"E quando la gente domanderà a Tizio e a Caio: che cos'è questa cupola? risponderanno: è la tomba del Poeta: di uno che scrisse canzoni per una bella di nome Miréio. Esse sone sparse un po' ovunque, come le zanzare della Camargue. Ma egli abitava a Maiano ed i vecchi del paese l'han visto di frequente per i nostri sentieri. E poi un giorno diranno che era un tale che avevano fatto Re di Provenza. Il suo nome non sopravvive che al canto dei grilli neri. E finalmente, come spiegazione, diranno, è la tomba di un mago, perchè il monumento porta scolpita una stella a sette punte.
Queste frasi sono i versi di una poesia "Moun toumben", la mia tomba, di Federico Mistral, dove il poeta, già, avanzato nell'età, vedeva nella sua tomba e , cioè dopo la sua morte, l'affossamento dei suoi ideali, per cui egli s'era battuto tutta la vita.
Sin dalla prima infanzia egli amò la propria lingua, il provenzale, e no capiva èrchè il padre e la madre, che pure parlavano con lui e con i contadini in patois, non appena arrivava qualche ospite di riguardo, si mettevano a parlare in francese. E, sempre con la madre, egli con la testa reclinata sul suo grembo, apprendeva le novelle e le leggende tradizionali. Conobbe così eroine e folletti, masche e maghi, di cui è piena la tradizione poplare. Vagò per i campi con i contadini, ai quali chiedeva tutti i segreti della campagna. Nel 1843 fu mandato ad Avignone a frequentare il liceo. "Che tristezza", afferemerà il Mistral, "trovarsi a scuola", dove tutti parlavano francese e no comprendevano il provenzale, considerandolo una parlata adatta a gente rozza; tornava di nuovo a sorridere quando il professore interrompeva Virgilio e declamava "Lou siege de Cadarousso", poema provenzale dell'Abate Fabre. Nel 1844 avrà un incontro molto importante per la sua vita: conoscerà, avendolo come professore a scuola, il poeta Romaniho, (l'uno felice di aver trovato un confidente della sua musa, preparato a comprenderlo, l'altro impaziente di entrare nel santuario del suo sogno: e si dettero la mano come figli dello stesso Dio).
Terminò il liceo ed andò ad Aix-en-Provence, a frequentare gli studi di legge, mentre il Romaniho, dopo aver pubblicato alcune poesie in provenzale, pubblicò un'antologia chiamata "Li Prouvençalo", cui partecipano tra l'altro Aubanel e molti giovani poeti patoisants; Mistral scriverà alcune poesie, una, di queste è "Buon giorno a tutti" - "Noi trovammo sulle sponde - rivestita di stracci.- la lingua provenzale -pascolava le sue pecore- e abbronzata aveva la pelle- dal calore, la poveretta - non aveva che i capelli - per coprirsi le spalle - Una schiera di ragazzi, vedendola sì bella - si sentirono commossi -Essi siano i benvenuti- poichè l'hanno rivestita come una signorina".
Appena licenziato dalla facoltà di legge, tornò a Maiano e si mise a pensare a Miréio. Fu un lavoro lungo, che lo impegnò per sette anni. Nel frattempo con alcuni poeti si trovò a Ponte Segugno il 21 Maggio del 1854, giorno di Santo Estello: fu in quel giorno che si pronunciò la parola Felibre, che divenne famosa in tutto il mondo; che cosa voleva dire Felibre? Fu il Mistral stesso a suggerirlo, poichè lui lo aveva udito in un canto popolare, dove si parlava di Gesù Bambino e della sua disputa al tempio con i dottori della lagge (set Felibre de la lei): i sette poeti convenuti a Fonte Segugno, sarebbero diventati i sette Felibre del provenzale.
Marzo 1859: uscì Miréio, "è un trionfo" farà dire al Lamartine che lo rivelerà a se stesso e a tutta la Francia (è nato un nuovo omero). La prima edizione si esaurisce in poco tempo, la seconda la'utore la dedicava al Lamartine, "ti consacro Miréio: è il mio cuore, è la mia anima. Ê il fiore dei miei anni. È un grappolo della Crau che con tutte le foglie t'offre un contadino. Ma che cos'è Mireio? Un poema epico, un poema avventuroso? No,nulla di tutto questo, Miréio è il poema dell'amore,l'amore universale; dall'amore per la propria lingua (Miréio è scritto in provenzale) all'amore per la sua terra, per i suoi contadini: e Miréio è pervasa da cima a fondo di vita
paesana, di folklore, di superstizioni, tipicamente popolari; è il poema infine dell'amore elementare ed anche qui il poeta sceglie i personaggi con cura, perchè questo amore dev'essere puro, sia spiritualmente che materialmente: Miréio infatti ha quindici anni e Vincenzo, l'amato, ne ha sedici.
