(LV, 1982, N.3):
LE FATE.
Per la buona fortuna dei nostri valligiani, la montagna non è solo popolata da Diavoli o da Masche infernali, ma anche dalle buone creature di una fonte o di un rio, di un masso roccioso o di un bosco, dalle Fate misteriose, che, in alcune leggende, si confondono addirittura con la Madonna e il cui ricordo è soffuso di melanconica poesia.
Nel nostro patouà queste sono dette la Fantina, le fatine, o la Faia o Fada: questi ultimi termini, poco usati, corrispondono nella parlata della valle di Aosta a Fâie o Feie, della valle di Susa a Faie, al piemontese fai o afai nel significato di strega maga fata (Sant'Albino), al francese Fée e al provenzale Fado e Fadeto, fata, dal latino volgare Fata, personificazione femminile di fatum, destino, e quindi in origine "dea del destino", quella che era assegnata dagli dèi a ciascun uomo fin dalla nascita.
Per qualche aspetto possono pure paragonarsi ai Lares della mitologia romana, geni tutelari della casa e della famiglia, ma anche della campagna e del lavoro.
Di norma le nostre Fate sono belle e buone: aiutano i montanari insegnando loro i segreti delle erbe medicinali e del latte, della filatura e della tessitura: proteggono i raccolti, salvano gli uomini dalle valanghe, li aiutano a trovare i tesori nascosti, proteggono la greggia e i piccoli animali del bosco e, qualche volta, fanno l'amore con i montanari, anche se questo diventa sovente un motivo di sventura per il giovane innamorato (es.: Le Fate di Cournilhoun).
Quando poi il lago del Prà si prosciuga perché le sue acque sono straripate, le Fate le precedono gridando agli abitanti dei villaggi minacciati dalla furia della piena: Scapaou scapaou: lou laou dar Prà è quërpà!, fuggite, fuggite: il lago del Prà è straripato!
Ed è Blanche, la fata buona del Casei Blanc, che fa conoscere ai montanari del Gran Faetto la pèiro blancho (il talco) della Rouso e che, sotto le spoglie di un merlo bianco, fa scaturire l'acqua della Fountâne da Merle per dissetare i boscaioli della Servo.
Così come è una Fata solitaria quella che aiuta i montanari del Bëssé in val Germanasca nell'ardita costruzione di un acquedotto tra rocce impervie ed imponenti, rendendo ridicolo il Diavolo che, semplicione e sciocco, con la speranza di avere la più bella ragazza del luogo, si è prestato alla bisogna.
E' ancora una Fata bellissima quella che di notte, sotto la luna, sulla roccia detta La Cerpeniëra, tra Pramollo e San Germano, fila e fila per soddisfare a tutte le necessità dei poveri montanari; mentre le Fate dell'Orsiera fanno conoscere ai montanari dell'alta Valle l'uso delle erbe officinali e la lavorazione del latte, la filatura e la tessitura.
Durante la bella stagione ballano e cantano, filano e tessono e si possono incontrare un po' dovunque: nelle tu(n)a profonde, negli anfratti delle balma, nel folto dei boschi, ma anche presso le sorgenti, sugli speroni rocciosi e per le strade dei nostri paesi. Durante l'inverno, di norma dai Santi alla notte di San Giovanni, si rifugiano in qualche grotta oscura per ripararsi dalle nevi e dal gelo, senza però lasciare mai mancare la loro azione protettrice sulla montagna e continuando a regolare l'avvicendamento delle stagioni.
Come le Streghe, hanno il dono di poter volare e di rendersi invisibili, di fare sortilegi e incantesimi, di mutarsi in uccelli, in animali o in creature umane; ma, al contrario di quelle, quasi sempre aborriscono dal male.
