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Le Lingue madri

I colli alpini in area francoprovenzale

Li pa alpin din l’ére francoprovensala

Il Francoprovenzale: che cos’è? Di Matteo Ghiotto (articolo n. 14)

I colli alpini in area francoprovenzale
italiano

La stagione estiva è iniziata da quasi un mese e il richiamo del mare e della montagna diventa irresistibile. Il primo per evadere dagli orizzonti finiti della quotidianità per immergersi e perdersi in quella magnifica distesa di acqua, la seconda per ergersi a dominare il mondo e per guardare oltre, al di là. L’estate è proprio il momento migliore per cambiare quota e panorama.

A più riprese abbiamo ribadito che l’area francoprovenzale è una regione situata in pieno territorio alpino, a cavallo tra la Francia, l’Italia e la Svizzera e questa sua posizione non solo la caratterizza paesaggisticamente ma ne configura la realtà culturale, linguistica, storica e per così dire “logistica”. Senza la presenza di colli alpini, di passaggi alle basi di monti, di luoghi adatti per oltrepassare un’apparentemente impervia e invalicabile catena di cime, picchi e crestoni, non si sarebbe prodotto il fertile terreno che ha portato alla nascita del nostro gruppo linguistico e alla grande cultura europea che dalle assolate coste del Medio-Oriente, dell’Africa e della Grecia, è risalita lungo la nostra penisola, ha scavalcato la barriera alpina e si è propagata, attraverso un lungo processo di meticciamento secolare, sino alle estreme regioni della Scandinavia.

I colli sono stati uno dei tanti motori propulsori che hanno dato vita a questa straordinaria avventura chiamata Europa. Le genti delle Alpi ne sono stati i custodi, da essi hanno ottenuto beneficio e per essi e il loro controllo hanno subito gravi danni e, a volte, hanno incontrato la morte. Noi di lingua francoprovenzale, aggrappati alle pendici delle Alpi Occidentali, abbiamo prosperato ai piedi del Moncenisio, del Piccolo San Bernardo e del Gran San Bernardo, per citare quelli carrozzabili, ma anche e soprattutto ai piedi del Clapier, dell’Autaret, del Collerin, del Lys, del Teodulo, di Niemet, per citarne alcuni il cui transito può avvenire esclusivamente tramite sentiero. A questi se ne potrebbero aggiungere molti altri.

Tutti questi passi alpini hanno garantito per secoli un continuo travaso di persone, di idee, di scelte, di storie famigliari, di sogni e anche di brutte esperienze. Chi di noi non ha sentito parlare del contrabbando o della necessità di trovare lavoro altrove o, ancora, della terribile fuga dei reietti e di coloro che, rifiutati dalle loro famiglie e dalle loro comunità, venivano allontanati con l’unica speranza di trovare pace nell’anonimato?

Questi colli hanno sostenuto il peso della grande storia e il fine intreccio delle piccole vite di uomini e donne, hanno assistito al massacro delle guerre e agli spargimenti di sangue nelle trincee, alla costruzione di solidissime fortificazioni e di abitazioni in pietra per il ricovero delle persone e degli animali nella stagione estiva. I colli alpini sono stati la casa di monaci, basti pensare al Moncenisio e al Gran San Bernardo con i loro famosi Ospizi, la casa di pastori e dei loro armenti, la dimora temporanea di eserciti, di personaggi storici, quali Annibale, Carlo Magno, Napoleone Bonaparte, e il nascondiglio di briganti e malfattori.

Lungo queste strade e questi sentieri abbiamo costruito la nostra identità e la nostra lingua. Quante parole sono transitate attraverso i colli alpini. Quanti fenomeni fonetici e quante abitudini linguistiche che, altrimenti sarebbero rimaste confinate nei loro luoghi d’origine. Dove c’è l’uomo ci sono lingua e cultura e dove si sposta l’uomo, con esso si spostano la sua lingua e la sua cultura. I colli alpini sono stati un veicolo per l’uomo e per queste sue due compagne inseparabili di viaggio.

