| italianoIl mestiere di pelassier si è estinto nell'ultimo dopoguerra. Ne resta vivo il ricordo tramandato da generazione in generazione, ma si fa sempre più labile la memoria di cosa effettivamente fosse, quale società e quali bisogni riflettesse. A questi effetti sono preziosissimi i due volumi "Il mondo dei vinti" e "L'anello forte" di Nuto Revelli. L'autore vi riporta testualmente le testimonianze di tanti montanari delle valli sud-occidentali del Piemonte raccolte personalmente tra 1970 e 1980. Sono quadri di vita in cui nascita, morte, lavoro, natura, guerra, alimentazione, scuola, clima, feste, strade, matrimonio, ... tutto vi figura, senza eccezioni né infingimenti. Ogni momento dell'esistenza umana, individuale o collettiva, vi compare. Quando il protagonista è uomo o donna di Elva, il tema "pelassier" viene fuori con grande frequenza e con una immediatezza che stupisce dato che il più delle volte si tratta di memorie di molti anni prima. È la riprova di come si sia trattato non soltanto di un fatto unico ed originale ma anche di un fenomeno umano, sociale e culturale di grande spessore, parte viva ed importante della storia alpina.
Daniele Mattalia, nato a Elva, classe 1897, contadino (3 febbraio 1973; Letizia e Ines Cavalcanti) "Io avevo quattordici anni quando sono andato la prima volta sul Veneto a comprare i capelli, sono andato in provincia di Udine con due soci, un mio cugino del 1887 e un altro. Nel Veneto c'era una miseria ancora più grossa che nelle nostre valli. Là il pane non lo vedevano mai. Io le province del Veneto le ho passate tutte. Compravamo solo trecce nel Veneto, i pels dal penche non ci interessavano. Partivamo verso la fine di settembre, tornavamo a Elva ai primi di giugno. Se mi faceva pena tagliare le trecce alle belle ragazze! Oh, solo arrivarci... Il nostro problema era di lasciare sulla testa delle ragazze solo più una corona di capelli. Le ragazzine di dieci, dodici anni piangevano. Ma le madri avevano bisogno di soldi e ci facilitavano il lavoro. Quante trecce ho tagliato ad Udine! Pagavamo cinque o dieci lire per treccia, ma le lire di allora valevano di più dei biglietti da mille di adesso. Andavamo da un paese all'altro, camminando. Il nostro deposito era a Cittadella in provincia di Padova: i capelli li immagazzinavamo lì, e sempre lì ricevevamo i soldi per gli acquisti. Sotto i cinquanta centimetri di lunghezza non tagliavamo, a meno che fossero capelli speciali, il vero bianco o il vero biondo o il vero nero. Ma il capello più pregiato aveva il colore bianco cenere, i capelli li pagavamo sempre prima di tagliarli. In provincia di Venezia ho tagliato dei capelli lunghi un metro e venti, che pesavano tre etti, e due etti li avevo ancora lasciati su quelle teste. Entravamo nei cortili dove c'erano tante famiglie grosse, e tutta gente in miseria. Era così nelle montagne del Veneto, ma anche in pianura. Ogni stagione voleva dire due quintali di capelli, un bel sacco pieno, i capelli pesano come il piombo. Duemila lire di guadagno per ognuno di noi tre, erano soldi, in quei tempi una vacca valeva cinquecento lire. Un anno siamo partiti da Orsinocci di Verona a piedi, per risparmiare la spesa del treno: in poco più di una settimana siamo arrivati a piedi sino ad Elva. Eh, risparmiare le dieci lire di viaggio era importante".
Giovanni Pietro Mustat, nato a Elva, classe 1907, contadino (9 maggio 1973; Ines Cavalcanti, Dario Anghilante) "Un inverno, con mio zio, sono andato a tagliare i capelli alle donne. Siamo passati dalle parti di Piacenza, abbiamo raggiunto le valli di Brescia e di Bergamo, e poi siamo arrivati nel Trentino. Avevo sedici anni. Compravamo soltanto le trecce, i pels dal penche non ci interessavano. Pettinavamo le ragazze e poi avanti con il taglio dei capelli, a zero, mi faceva impressione vedere quelle donne proprio rasate, lasciavamo solo una corona in circolo, così pettinando verso il centro della testa i pochi capelli rimasti riuscivano a coprire un po' il bianco. Una volta, in una valle di Bergamo dove era saltata la diga, mio zio ha visto tante ragazze che entravano in una filatura. Mi ha detto: «Oh, ho visto due o tre ragazze che hanno dei capelli biondi e ricci bellissimi. Io ho provato, ma ho combinato niente. Devi anda- re tu che sei giovane. Le aspetti quando escono dal lavoro e ti fai invitare stasera alla veglia». Allora mi sono fatto coraggio, alla sera sono andato alla veglia con quel gruppo di ragazze. Ho preso a parlare, poi ho chiesto che mi dessero un po' dei loro capelli, Nella stalla c'erano anche le madri, hanno cominciato a dire: "ma accontentatelo un po' questo bravo giovane". Ho tagliato i capelli a tutte otto quelle ragazze, alcune di quelle trecce erano bellissime, valevano cento volte le trecce comuni. A tagliare alla prima ho avuto un po' di paura, se piangeva mi comprometteva il taglio di tutte le altre. Non ha pianto, anzi rideva, e anche le altre erano allegre, ridevano".