Difatti, soltanto se provocate o gravemente offese dall'uomo, le nostre Fatine possono trasformarsi in esseri malvagi. Così la buona fata del lago di Envie si muta in un caprone demoniaco diventando un genio del male; mentre le Fate dell'Orsiera maledicono i pascoli del Pequerel facendoli inaridire perché là è avvenuto un grave fatto di sangue; danno la morte ad un giovane del Puy che ha osato carpire con la frode il segreto delle pietre "aurifere" della montagna e mutano in una fonte una fanciulla di Fond du Fau réa di aver voluto conoscere, a loro insaputa, la tessitura e l'arte casearia,
Altre volte, invece, si ritirano sulle cime dei monti o in qualche grotta solitaria sottraendosi alla vista dei mortali. E' il caso delle tre Fate di Galmount che si allontanano dal paese trascinando i loro pesanti ecrinh pieni d'oro, ciò che ha dato origine ai tre canaloni sulla dorsale di Villa di Prali o, secondo un'altra versione, ai tre smottamenti che si osservano al di là del Rouchas di Massello: una di loro, sotto le spoglie di un gatto, era stata gravemente offesa da una fanciulla, una Rostan, con queste parole: Chat, paso â diaou!, Gatto, va al diavolo!
Da parte loro le tre Fate di Cournilhoun (si noti il numero 3, che spesso ricorre nelle nostre leggende, ricco di significati mitici e religiosi), vedendosi "scoperte" da un giovane montanaro incautamente innamoratosi di una di loro, si rifugiano dapprima sulla Roccho d'la Fantina per tracciarvi segni misteriosi e maledire i Martinenc, quindi provocano desolazione e rovine, enormi frane e vasti allagamenti e, correndo lungo la Valle, asportano tutti i ponti sul torrente Germanasca: uno solo rimane intatto, il Raout, vicino alle rupi dell'Artouzièro, in seguito alle suppliche di una povera vecchia: Bèlla Fantina, baisà la tèto e laisà lou pount!, Belle Fate. abbassate la testa e risparmiate il ponte!
E le stesse Fate urlano la loro rabbia ai Rostan, ai Jallà e ai Bonet che hanno osato maledirle: Nou touërnëren pâ fin quë la raso di Jalà së perde!, Non torneremo fino a quando la stirpe dei Jallà (Rostan, Bonet) non sarà estinta. Ed hanno mantenuto la loro promessa: per questo in val Germanasca non si sente più parlare di Fate. Ne parla ancora "La Valaddo", ma questo è un altro discorso: qualche volta anche le Fate possono diventare un motivo di riflessione e di studio etnografico e perché no? anche di sogni inconsci per chi ama le nostre Valli.
Ciò nonostante i valligiani ancora raccontano che chi saprà decifrare i disegni a calce che la Roccho d'la Fantina presenta troverà i tesori nascosti dalle nostre leggendarie Fate; lo stesso motivo che si riscontra nel vallone del rio Agrevo, alla Balm(e) chabro del Coumbâl d'la Pisa: anche qui, come altrove nelle valli alpine, la tradizione vuole che l'interpretazione di segni scolpiti su un roccione favorirà il ritrovamento di un tesoro.

I SEGNI DELLA "ROCCO D'LA FANTINA".
Secondo una voce popolare raccolta dal Piva, si vuole che verso la fine del secolo scorso una ragazza di Uniolti, ritenuta veggente, abbia interpretato i segni della Roccho d'la Fantina affermandone il valore magico remotissimo e sembra che gli abitanti del luogo vi ammettessero veramente un significato religioso o di sacro terrore.
«Certo è», ebbe a scrivermi anni or sono Silvio Pons, il carissimo "professore che lavava le pietre" iniziando tanti giovani nostri allo studio dell'archeologia rupestre, «che la designazione stessa di Roccho d'la Fantino, data a quella rupe sicuramente e solo a cagione di quel disegno, richiama una di quelle sopravvivenze di leggenda relative alle fate o geni delle acque di indubbia provenienza preromana riferibili al ciclo indoeuropeo».
Il disegno si trova sopra e all'interno di una cavità rocciosa soltanto in parte rotta dall'uomo, una balmo di m.4 di lunghezza e m.1,70 - 1.80 di altezza e di m. 1,60 - 2,00 di profondità; davanti c'è un muretto a secco, tutt'attorno vi sono sterpaglie e vigneti ora in parte incolti, ed è facilmente visibile dal fondovalle.
Le pitture della rupe strapiombante (un tempo non dovevano certo esserci i terazzamenti a bora che ora permettono una relativa comodità di accesso) sono state accostate a quelle di Irytch e a reticoli delle Alpi Liguri del monte Bego, di val Fontanalba e delle Meraviglie.
