(LV, 1974, N.10):
La nostra storia valligiana, che pure ha avuto egregi studiosi, è poco conosciuta; ciò perchè di norma ci si è occupati di essa soffermandosi quasi esclusivamente sui fatti che sono uniti a nomi famosi, omettendo di approfondire vicende locali e trascurando infiniti episodi legati ai nomi di umili valligiani, i quali in definitiva sono stati i veri protagonisti della storia della Valle.
Tra i conti della Tesorerìa di Milizia, conservati presso la Sezione Camera dell'Archivio di Stato di Torino, ve n'è uno che interessa in modo particolare la nostra zona. È il mandato con il quale si ordina al "contadore Gio Michele Solieno" di procedere al pagamento del soldo dovuto alle guarnigioni che presidiavano i vari forti della piazza militare di Susa. Nello specchietto compilato il 24 dicembre 1594 dall'ufficiale pagatore risulta che le fortezze erano cinque: Santa Maria, San Francesco (Gravere), Exilles (tolta ai Francesi nel maggio del 1593), il castello di Susa e le "barricade" di Giaglione, nelle quali prestano servizio le milizie paesane di Giaglione e della Val Cenischia, poste ai diretti ordini di Oldrado Sereno, giaglionese, che ricava 100 scudi.
Esistevano a Giaglione due case-forti, o castelli: uno quello dei Ferrandi, sul cocuzzolo che porta ancora il nome di Ferranda; l'altro quello dei Da Roma, che si tramutò più tardi in residenza di campagna tutt'ora esistente. Queste opere militari erano in mano al feudatario il quale le trasformava in ricetto per la sua popolazione in caso di incursioni. Vi era poi un'opera militare ducale, quindi non privata, che correva a ridosso della linea di confine tra il Piemonte e il Delfinato, in corrispondenza del basso corso del Rio Clarea.
Di quest'opera militare si hanno notizie già alla fine del XIII secolo, quando essa serviva a proteggere il comune dalle razzie che tentavano le milizie paesane delle comunità dell'Alta Valle e donde partivano le incursioni di analoghe milizie del Conte di Savoia verso il Delfinato, soprattutto verso Exilles con cui da tempo i Giaglionesi erano in lotta
cruenta per i pascoli del Gran Vallone del rio Tullie; controversia che cesserà soltanto nel 1865.
Le "barricate" della Clarea consistevano in un grande muro di pietra a secco, costruito prima che esistesse la polvere da sparo. Era un'opera ciclopica, larga circa un trabucco, alta alcuni metri, che dalla sponda sinistra della Dora risaliva il versante venendo ad abbarbicarsi alle Ruine di Clarea. Abbandonata dopo la campagna d'Italia di Francesco I, essa fu fatta ripristinare da Emanuele Filiberto non appena rientrò nei suoi Stati. Tale ripristino rientrava nel programma generale del Duca il quale si proponeva di mantenersi neutrale tra Francia e Spagna; ma egli sapeva che, per attuare questo proponimento, doveva essere militarmente forte ed avere confini ben muniti.
Il ripristino delle fortificazioni era anche dettato a Emanuele Filiberto dalla necessità di proteggere i suoi sudditi dalle'incursioni degli Ugonotti, i quali, nel vicino Delfinato, avevano intrapreso a battersi per ottenere libertà di culto. Erano gli abitanti stessi delle comunità di confine i quali richiedevano di esser difesi, o di potersi difendere; il che ottennero appunto i Giaglionesi con un rescritto ducale del 25 agosto 1568, mediante il quale furono autorizzati a portare armi "per essere esso luogo di monti confinanti al Delfinato quali sono annotati per luterani". In Alta Valle di Susa i Riformati erano sì presenti, ma in piccolo numero, ed erano calvinisti, non luterani. La maggioranza degli abitanti, rimasta cattolica, si scontrava con questi Calvinisti, i quali, provenendo dalla valle della Durance, facevano incursioni, unitamente ai Valdesi di Pragelato, contro le parrocchie cattoliche dell'alta Valle provocando ritorsioni cattoliche contro parrocchie riformate, con devastazione di chiese e di templi e violenze tanto contro pastori quanto contro preti. Probabilmente i Giaglionesi, parlando di Ugonotti, si riferivano agli abitanti di Exilles, con i quali spesso si scontravano per i pascoli di Tullie. Non che ad Exilles non ci fossero Riformati; ma essi vi erano in numero esiguo, contrariamente a quanto si verificava nelle finitime comunità di Chiomonte e di Salbertrand, dove erano stati elevati templi in cui si teneva il culto riformato. Intanto, invocando il pericolo delle incursioni ugonotte, i Giaglionesi avevano ottenuto di circolare armati, diversamente dagli abitanti di Gravere, i quali pure confinavano con Chiomonte dove la Riforma aveva maggiormente preso piede.
