A proposito delle sanguinose vicende, che nel corso del 1597 ebbero il loro teatro nella stretta della Val Chisone nei pressi del confine tra Delfinato e Piemonte, esiste un documento, il quale, oltre ad affrontare alcune questioni di tecnica militare relative alla guerra di montagna e delle quali, in altra sede, potranno caso mai occuparsene gli specialisti della materia, mette in risalto le qualità dei soldati altovalligiani. Più che le virtù militari, sono sempre state le virtù civiche della gente di montagna, nelle loro civili manifestazioni, quelle che ci affascinano. Tuttavia la storia, e la nostra storia in particolare, è un sanguinoso susseguirsi di fatti di guerra, per cui anche questo aspetto della vita montanara deve'essere preso in considerazione. E anche in questo campo emerge un aspetto positivo e cioè i montanari, quando si trattò di difendere la loro terra, si dimostrarono dei magnifici combattenti ammirati dal nemico, i cui generali facevano carico dei loro insuccessi alle eccellenti qualità militari delle truppe che avevano di fronte. Queste truppe seppero sempre battersi con intelligenza e coraggio, soprattutto per difendere le loro montagne, la loro libertà insomma, espressa in quella carta del 1343 nella quale vollero sancito che non avevano l'obbligo di seguire il loro principe in guerre offensive, ma solo difendere la sua sovranità, difendendo la propria terra.
Il documento mette in luce i diversi ideali che animavano i due contendenti: da una parte, i valligiani, una truppa reclutata fra tutti gli uomini della valle abili alle armi con un sistema, diremmo con espressione moderna, di coscrizione obbligatoria e personale, dall'altra una truppa di disparate nazionalità, in massima parte mercenaria, reclutata non certamente tra la parte migliore della società (spesso per formare le compagnie si vuotavano taverne e galere), che si batteva svogliatamente per la paga, animata solo dalla prospettiva di bottino, frutto di saccheggio.
Gli Altovalligiani, raggruppati in compagnie di castellania (les enfants fogagers), erano inquadrati nei loro escartons per quanto riguardava l'organizzazione d'impiego e di intendenza: quadri, armamento, rifornimenti, paghe, che facevano di quei reparti delle unità omogenee, perfette conoscitrici del terreno sul quale operavano, che si battevano per difendere le loro case, tra popolazioni amiche, alle quali potevano appoggiarsi. Le truppe del Duca di Savoia che le attaccavano, erano invece composte da soldatesche di varie nazionalità: italiani, sia del Ducato di Milano, sia del Vicereame di Napoli; spagnoli, che in quel periodo e in quel settore erano costituiti in maggioranza da catalani; svizzeri, reclutati con i ducatoni del Papa e che costituivano con le loro "insegne" di picchieri, il nerbo delle fanterie, appoggiate da compagnie di archibugieri a piedi, formate da lanzi tedeschi; francesi fuoriusciti, militanti al soldo del Duca di Savoia in reggimenti detti Borgognoni, che erano però formati in massima parte da gente del Delfinato (numerosi erano gli Altovalsusini e un reggimento era comandato da Amedeo de Bardonnèche) e della Provenza, che, per spirito di parte, erano entrati nelle formazioni al servizio della Lega Cattolica, ormai in disfacimento. Essi combattevano con estrema ferocia, sapendo che i compatrioti, senza esitazione, se fossero caduti prigionieri, li avrebbero inesorabilmente passati per le armi. Infine vi erano i Piemontesi, milizie paesane, gente costretta a battersi lontano dal proprio campanile, non adatta ad azioni offensive, che per una causa, alla quale si sentiva estranea, combatteva con scarso impegno, come con scarso impegno si erano battute le milizie dell'escarton d'Oulx, quando erano state costrette (e protestarono energicamente quanto inutilmente) a trasferirsi a Bricherasio, dando deludente prova, tanto che il Lesdiguières presto si vide costretto a ritirarlo. (Che la milizia paesana montanara non fosse truppa adatta a combattere lontano dal proprio paese lo provò ancora una volta la compagnia di Guardia Nazionale altovalsegusina, che, inviata nel 1864 a combattere il brigantaggio nelle Marche, dovette in tutta fretta essere ritirata).