La calce o malta, un tempo bianca, ora bianco-giallastra o appena rosata, colore forse dovuto alla presenza di ocra rossa ottenuta con polvere di terra argillosa ricca di ossido di ferro mescolata con olio, raggiunge lo spessore di uno o più centimetri e, particolare interessante, la sua amalgama differisce notevolmente da quella adoperata nella costruzione del ponte Raout e dei vicini chabot; inoltre è di qualità scadenti, essendo scarsa la percentuale di carbonato di calcio: difatti all'analisi così risulta composta: carbonato di calcio 75%, argilla 10%, sabbia silicea 15%. E' strano perciò che uno studioso locale abbia potuta parlare di "affioramenti di quarzo" che formerebbero dei bizzarri disegni a rete.
La rappresentazione grafica, che va sotto il nome di disegno a calcina, era probabilmente data da una primitiva incisione rupestre ricoperta da uno strato di calce: un graffito, insomma, che in seguito all'abrasione continua degli agenti atmosferici è appena percettibile; si noti altresì che in seguito agli ultimi eventi bellici il disegno, forse in precedenza già ritoccato, si mostra purtroppo deturpato.
La roccia presenta un vero e proprio grande reticolo formante figure geometriche più o meno quadrangolari; vicino a questo si notano altre ripetute figure geometriche (scudi crociati, figure e circoli divisi in quattro settori con alcune linee rette uscenti a raggera, forme curvilinee vagamente disposte a quadrifoglio, soli raggianti, ecc.) di simbologia oscura.
P. Barocelli, secondo il Pons, avrebbe visto in analoghe figure delle Alpi Marittime né oggetti né azioni, ma una vera scrittura ideografica; inoltre, prescindendo dal Rivière che accosta la croce inscritta in un cerchio alla croce ansata dei Fenici, seguendo il Piette i segni circolari potrebbero rappresentare una scrittura pittografica propria dei popoli mediterranei. Per Remusat, invece, segni simili potrebbero essere la raffigurazione di oggetti materiali divenuti indicazioni di cose astratte.
Secondo il Piva non si può assolutamente ravvisare nel disegno «né la croce ansata né il simbolo a corno e tanto meno un'arma silicea come vorrebbe l'articolista del Giornale del Pinerolese»; afferma altresì che le varie pitture interne ed esterne potrebbero non essere dello stesso autore e della stessa epoca (la composizione della calce è però la stessa); dubita della remotissima antichità, però non la esclude e il ritocco, a suo avviso, «starebbe a provare il perdurare di una tradizione e di un pensiero arcaico nella popolazione ed in alcuni iniziati».
Alberto Pittavino credette invece scorgervi «un'iscrizione ligure» con decorazione di «corna di cervo» ed altri segni «comuni in altri disegni trovati negli Appennini» e dovuti ai Liguri.

IL CULTO SOLARE.
Il Pons, dopo avere accennato alla difficoltà di indagine interpretativa ed avere riconosciuto che non è facile individuare le «corna del cervo» del Pittavino, afferma che le figurazioni geometriche della "Fantina", nelle loro mitiche finalità, possono richiamarsi al culto solare.
Tale ipotesi sarebbe suffragata dalla presenza di una «grande figura circolare con raggi» e dalle altre figure circolari minori «tutte assai simili a quelle che Frobenius e Obermaier notarono nell'Africa Settentrionale»; però lo stesso studioso annota che in altre località (es.: Cueva del Cristo, Spagna) «questi segni di oscuro significato» furono ritenuti disegni di antiche trappole ed azzarda che il disegno della "Fantina" sia riferibile a «scene ed a riti» di caccia fluviale, della mustela lutra (lontra), ad esempio: ciò che rimane purtroppo nel campo delle ipotesi non essendo suffragata da motivi scientificamente validi. Per lo stesso prof.Pons, ma a mio giudizio anche questa affermazione è gratuita, la "balma" avrebbe potuto servire come luogo di sepoltura o di abitazione di un «antico eremitico sacerdote o mago» o a luogo di culto.