Le "barricate" di Clarea, col passaggio del principato dei Delfini della Francia, persero parte della loro ragion d'essere, in quanto i confini della Clarea vennero accettati dai successori del conte Aimone. I Giaglionesi ne curarono in parte la manutenzione per quel che poteva essere utile nei periodi bui delle varie campagne d'Italia dei re Francesi, quando soldatesche indisciplinate e rapaci percorrevano la valle rapinando e saccheggiando. Così essi potevano tener lontano dalle case bande di predoni che taglieggiavano le borgate.
Una vera iattura era il passaggio di soldatesche. Infatti il problema di difendere le proprie case si ripresenterà ai Giaglionesi quando scenderanno le "bande gialle" del Brissac (fra cui si trovavano anche degli Atti Valsusini, come l'ulciese La Cazette) per andare a battersi sotto le mura di Ceresole (d'Alba). In quell'occasione dovettero sostenere oneri pesantissimi. Che le milizie del tempo fossero nemiche o alleate o al soldo del proprio principe, esse avevano tutte un unico modo di comportarsi. Avere una milizia di stanza in paese, anche per una breve tappa, era una calamità per gli abitanti, i quali preferivano compiere sacrifici finanziari pur di allontanarle. Così fecero i Giaglionesi con la compagnia montata di "carabini" francesi, agli ordini di un luogotenente: purché andassero a cercare alloggio altrove, la comunità accordava loro di buon grado la somma di 71 fiorini (1l agosto 1617).
Riportata all'antica efficienza con il ritorno di Emanuele Filiberto, la fortezza della Clarea si rivelerà utile allo scoppio della guerra per il Marchesato di Saluzzo. Dall'alto di quel muro, durante le prime operazioni (1590), il nemico venne fermato in quel settore, cosa che non fu possibile sul versante di Gravere, le cui fortificazioni avevano il loro punto di forza nella bastida di Lissimonte (come le fortificazioni della Clarea erano dette generalmente "le barricate", quelle di Gravere erano chiamate "la bastida"). Nel 1592 i Francesi, superato il Passo di Susa, scenderanno a metter l'assedio alla città stessa, che fu salva grazie all'efficienza della sua cinta muraria ed al fuoco delle artiglierie di Santa Maria. L'offensiva, a stento bloccata in Valle di Susa, dilagò invece per la Val Chisone nel Pinerolese.
Data l'importanza del Passo di Susa, le sue difese vennero rinforzate per decisione della Casa Ducale. Perciò anche le "barricate" di Giaglione vennero riassestate e rinforzate con un fortino quadrato; il nuovo fortilizio, chiamato Torre dei Santi, il quale si aggiungeva alla più modesta Torre del Pilat che sorgeva un centinaio di metri più a monte, fu elevato in regione Pinet. Esso era in parte circondato da un fossato superabile mediante ponte levatoio; quattro torricelle aggettavano della sommità degli spigoli e lo proteggeva un muro di difensiva. Nei suoi pressi vennero costruiti due bastioni atti, in tempo di guerra, ad ospitare artiglierie".
A quell'epoca le "barricate" di Clarea costituivano quindi un'opera fortificata rispettabile per consistenza, armamento e posizione, la quale aveva davanti un ampio spazio libero che poteva essere tenuto agevolmente sotto controllo, giacchè lo sguardo delle vedette si spingeva fino ai mulini della Clarea, sulla sponda destra del rio, che era terra delfinale.