Adesso i colli sono soppiantati dalle gallerie costruite nelle montagne e dagli aerei che solcano i cieli a migliaia di metri dai nostri luoghi di vita, gli uomini preferiscono gli spostamenti veloci e i colli non sempre soddisfano questa esigenza. Si predilige superare i corrugamenti della crosta terrestre con vie di comunicazione che la penetrano da una stazione di servizio a un’altra o che la sfuggono passando da un aeroporto a un altro. I colli invece sono l’emblema dei movimenti umani che hanno rispettato la conformazione geografica della terra, sono un punto fermo e sicuro e una traccia importante nella vita del nostro continente.

Oggi che cosa rimane di questi colli?

Essi sono meta di turisti ed escursionisti, si sono trasformati in luoghi della memoria, hanno ridato voce alla storia con la costruzione di musei e di centri informativi che ne restituiscono un’immagine sincera e veritiera. Non sono più aperti tutto l’anno, così come facevano gli alacri cantonieri che spaccavano il ghiaccio e manutenevano alla perfezione delle strade che erano veri gioielli ingegneristici, non vedono più gli antichi traffici e le numerose greggi e mandrie che rallegravano i loro versanti per cinque mesi l’anno, non hanno più lo stesso significato che avevano per le generazioni passate, loro tutte rivolte verso l’oltralpe, noi tutti proiettati verso i fondovalle e le pianure. È vero, i colli non sono più tutto questo.

Oggi i colli convivono con un mondo che li ha marginalizzati e, per altri versi, valorizzati, li ha svuotati dall’inquinante passaggio di mezzi pesanti, li ha riempiti di ciclisti e camminatori, li ha resi scomodi ma anche economici, ha preferito le gallerie veloci e buie ma non ha disdegnato le bellezze naturali che solo i colli alpini sanno offrire.

Ecco che cosa sono oggi i colli: un balcone privilegiato sul mondo, il collegamento tra l’uomo e il monte e tra il monte e il sogno.   

franco-provenzale

La seson estivala lh’eut comahiò dipé case in mei e l’arclam de la mar e de la montinheu ou veunt irresestiblo. La premiére pre avadir di orison frenì de la viò de touit li dzòrt e pre plondzér e perdre-se din helò ravisseinta ahandouò d’éva, la seconda pre levasse a dominar lo mondo e pre avouitar outre, endelai. Lo tsotein ét fran lo momeunn melhour pre sandzér de nevel e de panorama.

Plu d’in iadzo d’ein armarcà que l’ére francoprovensala ét ina rezhon plahiò an plein teritouéro alpin, a tseval entre la Franse, l’Italìe e la Souihe e héta poseshon la defarahe pa maque din lo paisadzo ma la configure an teunn que culteura, leinga, istouére e a nevel “lodzesticco”. Seinsa la preseinse di pa alpin, di passadzo o piò de le montinheu, de caro comodo pre frantsir in’apparameunn defessilhe e envalecabla tseina de pouinte, de pic e de crehelhon, i se sareut pa prodouì lo dru tarein qu’ou l’at portà a la neissanse de nohro groupe languisticco e a la greunta culteura europeintse que de le cohe ensolelhaie do Leveunn, de l’Afrique e de la Grésse, lh’eut armontaie o lon de nohra peninsula, lh’at ahambà la barére alpin-na e lhe s’at anfanchò, a travers d’in lon prossé de crouisemeunn seculéro, tein qu’a le rezhon plu loein de la Scandinave.

Li pa ou sont ihà un di andzin propulsour qu’ou l’ont balhò in pohon a la formidabla vanteura mandaie Europa. Le dzenn de les Alpe ou n’an sont ihà gardian, e de hiti ou l’ont avoù benefisho e pre hiti e pre son controlo ou l’ont sebì de dann peseunn e, an de còl, ou l’ont rancontrà la mòrt. No de leinga francoprovensala, grapelhò a le drehére de les Alpe d’Ossideunn, d’ein prosperà o piò do Mohenì, do Petiòt Sein Brenert e do Greunn Sein Brenert, pre sitar hi carossablo, ma asseu e dessutòt o piò do Clhapér, de l’Otareut, do Colerin, do Lis, do Tiodulo, do Niemeut, pre sitàsenn carcun anté que lo passadzo ou pout iéhre fet rinque pre viol. A hiti ou se podriont dzouintar bieunn d’otri.

