Alcuni anni fa, nel 1514 per l'esattezza, tra Villaretto e Mentoulles scoppiò la guerra. Una guerra senza armi proprie né improprie(per quel che si sa), senza massacri né medaglie al valore; senza prigionieri né reduci; una guerra giuridica, ma con le sue debite battaglie; insomma, sempre qualcosa di serio.
Che accadde, dunque? Occorre premettere che a quell'epoca, il Roure doveva essere stato creato da non molti decenni mediante distacco da madre Mentoulles. Il nuovo comune era un bel bamboccione dalle dimensioni suppergiù identiche a quelle di adesso che ha qualche secolo in più sul groppone. Che nell'anno di grazia 1514 la data della sua nascita fosse relativamente recente si può arguire dal fatto che tra madre e figlio sussistevano ancora situazioni mal definite riguardo a certi diritti di pascolo o di comproprietà dell'uno sul territorio dell'altro; situazioni che sembravano fatte su misura per creare contrasti, piagnistei e litigi e fomentare così il pericolo di guerra.
Per altro, la vita amministrativa si svolgeva sotto la lodevole insegna della reciprocità: ad ogni deliberazione assembleare della comunità franca, affranchimentum, di Mentoulles erano invitati i rappresentanti del Roure in qualità di osservatori, come avvenne il 5 gennaio 1515, quando i Mentolini si riunirono per deliberare nuove ordinanze riguardanti le riserve di bosco e di pascolo. I quali Mentolini dovevano certamente essere presenti quando il Roure deliberava pubblicamente a Villaretto (1).
Il Roure, distaccandosi da Mentoulles, aveva ovviamente ottenuto l'autonomia amministrativa; ma il priorato di Mentoulles conservava, specialmente nella zona di Villaretto, ampia giurisdizione sia spirituale che temporale. I Villarettesi erano allora parrocchiani del priorato. A Villaretto non poche terre erano priorali, come è comprovato dal fatto che alcune di esse mantengono ancor oggi il nome dell'antico proprietario; è il caso dei due Priour di Flandre e delle Sors. Inoltre si considerava normale far pascolare il bestiame su certi terreni della comunità adiacente, con una naturalezza dovuta a consuetudine acquisita fin dall'epoca in cui la comunità era unica. Così i Borsettini si recavano bel bello a far pascolare greggi e mandrie a Soulhet, mentre i Mentolini, con ugual candore, facevano altrettanto nei pascoli del Chardounè.
Ma un bel giorno accadde il fattaccio che minacciò di mandare a carte quarantotto per secoli gl'idillici rapporti fra i due vicini. Il Roure aveva costituito sulla montagna di Villaretto, in monte Vilareti, e precisamente negli alti pascoli del Chardounè, in alpe de Chardoneto, una riserva di pascolo o "devesio" (2) senza informare i mentolini. Ora avvenne che alcuni pastori di Mentoulles si avventurassero con il loro bestiame in quella riserva, specialmente in una parcella di Francesco Vinçon. Era costui un pezzo grosso del Roure: nel 1513 era stato sindaco annuo e, al momento del fattaccio, ricopriva ancora la carica di consultor del suo successore Turino Durand. Vinçon, avendo pescato i pastori di Mentoulles in flagrante delitto, fece sbatter loro una multa di diedi fiorini in buona moneta di taglio (3); il che rappresentava una discreta sommetta, se si pensa che tali fiorini erano monete d'oro grandi quasi quanto i tomini del Talucco, sebbene molto meno spesse. Automaticanente questa multa ricadeva sulla comunità di Mentoulles, per il cui conto i pastori facevano il loro mestiere.
I maggiorenti del Roure avevano avuto la mano pesante davvero; le conseguenze non si fecero aspettare. I malcapitati pastori si precipitarono a Mentoulles, dove sciorinarono davanti ai loro notabili ed alla popolazione i particolari della loro disavventura. Dioù prëzerve! Un fremito di sdegno percorse tutto l'affranchimentum da Chambons al Pèu. L'inaudito sopruso aprì le cateratte delle recriminazioni, a cui i Villarettesi, forti del loro diritto di proprietà, replicarono per le rime. Ma di replica in replica l'atmosfera diventò incandescente ed i contrasti, lis, questio, differentia et discordía, si aggravarono più di quanto fosse lecito aspettarsi.
