(LV, 1976, N.14):
Lo studio delle lingue neolatine è considerato dai linguisti come privilegiato, poiché esse costituiscono l'unico gruppo, nell'ambito delle lingue parlate in Europa, di cui si conosca perfettamente la lingua madre: il latino. Le lingue di ceppo germanico e slavo non godono di tale privilegio, poiché rari, sporadici o assolutamente inesistenti sono i documenti o monumenti scritti nelle loro rispettive lingue madri.
La famiglia delle lingue neolatine occupa ancor oggi, in Europa, una vasta porzione dell'antico Impero Romano, e cioè la Penisola iberica, la Gallia, l'Italia e la Dacia. Essa comprende perciò: il «gruppo iberico» (lusitano o portoghese, castigliano o spagnolo), il «gruppo gallico» (occitanico e francese), il «gruppo italico» ed il «romeno». I linguisti includono giustamente in questa famiglia altre lingue minori (latino, sardo, dalmatico) su cui però è superfluo dilungarsi in questa sede.
Per giungere a delimitare il dialetto provenzale del Chisone e della Germanasca occorre dare un'occhiata a quella che è chiamata l'area delle parlate gallo-romanze (praticamente il gruppo gallico di cui sopra), area occupata in massima parte dalla Francia odierna.
Orbene, l'area gallo-romanza comprende tre gruppi dialettali:
I- il gruppo d'oil (oil è l'antica forma di oui), da cui trae origine il francese come lingua di Stato. Esso si estende sui due terzi settentrionali della Francia e comprende altresì la regione wallone nel Belgio.
II- Il gruppo d'oc, detto anche occitano (da oc = sì), in cui il provenzale si è particolarmente distinto come lingua letteraria (la prima letteratura neolatina fu infatti provenzale). Si estende sulla parte meridionale della Francia (Guascogna, Limòsino, Alvernia, Linguadoc, Provenza, Delfinato centromeridionale). Sconfina a sud-ovest in Spagna, dove il catalano è considerato come lingua occitanica, e ad est in territorio piemontese, dalla Val Vermenagna (o anche dalle alte valli monregalesi) all'alta valle della Dora Riparia.
III- Il gruppo franco-provenzale, storicamente molto meno importante e senza grandi tradizioni letterarie, il quale comprende, grosso modo, il Delfinato settentrionale, il Lionese, la Savoia, il Giura francese. Sconfina in Svizzera, dove la cosiddetta Svizzera francese (o romanda) è quasi tutta franco-provenzale, e in territorio piemontese, dalla bassa Valle della Dora Riparia al bacino della Dora Baltea, o Valle d'Aosta.
Ognuna delle regioni qui sopra citate al n.II è caratterizzata da un certo tipo di occitano; troviamo perciò il guascone, l'alverniate, il linguadociano ecc. Esiste però un insieme di regioni il cui idioma è chiamato collettivamente provenzale, poiché la Provenza ne costituisce il nucleo più importante sotto ogni punto di vista. Tuttavia il provenzale delfinese (e quindi anche quello parlato nelle valli Germanasca, Chisone e Alta Dora) è ancor meglio specificato dalla denominazione di provenzale alpino.
Il Dott.Ernst Hirsch, partendo dal punto di vista fonetico, distingue molto opportunamente l'area linguistica provenzale del Piemonte in tre zone distinte:
a) zona settentrionale, con le valli dell'alta Dora Riparia, del Chisone e della Germanasca.
b) zona mediana, con le valli del Pellice, del Po, della Varaita, della Maira, del Grana e della Stura di Cuneo.
c) zona meridionale, con le valli del Gesso, della Vermenagna, dell'Ellero e del Corsaglia.
Queste sono dunque le valli del versante piemontese in cui esistono tuttora propaggini provenzaleggianti. Orbene, quali sono esattamente le aree di queste cosiddette propaggini e qual è il loro limite con l'area piemontese, ovverossia gallo-italica? Dato il plurilinguismo degli abitanti, non sono facili da precisare. In certe valli esistono poi isolotti parzialmente piemontesizzati (Sampeire, Perrero, Fenestrelle ecc.) che imbrogliano la scacchiera etnico-linguistica. Si può comunque affermare che, in linea di massima, sono provenzali le valli della Vermenagna da Vernante in su, del Gesso dopo Demonte, del Grana dopo Monterosso, della Maira dopo San Damiano, della Varaita da Melle in su, del Po dopo Paesana, del Pellice nei comuni di Angrogna e Rorà e, parzialmente, di quelli di Villar Pellice e Bobbio.
Ma il complesso geograficamente più compatto (a causa della disposizione arcuata od a ventaglio delle alte valli) è quello costituito dalla zona settentrionale. Il provenzale è già presente a Prarostino, con diramazioni fino a San Secondo, cioè a un paio di chilometri da Pinerolo (Prarostino costituisce però già un'area di transizione verso la zona mediana). Sono provenzaleggianti il versante destro della bassa Val Chisone (o Val Perosa), la Val Germanasca (o Val San Martino), l'alta Val Chisone a monte di Perosa Argentina (che attualmente è un centro tipicamente cosmopolitico). Al provenzale alpino apparteneva anche il patouà di Grandubbione, sulla sinistra del basso Chisone, progressivamente scomparso in questo dopoguerra a causa del quasi totale spopolamento di questo comune montano, nonché quello del Talucco (comune di Pinerolo), che è noto solo più a qualche persona anziana. Di là dallo spartiacque Chisone-Sangone, il dialetto di Coazze rappresenta già un'area di transizione verso il franco-provenzale della bassa Valle di Susa.
Il gruppo montuoso Orsiera-Roc Ciavrè segna quindi un importante confine linguistico fra l'area provenzale e quella franco-provenzale del Piemonte; confine che, abbandonando lo spartiacque al M.Pintas (ad ovest del Colle delle Finestre) e scendendo sul versante segusino, segue il rio Gelassa che separa Chiomonte (ultimo comune provenzaleggiante) da Gravere, traversa la Dora Riparia, indi risale verso il gruppo d'Ambin per il vallone della Clarea.
Poiché l'alta valle della Dora Riparia non gravita verso Pinerolo, ma verso Susa, limiteremo per il momento il nostro esame alle aree del Chisone e della Germanasca, con la speranza - come accennato prima - di poterlo estendere al più presto anche alla valle nostra vicina e nostra sorella di lingua.

