Divinità e usanze celtiche - L'invasione di Belloveso e il passaggio di Giulio Cesare - La raccolta del vischio preannunciava l'inizio del nuovo anno - Antiche credenze ancora oggi in uso.

Siamo nelle tenebre le più spesse circa la religione dei nostri antenati valchisonesi. La stessa epoca di diffusione del Cristianesimo nella valle si può stabilire solo con qualche approssimazione, essendo essa avvolta nella leggenda.
Probabilmente la val Chisone seguì le vicende della vicina valle di Susa dove il Cristianesimo sarebbe stato diffuso dalla matrona romana Priscilla. Costei, per sfuggire alle persecuzioni di Nerone, si sarebbe infatti rifugiata nei pressi della Novalesa sulle montagne della val Susa dove in poco tempo avrebbe fatto numerosi proseliti. Sembra che nel I secolo dopo Cristo questa comunità cristiana sia stata visitata addirittura dal Principe degli Apostoli, San Pietro.
Si sa per certo, però, che nell'anno 380 l'arcivescovo di Milano, Sant'Ambrogio, transitò dalla val Chisone per recarsi nel Delfinato dove si recava a battezzare l'imperatore Valentiniano II. Il Peracca, nella sua storia della valle di Susa, annota come Sant'Ambrogio «si consolò nel vedere che tutte queste Alpi erano abitate da cristiani che lo riverivano al suo passaggio».
Tralasciando !e questioni relative alla diffusione della fede cristiana nella nostra valle ed alle successive vicende che questa fede travagliarono nell'arco dei secoli, ormai a tutti note e sviscerate nei minimi dettagli, desidero invece soffermarmi su quella che potè forse essere la religione professata dagli antichi abitatori della valle.
Chi fossero in origine i nostri progenitori non è dato sapere ma è ormai accezicne comune che, fuori dalle dense nebbie della preistoria, la valle sia stata abitata, nella parte inferiore, da tribù celto-liguri e in quella superiore da tribù celto-galliche; ciò è avvenuto probabilmente in seguito ad una delle tante immigrazioni galliche verificatesi in epoche diverse,
Tito Livio sostiene che la discesa dei Galli in Piemonte avvenne al tempo del regno di Tarquinio Prisco (fine VII sec. a.C.). L'invasione sarebbe stata guidata dal leggendario Belloveso, nipote di Ambigato re dei Biturigi, che alla testa di una moltitudine di uomini armati, avventurieri avidi di ricchezze e di conquiste, avrebbe attraversato le Alpi per dirigersi verso le ridenti e fertili campagne italiane. Così Anquetil, nella sua monumentale «Histoire de France», narra l'impresa di Belloveso: «I1 s'approcha des Alpes, qu'il longea jusqu'à la mer à l'effet d'y recconnaitre quelque passage, et il se détermina à franchir ces hauteurs par les Alpes dites depuis Cotionnes, et aujourd'huit le Mont Genèvre ». (Egli si avvicinò alle Alpi, che percorse fino al mare alla ricerca di un valico, e si decise ad attraversare queste montagne nelle Alpi chiamate poi Cozie, nel punto oggi denominato Monginevro).
La discesa di Belloveso confermerebbe dunque l'abituale transitabilità dei valichi alpini fin dai tempi più remoti: dopo il condottiero gallico, li percorsero come ben si sa, alla testa dei loro eserciti, Annibale e Giulio Cesare.
Si può quindi giustamente supporre che i Galli, divenuti padroni della regione, imponessero anche le loro forme religiose e la predicazione dei loro sacerdoti, i druidi, i cui insegnamenti erano orientati verso la conoscenza più che verso il sapere. Essi usavano la parola come il mezzo più persuasivo e semplice per far accettare la tradizione.
I misteri della vita e dell'oltretomba erano così affidati, di generazione in generazione, alla memoria, e perciò alla parola come al solo mezzo capace di aprire in essi uno squarcio.
Molteplici erano le divinità venerate dai celti: un dio sovrano magico, uno della giustizia, uno guerriero e due divinità preposte rispettivamente alla medicina e all'artigianato. Oggetto di culto erano anche alcune divinità agricole.