In tutto questo putiferio le teste meno calde capirono che la faccenda si metteva male sul serio; perciò si affannarono a fare intender ragione agli scalmanati. Possibile che poche manciate d'erba e una multa, sia pure salata, dovessero rovinare tradizionali rapporti di buon vicinato? Che razza di fraternità cristiana era mai questa? A che cosa si sarebbe approdati a sbraitare come ossessi? A niente di buono! Allora perchè non tentar di evitare il peggio discutendo pacatamente? Fu merito di queste persone prudenti (fra le quali si trovava probabilmente il priore, pastore comune dei contendenti) se si riuscì a costituire una specie di commissione paritetica incaricata di pervenire ad una transazione sia sull'incidente sia sull'organizzazione del devesio. Della commissione facevano parte, per il Roure, il sindaco Turino Durand di Villaretto ed i suoi consultori Martino Boc, Francesco Vinçon (a cui apparteneva la parcella della discordia) e Pietro Rous; per Mentoulles, il sindaco Michele Nevache di Chambons ed i suoi consultori magister (perché Notaio) Peyret Conte, Giacomo Brunel e Giovanni Orcellet. Non sappiamo se la tavola attorno a cui si sedettero fosse
rotonda o quadrata; sappiamo invece che al colloquio era presente il notaio Giovanni Vinçon di Villaretto incaricato di stendere il verbale e, probabilmente, di fungere da moderatore. Dobbiamo esser grati a lui ed alla sua penna di oca se oggi siamo a conoscenza di questa drammatica vicenda


E' un vero peccato che, nel 1514, oltre alla sua penna d'oca, il notaio Vinçon non avesse a disposizione un magnetofono con cui registrare le repliche del colloquio nel patois di 459 anni fa e per tramandarne il nastro in eredità ai posteri del XX secolo. Ma non lagniamoci! Anzi, ringraziamo Iddio di aver fatto galleggiare sulle burrasche dei secoli l'instrumentum del notaio villarettese redatto in un latino bonaccione, familiare, orecchiabile, in cui il pascolo è detto pasqueyragium, la seccatura disturbium, la scorciatoia addreyceria, limitare un terreno deboynare, rotolare rìbatare, scendere dal pascolo desalpare, camminare nientemeno che chaminare etc.
La discussione procedette senza esclusione di colpi; dovette saperne qualcosa la povera tavola di cui sopra nel buscarsi tanti pugni. Anzitutto i rappresentanti di Mentoulles protestarono con veemenza contro i provvedimenti irrogati ai loro pastori. "Noi non siamo tenuti a pagare quei diedi fiorini a voi del Roure" proclamarono, "poiché abbiamo diritto di pascolo nell'alpe del Chardounè in quanto consorti e utenti. Voi avete istituito quel devesio a nostra insaputa e senza nostro consenso; e non potevate farlo, perché quel vostro devesio ci porta un bel danno, a noi!".
"Macchè diritto!" replicarono quelli del Roure. "Sui pascoli del Chardouné non avete nessun diritto. O, se no, dimostràtelo! E poi, voi, non avete fatto un devesio nei pascoli sopra Odouino e Soulhet? Ci avete forse interpellati? No! Eppure quel devesio porta un bel danno ai Borsettini, che sono del nostro comune e hanno pascoli proprio lassù".
A queste parole i rappresentanti di Mentoulles, sentendo un vago odor di bruciato emanare dalla loro coda di paglia, si fecero guardinghi: il devesio l'avevan fatto anche loro senza avvertire i vicini, l'invocazione di diritti non sembrava convincente; meglio tergiversare. "Quel devesio non l'abbiam fatto per portar danno ai Borsettini, ma per evitare abusi di pascolo con bestiame forestiero. Quanto ai nostri diritti sull'alpe del Chardounè, siamo in possesso di strumenti comprovanti certe convenzioni stabilite una volta con il Roure, e li tireremo fuori a tempo e luogo". Tempo e luogo che non verranno più menzionati nel seguito del documento.
E via di questo passo. Il notaio doveva sudare le tradizionali sette camicie per mantenere il discorso sul filo della coerenza. E chissà quante cose ancora, non tutte pertinenti, a volte magari impertinenti, dovettero udire i suoi poveri timpani? Egli le sintetizza pudicamente così: "I rappresentanti delle due parti dissero e replicarono parecchie altre cose che, per brevità, si tralasciano ora di esporre, ad presens recitari obmittuntur". Alla fine, tanta estenuante pazienza non fu vana. Le due parti avverse convennero di scegliere sei galantuomini, tre per parte, incaricati di rivedere i pascoli comuni e il devesio del Chardounè per accertare se questo fosse davvero pregiudizievole all'affranchimentum per informarsi dei diritti di ciascuno.