Forse più probabile è, invece, la sua prima ipotesi, quella affermante la rappresentazione di culto solare: difatti, anche secondo la Mercando, se per le figure geometriche astratte (rettangolari, scalariformi, triangolari, a losanga e reticolate, a spirale) non sarebbe possibile stabilirne il significato, gli svastica, i cerchi puntati, raggiati a croce o a ruota di carro potrebbero essere manifestazioni del culto solare, mentre avrebbero un contenuto magico e uno scopo propiziatorio le figure reticolate e scalariformi, sebbene qualcuno, il Windels ad esempio, vi abbia voluto vedere la rappresentazione di barriere simboliche. Non si può d'altra parte ignorare che le danze alpine rituali a catena, il Bal da Sabre di Fenestrelle e soprattutto il Bacchu-Ber di Pont de Cervières (Briançon), presentano molte figure armate a carattere geometrico (cerchi, rettangoli, quadrati, triangoli) e che proprio tali danze sono ritenute propiziatorie per la Primavera, per il Sole, veri riti agrari di fecondità e di vita.
Un fatto è certo. Sulla Roccho d'la Fantina tanto si è scritto e forse ancora molto si scriverà, ma non si riuscirà mai a sapere quando, perché e a qual fine tali incisioni siano state fatte: forse bisognerebbe rintracciare le nostre antiche e terribili Fatine, ma dove?

Nota. - Per Il disegno a calcina del Raout cfr: Silvio Pons, Preistoria valdese di un antico disegno a calcina nella valle della Germanasca (Alpi Cozie) e di alcune altre ricerche affini, in: Bollettino Società Studi Valdesi, Torre Pellice, anno LVII n. 70, ottobre 1938.

(LV, 1982, N.4):
IL GIMEROU
Nell'antica tradizione popolare valligiana la montagna era popolata da esseri soprannaturali, personificanti il bene o il male, che si richiamano a concetti arcaici di credenze magico-superstiziose e di miti classici greco-romani, orientali e del nord-Europa. Abbiamo così animali mostruosi e lupi mannari, giganti buoni e giganti terribili, maghi buoni e maghi cattivi, o, semplicemente, animali strani. È il caso del gimerou.
Gimerou (provenzale: jumerri, jumerre, jemerro; francese: jumarre e jomard; piemontese: gimèro) è difatti il nome che si dà ad un quadrupede favoloso nato dall'incrocio di un equino con un bovino.
Il vocabolo è ora adoperato soprattutto parlando di persone eccezionalmente robuste e resistenti alla fatica: A-l-i un diaou d'un gimerou, è un diavolo di gimerou; a-l-i fort coumm' un gimerou, è forte come un gimerou, corrispondente all'italiano: forte come un toro.
Il nostro Gimerou si può forse paragonare al Chibalet o Cheval fou della nota danza imitativa provenzale.
L'etimologia del nome è assai incerta: F.Mistral ritiene possa derivare dall'ebraico chamor, onagro; T.G, Pons pone l'ipotesi di una probabile origine dal nome della tribù celto-ligure degli Jemerii subalpini; S.Escoffier lo fa derivare dal greco; I.Griset, che annota la controversa origine, ravvisa la radice iu-(g) che si trova nel latino iumentum di cui esso sarebbe una variante (I. Griset: La parlata provenzaleggiante di Inverso Pinasca, (Torino) e la penetrazione del piemontese in Val Perosa e in Val San Martino, Giappichelli, Torino, 1966, pag.114).
Del Gimerou, di grande forza nonostante le sue piccole dimensioni e che si pone apertamente nella tradizione classica di esseri ibridi e mostruosi, fa cenno anche lo storico valdese Léger riportandone un disegno (J.Léger: Histoire generale des Églises Évangéliques du Piémont ou Vaudoises, Leyde, 1669, t.I, pag.6).

IL LOUP RAVART O LOU(P) GAROUN.
Se il Gimerou può destare stupore per lo strano aspetto e per la forza smisurata, nella val Germanasca il Loup ravârt (piemontese: luv ravas) provoca terrore.
Per qualche verso può paragonarsi alla Manìa, specie di spauracchio e spaventosa divinità italico-romana; alle Lamíae della mitologia greco-romana, spiriti femminili simili a vampiri o a streghe, vaganti di notte nelle campagne, che succhiavano il sangue e divoravano le carni dei fanciulli; e, soprattutto, al Licantropo della tradizione classica (dal greco: lykos = = lupo, ánthròpos = uomo).