Il documento contiene tre pareri di alti ufficiali ducali sul modo di fronteggiare la difficile situazione creatasi in Val Chisone nel 1597, dove la campagna era iniziata al principio dell'estate offensivamente, ma dove, alla soglia dell'autunno, si era ridotta alla difensiva. Un parere è del conte Masino di Valperga, che aveva sostituito il Ponte, ferito a un braccio da un'archibugiata, nel comando di quel settore operativo; un secondo parere lo esprime Giuseppe Cambiano di Ruffia, Gran Maestro dell'Artiglieria piemontese, il quale esercitava funzioni di consigliere militare presso la Duchezza; infine, il terzo era il parere di Ascannio Vittozzi, uno dei due primi ingegneri militari dell'armata di Carlo Emanuele I (l'altro era Ercole Negro di Sanfront, che in quel periodo si trovava in Savoia al seguito del Duca) e che sul fronte piemontese esercitava le funzioni, diremmo oggi, di capo di stato maggiore.
I pareri dei tre generali praticamente collimano: assicurato il fronte della Valle di Susa (che era tuttavia ben protetto dalle opere del Passo di Susa, le quali, sia sul versante destro a Gravere, sia su quello sinistro a Giaglione, avevano sempre costituito un solido bastione)con circa millecinquecento fanti, occorreva forzare in Val Chisone, dove era necessario concentrare una cospicua massa di quattro o cinquemila uomini che servisse, se ne fosse stato il caso, anche a far fronte ad eventuali puntate nemiche verso la pianura. Ma per avanzare in Val Chisone bisognava adottare un nuovo sistema offensivo, una nuova tattica frutto delle dolorose esperienze del passato. Non più cercare di sfondare nell'illusione di risolvere d'impeto la situazione, occupando la Val Chisone risalendo fino a Pragelato il fondo della valle trascurandone i versanti; ma procedere per gradi assicurandosi l'alto dei versanti stessi e, sul terreno conquistato, solidamente fortificarsi onde farne la base per un nuovo balzo. Innanzi tutto, concordano quei generali, occorre creare prima una solida base di partenza, un forte che chiuda solidamente in modo da disimpegnare gran parte della truppa che vi è posta a custodia, quella porta aperta e incombente su Pinerolo che era la stretta di Perosa. Ed è necessario, insistono i tre alti ufficiali, agire con la massima urgenza, giacché, osserva argutamente il Vittozzi, se non ci si muove in fretta per costruire il forte di sbarramento si muoverà il nemico e "ne leverà il pensiero di far altro, se non facciamo il tutto presto".
Sorgerà così sul roccione di Bec Dauphin il forte di San Giovanni Evangelista, il quale fu opera che realmente mise al sicuro il Pinerolese da operazioni del tipo di quella realizzata dal Lesdiguières nel 1592 e che per circa due anni aveva messa la regione alla mercé di feroci razzie. Non fu invece, come sperava la duchessa, una base di operazioni verso il Pragelatese, possibilità alla quale il Vittozzi realisticamente forse non credeva. A presidio di quell'alta valle c'era "la buontà che si trova nelle milizie", come scrive il Masino. Oltre all'asprezza del terreno su cui dovrebbero operare gli attaccanti, con truppa che il Cambiano qualifica "alquanto abatuta et intimorita" ("mal gente" la definisce la Duchessa, lamentando che quei soldati "mettono il paese alla disperazione"), quello che preoccupa il Vittozzi e che lo rende scettico sull'esito di eventuali offensive è "la gran quantità della buona gente che vi si trova a sua difesa".

4 7bre 97 - Pareri del conte di Masino,
del gen.al Ruffia et capp.no Vittozzi
sopra il negozio di Pragellato.

Propositione del Conte di Masino.
Havendo per lettera del Presidente Provana inteso il successo (intendi: quanto è successo) della barricata della Fenestrella, et essendoli chiamato il parere del Generale dell'Artillaria, Cappitano Ascanio Vittozzi et il suo Dice (intendi: il pensiero del Masino), che sarebbe di parere che si lasciasse in Susa un buon Presidio, et il restante farlo marchiare a questa volta sotto pretesto di volerli mettere nelli Presidij (1); et far un grosso di quattro i cinque milla fanti, et conviene far il stroppo grosso per la buontà che si trova nelle militie, et entrar avanti a un posto che si è veduto dalla parte di qua, per fargli un forte, se così troverà a proposito il cappitano Vittozzi, dall'altra parte, et veder di aprir il passo del colle della Rossa; et tenendo quel posto, a suo giudizio, si crede d'impadronirsi di mezza quella valle et forse tutta. Et quando quel posto non fosse a proposito, procurarne altro migliore. Di puoi dice esser di necessità di far un grosso per quello che si è detto disopra. La II che venendo come ne scrive S.A. il nemico in Piemonte ne più ne meno conviene haver il grosso per poter resistere dove sarà di bisogno. Et questo è quanto.