Il fortilizio era ancora in buona efficienza anche dopo la guerra per il Marchesato di Saluzzo, e fu più volte presidiato dai Giaglionesi tra il 1613 ed il 1618.
Le barricate di Giaglione tornarono in primo piano con la seconda guerra per la Successione di Mantova. Nel giugno del 1628 il
conte Carlo Castellamonte dispose un riattamento di tutte le fortificazioni della Clarea suscitando l'inquietudine del Giaglionesi i quali, paventando nuovi danneggiamenti alle loro proprietà, richiesero un estimo delle espropriazioni, estimo che venne accordato pubblicamente il 21 giugno. Ma i lavori di riattamento provocarono danni più estesi di quelli previsti, per cui fu richiesto un supplemento di stima dal quale risultò che le superfici danneggiate si trovavano soprattutto nei pressi della Torre dei Santi. Questo esproprio supplementare era stato eseguito probabilmente in vista di ottenere una strada coperta a ridosso dello sbarramento. Il compito di rimettere in sesto le strutture murarie venne affidato al comune di Giaglione: si coprirono i tetti con lastre, si riparò il ponte levatoio della Torre dei Santi, ecc.
All'alba del 6 marzo 1629 si scatenò l'attacco francese per forzare il Passo di Susa. Non vi potevano esser dubbi sull'esito dell'azione, data la sproporzione di forze tra attaccanti e difensori. L'armata nemica, forte di 30 mila uomini, era agli ordini del Re Luigi XIII in persona, accompagnato dal Cardinale di Richelieu. I Piemontesi, pur rinforzati da alcuni reggimenti inviati dagli alleati spagnoli, erano poche migliaia. L'azione ebbe inizio con un massiccio assalto sferrato nel settore di Gravere; ben presto i difensori vennero travolti, il che permise agli attaccanti di dilagare verso Susa e oltre, sia lungo la riva destra della Dora in direzione di Bussoleno, sia attraversando il fiume a monte della città per portarsi alle spalle delle "barricate" della Clarea. Visto il buon esito dell'azione sulla destra, i Francesi decisero di attaccare anche sulla sinistra della Dora partendo dalla Maddalena.

(LV, 1975, N11):
(Nell'ambito della seconda guerra per la successione di Mantova, le truppe francesi entrano nel Ducato di Savoia forzando il passo di Susa, che viene investito il 6 marzo 1629 da 30 mila uomini al comando dei Re Luigi XIII accompagnato dal Cardinale di Richelieu. Gli assalitori travolgono i difensori piemontesi dilagando sulla destra della Dora verso Bussoleno. Si apprestano poi ad aggirare le "barricate" della Clarea sul versante sinistro della Dora).

Un furioso bombardamento si rovesciò allora sulla Torre dei Santi, mentre l'attacco di due reggimenti impegnava tutto il fronte delle "barricate" i cui difensori, minacciati anche da tergo, furono costretti ad abbandonarle, permettendo al reggimento Stissac di andare a prender posizione sui roccioni della Brunetta per completare l'accerchiamento della cittadella di Santa Maria, che resisterà fino all'armistizio stipulato il giorno 13.
Con questa sfortunata giornata ebbe termine la plurisecoiare storia delle "barricate" di Giaglione. Dopo l'armistizio di Cherasco l'opera venne nuovamente abbandonata, e definitivamente.
Dell'antica opera rimangono imponenti le vestigia, con la traccia del muro di sbarramento sul quale si svolgeva il cammino di ronda, dove i difensori agivano al riparo di parapetti, e che rivela le sporgenze dei due bastioni ed il perimetro della Torre dei Santi. Del piccolo forte documenti del sec. XVII conservati nell'archivio comunale di Giaglione ci rivelano alcune dimensioni, mentre i disegni del de Beins, ingegnere militare francese che fu presente all'attacco del 1629, ce ne svelano l'aspetto caratterizzato dalla cuspide del padiglione dal tetto quadrato ingentilito dalle quattro torricelle.