Caterina Lombardo, vedova Garnero, nata a Elva, classe 1901 (25 gennaio 1979; Dalmazzo Giraudo) A quattordici anni sono andata a lavorare i capelli, io e le mie sorelle. Andavamo da mio cognato, Cavalcanti Onorato, eravamo sei o sette ragazze a lavorare nella sua stanza. Lavoravamo i capelli del pettine, las cacanas 'd pels. Nei collegi pettinavano le bionde e le nere ed a noi arrivavano quei grovigli lì di capelli mischiati e bisognava sceglierli per colore. C'era un ferro, una specie di ago da calzolaio e si faceva così e così per districare, per distendere questi capelli già divisi per colore. Poi facevamo la mana. Mettevamo in grembo un mucchietto di questi capelli stirati e li avvitavamo, li arrotolavamo come a fare un pan di burro. Poi li districavamo sul pettine, in maniera che i capelli ritornassero ben distesi. Li mettevamo poi a bagno nell'acqua calda, acqua calda e soda, per rivoltarli, perché le teste, cioè le radici, andassero tutte assieme. Ancora un'altra lavatura perché diventassero ben lucenti, una scelta per lunghezza, la legatura, ed una volta asciutti erano pronti per fare la parrucca. Il guadagno? Due lire al giorno a chi faceva le teste ed alle altre che pettinavano dodici soldi. Il commercio più che andava era prima della guerra del '15. ... Anch'io ho venduto tre volte i miei capelli. L'ultima volta avevo diciotto anni. Nessuna pena, tutte le ragazze vendevano i capelli. Ci lasciavano solo una corona in testa".
| occitan
Lo mestier di pelassiers s'es tupit a pichòt fuec après la derriera guèrra. Resta viu lo recòrd passat, de generacion en generacion, mas se fai totjorn mai debla la memòria de çò que efectivament foguesse e quala societat e besonhs representesse. Ben pr'aquò son preciós lhi dui volums "il mondo dei vinti" e "l'anello forte" de Nuto Revelli. L'autor repòrta las testimonianças d'un baron de montanars de las valadas sud-occidentalas dal Piemont reculhias de persona entre lo 1970 e lo 1980. Son de quadres de vita ente naissença, mòrt, trabalh, natura, guèrra, alimentacion, escòla, clima, fèstas, vias, mariatges,... tot figura, sensa excepcions ni falsitats. Chasque moment de l'existença umana, individuala o collectiva, apareis aquí dedins. Que lo protagonista sie òme o frema d'Èlva, lo tema "pelassier" ven fòra abo granda frequença e abo una immediatessa qu'estona, vist que lo mai di bòts son de memòrias de ben d'ans derant. Es la confèrma de coma sie estat ren masque un fach únic e original, mas decò un fach uman, social e cultural de granda espessor, part viva e importanta de l'istòria alpina. Daniele Mattalia, naissut a Èlva, lèva1897, païsan (3 de febrier dal 1973; Letizia e Ines Cavalcanti) Mi aviu catòrze ans quora siu anat lo premier bòt ental Vénet a chatar lhi pels, siu anat en província de Udine abo dui sòci, un miu cosin dal 1887 e un autre. En Vénet la lhi avia una misèria encara mai granda que dins nòstras valadas. Ailai lo pan lo veion jamai. Mi las províncias dal Vénet las ai passaas totas. Achatavon masque tressas, lhi pels dal penche nos interessavon ren. Partion vèrs la fins de setembre e tornavon a Èlva ai premiers de junh. Se me fasia ben pena de talhar las tressas a las bèlas mendias? Oh, masque arrubar-lhi! Nòstre problèma era de laissar sus la tèsta masque pus una corona de pels. Las filhetas de dètz, dotze ans ploravon, mas las maires avion de manca de sòlds e nos ajuavon. Quantas tressas ai talhat a Udine! Pagavon cinc o dètz liras per tressa, mas las liras d'un bòt valion mai di bilhets da mila d'aüra. Anavon d'un país a l'autre, en chaminant. Nòstre magasin era a Cittadella en província de Padova: aquí abaronavon lhi pels e ricevion lhi sòlds per achatar. Dessot lhi cinquanta centims de lonjor se talhava ren, a menc que foguesson pels especials, lo ver blanc, lo ver blond o lo ver nier, mas lo pel mai estimat era de color blanc cenre; nosautri pagavon sempre derant de talhar. En província de Venezia ai talhat de pels lòngs un mètre e vint, que pesavon tres ectos, e dui ectos lhi aviu encara laissat sus aquelas tèstas. Entravon dins las corts ente lhi avia de familhas numerosas, tota gent en misèria. Era parelh ailaval, en montanha coma en planura. Chasque sason volia dir dui quintals de pels, un bèl sac plen. Lhi pels peson coma lo plomb, tu! Dui mila liras de ganh a tèsta, eron sòlds, en aquilhi temps una vacha valia cinc cents liras. Un an sem partits da Orsinocci de Verona a pèds, per risparmiar l'espesa dal tren: ental vir de na setmana sem arrubats a pèds a Èlva. Eh, tenir le dètz liras dal viatge era important.
