La validità scientifica di queste opere è spesso messa in forse dalla loro struttura letteraria - La spontaneità e lo spirito montanaro manifestano tutta la vitalità e la freschezza della realtà immediata - I fantastici personaggi delle leggende: fate, giganti, champiés e soursiés - Religione e storia

Riprendendo un discorso rimasto troppo a lungo a mezzo e partendo dalle premesse poste, sarà oggi opportuno soffermarci sulla struttura e sulla forma letteraria che le nostre istoria dli velh presentano nella documentazione scritta e che, a suo tempo, presentavano nella narrazione orale, prima che le mutate situazioni socio-economiche e culturali dell'ultimo dopoguerra segnassero la fine della velhô, scalzando in parte notevole dettati, modalità e schemi vecchi di secoli, rompendo con il tradizionale modo di vivere del montanaro, degradando lo stesso status sociale e culturale dei valligiani.
Sarà bene subito notare che, anche se la lingua scritta dei nostri racconti è il francese o l'italiano, il linguaggio usato dal narratore era di norma la parlata locale, solo di rado l'idioma d'oltr'Alpe, mai la lingua nazionale. In altro articolo riporterò un elenco dei principali raccoglitori e delle pubblicazioni più note; ciò che mi preme qui annotare è che la validità scientifica di queste opere è spesso messa in forse dalla struttura letteraria propria di tanti racconti.
Anni or sono, nella breve recensione di una pubblicazione della Pro Loco di Pinerolo, ebbi modo di scrivere che le nostre leggende non possono e non debbono ridursi al solo aspetto stilistico-estetico, così come non si può studiare una leggenda solo nel suo contenuto.
E' comprensibile che possa essere difficile da parte del raccoglitore «sottrarsi alla tentazione di una più o meno larvata elaborazione», ma è altrettanto naturale che le riduzioni e le deformazioni «a scopo di amena lettura» spesso finiscono per prendere il sopravvento sulla spontaneità del racconto. Se poi gli elementi genuini della «storia si confondono con altri dovuti ad arbitrarie modificazioni o invenzioni personali, la trascrizione viene a mancare di quella fedeltà che è indispensabile in opere del genere.
Ciò vale per i motivi che costituiscono l'essenza della leggenda, che, non avendo un testo fisso, viene spesso strutturata con un particolare stile, spontanee attitudini narrative, determinati elementi e motivazioni secondo uno sforzo creativo proprio; ma lo stesso discorso si può porre anche per l'aspetto formale.
Altrove ho già avuto modo di osservare come «il contenuto del racconto aveva di norma uno svolgimento breve e di effetto immediato, mentre i personaggi mancavano quasi sempre di una forte caratterizzazione»: è forse il caso di riprendere tale argomento.
L'elaborazione del racconto secondo un personale ideale stilistico di leggenda o di fiaba, attraverso una serie di procedimenti insistenti sul valore della tecnica narrativa, spesso influisce negativamente sullo sviluppo dell'azione, travisando lo spirito del racconto stesso: questo, offrendo immagini letterariamente valide, può anche diventare un'opera di piacevole lettura, con una propria fisionomia ed espressione, però gli viene a mancare il rispetto dell'immediatezza formale della narrazione.
Difatti, la ricerca stilistica e la rielaborazione artistica dell'ambiente e dei personaggi offrono naturalmente lo spunto per sovrastrutture od omissioni, per digressioni descrittive e per elementi e contributi retorici. Ora, l'inserimento di procedimenti personali, di fattori impropri e di condizionamenti esterni marginali allo svolgimento dell'azione, talvolta addirittura indifferenti al tema trattato, finiscono per assumere uno spazio che non compete loro, incidendo negativamente sulla produzione originarla.