Quest'opera, intorno alla quale si combattè -ma con scarso impegno- nel 1629, era stata teatro di accanitissimi scontri alla fine del sec.XVI, in seguito all'occupazione del Marchesato di Saluzzo da parte di Carlo Emanuele I. La sera dell'8 settembre 1590 fanterie savoiarde giunte dalla Moriana si attestarono alle "barricate" di Giaglione ed il mattino dopo avanzarono in territorio francese. Fu un'operazione non ben condotta. Il comandante Amedeo de Sonnaz, sottovalutando le difese di Ambournet, lasciò le artiglierie alle "barricate" e si mosse con le sole fanterie, le quali non riuscirono a superare la linea di difesa francese, costituita da una serie di ridotte che si appoggiavano al fortilizio di Ambournet, dove le milizie altovalsusine "se mirent en défense pour obvier à toutes avenues et passages" (come riferisce nel suo rapporto Antonio Ambrois, comandante dei fanti paesani di Bardonecchia) costringendo gli attaccanti a ripiegare.
Nel corso del mese di settembre fu un susseguirsi di scaramucce che si svolsero nella piana di Gravere tra i Savoiardi e le truppe del generale Lesdiguières, che nel frattempo era giunto in valle. Prima di lasciare la valle per prendere i quartieri d'inverno, il Lesdiguières lanciò un violento ed improvviso attacco nel settore della Clarea, caratterizzato da impetuosi attacchi e contrattacchi. Tratti di muraglione dello sbarramento crollarono sotto il fuoco delle artiglierie, ma sulle macerie i difensori resistettero con pari accanimento; vari settori delle "barricate" vennero persi e ripresi più volte. Alla fine i Francesi furono costretti a desistere e a ripiegare lasciando sul terreno 80 morti. Ma anche fra i difensori le perdite furono elevate: 200 morti, tra i quali lo stesso governatore di Susa ed alcuni gentiluomini savoiardi.
Dopo una tregua che venne più volte prolungata ed ebbe termine alla fine di aprile del 1597, l'attività bellica riprese in Valle con uno scontro alla Comba tra Gravere e Chiomonte. Nel mese di luglio Antonio d'Yze governatore di Exilles, attaccò il fronte della Clarea. Da parte sua, il generale Lesdiguières aveva intrapreso l'offensiva in Savoia e, risalita la valle dell'Arc, aveva spinto le proprie avanguardie oltre il Moncenisio. Ma gli abitanti dell'alta valle dell'Arc si ribellarono all'invasore costringendo i Francesi ad evacuare l'Alta Moriana.
Per tenere impegnato il fronte di Susa e tagliare le comunicazioni tra il Piemonte e la Moriana, il Lesdiguières ordinò allora al governatore di Exilles di attaccare sul fronte di Giaglione. Il 14 luglio il d'Yze attaccò dunque le "barricate" della Clarea. L'attacco, sferrato di sorpresa e con decisione, travolse i trinceramenti presidiati dalla milizia paesana, senza però aver ragione della Torre dei Santi che, armata di un piccolo pezzo d'artiglieria, sbarrava la strada del Pinet. Le fanterie attaccanti dilagarono oltre la borgata di Giaglione
cercando di raggiungere la strada di Novalesa, che costituiva il loro obiettivo.
Quando a Torino giunse notizia della critica situazione, si provvide immediatamente ad inviare soccorsi: tre compagnie di stanza ad Avigliana ed altre due di stanza a Torino. Intanto il Governatore di Susa aveva reagito: raccolti gli sbandati e le milizie della guarnigione di Susa, prima contenne gli assalitori, poi li contrattaccò. La battaglia si frantumò allora in decine di combattimenti tra le case delle borgate; ma alla fine, il nemico venne respinto e le "barricate" furono riconquistate.
Questa battaglia costò molto sangue. Il Governatore di Exilles, nelle sue Memorie, le fa ascendere a 242 morti. Perdite molto gravi dovette subire anche la milizia paesana, specialmente nella prima fase del combattimento, quando fu sorpresa dall'attacco nemico alle "barricate". Essa può considerarsi la vera protagonista della giornata, giacchè fu grazie al protrarsi della sua resistenza, sia alla Torre dei Santi che tra le case delle varie borgate, se il governatore di Susa potè organizzare il contrattacco vittorioso senza attendere i rinforzi.