CARATTERI DEL PROVENZALE
Abbiamo dunque situato geograficamente l'occitano, nell'àmbito del quale, come abbiamo detto, assume particolare rilievo il provenzale; in esso il provenzale alpino è il nostro dialetto le cui varianti sono dette patouà.
Prima di applicarci ad esaminare metodicamente i patouà della Germanasca e del Chisone occorre fare una premessa. Mentre in genere si hanno idee abbastanza chiare sulle varie lingue neolatine di Stato, nel Piemonte stesso forse ancora più che altrove il pubblico rivela un'incredibile ignoranza circa il provenzale, lingua adiacente, ed i suoi dialetti parlati in Piemonte. In questo campo l'università di Torino brilla per la sua assenza: niente filologia occitanica (basta quella romanza), niente lingua e letteratura provenzale. In compenso, lo statuto della Facoltà ai Lettere contempla la filologia micenea o, come premio di consolazione per la nostra fame, la lingua e letteratura catalana (affiancata a quella tibetana).
Come dunque si presenta questo provenzale, e in particolare il provenzale alpino della zona settentrionale?
Per dare una risposta comprensibile dobbiamo anzitutto rifarci a quella distinzione che i linguisti stabiliscono all'interno dell'area in cui si parlano le lingue romanze o neolatine, area che essi chiamano Romània e che dividono in due grandi zone: Romània orientale e Romània occidentale. La prima comprende il romeno e l'italiano (o meglio, le parlate italiche, inclusi quindi i dialetti gallo-italici del Settentrione); la seconda comprende il francese, l'occitano, il castigliano e il lusitano.
Quali sono i tratti caratterizzanti della Romània occidentale? Fra i più tipici (propri quindi anche del provenzale alpino) troviamo i seguenti:
1) plurale in -s (anche se in talune lingue o dialetti non è più pronunciato): prov.alp. pan-pans, fr. pain-pains, sp. pan -panes. Invece it. pane-pani, piem. pan invariabile.
2) pròstesi di e- davanti ad s impura iniziale: prov.alp. e(i)colo, prov. escolo, fr. école; sp. escuela. Inv.it. scuola, piem.scola.
3) conservazione dei gruppi consonantici b/c/f/g/p + l primitivi (conservati d'altronde anche in romeno): prov.alp., prov.e fr. blanc, sp. blanco; inv. it. bianco, piem. bianc. Prov. alp. e prov. clar, fr. clair, sp. claro; inv.it. chiaro, piem. ciair. Prov.alp. e prov. flour, fr. fleur, sp. flor (tutti femminili); inv.it. fiore, piem. fiur (entrambi maschili). Prov.alp. aglant, prov. aglan, fr. gland, sp.dial. glande; inv.it. ghianda, piem. agiàn. Prov.alp. e prov. plen, fr. plein, sp. lleno (ulteriore sviluppo in ll, pron. gl'); inv. it. pieno, piem. pièn.
Se questi tratti stabiliscono senza ombra di dubbio l'appartenenza del provenzale alla Romània occidentale, altri ne esistono che caratterizzano il provenzale in sé. Eccone alcuni:
I)la desinenza femminile sing. -a è passata ad -o (questa mutazione ha investito quasi tutta l'area provenzale nel XV sec.): l'aigo = l'acqua, prov.alp. la jauto = la guancia, la lampo = la lampada, ecc.
II)conservazione del dittongo «au» del latino: auro = vento, pauzâ = posare, prov. gau, tau(r) = gioia, toro lat. gaudiu-, tauru-).
III)mantenimento di «a» nella desinenza verbale -are: pasâ, fr. passer, piem. passé.
Il provenzale possiede poi una formazione tipica (sebbene non esclusiva) per indicare i giorni della settimana, come dilu(n), dimars..., it. lunedì, martedì, fr. lundi, mardi, piem. luñes, martes, sp. lunes, martes. Il provenzale ha pure un insieme lessicale caratterizzante, che però presenta spesso punti in comune con il piemontese ad est ed il castigliano ad ovest. A questo insieme lessicale ha attinto abbondantemente il francese, specialmente nell'epoca medievale, traendone parole come: bastille, cabestan (= àrgano), yeuse (= leccio), cadeau, fat (= vanesio), goujat (= cafone) ecc., e anche amour che, secondo le regole fonetiche del francese, dovrebbe essere ameur.