SPONTANEITÀ' MONTANARA
Non si può inoltre dimenticare che lo spirito dei nostri montanari era soprattutto pratico, era naturalmente portato alla spontaneità della battuta, della risata, dello scherzo; che la cultura si esprimeva e si oggettivava in tutte le manifestazioni vitali dell'uomo presentandosi come parte integrante dello stesso in una familiarità e partecipazione quotidiana con la realtà immediata e sensibile che lo circondava (uomini, montagne, animali, piante, lavoro). Insomma, l'uomo adempiva a funzioni essenzialmente esistenziali e come tale era per natura restio ad ogni forma di vuota fantasticheria; respingendo il bel parlare, strutturava l'espressione del suo pensiero con la stessa naturalezza con cui usava la zappa o la falce, anche se in questa sua semplicità sofferta e soffusa talvolta di viva drammaticità sapeva mettere in evidenza il valore poetico di un racconto: logico, quindi che la creazione o la ricostruzione di forme narrative fossero rudi e talvolta scostanti in quella loro continua aderenza alla realtà dei fatti.
Ecco perché i nostri personaggi sono spesso appena abbozzati, delineati a grandi tratti nel loro carattere e nella persona fisica; ecco perché l'azione ha un ritmo incalzante teso ad illustrare concisamente un modo di essere, una situazione, una facezia di chiusa.
È quanto la Bonnet, con scrupolo scientifico veramente apprezzabile per il suo tempo, già osservava nel lontano 1910, ad Alberto Pittavino circa la leggenda del Bessé: «(Il) a fait une piece de littérature fort agréable à lire, qui denote une chaude fantasie et un esprit subtil. Mais, pour le folklore, cette légende ne doit être acceptée qu'avec réserve»; e proseguiva: «Mysotis a fait jouer sa propre imagination et a dénaturé les elements réels en les accamblant sous une vivacité d'action et de paroles (...) qui n'ont certes rien à voir avec la lenteur prudente et réfléchie des Vaudois (Leggende delle Valli Valdesi, a cura di Arturo Genre e Oriana Bort, Claudiana, Torino, 1977, pag. 8).
Per esperienza personale so quale sforzo richieda l'interpretazione fedele di un racconto; eppure, soltanto con il rifiuto dell'aspetto formale che, ripeto, può ridurre il nostro patrimonio narrativo ad un semplice e deteriore fatto di natura estetica, si può avere un'opera valida.
Già la traduzione, francese o italiana, di per sé, implica sovente gravi questioni di interpretazione, allontanandosi notevolmente dai «modi espressivi originari del dialetto» e non è certo il caso di rielaborare volutamente il testo anche nella veste esteriore e nella sostanza; difatti in questo caso il racconto verrebbe a mancare al suo motivo essenziale: l'originalità.
Un'altra osservazione d'obbligo è quella a cui ho già avuto modo di accennare e che è stata colta nella sua essenza, sia pure en passant, da Arturo Genre (Leggende delle Valli Valdesi, op.cit.pag.15 in nota): voglio alludere alle contraddizioni e alle ambiguità che si possono riscontrare nei nostri racconti.
Il narratore talvolta pone la storia in una situazione reale assai lontana dal fantastico indefinito della leggenda o della fiaba; oppure presenta un'assurda trasposizione di personaggi e di vicende nello spazio e nel tempo, ove la realtà si proietta nella finzione, ove il «c'era una volta» si pone nella vita pratica e quotidiana del montanaro; ove creature dal poteri infernali e soprannaturali, frutto dell'immaginazione più sbrigliata, si comportano come esseri umani, nel bene e nel male, con reazioni assurde, confuse, contrastanti con la loro natura.
Il prof. Genre pone ad esempio, analizzandola, la leggenda «La fantina dë Cournilhoun», ma sono tante le storie nelle quali si possono riscontrare contraddizioni, ambiguità, approssimazioni.

FATE, GIGANTI, CHAMPIÉS E SOURSIÉS.
E' il caso delle fate del Casei Blanc: le fate danno ai boscaioli la Fountâno da Merle e il talco della Rouso: la mentalità prelogica ha voluto dare una spiegazione a tali «fenomeni», d'accordo: ma lo sfruttamento della pèiro blancho da parte dei feiouilns non può certamente risalire ad un tempo remoto e certamente non prima dell'esistenza della sorgente. Non solo. Blanche, la buona fata, parla in patouà con il suo vecchio innamorato, ma spesso, stranamente, usa intercalari ed espressioni francesi, che fanno pensare ad una genesi relativamente recente della vicenda.