Nelle nostre valli è una «bestia immaginaria di aspetto lupesco, che rapisce e divora. Serviva da spauracchio nei racconti che si facevano durante le lunghe veglie invernali del passato» (cfr.: T.G.Pons, Dizionario del dialetto valdese della val Germanasca); è il lupo mannaro; è il soursié prima di morire, che, di notte, con la luna piena, corre ululando per la campagna assalendo l'uomo se, dopo avergli messo le zampe sulle spalle per misurarlo, lo trova più basso di sé, e che, uscito per spaventare, talvolta viene ferito da qualche passante, manifestando così, alla luce del sole, il segno della sua vera natura; e, per i Valdesi d'altri tempi, è anche il prete, il quale, nella loro fantasia, per istinto di paura e di ostilità, si trasforma in lupo mannaro che corre per le campagne per compiere le sue vendette religiose (cfr.: M.Bonnet, op.cit., XXVI, pp. 55-57).
Nella valle del Chisone e nell'alta valle della Dora il Loup ravârt corrisponde al Lou(p) garoun, termine dato da un'agglutinazione tra parole a contatto, loup e garoun, derivato dal francese: loup garou, lupo mannaro, il cui denominativo italiano è forse dato da un presunto hominarius incr. con mannara; anche qui il vocabolo indica il lupo mannaro e, in senso figurato, un uomo insociale e selvatico: è il caso di barbou Pin del Grand Puy (G.B.Griot, Usanze del Comune di Pragelato, dicembre 1893, manoscritto).
Un tempo, specie durante il Carnevale, l'usanza del travestimento con pelli di animale (orso, lupo) era assai diffusa: sia per farsi beffe di cacciatori presuntuosi e incalliti, sia per spaventare i passanti notturni simulando il comportamento del lupo. In questo caso i protagonisti erano sovente i ragazzi: questi si immedesimavano così bene nella loro parte che spesso provavano «une violente passion de mordre et de déchirer entre ses dents de la chair umaine » (cfr.M.Bonnet, op.cit., XXVII, pag. 224).
Attraverso un lento processo concettuale si aveva pertanto la trasformazione della raffigurazione naturale, zoomorfa e antropomorfa, a figura fantastica ibrida, spesso finalizzata a scopo magico: l'animale-lupo di tante nostre storie, ai di là del confine fra finzione e realtà, diventava l'uomo-lupo rappresentante il male materializzato e al tempo stesso soprannaturale.

IL CHAMPIÉ.
Rientra nell'antica credenza popolare della media e alta valle del Chisone e dell'alta valle di Susa anche la figura del Champié o Tsamppìa, da champ, campo (dal latino: campus).
Il Champié, corrispondente alle locuzioni francese garde champêtre e gardien des champs, era colui che a turno con i suoi compaesani faceva la guardia ai campi, che distribuiva l'acqua per irrigare i vari appezzamenti prativi, che sorvegliava perché l'erba, il grano e le patate non venissero calpestate e abusivamente raccolte, che aveva cura dei boschi e di una vasta superficie di beni privati e delle viottole vicinati; una guardia campestre, insomma.
Anticamente il "campiere" poteva essere considerato un dipendente comunale. I champerii figurano infatti nei conti della Castellania della Val Chisone del 3 novembre 1315 e del 14 luglio 1329, ove è registrata una entrata: recepta denariorum ( ) pro censibus champeriarum e de chaperiis (Archives Départementales de l'Isère, Grenoble, VIII B 6, f. 57r; VIII B 21 f. 77r. Cfr.M.Carpignano: Gli ordinamenti della Val Pragelato nel Medioevo, tesi di laurea, anno acc.1978-79, Università degli studi di Torino, dattiloscritto, pag.153), e nelle Tansazioni delfinali del 1343 ove all'articolo XXII si legge che Item voluit et concessít quod Scindici seu Consules dictarum universitatum ( ) etiam camperios et bannerios possint elligere et recipere ab eisque eligendis et recipiendis iuramenta sub nomine dicti Domini Dalphini pro ijs...: questi dovevano rendere conto del loro operato alla fine del mandato annuale (Transazione generale del 29 maggio 1343, riportata in: Consignationes des Concessiones et Droits acquis par la Vallée de Cluzon faite a Pignerol le 31 juillet 1734, manoscritto).