CARATTERI DEL PROVENZALE ALPINO
(Zona settentrionale)
Nell'àmbito del provenzale, il provenzale alpino delle nostre valli è caratterizzato da aspetti suoi propri, di cui ecco i principali:
I)Palatalizzazione dei gruppi c+a, g+a: chabbro = capra (prov. cabro), chat (dal basso lat. Cattu-) = gatto (prov. cat), jabbio = gabbia (prov. gabi), jal = gallo (prov. gau). A questo fenomeno non è estraneo il piem. della fascia subalpina, dove si ha ciat di fronte al torinese gat.
II)Vocalizzazione delle consonanti occlusive impure (cioè seguite da un'altra consonante): lait da lacte-, paire da patre-, veire da vitru-, caire da quadru-, mèire da met(e)re = mietere, meirâ da migrare, Jaime da Iac(o)mu- = Giacomo. Questo fenomeno è identico per il gruppo ct in franc. e nel piem. dell'area approssimativamente torinese: fr. fait, nuit - tor. fait, nöit. Invece nelle valli della zona mediana e meridionale il gruppo ct passa a c': fach, lach = fatto, latte, inv. di fait, lait. Questo fenomeno si verifica anche nell'area approssimativamente cuneese ed in provenzale.
III)Conservazione di l' = gl(i) che in prov., piem. e francese odierno si è dilatato in i consonantico: palho, ma prov. paio, piem. paia, fr. pai(ll)e; travalh, prov. e piem. travai, fr. travai(1).
IV)Caduta di s impura interna (con eventuale allungamento della sillaba precedente): la coto, prov. la costo, piem. la costa; piitâ, prov. pistâ, piem. Pisté; prov.l'estiéu, piem. l'istà.
La caduta, o meno, di consonanti provoca una percettibilissima alternanza di vocali lunghe e brevi che caratterizza i nostri patouà; alternanza praticamente estranea al piemontese odierno. Eccone un esempio: lâ bèllaa fènnaa dâ Viaaret, da «las bellas fennas dal Vial(a)ret» = le belle donne di Villaretto.
V)Nella coniugazione, presenza di un tempo potenziale passato derivato dal perfetto (passato remoto) ancora in uso di là dalli Alpi: â «chantero» ben, ma senso gaubi = cantava forse bene, ma senza garbo.
Il passato remoto, oggi come oggi, risulta scomparso dall'uso, come in piemontese, ma l'antica forma di questo tempo serve ancora da potenziale passato. Quanto al potenziale presente, ne parleremo più tardi facendo un confronto fra germanasco ed alto chisonese.