I sei prescelti furono: Antonietto Juvenal, Pietro Rous e Guglielmino Juvenal per il Roure; Facio Veillier, Pietro Chiout e Claudio Clapier per Mentoulles. Senza por tempo in mezzo, già l'indomani la comitiva salì al Chardounè, accompagnata dal solito notaio Vinçon. Lassù i sei delegati percorsero il devesio dapprima tutt'intorno, poi in lungo e in largo, ispezionandolo con minuziosa attenzione, esaminando sul posto il problema dei diritti; tutto ciò essi fecero come meglio seppero e poterono, prout melius sciuerunt et potuerunt. Al termine della loro coscienziosa operazione, che dovette occuparli per alcuni giorni, i delegati presentarono il relativo resoconto alle parti in causa. Allora prevalse davvero il buon senso e si ammise che la miglior soluzione era di giungere a un compromesso. Certamente ebbe un benefico effetto l'accortezza del notaio, il quale avanzò un argomento decisivo quando esortò i contendenti ad accordarsi da buoni amici piuttosto che affrontare un'azione giudiziaria non priva d'incognite, potius quam dubio iudiciario sese submittere, ma sicura apportatrice di spese, disagi e seccature. E finalmente, pro bono pacis, si addivenne alla transazione propriamente detta.

Il primo articolo della transazione specifica i limiti del devesio del Chardounè istituito dal Roure e confermato da ambe le parti. Tale devesio comprendeva cinque pascoli (5): laz Egga, loû Vaalés, ta Fountôno dë la Combo, la
Fëniero, la Coppo. I delegati ne accertarono il perimetro, che risulta essere stato il seguente:
viò dâ Clot Soubeiran - en travêrs a lâ rouchilha dë laz Egga - Fountôno Freído -loû Vaalés - arent a loû prô dë l'Echalhon - amount ver lë saret dë lâ Boucharesiera - a dreito, per la simmo dâ prô dë Roustôgn a lâ ròccha dë
Sello dâ Lau - col dë Malaneut - col dâ Vilan - areire â rouchôs dë lâ Boucharesiera - amount ver lâ roccha dâ Chardounè - en travers â saret dë laz Egga - per la viò dë laz Egga ver Val Seccho - prô dâ Clot Soubeiran - avôl a la viò dâ Clot Soubeiran. Il devesio presentava dunque una forma notevolmente allungata; all'estremità est si trovavano le Punte Pian Paris e Malanotte, l'estremità ovest era segnata da Val Seccho.
La toponomastica del Chardounè era, a quell'epoca, molto ricca (nel documento esistono ancora altri nomi di località); segno che la zona era frequentatissima, di sicuro non per motivi turistici; la sua importanza economica, grazie all'allevamento del bestiame, era grande, e tale rimase fino al nostro secolo. Certi nomi di località si sono conservati, altri sono mutati, altri ancora sono scomparsi. Con il termine Chardounè s'intendeva allora tutto il vallone di Sëleiries (chiamato nel documento Combo dë la Rougnouzo), quello di Malanotte e anche, a quanto sembra, quello di Val Seccho, e quindi i Jouglôrs. Il colle del Villano è diventato colle del Sabbione, mentre quello di Malanotte non ha cambiato nome, come pure lâ roccha dë Sello dâ Lau (6).
L'Echalhon è passato al plurale: louz Echalhons; le malghe del Chardounè sono sempre al loro posto, mentre sembra che quelle di Sëleiries non esistessero ancora (per lo meno, non vengono nominate). Quanto a laz Egga, nessuno sa più dove siano (7). Da quanto ha scritto il notaio Vinçon, esse corrisponderebbero a una parte del costone che separa il vallone di Sëleiries da quello dei Jouglôrs distaccandosi dalla Rognosa (8), cioè quel tratto che, salendo da Rabiè, va fin sopra l'attuale saret dë l'Omme.
Il secondo articolo della transazione stabilisce le modalità per il passaggio delle pecore in quella zona, essendo il devesio riservato ai bovini. Praticamente i greggi dovevano seguire la strada che collega i Jouglôrs a Sëleiries, risalire il costone Omme-Rognosa (laz Egga?) per poi traversare sopra le malghe del Chardounè fino a raggiungere il mezzo del vallone donde risalire al lago del Chardounè (9), area di pascolo per gli ovini che poteva estendersi (a certe condizioni) alla vicina Coppo, in Copa, cioè la zona sovrastante il sentiero che conduce al colle del Sabbione.