Pur ritenendo che la loro attività dovesse soprattutto essere volta alla salvaguardia della proprietà terriera (campi, prati e boschi), nei documenti valligiani i "campieri" figurano però soltanto come banditori pubblici, come risulta nelle "ordinanze dei bandi campestri" della Comunità di Mentoulles del 1515 (Codice Gouthier, pagina 3, manoscritto, ove un Georgius Albi (Giorgio Blanc) camperius universitatis Mentollarum con voce preconia annunzia alla popolazione le novellas ordinationes tam super nemoribus quam super pascuis dicta universitate. Ora, pur presentandosi come ''araldo", il richiamo alle sue funzioni di guardia-campestre rimane tuttavia chiaro.
Dai modi di dire: Anô coumà un tsampìa (Pragelato) e  vai coum un champìe (val Germanasca), nel significato di: camminare velocemente, in fretta, si può ben capire come l'attività del campiere non concedesse un attimo di sosta e di riposo, dovendosi spostare senza tranquillarla da un posto all'altro. Sono legati a tali espressioni alcuni altri modi di dire delle nostre parlate valligiane: Fouttre lou champ, andarsene in fretta e furia, di corsa, e: su lou champ (francese: sur le champ), lett.: sul campo, nell'accezione di subito, issofatto.
Ora, la figura dell'uomo-champié, nella tradizione popolare, si trasforma in un fantastico personaggio, gigantesco, che tutto vede e custodisce, armato di un'enorme falce. Chi si avventura nei prati per coglierne i fiori o calpesta l'erba; chi, nottetempo o di nascosto, cerca di deviare l'acqua non dovutagli per irrigare il suo appezzamento; chi cerca di cavare patate non sul suo è soggetto alle ire del Champié, il quale, spostandosi qui e là, con una rapidità sorprendente, ovunque il suo intervento si renda necessario, falcia le gambe agli incauti montanari.
La figura dei Champié si è conservata come ammonimento per intimorire i bambini capricciosi, fors'anche perché, con la sua figura alta e con la sua grande falce, per qualche aspetto si accosta alla classica e antica iconografia della Morte.

(LV, 1983, N.1):
I GIGANTI E GLI UOMINI SELVATICI.
Tale personaggio, per la sua altezza, richiama alla mente i Giganti della nostra tradizione popolare (patouà: gigant, da cui l'espressione un gigant d'omme, per un uomo assai alto; francese: géant; provenzale e piemontese: gigant; dal latino: gigas, -antis), che rimangono vitali soprattutto nelle leggende del vallone di Pramollo, dove tutto, piante, rocce, animali, era smisuratamente grande.
Dove il Peui Mian (Poggio Mediano, Pomeano) si congiunge con il versante del Gran Truc, la montagna forma un'accentuata depressione che la leggenda vuole fosse anticamente il cratere di un vulcano. Qui il rio della Frira ed altri ruscelli costituirono un lago, dal quale in un secondo tempo uscì un emissario, il torrente Rusigliardo, così detto per la sua costante opera di erosione lungo il solco vallivo. Il lago, a secco d'acque, si chiamò Bo' dâ Bachas, bosco ricco di abeti e di larici giganteschi. Il che non deve stupire: un ciliegio cresciuto in un orto di Pomeano era così alto e grande che sei giovani arrampicati sui suoi rami, con il fischio, non riuscivano a farsi sentire l'un l'altro; i montanari della media e dell'alta valle del Chisone, senza sapere dare una spiegazione del fenomeno, in primavera, vedevano una strana e grande macchia bianca sui monti del vallone di Pramollo: era il ciliegio in fiore.
I campi, da parte loro, producevano una grande quantità di grano e di paglia: un mattino, su un pagliaio domestico, grande oltre la norma, si contarono ben 14 gatti ognuno intento a trastullarsi con un topo.
Due montanari, intenti a diserbare i loro campi situati l'uno sul versante sud verso la Vaccera e l'altro sul versante nord di fronte al Laz Aras, si imbatterono contemporaneamente nella stessa pianticella di couriolo (convolvolus arvensis), che, con le sue radici, attraversava tutta fa dorsale del monte.
Ora, in questo ambiente naturale ove tutto aveva proporzioni gigantesche, così ancora raccontava nei primi decenni del secolo barbou Davì d'la Glèiza, non potevano certo mancare i Giganti, che, per il loro aspetto, possono richiamare alla mente i Giganti ed i Ciclopi dei miti e delle leggende classiche, e che, buoni e miti, si possono pure avvicinare agli Uomini Selvaggi viventi ai margini della società degli uomini.