Le fate dell'Orsiera e la buona fata della Cerpeniëra «vivono di aria e di sole», direbbe l'amico Genre, però filano con il fuso, raccolgono erbe medicinali, conoscono i segreti dell'arte casearia; mentre le fate del Bet o quelle di Cournihloun, che, proprio perché tali, dovrebbero essere insensibili alle cose materiali, sono invece gelose custodi di tesori nascosti.
Ne «La Rocca degli Angeli», lo vedremo meglio in seguito, oltre a riscontrare un adeguamento dell'antico mito pagano ai tempi cristiani, si nota stranamente una vera stortura geografica, poiché nella realtà non si può certo parlare di caduta dell'uomo: difatti la Rocca degli Angeli (metri 2.231 s.l.m.) si trova più in basso del Colle dell'Uomo (m. 2.286 s.l.m.) e su un' altra dorsale di monti.
D'altra parte i buoni Giganti del vallone di Pramollo sono talvolta addirittura antropofagi; il Champié, personaggio desunto dalla realtà quotidiana e quindi un buon guardiano dei campi, trasfigurato e deformato dalla fantasia popolare, diviene, da parte sua, uno spauracchio ed un essere dotato di qualità soprannaturali: tali mutamenti di personalità si possono riscontrare, spesso ingiustificati e bruschi, nello sviluppo della stessa leggenda.
Il nome dell'essere misterioso di una caverna della Balziglia più che far pensare ad uno spiritello gioviale richiama alla mente l'occupazione saracena; il Ramadan è difatti il nono mese del calendario lunare maomettano, durante il quale è prescritto il digiuno dall'alba al tramonto; di conseguenza, non di folletto si dovrebbe forse parlare ma di uomo selvatico, così come la nostra tradizione lo pone, e la leggenda potrebbe avere un'origine più o meno storicamente accertata; così come, parlando della Tuno dë Gargantuan, non è possibile trasferire il racconto in tempi remoti come la vicenda vorrebbe, se si considera il nome del nostro personaggio, Gargantua, il gigante dall'appetito insaziabile protagonista dell'omonimo romanzo di Rabelais, anche se il motivo può presentarsi mutuato ad antiche leggende classiche.
Ancora: il soursié morente che diventa lupo mannaro è proprio della mentalità prelogica montanara; ma il prete cattolico che di notte si trasforma in un malvagio lou(p)garoun non è solo il frutto dell'immaginazione dell'uomo, ma diviene il simbolo di un pericolo sentito come reale per i Valdesi e dall'ambito di una tradizione fantastica la vicenda ed il personaggio vengono trasferiti in epoca storica.

I RACCONTI RELIGIOSI
La sobrietà dell'immaginazione si manifesta in modo particolare nei racconti di carattere religioso; ciò nonostante anche qui possiamo riscontrare, sia nella creazione fantastica, sia negli esempi ineguagliabili di vitalità e di immortalità, sia nella presenza di personaggi della storia sacra, varie discordanze, con alcuni tentativi di dare, attraverso la «storia», una giustificazione di fenomeni che razionalmente non si possono spiegare e che spesso vengono presentati in aperto contrasto con la realtà temporale e spaziale.
È il caso della tradizione secondo la quale la Chapello di Gran Faetto sarebbe sorta e sarebbe stata dedicata a san Giacomo Maggiore perché là sarebbe passato l'Apostolo nel suo lungo viaggio verso Compostela di Spagna, ove subì il martirio nel 44 d.C.: non per niente la Viò dë Sen Jaque, la Via Lattea, sembra sovrastare il paese. Ora, però, si riscontra la stessa tradizione in altri paesi delle valli alpine e con le stesse motivazioni: il che naturalmente genera non poche perplessità.
Il motivo di San Paolo che predica la dottrina di Cristo tra i nostri montanari è una credenza mitica ed apologetica riferentesi alla presunta origine apostolica del movimento valdese, ma, pur risalendo al XIV secolo, è storicamente un fatto privo di fondamento.
Quando poi si parla di apparizioni della Madonna o del Cristo, spesso a giustificazione della costruzione di piloni o di cappelle votive o di fenomeni strani in massi rocciosi che possono per qualche aspetto richiamare alla mente l'orma di un piede o l'impronta di una mano; o del Signore sotto le spoglie di un povero mendicante pellegrino per le nostre valli si rimane perplessi di fronte a tante incongruenze e inesattezze.