La traversata da laz Egga doveva essere fatta bene in alto e senza fermarsi. Infatti il terzo articolo proibisce il pascolo ed il passaggio del bestiame minuto giusto sopra la coto dâ Veaus che si trova poco più giù; ciò perché, a causa del terreno scosceso, i greggi avrebbero potuto far rotolare sassi col rischio di portar danno alle mandrie pascolanti in basso. Multa comminata: tre denari per ogni bestia minuta.
Il quarto articolo stabilisce che la stagione del pascolo nel devesio incominci l'undicesimo giorno dopo la festa di San Giovanni Battista (e quindi il 5 luglio). Tale limite poteva essere anticipato solo per volere dei superiori e dei "consorti" del Chardounè. Multa a chi anticipasse arbitrariamente l'apertura del pascolo: tre soldi per ogni bestia bouina, equina, mullequa uel azenina aut alia grossa bestia.
Nel quinto articolo si fa divieto di condurre greggi al pascolo nel devesio dei bovini prima del settimo giorno successivo alla metà di agosto, vale a dire prima del 22 agosto. Non meravigliamoci di questo sistema macchinoso per indicare una data (ce ne ha già offerto un esempio l'articolo precedente). Esso era nello stile dei tempi e sarebbe durato ancora per secoli. Multa prevista: 12 denari per ogni bestia minuta.
Il sesto articolo concede anche per il bestiame minuto l'uso del pascolo di laz Egga (con esclusione degli altri pascoli del devesio) a partire dalla festa di Santa Maria Maddalena (22 luglio) senza incorrere in alcuna multa.
Il settimo articolo riguarda i baniés, cioè i custodi del devesio, che dovevano esser nominati ogni anno dai rispettivi sindaci nella proporzione di 2/3 per il Roure e di 1/3 per Mentoulles. Poiché erano meno insospettabili della moglie di Cesare, i baniés dovevano giurare, al cospetto dei loro sindaci, di applicare bene, probe et legaliter gli articoli di divieto e di dichiarare integralmente banna ccmmissa, le multe inflitte.
Frutto dell'esperienza recente, l'ottavo articolo vieta di istituire nuovi devesii non solo nell'alpe del Chardounè, ma anch ein quelli sopra Odouino e Soulhet senza reciproca informazione e consenso.

Così, Dio volendo, si giunse all'ultimo atto della laboriosa vertenza. Esso si svolse il 7 giugno 1514 sulla pubblica piazza di Mentoulles, allora "capitale morale" della zona, davanti alla casa di Claudio Clapier. Applicando il nono e ultimo articolo della transazione, Michele Nevache, sindaco di Mentoulles, versò a titolo di risarcimento nelle mani di Turino Durand, sindaco del Roure, la modica somma di nove fiorini in piccola moneta corrente (altro che i primitivi dieci fiorini bone monete talhie!). Siccome tutti ne avevano fin sopra i capelli di quella faccenda, l'accomodamento fu accettato dal Roure, a nome del quale il sindaco Durand rilasciò debita ricevuta della somma col patto di non avanzare ulteriori richieste. I rappresentanti delle due parti prestaro solenne giuramento supra sancta Dey Euangelia impegnandosi a rispettare i termini dell'accordo secondo il testo dell'instrumentum che il notaio Vinçon aveva stilato poco prima nel priorato e di cui diede egli stesso pubblica lettura. Erano presenti, in qualità di testimoni: il reverendo Antonio Brutinel, cappellano del monastero di Briançon e vicario della chiesa Parrocchiale di San Giusto in Mentoulles; don Pietro Gandoulf di Fraisse, parroco di Usseaux; Johannes Glici de Osasco e Stefano Tonda di Coazze, non meglio specificati, ma probabilmente sacerdoti anche loro.
Finalmente il polverone sollevato dalla malaugurata multa si dissipò e l'atmosfera tornò serena fra Mentoulles e Villaretto. I greggi e la mandrie risalirono all'alpe del Chardounè a brucare placidamente, tra il fischiar delle marmotte, la succosa erba smeraldina, in attesa che il nostro secolo provvedesse ad insozzarla col luridume della sua civiltà avanzata. La buona pace regna da allora tra le due comunità (a meno che non salti fuori qualche documento contraddittore), come si addice a buoni vicini partecipi della medesima sorte in amichevole concordia, vti boni vicini et consortes et amicabiles (et) concordes.
E così continui a regnare nei secoli dei secoli....

1)Villaretto fu sede comunale del Roure dalle origini fino al 1929, anno in cui la sede venne trasferita nel nuovo palazzo municipale costruito al Casè, presso Balma. Lo stesso anno l'antichissimo comune di Mentoulles fu soppresso d'autorità e incorporato in quello di Fenestrelle.