Touit hi pa alpin ou l’ont avarantì pre de séclho in travasameunn continuélo de presseneu, d’idéie, d’aharneuve, d’istouére famaliale, de sondzo e asseu de movése esperieinse. Qui d’entre no ou l’at pa santù parlar de contrebanda on de la nessessità de trovar in travalh loein on, encorò, de la teribla fouita de hi que, arfesà de se familhe e de se comenetaie, ou veniont vriiò viò avó l’esperanse de trovar pé din l’anonimà?

Hi pa ou l’ont soutenù lo pei de la greunta istouére e la fin-na trenò de le petiote vieu d’omó e de feméle, ou l’ont assistà o massacro de le guere e a l’effuzhon de san din le trantsìe, a la construshon de solide fortificashon e d’abitashon de labio pre l’ahremadzo de le presseneu e de le béhe din lo tsotein. Li pa alpin ou sont ihà la moueizhon de mouéno, i no sefit de sondzér o Mohenì e o Greunn Sein Brenert avó si famoù Ospisho, la moueizhon de bredzér e de si troupel, la demora d’armaie, de pressonadzo istoricco, tal qu’Annibalo, Carlo Magno, Napolion e la catse de malfeteire e de bandì.

O lon de hi tsemin e de hi viol d’ein batì nohra idantité e nohra leinga. Véro de non ou sont passà pre li pa alpin. Véro de fenoméno foneticco e véro d’abiteude languistique que, dontrameunn ou saront ihà confenaie din si caro de developemeunn. Aion qu’i at l’omó i at leinga e culteura e aion qu’ou se tranme l’omó, avó loueu ou se tranmo sa leinga e sa culteura. Li pa alpin ou sont ihà in veiculo pre l’omó e pre se héte deuve empartadzable cambrade de viadzo.

Arò li pa ou sont ihà abandonà an favour de le galerì din le montinheu e di avion qu’ou riont li shél a mile e mile métre de nohri lioù de viò, li omó ou preféro li tramadzo lest e li pa pa delon ou sodesfont he bosein. I se prefére de surpassar li gredon de la crouhe terrestre avó de vi de comunicashon qu’ou la trapano d’ina stashon de sarvisho a l’otra on qu’ou la fouiso an passeunn d’in aeropòrt a in otro. Li pa, an contréro, ou sont lo sembolo di movemeunn uman qu’ou l’ont respetà la conformashon zhograficca de la tera, ou sont in poueunn planto e sur e ina trahe emporteinta de la viò de nohro conteneunn.

Incoueu quei qu’i ihe de hi pa?

Ou sont la destinashon de touristo e de randonnour, ou se sont vriiò an de lioù de la memouére, ou l’ont donà la voues a l’istouére avó la construshon de musé e de sintro d’enformashon qu’ou no reindo ina madze veretabla e clhera. Ou sont pa mé ivert tòt l’eunn, tal qu’ou fazhont li cantonér qu’ou cassavo lo glhé e ou manteniont a prepisho li tsemin qu’ou iéro de bidzouieut d’endzenierì, ou vaio pa mé li vieulh trafi e le nembrouse faieu e li troupel qu’ou l’ardzouiont si verseunn pre hinc mei a l’eunn, ou l’ont pa plu lo mémo sanse qu’ou l’aviont pre le dzenerahion passaie, lhour tordù vers lo delai de les Alpe, no armeriò vers lo fon de la valà e la plan-na. Dabon, li pa ou sont pa mé tòt hann.

Incoueu li pa ou convivo avó in mondo qu’ou li at mardzenalizhò e, d’otro caro, valourizhò, qu’ou li at voueidà do pollueunn passadzo di andzin peseunn, qu’ou li at aramplì de siclisto e de martsour, qu’ou li at randù malcomodo ma convenieunn, ou l’at preferà le galerì hure e leste ma ou l’at pa dedenhò le beltaie naturale que rinque li pa alpin ou saho semondre.

Vouiheu heunn qu’ou sont incoueu li pa: ina lodze dessù lo mondo, in lieunn entre l’omó e la montinheu e entre la montinheu e lo sondzo.