Questi combattimenti furono i più impegnativi di una lunga serie di scontri conclusisi nel settembre del 1600, i quali caratterizzarono la guerra combattuta alla Clarea dalla milizia paesana giaglionese ed a cui è legato il nome di un soldato giaglionese: il "caporale" Oldrado Sereno. Nell'uso del tempo, "caporale" stava anche per capo, ovvero capitano, tanto che, con la qualifica di "capitano delle barricate", il Sereno è citato in documenti dell'archivio comunale di Giaglione.
Egli dovette essere una persona eminente tra i Giaglionesi della seconda metà del sec. XVI, ed acquistò rilievo ancor maggiore sul finire del secolo, comparendo tra i vari personaggi della castellania di Susa durante la lunga guerra combattuta tra il Ducato di Savoia e il Regno di Francia. Già nel 1575 lo troviamo che fa parte di una commissione istituita per deliberare circa il passaggio di una strada nel prato del Riondello; nello stesso anno è presente nell'assemblea dei capifamiglia. Nel 1587 è consindaco e riceve dai suoi concittadini la procura per trattare col Duca circa i danni subiti da alcuni Giaglionesi per parte delle soldatesche napoletane al servizio di Carlo Emanuele I. Una compagnia di tali milizie aveva costretto quattro mulattieri del paese a trasportare i propri bagagli fino a Saint-Jean-de-Maurienne; qui giunti, i soldati avevano trattenuto i muli, costringendo i mulattieri a riacquistarli da loro. Un sopruso che non era infrequente tra milizie di ventura quali erano quelle di allora. Nel 1588 troviamo ancora il Sereno tra gli amministratori comunali, con i quali si rende garante di un prestito fatto dal Conte E.F.Aschieri alla comunità; consigliere comunale, nel 1589 partecipa alla delibera di un donativo alla Duchessa di Savoia Caterina d' Austria.
(LV, 1975, N.12):
Quando scoppia la guerra per il marchesato di Saluzzo vengono affidate a Oldrado Sereno le barricate di Clarea ed egli assume il comando della loro guarnigione, stando alle dipendenze di Emanuele Filiberto Aschieri "consignore e capitano del luogo di Jalliono per S.A". Questo feudatario portava il nome di Emanuele Filiberto, giacchè il Duca di Savoia era suo padrino; lo aveva tenuto al fonte battesimale nel 1560, quando, riavuti i suoi Stati dopo la battaglia di San Quintino, aveva fatto il suo solenne ingresso nella città di Susa che festosamente l'aveva accolto. Il titolo di capitano gli veniva dato perchè -come consignore del posto, rispondeva al Duca dell'efficienza della milizia paesana del Comune a lui infeudato; ma, come si è visto, chi in effetti esercitava l'azione di comando era il Sereno al quale - e risulta dai conti della Tesoreria ducale - pagava direttamente il soldo della truppa a lui sottoposta.
A presidiare le "barricate" dovevano concorrere con le milizie di Giaglione anche le soldatesche paesane delle Comunità della Val Cenischia: Venaus, Novalesa e Ferrera; ma tali comunità, poste tutte sulla strada del Moncenisio, si dicevano gravate da altre incombenze di carattere militare derivate dal continuo passaggio di milizie che attraversavano il valico per portarsi dal Piemonte alla Savoia e viceversa, per le quali dovevano provvedere al trasporto delle impedimenta e da cui dovevano proteggersi mettendo guardie ai raccolti dei campi, essendo caratteristica di tutte le truppe di quei tempi - e lo sarà ancora per secoli - la "marauda",
che veniva esercitata rubando i frutti nei campi, spogliando i pollai e, con la tacita complicità dei comandanti, facendo pascolare i cavalli nei prati (e anche nei campi di cereali in erba) e persino con vere e proprie rapine a case isolate e a chiese, delle quali non infrequenti erano i saccheggi. Questa era certamente una situazione reale, giacchè la stessa Duchessa aveva riconosciuto che le fanterie savoiarde, che agli ordini di Amedeo de Sonnaz l'anno prima si erano spinte verso Exilles, erano "mal gente, che mettono il paese alla disperazione", ma probabilmente era alquanto esagerata dagli abitanti della Val Cenischia ai quali forse, più che non allontanarsi dal proprio paese (sia pure in momenti non facili che richiedevano di far la
guardia alle proprie vigne e di provvedere a servizi logistici), interessava piuttosto non partecipare a pericolose fazioni alla Clarea, dove frequenti si susseguivano gli attacchi di disturbo da parte di pattuglie francesi con le
quali il governatore di Exilles stuzzicava le difese piemontesi e che si risolvevano spesso in cruenti scontri. Una tale situazione i Giaglionesi vollero farla rilevare in un atto pubblico stilato dal notaio Vincenzo Ascherio, mettendo in rilievo le inadempienze e le pretese dei valligiani della "comba" della Cenischia, "li quali tutti insieme et unitamente hanno deto e atestato esser vero che quando occorre pasar soldati per la Noualesa che deti di Venaux, et di Noualesa sono costrecti a guardar deti soldati et portar loro bagagli, di sorte che non puono detti di Venaux, et Noualesa, et Ferrara venir ale baricade di Jalliono".