2)Il dèvesium è una forma latinizzata medievale tratta dal dialetto che, a sua volta, la derivava dal latino defensum nel senso di "(terreno) difeso", ossia riservato. Nelle nostre valli il devesio rappresentava la riserva di pascolo, mentre la riserva di bosco era indicata col nome di serva, rimasto ad alcune località, come la Servo d'a Faè. Tali riserve erano costituite prevalentemente, ma non esclusivamente, da beni del comune; il loro sfruttamento era sottoposto ad una ben determinata regolamentazione, precisata in apposite ordinanze la cui trasgressione comportava solitamente una multa, o bannum, inflitta da inflessibili bannerii, o custodi (in patois: loû baniés). Il termine patois dëvée è quasi estinto, ne ho raccolto un paio di testimonianze a Balma, dove ha il senso di pascolo privato, fuori dalle adiacenze del borgo. Ne rimangono invece esempi (più durevoli, questi) in toponomastica, fra cui il più noto è quello di Deveys, frazione del comune di Exilles.
3)Il taglio di una moneta è il numero di pezzi che si coniano da una determinata unità di peso di metallo prezioso ad un certo titolo, o lega; e anticamente corrispondeva al peso legale della moneta. Per esempio, se da un lingotto d'oro di 1 kg.al titolo di 800/1000 si "tagliano" e coniano 100 fiorini, ogni moneta avrà un taglio di 10 grammi, di cui 8 di oro fino e 2 di metallo di lega. Se ne vengono coniati 400, ogni moneta avrà un taglio di 2,5 gr., e così via. E' evidente che, con l'espressione decem florenos bone monete talhie si volevano indicare i fiorini di buona lega e di taglio elevato. L'espressione "piccolo taglio, grosso taglio" è rimasta ai giorni nostri per indicare il valore piccolo o grande di una banconota.
4)Il documento della transazione concernente l'alpe del Chardounè fa parte del Codice Gouthier, dove è collocato dopo le ordinanze sui boschi e pascoli di Mentoulles emesse nel 1515. Il testo della transazione è stato scritto dal notaio Johannet Blanc di Fenestrelle ed occupa 14 pagine (dalla XXIII bis alla XXX). Il notaio Blanc aveva trovato l'originale fra le carte del defunto notaio Giovanni Vinçon. Su richiesta dei Mentolini, egli ne fece una copia legale, che è il solo esemplare pervenutoci. Tale copia non è datata né vi è indicato l'anno in cui morì il notaio Vinçon.
5)Diamo qui i toponimi sotto la forma che hanno, o avrebbero, nell'odierno patois di Mentoulles-Villaretto. Nel testo originario essi sono stati latinizzati; come tali, non sono sempre facilmente citabili se avulsi dal contesto originario.
6)Il termine sello è derivato dal latino cella, pronunciato sella secondo la tendenza fonetica gallo-romanza. Esso aveva ii senso di malga o "grangia", e non è interamente scomparso oggidì (cfr.T.G.Pons Dizionario del dialetto valdese della Val Germanasca, Torre Pellice 1973, alla voce sella). Ha dato origine a molti toponimi tanto nell'area provenzale quanto in quella franco-provenzale, fra i quali Seleiries, Sëleiraut ecc.
7)L' originale presenta la forma "(devesium, via etc.) Yegarum" che, nel dittongo iniziale, rivela un influsso extra-provenzale (l' antico francese ha infatti iegue). La parola èggo, plur. ègga scomparsa oggidì dal patois, significava "giumenta, cavalla" e deriva dal latino equa. Essa esisteva dunque nel patois antico, ma non sappiamo se fosse ancor viva nel 1514. Oggi si ha soltanto cavallo. Il provenzale moderno, invece, possiede ancora la forma ego appunto nel senso di giumenta.
8)Col nome di Rougnouzo si è indicato a lungo il blocco dell'Orsiera sul versante del Chisone. Il senso della parola (che caratterizza parecchie altre cime della frontiera italo francese, come Rognosa di Sestriere, Rognosa d'Etache etc. ) è da ricercare molto probabilmente nel latino "(montanea) ruinosa", cioè montagna dal terreno friabile.
9)Il lago del Chardounè è chiamato nel testo Lacum Nigrum, cioè lago nero, denominazione ancora rintracciabile nella zona di Mentoulles sotto la forma Lôc dâ Niés, secondo la testimonianza del signor Ernesto Nevache, originario della Font dâ Fau.