Sotto il nome di «Thor» o «Tamarys», di «Bellenus» e di «Hesus» - che i druidi imponevano alla venerazione del popolo - i galli adoravano gli stessi dei venerati dai romani sotto il nome di Giove, Mercurio, Apollo e Marte. Celeberrimo era poi «Ogmion» -l'Ercole gallico - il quale eccelleva per la sua forza fisica e per la sua eloquenza. Dalla sua bocca infatti uscivano delle catene che afferravano gli uditori che egli arringava; questi venivano legati e trascinati senza che potessero opporre resistenza alcuna: chiara ed espressiva dimostrazione della potenza oratoria del dio!
Divinità locali erano «Hebrus» (dea della montagna), e «Belins» (dea della caccia), «Andarte » (che presiedeva ai limidi). Alcune di queste divinità ed i relativi culti sopravvissero anche durante il dominio romano, come «Poenicus», il dio del valico alpino del Gran San Bernardo forse venerato sulle sommità delle alte montagne, o le «Matronae», realmente celtiche e comuni anche ai paesi germanici occidentali, che furono molto popolari forse per il loro carattere materno.
I galli non erigevano templi ma in certe epoche dell'anno si davano convegno in mezzo ad una foresta; ivi, i più giovani al centro, ascoltavano in silenzio gli oracoli ed i sermoni dei loro sacerdoti.
La raccolta del vischio era la loro festa nazionale. Sacerdoti e popolo si sparpagliavano nella foresta alla sua ricerca: trovatolo, scoppiavano in grida di gioia e cantavano cantici. Il gran sacerdote, avvicinatosi con grande rispetto alla pianta, staccava il vischio con un falcetto di oro e lo lasciava cadere su di una tovaglia di candido lino. Il vischio veniva successivamente essicato, polverizzato e distribuito ai fedeli come antidoto sicuro contro le malattie e i malefici.
Poichè la cerimonia della raccolta del vischio era annunciata dalla formula: al vischio l'anno nuovo! si può presumere che la festa coincidesse con l'inizio del nuovo anno: forse a maggio, periodo di allegrezza per il ritorno del sole.
Il «Mehir» - o pietra eretta - di cui si trovano tuttora molti esemplari in Bretagna, era forse il simbolo del dio unico, sostegno dell'universo. La quercia ed il frassino di montagna, sui quali si arrampica il vischio, erano sacri. (In molte località, si crede ancora che il bastone o una croce in frassino proteggano contro gli spiriti maligna). Fra i molti riti propiziatori praticati durante le feste primaverili vi era quello del passaggio del bestiame in mezzo a due fuochi per preservarlo dalle malattie.
Quando i romani, sotto la guida di Giulio Cesare, conquistarono la Gallia gli dei di Roma ebbero nelle Alpi e al di là di queste degli adoratori, dei templi e delle are: le divinità celtiche vennero detronizzate da quelle romane o, quanto meno, furono costrette ad assumere la loro denominazione, i druidi cominciarono a perdere autorità e prestigio e poichè rifiutarono orgogliosamente di accettare le idee dei conquistatori si rifugiarono nelle foreste impenetrabili da dove ispirarono la lotta contro gli invasori, infastidendo per lungo tempo i successori di Cesare.
Poichè, come noto, per recarsi nella Gallia Cesare passò dalla Valchisone soggiornando a Usseaux (l'antica Occellum) e valicando il Monginevro, la nostra valle fu sicuramente influenzata anche in materia religiosa dai nuovi eventi. Un tempio in onore di Giano venne eretto nei pressi del Monginevro ed uno in onore di Marte a Oulx. C'è inoltre chi sostiene, ma non so con quale fondatezza, che il nome Albergian dato alla montagna che domina la nostra valle, significi alto (o vecchio) monte di Giano; ciò dimostrerebbe che nell'alta val Chisone era diffuso il culto al dio bifronte.

BIBLIOGRAFIA:
Anquetil - Histolre de France - Parigi 1853.
G. Bourlot - Storia di Fenestrelle e dell'alta Valchisone - Pinerolo 1972.
J. Cot - Recherches historiques, critiques et religieuses sur val Cluson.
A. M. Levi - Preistoria e storia romana - in «Storia del Piemonte» - Torino 1961.