Gli uomini della Val Cenischia sapevano di non potersi sottrarre al carico di presidiare le difese della Clarea, ma accompagnavano il fatto del passaggio di milizie attraverso il Moncenisio quale causa di forza maggiore proponendo che, per quanto competeva, all' eventuale loro presenza alla Clarea li sostituissero i Giaglionesi, che le comunità della Val Cenischia avrebbero provveduto a pagare: "Et che quando deti di Venaux, Noualesa et Ferrara mancano a venir a dete guardie, che
gli homini di Jalliono in quel tempo sono dete guardie a nome loro. Et che debiano dete guardie, almeno per quanto importa la parte di deti di Venaux, Noualesa, et Ferreria". In definitiva, i Valcenischiesi dicevano agli uomini di Giaglione: "È vero, anche noi dobbiamo fornire uomini per presidiare le barricate di Clarea; nel caso però che, in conseguenza
di altre prestazioni di carattere militare derivateci dal passaggio di truppa attraverso il valico del Moncenisio, noi non potessimo recarci ad assolvere il nostro turno di fazione, sostituiteci voi, e noi vi pagheremo il disturbo".
È evidente che i Giaglionesi non fossero d'accordo con tale atteggiamento e con tale proposta degli uomini della Val Cenischia; cioè che fosse a priori riconosciuta a loro una scusa valida onde sottrarsi a un servizio pericoloso qual era la guardia alle barricate dopo che, nel settembre del 1590, i Francesi alle truppe della Lega Cattolica avevano sostituito quelle ugonotte. Trovandosi l'abitato di Giaglione a ridosso della linea fortificata di difesa, esso era esposto al pericolo di incursioni nemiche (cosa che in effetti si verificherà) e i Valcenischiesi erano certi che quegli abitanti in ogni modo avrebbero provveduto a difendere la linea di sbarramento della Clarea per salvaguardare i propri focolari. Ma i Giaglionesi non volevano, giustamente, assumersi tutto l'onere della difesa, per cui precisarono la loro protesta il 26 luglio 1591 nell'accennato atto pubblico alla cui stesura presenziarono "in la corte della cura di Jalliono", oltre ai sindaci, i "Rev.di Giouane Baro presbitero et parocho di Jalliono et fratre Vincentio Chamberlandi (due cognomi che denunciano trattarsi di Giaglionesi) deli fratri de Santo Francescano di Susa".
Per tutta la durata della guerra il Sereno fu al comando delle "barricade" e il titolo di comandante di quelle opere di difesa lo conservò anche dopo la pace di Lione, come appare da un documento del 22 gennaio 1604 nel quale Oldrado Sereno, che assume a proprio carico il censo del prestito contratto per restaurare la cappella di San Lorenzo, viene qualificato "capitano delle baricade" di Giaglione. Oldrado Sereno era infatti nativo di quella borgata, come attesta una scrittura del 12 giugno 1607 con la quale l'onere da lui assunto nel 1604 viene trasferito da altre persone; tale atto risulta infatti essere stipulato "nella borgata di Molare (che s'identificava con il villaggio di San Lorenzo), et nella casa dil Comm.le Oldrado Sereno".