Purezza e fede nell'amore si ha quando il padre di lei (ricco proprietario terriero) si oppone a che sua figlia si prometta a Vincenzo, povero canestraio (perchè i padri sono padri e la loro volontà dev'essere fatta). Piange e si dispera Miréio, passa la notte insonne, poi si ricorderà che Vincenzo un giorno le aveva detto: "e voi pure signorina, Dio vi mantenga felice e bella, ma se una sventura vi assalissse ed il dolore vi opprimesse, oh correte alle Sante Marie ed un sollievo tosto ne verrà" e decide di fuggire da casa, per andare a chiedere grazia alle Sante, per il suo amore contrastato. Fugge da
casa che non è ancora l'alba (i cani sdraiati fra i pinis con il muso a terra, la riconoscono, muti. I chiurli svegliano; dalle cime dei quercioli si alzano e la salutano. Ella vola sui piedi, non toccano il suolo: sfiorano i ciuffi dei cardi e delle canfore. Vola verso la luce della sua fede: mentre dietro di lei cala l'ombra dei paurosi presentimenti e dei sinistri presagi. Dov'è Miréio? E nll'ora del lavoro i falciatori lasciano le falci, i carrettieri i loro carretti, i mandriani le loro mandrie, i mietitori i covoni nei campi, e gli aratori nel solco i loro aratri. Ella, la fanciulla di Provenza, l'anima animosa della sua terra, non è più che un'ansia muta d'amore, che vola lontano, che si isola dal mondo e che si attacca dalla sua terra, che si è fatta deserta. Miréio attraversa la Crau; silenziosa; pietosa, immensa come
i corpi dei giganti, ai quali serve di sepoltura; attraversa la Camargue, infinita, con le sue mobili dune, con i suoi piani salmastri, i rari tamerici; gli esili canneti e gli sterpeti adusti: uno squallore di paesaggio; che il sole inonda; orizzonti che evaporano nell'atmosfera che accieca, diafana e palpitante; silenzi che incatenano l'anima e la chiudono in sé e annullano tutto intorno alla vita). Quando é in prossimità del Santuario, cade ed invoca l'aiuto delle Sante o confida loro "Sono una <chato> de Prouvenço, voglio bene a un ragazzo, ma i miei genitori non vogliono: ma io l'amo, io l'amo". All'amore profano di Miréio contrappongono il loro mistico amore per Gesù, per il quale vissero e morirono e per il quale sono là sepolte. "Grande è la tua fede, Miréio, poiché tu domandi a noi l'aiuto per l'amore terreno, a noi che siamo morte por l'amore Sacro. Solo trasferendolo in Dio, l'amore può essere vero amore". Miréio viene trasportata a braccia dagli abitanti del luogo che l'hanno trovata svenuta nella Camargue; intanto al Santuario giungono i parenti, e grande è il loro dolore, nel vedere Miréio moribonda. Ora son tutti premurosi nei suoi riguardi e lei per tutti sa trovare parole di conforto; alla disperazione di Vincenzo ella sorride, perché lui non può capire la beatitudine che c'è in lei "Oh, Vincenzo, non puoi vedere il mio cuore come dentro un vetro ma egli abbonda di conforti e, è come una fonte, che versa gioia e delizia in abbondanza". E aggiunge ancora "La morte, questa parola, che cos'è? Una nebbia che svanisce ai tocchi della campana, un sogno che ci sveglia alla fine della notte". Così muore Miréio, martire dell'amore profano. Essa trova la morte nell'amore sacro "pellegrina della fede spintavi dall'amore". Dopo Miréio, che cosa farà Mistral? Molte cose. Tra l'altro, nel 1904 riceverà dall'Accademia Svedese il premio Nobel per la letteratura; ma lascerò parlare ancora una volta Mistral, per queste conclusioni.
"Sarebbe bello ma sarebbe troppo lungo farvi il racconto della Nostro Reneissenço, di raccontarvi la storia di quella Rivoluzione letteraria e pacifica, che prendendo una lingua abbandonata e rinnegata a forza di passione e d'amore, ha finito per essere presa in considerazione da tutti i letterati. Certamente sarebbe bello raccontare l'alba della nuova primavera della nostra poesia, e dire a voi come cominciammo: quando eravamo in tre e poi sette, quando diventammo numerosi, particolarmente lieti di coprire la nostra terra con la nostra lingua madre.
Prendemmo ad una ad una le città della nostra Provenza, e con le nostre canzoni conquistammo la Linguadoca e gli altri popolosi paesi occitani, andammo a Parigi e piantammo la bandiera del Mezzogiorno. Passammo in territorio straniero facendo risuonare all'Europa gli echi nel nome di quella Provenza, che i nostri vecchi cantori le avevano insegnato".