Ciò non toglie che qualche volta i Giganti diventassero malvagi, soprattutto quando l'uomo, inorridito per la loro imponente presenza, cercava di respingerli e di contrastarli.
Mi vou nuflou, mi vou veouc: dount couràou, moun boun bergé? Dount scapàou, moun boun crétien? Si vou prennou, e vou prenarei, tout antié mi vou malharei, ossia: io vi sento, io vi vedo: dove correte, mio buon pastore? Dove scappate, mio buon cristiano? Se vi piglio, e vi piglierò, tutto intero vi mangerò, diceva una rima dell'infanzia di mia madre. E se questi Giganti potevano fare crollare intere montagne, se valicavano con un solo passo valli e colli, se vivevano in caverne altissime (è il caso della Tuno 'd Gargantuan dell' alta val Chisone, dal nome davvero significativo), proprio la filastrocca infantile ci pone due ipotesi sulla loro natura: non erano cristiani, difatti la tradizione li fa pagani; ed erano antropofagi o, almeno, potevano diventare tali se respinti dell' uomo.
Un motivo che ricorre spesso in molti nostri personaggi è questo: spiriti essenzialmente buoni per natura e familiari all' uomo, nella tradizione orale della leggenda e nella credenza superstiziosa, in un processo creativo solo in apparenza estremamente vitale da parte del narratore, essendo difatti il racconto legato ad una tradizione secolare, possono diventare l'incarnazione del male come reazione istintiva alla manifestazione dello stesso male che, responsabilmente, viene dall'uomo.
Ora, proprio questo momento pone in luce il processo strutturale, consequenziale e ideologico del racconto; questi personaggi soprannaturali, o almeno non umani, che vivono nel vago e nell'indefinito della fantasia, la cui azione sa di irrazionale e di misterioso proiettandosi in un' epoca remota, d'improvviso assumono "categorie a dimensioni più reali", più attuali; diventano esseri mortali, spesso malvagi, confondendosi con la natura dell'uomo in quel loro percepire sentimenti e comportamenti che dovrebbero essere loro negati e che rientrano invece, naturalmente, nella sfera di un essere biologico e ragionevole.

LI SALVAGGI.
Dianzi ho accennato agli Uomini Selvaggi: chi fossero, come e dove vivessero non è facile a dirsi, infatti li Salvaggi, che per qualche aspetto possono rievocare i Silvani della mitologia Italico-latina, sono rimasti tra i personaggi misteriosi delle nostre leggende. Li troviamo in val Pellice, nel vallone di Pramollo, nella val Chisone e nella valle di Susa e, si può dire, sotto aspetti magari diversi ma spesso concordanti, in quasi tutte le valli alpine.
L'antico ed oscuro narratore, cogliendo tali personaggi nella loro vita quotidiana, li ha adattati ai modi di comportamento e di pensiero di ieri, ponendoli in una luce viva e originale, ìn cui risalta l'immediatezza del racconto fantastico e il contrasto con la realtà da lui vissuta.
Secondo J.Jallà (Cfr.: Légendes..., op.cit., pagg.61, 62, 64) questi inoffensivi solitari discenderebbero dai Mori o Saraceni, che rimangono vivi nel ricordo dei valligiani anche con il nome di Salvaggi.
Personalmente ritengo che l'identificazione storica degli Uomini Selvatici possa avere un'importanza secondaria ai nostri fini, proprio perché un racconto obbedisce, attraverso l'opera del suo narratore, non solo al gusto ed ai fattori socio-culturali contemporanei che lo personalizzano, ma alla tradizione popolare più o meno inconscia che fa dei suoi protagonisti esseri indeterminati di un tempo perduto.
Inoltre, nella descrizione fatta dal nostro studioso alcuni particolari possono fare di contraddizione e di carenza nella struttura di logica consequenzialità. Difatti, o gli Uomini Selvatici risalgono ad antiche genti indigene che dovevano avere raggiunto un maggior grado di cultura rispetto alle popolazioni che possono essersi stanziate nelle Valli in un secondo momento, ma allora non si può più parlare di Mori e si può avere la tentazione di trasferire i racconti in epoca remota; o gli Uomini Selvatici sono davvero i Saraceni, come l'Autore afferma, ma in questo caso diventa azzardato, se non assurdo, sostenere che i valligiani del X secolo ancora non conoscessero la tecnica agraria e l'arte casearia.