Il nostro "capitano delle barricade" , che per circa mezzo secolo abbiam visto attivamente partecipare alla vita pubblica giaglionese, doveva essere ormai alquanto avanti negli anni e chiuse la sua laboriosa vita di amministratore e di soldato pochi anni dopo, come appare dal verbale di sepoltura che si legge sui registri della parrocchia dai quali risulta che "Oldradus Serenus, centurie ipsius loci" venne inumato "honorifice" il giorno 8 settembre 1610.
Le "barricate" di Giaglione, benchè poco conosciute, sono state un fortilizio che ha svolto un ruolo molto importante nella difesa del Passo di Susa; esse sono, con quelle di Gravere, l'opera di difesa più antica dopo il castello segusino, che era stato la reggia del re Cozio, giacche sono sorte all'alba di questo millennio; erano già state palestra di secolari scontri tra Delfini e Savoia prima che nascessero, nel corso della seconda metà del sec.XVI, le più note fortezze di San Francesco e di Santa Maria. Sulle pietre che formavano il muraglione scorse sangue delle milizie più diverse che operarono agli ordini di svariati capitani, alcuni molto famosi, quale fu ad esempio Francescano de Bonne, Duca di Lesdiguières, e di altri meno noti, ma non per questo meno buoni soldati dei quali le cronache ci hanno tramandato il ricordo; il Venosta, governatore di Susa che, combattendo per difenderle, su quelle mura cadde il 30 settembre 1590; Antonio d'Yze, signore di Rosans, governatore ugonotto di Exilles, che per oltre un lustro contro di esse urtò con reiterati attacchi, sempre inesorabilmente respinti; l'animatore della difesa del luglio del 1597, Gian Luigi Ferrero di Mondovì, governatore di Susa, che si era molto affezionato alla città
dove aveva fatto restaurare la chiesa della Madonna del Ponte desiderando in essa essere sepolto, desiderio che però non potè essere esaudito perchè cadde in combattimento alla fine del mese di novembre del 1597 a San Giovanni di Moriana e là il suo corpo venne inumato. Tra loro degnamente si pone il giaglionese "caporale" Oldrado Sereno, che alla fortezza della Clarea ha legato il suo nome.
Mi pare giusto pensare le "barricate" di Giaglione legate al suo nome, giacche è l'ultimo nome che conosciamo di un loro comandante in guerra; infatti il Meaglia vi era preposto nel 1628 quando la guerra non era ancora inziata, benchè ormai prevista, mentre il nome di chi alla Clarea ebbe responsabilità di comando nel marzo del 1629 non è giunto sino a noi. In ogni modo egli fu l'ultimo Giaglionese a cui venne affidata una così pesante responsabilità; dopo di lui il fortilizio non verrà più affidato ad uno del posto nemmeno in tempo di pace. Infatti, durante i passaggio della truppa francese del 161o, per il solito motivo della sicurezza degli abitanti, il governatore di Susa aveva disposto che la milizia paesana presidiasse le "barricate", ma a comandante inviò un capo da Susa, come si legge in un appunto conservato nell'archivio comunale e che porta la data del 2 novembre 1618: "Il Governatore ha comandato di far guardia alle barricate et altri loggi per causa di soldati che passano li monti andando in Piemonte, et il Signor Governatore ha mandato uno caporale del forte a tenire mano".
Le milizie paesane valligiane sono state truppe che sempre si sono battute in modo esemplare in difesa delle loro case, possiamo considerarle le dirette antenate degli Alpini. Quelle di Giaglione, che già avevano dimostrato di bene sapere operare in montagna in condizioni molto difficili, durante il tentativo di investire le difese di Ambournet, scendendo in pieno inverno (gennaio 1595) dai Quattro Denti, faranno parlare ancora di sè nel secolo XVIII durante le Guerre di Successione e durante quella contro la Prima Repubblica Francese, operando a guardia e in difesa del Passo Clapier. Ci è caro aver rievocato la nobile figura di un loro prestigioso comandante giaglionese del secolo XVI.