Ecco come un feioulin partecipante alla celebrazione della prima messa al monte Robinet nell'anno 1899, Joseph Allaix dit Content, scrive in un suo souvenir: «C'est le curé du fourne, commune de Coasse Javin, Giaveno Giov., qui fait bâtir cette chapelle a l'haunneur de la reine des Ange. Il la dit dans sermon qu'il avait antendu un voi (quand) il était a la chasse dea chamoi». Ebbene, nella tradizione raccolta anni or sono a Gran Faetto grazie al ricordo di barbou Manouel Juvenal La Porto la cappella sarebbe sorta, invece, in seguito all'apparizione della Madonna, circondata da una corte di angeli osannanti, durante un violento e improvviso temporale scatenatosi sull'impervia montagna: come ex-voto, dunque, per ringraziare il cielo di uno scampato pericolo. Ma da parte di chi? Ciò non è detto e del buon curato di Forno si è persa la memoria. Come si può notare sono stati sufficienti pochi decenni per abbellire e falsare romanticamente la realtà dei fatti.
Se poi qualcuno, e tra i nostri nonni furono in molti a farlo, avesse domandato a Roux o a Martin del Serre, ormai adulti, spiegazioni sul come e quando avessero visto, ragazzini, la Vergine sullo scosceso roccione di Seleiraout, si sarebbe sentito rispondere, spesso in malo modo, di «non ricordare nulla di così straordinariamente meraviglioso»; ciò, contrariamente alla documentazione sull'apparizione, in francese, che ancora si conserva nell'archivio parrocchiale di Villaretto: ed anche lassù, con l'autorizzazione del Vescovo di Pinerolo, mons.Andrea Charvaz, nell'ormai lontano 1846, sorse una cappella dedicata alla Madonna della Neve. Ebbene, mentre l'evento rimane vitale nella bella sagra paesana, la tradizione popolare non dice a chi, se e quando l'apparizione sia avvenuta: forse avvenne, ma; la lh' à lonc temp, in un alone di credenza fiabesca. E non si può più parlare di miracolo.

...E QUELLI STORICI
D'altra parte se si pone l'attenzione a racconti storici non è difficile riscontrare altrettante aperte e strane contraddizioni, divergenze, lacune, sovrastrutture, contaminazioni tra la narrazione leggendaria e l'evento o il personaggio storico che ne hanno dato l'occasione, e proprio quelle sono motivo di ambigue e contrastanti situazioni nello sviluppo dello stesso racconto: talvolta il fatto viene fatto accadere ove in effetti non è e non può essere avvenuto; il fatto diviene non fatto, ciò che non è avvenuto viene fatto accadere; il personaggio si pone in un ambiente che non è il suo: si fa confusione di luoghi, di persone e di tempo.
Così la borgata del Rif di Pragelato nulla ha a che fare, manco nell'origine del toponimo (corruzione della voce patouà: riou, a sua volta dal latino: rivus, rio), con i saraceni del X secolo: eppure il Sarazin dell'antica storia valligiana dà il nome al villaggio nel ricordo della sua lontana terra africana; da parte sua l'antico ponte di pietra sul rio Dubbione non può essere stato fatto costruire da Annibale, essendo facile presumere che il grande condottiero cartaginese non sia affatto passato per la nostra valle; come pur venendo più vicini a noi nei secoli, la tragica notte di Natale dei Valdesi sull'Albergian, attraverso interpretazioni diverse e contraddittorie, rimane viva soprattutto come motivo di leggenda. Senza dubbio una cruenta persecuzione dovette colpire gli eretici valligiani nel XIV e nel XV secolo, ma le stesse fonti valdesi sono imprecise e discordanti sull'anno (1387, 1400, 1440) e sui particolari del triste episodio, che gli storici contemporanei trascurano o ignorano del tutto, per cui il racconto finisce per porsi come memoria, come semplice tradizione popolare: lo stesso discorso che si può fare per molte «storie» fiorite sui signorotti e sui castellani d'altri tempi delle nostre valli. Proprio per questo, anche per tali racconti, si può parlare di leggenda.
Il fatto può provocare la giusta osservazione dello studioso, ma non infirma la validità dell'opera né desta stupore, rientrando tutto ciò nella struttura non logica della stessa novellistica popolare.