Giovanni Pietro Mustat, naissut a Èlva, lèva 1907, païsan (9 de mai dal 1973; Ines Cavalcanti, Dario Anghilante) Un uvèrn, abo mon barba, siu anat talhar lhi pels a las fremas. Sem passats da lhi cants de Piachença, avem atraversat las valadas de Brescia e Bergamo e sem arrubat en Trentin. Aviu setze ans. Nosautri achatavon masque las tressas, lhi pels dal penche nos interessavon ren. Penchenavon las filhas e puei talhavon lhi pels, a zèro; laissavon masque na corona a l'entorn la tèsta, coma aquò penchenant vèrs lo centre, lhi gaire de pels que restavon curbion un pauc lo blanc... fasia estarús de vèire aquelas fremas totas pelaas... Un viatge, dins una valada de Bergamo ente era sautat lo barratge, mon barba a vist de filhas intrar dins una filadura. M'a dich: . Alora me siu fach coratge e lo sera siu anat. Ai tacat a parlar e après una brisa lor ai demandat que me donesson un pauc di lors pels. Dedins l'estable la lhi avia decò las maires, qu'an tacat a dir: "mas acontenta-lo un pauc aqueste brave jove!". Parelh ai talhat lhi pels a totas uech las filhas, qualqu'una d'aquelas tressas era de granda belessa, valia cent bòts aquelas normalas. A la premiera ai agut una brisa paor, se se butava a plorar me fasia escapar totas las autras! Aürosament a ren plorat, al contrari riïa, e decò las autras eron contentas, riïon.
Caterina Lombardo, veva Garnero, naissua a Èlva, lèva 1901 (25 de genoier dal 1979; Dalmazzo Giraudo) A catòrze ans siu anaa a trabalhar lhi pels, mi e las mias sòrres. Anavon da mon conhat, Cavalcanti Onorato, eron sieis o sèt filhas a trabalar dins son laboratòri. Trabalhavon lhi pels dal penche, las cacanas. Dins lhi collèges, las filhas que se penchenavon eron blondas e brunas, parelh a nosautri arribavon de vertolhs de pels tuchi mesclats que devion èsser triats segond la color. Lhi avia un fèrre, coma foguesse na lesna da calier, e abo aquò se tacava a escharpir aquelas cacanas, per desgavinhar lhi pels. Après fasíem la mana. Butavem aquilhi pels já eslonjat sus la fauda e lhi viravem a èlica. Après lhi passavem a la brústia per ben lhi desténder. An aquela mira chalia lhi lavar dins l'aiga chauda e sòda en maniera da butar totas las tèstas, las raïtz, dal mesme cant. Lhi lavavem puei encà n'autre bòt per far-lhi ben lúser. Lhi triavem per lonjor e lhi liavem e, un bòt eissuchs, eron prests per ne'n far de perrucas. Lo ganh? Doas liras lo jorn pr'aquilhi que fasion las tèstas e dotze sòlds per qui escharpia. Per lo comèrci, lo mai qu'anava ben era derant la guèrra dal '15... Decò mi ai vendut lhi pels, per ben tres bòts. La darriera vinca aviu dètz-e-uech ans. Deguna pena, totas las filhas vendion lhi pels. Nos laissavon masque na corona s'la tèsta.
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