanto qui, ma lassù a Sampeyre ha la sua scrivania nello studio ed è sempre là...».

«La sua produzione migliore» mi ha confidato Dario «è la prima, fino agli anni Settanta; tutte composizioni destinate a divenire patrimonio condiviso, nuova tradizione... Le ultime cose tendono a scivolare verso la retorica, l’intimismo, la nostalgia, a volte il moralismo, i buoni sentimenti, la religiosità. Almeno quelle che ho visto. Ma so che il lavoro continua e confesso che gli ultimi lavori, per ora, li ha tenuti nascosti. Chissà... saranno magari una sorpresa».

*(Slowfood, n. 33, pp. 122-126, 2008; poi ripubblicato in V. Giuliano, Lingue, migrazioni, bellezza e magia. Incontri con i testimoni della cultura popolare 2 , Ed. Rete Italiana di Cultura Popolare in collaborazione con Slow Food editore, Torino dic. 2009)



Lingua e cultura di un territorio montano

A nosto modo - L’Occitania di Masino Anghilante*

di Valter Giuliano

italiano

«Mio padre non si è mai occupato di patrimonio tradizionale. Lui è un compositore. È che ha composto parecchi canti in italiano, piemontese, occitano che sono diventati tradizione popolare. Il patrimonio della tradizione ha un momento di origine, cioè una persona che è stata all’inizio di tutto. Ecco mio padre è quel momento...».

Tommaso “Masino” Anghilante, un creatore di tradizione, ha fatto qualcosa che è andato ad aggiungersi ai repertori popolari, innovando la tradizione. Come compositore ha sempre guardato a modelli universali su cui ha costruito la sua poetica. «Per quanto riguarda l’occitano delle nostre valli» prosegue Dario Anghilante «ha comunque riempito un vuoto, stabilendo un ponte tra la tradizione popolare più antica e un nuovo filone. Ha fatto qualcosa che la gente ha recepito, in cui si è riconosciuta. Ero in un bar della Val Chisone con un gruppo di amici. A un altro tavolo un gruppo canta e, a un certo punto, fa una canzone di mio padre. Si rivolgono a noi dicendo: “Ah, questa certamente non la conoscete...”. “Ma sì che la conosco, è di mio padre!”. Loro non sapevano neppure chi fosse di Masino Anghilante. Erano convinti fosse una canzone della tradizione. La canzone era “La charamalha mai”».

Masino è, a buon diritto, un testimone della tradizione popolare proprio per la sua capacità, forse inconsapevole, di raccordarsi a questa, introducendovi elementi innovativi capaci di rilanciarla.

Sampeyre

Lo incontro, nella sua casa di Cuneo, a due passi da piazza Galimberti. «Ho sempre avuto passione per la musica e gli strumenti. Ho cominciato che avevo cinque-sei anni. Con un mandolino, strumento piuttosto diffuso nelle nostre valli. Poi capitò in negozio da mio padre, che era macellaio, ma che si intendeva anche delle proprietà medicinali delle erbe, tal Tommaso Gauthier (Toma Gotie in occitano) di Villar di Sampeyre, per avere consigli sulle malattie delle bestie. Disse a mio padre che a casa aveva uno strumento ricevuto da suo padre, il quale non lo aveva mai suonato... Lui aveva provato ma era troppo difficile. La provenienza dello strumento risaliva a un nonno, attendente di un ufficiale di Napoleone, morto nella battaglia di Waterloo del 1815, che era un bravo violinista. Mio padre lo prese in cambio di un paio di scarpe nuove fatte fare dal calzolaio. Si era negli anni Trenta-Trentacinque, e qui cominciarono a costruire gli impianti idroelettrici. Arrivarono operai da tutta Italia e, tra questi, tantissimi giovani suonavano bene. Fu la mia fortuna. A Sampeyre c’era uno di questi ragazzi che veniva dal Veneto. Suonava in chiesa la domenica, il violino. Insistetti con mio padre perché gli parlasse. Fu lui che mi mise a posto il violino e mi diede le prime lezioni. Sono partito così e mi sarebbe piaciuto frequentare il liceo o magari il Conservatorio, ma bisognava lavorare. Così, nel 1940, partii militare, prima a Savigliano, poi a Tolone. A Savigliano incontrai un certo Fubelli, prima tromba dell’orchetra Semprini di Roma, che mise in piedi un’orchestra con 3-4 reclute. A Tolone cominciai a comporre, a fare l’autore. Nel 1943 composi “La baita”, ovviamente in italiano, perché del piemontese e dell’occitano ci vergognavamo, e quella canzone d’amore per la mia morosa, oggi mia moglie, che ho proposto in occasione del Premio ai testimoni della cultura popolare... La mia unica composizione d’amore».

La fine della guerra è il ritorno alla dura realtà. «Di mestiere mio padre ha dovuto fare il macellaio» racconta Dario, «anche se controvoglia. Suo padre prima della guerra era uno dei più facoltosi della val Varaita, dove solo a Sampeyre c’erano tre macellerie, tutte degli Anghilante. Ma con la guerra fu crisi e mio nonno decise di chiudere bottega. Non poteva farlo perché l’interruzione di attività era data solo a chi, essendo militare, non era in grado di proseguire il commercio». «Mio padre non ci pensò due volte» ricorda Masino, «mi fece arrivare da Tolone e con un atto notarile mi intestò il negozio. Fu così che, a fine guerra, benché avessi fatto le magistrali, mi ritrovai con la macelleria».