Comunque sia, questi uomini che si vuole fare vivere in un ambiente fortunoso e bestiale, animato da forze occulte e soprannaturali, da potenze invisibili, non dovevano poi essere tanto "selvaggi". Ecco, difatti, come lo stesso Jallà ce li descrive attraverso i pochi tratti distintivi che possiamo trovare nella novellistica dell'area valdese.
«Piuttosto tozzi, con le spalle larghe, le braccia robuste, la loro forza equivaleva a quella di venti uomini. Nudi e pelosi, uscivano solo di notte, parlando pochissimo e sempre in forma sentenziosa. Benché selvaggi, conoscevano dei segreti che la popolazione circostante ignorava. Mentre questa si occupava unicamente di pascere le greggi, i selvaggi praticavano l'agricoltura. Vivevano in caverne isolate, dove si applicavano all'industria dei latticini e, malgrado fossero disprezzati, vendevano a buon prezzo l'eccellente burro che fabbricavano. La gente aveva cercato più volte di strappar loro questi segreti, ma sempre invano».
«Si confusero probabilmente con la popolazione dominante».
Ciò nonostante anche li Salvaggi possono talvolta presentarsi come esseri malvagi dedicandosi al latrocinio, tanto da suscitare per le loro nefandezze la collera del Dio dei cristiani. Questi, infatti, fa rovinare sul loro ricco paese, frutto del sangue e delle lacrime dei valligiani, l'imponente Pèiro Riondo (o Truc Riont), che reca morte e desolazione là dove adesso, nell'alta val Chisone, noi troviamo la Câso d'lou Mourt (Francesco Raviol: La Vallée du Cluson. Il manoscritto, non datato, risale certamente alla seconda metà del XIX secolo).
Come conseguenza li Salvaggi diventano un simbolo del Male: come i Giganti, ma anche come i selvaggi Sarazíns della tradizione valligiana. Così, attraverso un processo concettuale analogico, che si allontana però apertamente dalla rappresentazione posta dallo Jallà, i misteriosi Uomini Selvatici tornano ad accostarsi, per immagini e per comportamento, ai Saraceni, acquistando una volta ancora una veste storica; e ciò, come si può osservare, assumendo una fisionomia morale affatto discordante: erano buoni o malvagi?
Nell'onomastica valligiana troviamo i Salvai (Salvay, Sarvai) e i Salvagiot, mentre una borgata del vecchio comune di Meano (come altre località delle nostre Valli: es. Servagié di Roccapiatta, Salvai dell'Inverso Porte) è detta Selvaggio (patouà: Salvagge; francese: Sauvages).
Contrariamente a quanto si potrebbe presumere, ritengo che sia i gentilizi che i toponimi ben poco abbiano a che fare con i nostri Uomini Selvaggi, Saraceni o non; così come l'ipotesi avanzata circa «una sopravvivenza di elementi neolitici a ciclo pastorale-agricolo autoctono» ricacciati da genti nomadi più progredite, «ma che ignoravano la pastorizia», attività che i Celti invasori avrebbero appreso dagli originari Salvaggi, da cui i nostri nomi di famiglia e di località, mi sembra azzardata (Cfr.O.Coisson: I nomi di famiglia delle Valli Valdesi, S.S.V., Torre Pellice, 1975, pagg.145, 146).
La loro origine può invece essere dovuta ad un semplice fatto accidentale: l'abitare in un luogo solitario, dalla natura aspra e selvaggia o, semplicemente, ad un tratto del loro carattere, al comportamento scostante, asociale, da "orso" di qualche antico montanaro: Selvaggio (patouà: Selvagge), posto dapprima come denominativo di località e come soprannome, potrebbe essere diventato nel tempo un tipico nome di famiglia già registrato nelle valli nel XVI secolo (Cfr. A. Dauzat: Dictionnaire Etymologique des Noms de Famille et Prénoms de France, Larousse, Paris, 1951; dal latino: silvaticus, selvaggio, selvatico).