Il General dell'Artillaria è di parere che con ogni prestezza possibile potendosi haver guatadori si veda Ponte se sarà ben barricato il posto di Bechio delfino ov'al presente si trova il Ponte, che vi si possa lasciar quel numero di gente che sarà giudicato necessario per poter difendere da quella parte, che quelli che andaranno inanti non siano colti alle spalle agiutati dalle barricate vicine, guardate da quelli della valle di Perosa. Ciò fatto che si veda di passar più oltre per occupar un situo dal Cappitano Vittozzi se sarà atto a farsi dissegno di fortezza, che si tenghi quando non (intendi: lo si tenga presidiato anche se giudicato non adatto alla costruzione di un forte), et quando fosse conosciuto che per l'asprezza del vano, non si potesse starvi, riconoscere se vi sarà luogo atto a far qualche forte da poter tener piede in quella valle, perchè con questo senza dubio, coprendo questi Stati da questa parte, sarebbe scala da passar più avanti, perchè bisogna pensare di far questa impresa per la qualità del sito, a passo a passo, senza lasciarsi alle spalle da potervi esser colto. Per far questo vi resta difficoltà nella gente perchè si vede alquanto abatuta et intimorita. Con tutto ciò quando si potesse metter insieme da questa parte un nervo bono di quattro mila fanti almeno, et che resti dalla parte di Susa un mille et cinquecento fanti, se si può, et quello per tener il nemico in gelosia per la perdita del posto di Fenestrelle qual si vede premerlo tanto, acciò non possi se non disunitamente venire a fare contrasto di qua, mentre si procurerà questa impresa et quello che s'ha da fare non porta dilazione, perchè, caso li soggiogasse soccorso de forestieri, non bisognerebbe ritirarli, dovendosi in tutto al meglio parere di V.A. et di questi altri signori.
Il Cappitano Vittozzi dice che dall'occasione passata dal principio di questa impresa di Pragellato le difficoltà che si trovano tra quali, due principali sono da essere molto considerate, l'una è la qualità del sito della valle fortissimo, l'altra la gran quantità della buona gente che vi si trova a sua diffesa che tutto hanno causato che non si è potuto effettuare altro dell'ordine dato da S.A. et massime vedo che al presente si potrà far poco d'avantaggio, atteso il poco numero della soldatesca di S.A. et il gran soccorso che si è per haver il nemico. Però sono di parere delli suddetti, cioè che si faccia quanto prima un forte cominciato et potendosi haver comodità di tempo et forze come si dice ancor di farne un altro in qualche sitto più avanti sino a quel posto che si visto dietro le barricate del colle della Rossa; che questo sarebbe in tutto et per tutto abastanza per porre il freno alla val di Pragelato et si teneria l'occasione di passaggio al nemico, di non pensare et venire a porre il piede con tutta la sua comodità in Piemonte come può, massime nella parte di Giaveno, nell'occupazione di quel luogo et paese vicino senza detti forti da farsi, non haverà alcuna difficoltà in alloggiarsi et lasciarsi in suo potere tutta la Val di Susa, alloggiandosi a Rivoli come temo. Però per ovviare a questi inconvenienti supplico si debba con ogni diligenza cercar di stabilire detti forti, et quando non si possino tutti almeno il principale et Beco delfino et un altro a Chiamplant, overo dov'è ora il forte della Perosa più adietro nel paese di S.A. et sopra le barricate che guardano quelle delle Perosa, ancorchè mi dubito de la fortuna del nemico et la debolezza mia ne leverà il pensiero di far altro, se non facciamo tutto presto. Et•questo è quanto. (A.S.T.Sez.di corte, Materie Militari, Imprese, Mazzo 27 della catena).


(1) Trattandosi di truppe di ventura era normale che venissero ingaggiate o trasferite con la promessa di servire in una comoda guarnigione, anzicché su un fronte "caldo" di guerra guerreggiata; questo onde evitare richieste di alti premi di ingaggio all'atto degli arruolamenti o diserzioni nell' imminenza di trasferimenti. Questo sistematico mentire fu in atto fino a che ci furono milizie mercenarie. Ce ne offre un esempio nella seconda metà del secolo XVII il comandante del forte di Exilles il du Prat la Bastie, il quale tenne quel comando al tempo del governo di Benigno di Saint Mars (che aveva in custodia la Maschera di Ferro), a cui successe nel 1687, morendo poi a Exilles nel 1693. Avendo chiesto di reclutare una propria compagnia in cambio di quel comando, che non gli era gradito, specifica che all' atto dell' arruolamento prometterà agli arruolandi che la compagnia servirà di guarnigione al forte di Exilles giacché in caso contrario "ne voudroint pas s'engager pour alter ailleurs. Mais une fois qu' ils seroint enroollez Sa Majesté le farait marcher ou il plus pleroit".