Compositore e insegnante

Ma Masino non rinuncia alla sua passione e continua a comporre, mettendo su, a Sampeyre, una banda musicale mandolinistica, con mandolini, banjo, mandole, strumenti allora molto diffusi nelle nostre valli, che durò fino al 1955.

«Si chiamava OrSaVa, Orchestra Sampeyrese Vagabonda» ricorda, «che significa però anche “adesso va bene”, ed era composta di 10-15 elementi. Poi fu la volta della banda musicale di 35 elementi in cui io, non potendo suonare il violino, facevo la prima tromba. L’esperienza durò dieci anni, poi rimanemmo in 11. Nel 1955 la decisione di sospendere l’attività che dobbiamo ancora riprendere adesso... Siamo nel 1952-53.

«Un giorno il direttore didattico, una persona magnifica di Casteldelfino, mi mise a parte di una circolare del Provveditorato agli studi che invitava a istituire corsi di orientamento musicale per i giovani. Come direttore di banda, uno dei requisiti sufficienti, feci domanda. Cominciai con una trentina di allievi».

Poi c’erano i figli e, siccome lassù non c’erano le medie, cedetti il negozio e mi trasferii a Cuneo dove ho fatto studiare i quattro figli aprendo, in corso Nizza, un bel negozio, arredato in stile Val Varaita che tenni per 18 anni...».

«A Cuneo mio padre continuò a comporre» è ancora Dario che parla «e lo so bene perché finite le medie andai ad aiutarlo in bottega, per due anni. Non aspettava altro che poter lasciare il banco per rifugiarsi nel retrobottega, dove teneva gli strumenti, a comporre».

Nel frattempo continua ad andare avanti e indietro a Sampeyre dove aveva una grande casa.... Nel 1962 fonda il coro Monte Nebin che nel 1964-65 registra un Lp, A la meiro.

La sua passione non riesce proprio a tenerla per sé, ed è così che ritorna il Masino Anghilante docente, che avvia generazioni di giovani alla musica.

Nel 1975 arriva il tempo della pensione e Masino, lasciato il negozio, torna a Sampeyre e riprende i corsi di orientamento musicale questa volta sostenuti dalla Regione Piemonte, per insegnare e trasmettere ai giovani la sua passione.

«Ne ho fatti undici di quei corsi triennali! A Sampeyre, Brossasco, Venasca... Ho avuto più di 300 ragazzi, che alla fine dei tre anni facevano un saggio: una volta ebbi ben 65 allievi che suonavano e cantavano! Tra di loro c’è stata gente molto brava che ha poi proseguito gli studi musicali, diventando professionista e frequentando il Conservatorio», commenta con orgoglio.

La charamalha mai

All’inizio le sue composizioni sono in italiano: «Poi nel 1962, una sera che nevicava forte, finii con gli sci in una frazione di Sampeyre; incontrai gente che conoscevo e che mi fece accomodare nella stalla in cui incontrai una scena tipica con le vacche, il vitellino, gli agnelli, la nonna che cullava i bambini... Fu lì che saltò fuori La charamalha mai che scrissi “a nostro modo” – allora non si parlava di occitano –, con tutti i dubbi su come scrivere...

Mi capitò di cantarla, la prima volta, in occasione di una serata al municipio di Costigliole, dove fummo invitati come gruppo in costume della Val Varaita. A conclusione della serata ci ritrovammo al bar, dove ebbi il coraggio di proporla».

E intona con voce possente: «La cala ju plan plan...», facendo poi il verso ai commenti di entusiasmo, misto a stupore, che accolsero quella sua esibizione.

«Gli amici mi dissero: “Hai proprio cantato bene, hai cantato a nostro modo”. Di lì presi coraggio e cominciai a comporre nella nostra lingua».

La charamalha mai è del 1962, agli albori della riscoperta dell’occitano che aveva visto, l’anno precedente la fondazione, a Crissolo, della Escolo dou Po, movimento di rilancio della tradizione linguistica delle valli.

Alla fine, nel suo repertorio di oltre 220 composizioni, ha messo insieme una cinquantina di pezzi in occitano. Una simbiosi unica tra lingua e territorio.

Nel 1985 Ousitanio Vivo pubblica la prima raccolta di canti e poesie Chaminar e pensar (“Camminare e pensare”) e nel 2003 la seconda Chantominà (“Cantaragazzo”).

Gli domando se compone ancora. Si schermisce: «Qualche volta, ma poco, più poco... mi viene qualche volta l’ispirazione per canzoni di protesta, di rabbia verso il mondo, ma scrivo poco».

La moglie Giovanna, che finora non ha fatto commenti particolari, si inserisce ridacchiando: «No no, adesso scrive di nuovo, è sempre lì che scrive. Non tanto qui, ma lassù a Sampeyre ha la sua scrivania nello studio ed è sempre là...».

«La sua produzione migliore» mi ha confidato Dario «è la prima, fino agli anni Settanta; tutte composizioni destinate a divenire patrimonio condiviso, nuova tradizione... Le ultime cose tendono a scivolare verso la retorica, l’intimismo, la nostalgia, a volte il moralismo, i buoni sentimenti, la religiosità. Almeno quelle che ho visto. Ma so che il lavoro continua e confesso che gli ultimi lavori, per ora, li ha tenuti nascosti. Chissà... saranno magari una sorpresa».

*(Slowfood, n. 33, pp. 122-126, 2008; poi ripubblicato in V. Giuliano, Lingue, migrazioni, bellezza e magia. Incontri con i testimoni della cultura popolare 2 , Ed. Rete Italiana di Cultura Popolare in collaborazione con Slow Food editore, Torino dic. 2009)