(LV, 1977, N.16):
Se si vuol capire meglio il carattere etnico delle valli di parlata provenzale occorre penetrare, sia pure in modo elementare, il linguaggio, che è l'aspetto più tipico di qualunque civiltà. Per far ciò è indispensabile conoscere l'ortografia del provenzale alpino (zona settentrionale) quale è adottata dalla VALADDO. Essa si fonda sull'ortografia del provenzale letterario, alla quale sono stati applicati opportuni adattamenti, poichè il patouà della nostra zona è foneticamente molto più ricco e vario del provenzale. Ne diamo qui le particolarità che la differenziano maggiormente dall'italiano.

VOCALI
u = ü /ë = ë nel piem. fiëtta (vocale neutra) / digrammi eu, ou = ö, u.

CONSONANTI
ch = c(i) dell'it.; j = g(i) dell'it. / que, qui = che, chi; gue, gui = ghe, ghi / lh = gl(i) dell'it. / s è sempre dura come in sordo (â paso = egli passa); z è sempre come z dolce in rosa (â pezo = egli pesa).

ACCENTI
Circonflesso: contrassegna normalmente le vocali lunghe finali (ê ed ò sono anche aperte): dê = dieci, eubrî = aprire, eiroû = felice.
Grave: contrassegna normalmente le vocali brevi finali (è ed ò sono anche aperte): sapè = abetaia, flambò = tanghero. Nell'interno della parola contrassegna è ed ò aperte: tèto = testa, còtto = gonna (senza accento si sottintende che e ed o sono chiuse: creto = cresta, coto = costa).
Nei digrammi l'accento si colloca sulla u (vedi eiroû). Quando sia collocato sulla è o sulla ò abbiamo le pronunce separate e-u, o-u ottenendo dei dittonghi: mèur (alto chisonese) - maturo, pòu (germanasco) - paura.

OSSERVAZIONI
a) Il dittongo au si legge come in it. (quindi non a-ü: chisonese) pau(r) = paura.
b) Per ragioni dattilografiche (e spesso anche tipografiche) e ed o finali lunghe e chiuse si scrivono ee, oo: pee = peso, groo = grosso.

CONCLUSIONE
I problemi ortografici del patouà sono molto più complessi di quanto non appaia qui sopra. Perciò rimandiamo ad un'altra trattazione l'esposizione dei punti non ancora definitivamente risolti (se mai si potranno risolvere!): le vocali nasali in pragelatese e nell'alta Dora; l faucale a Villaretto-Mentoula; n, r, l attenuate del Roure d'aval, n assorbita nella nasalizzazione intervocalica come a Pral e al Faè, s e z palatizzate (sh, zh) di una certa area dell'alta Dora, etc.
Nella maggior parte dei casi la soluzione dei problemi ortografici ancora in sospeso è pesantemente condizionata dalla servitù tecnica imposta dai mezzi dattilografici e tipografici.

GERMANASCO E CHISONESE.
Lo studioso tedesco Ernst Hirsch distingue il dialetto provenzale alpino della Germanasca e del Chisone in due gruppi maggiori di patouà che egli denomina germanasco e alto chisonese. Abbiamo già avuto occasione di constatare la validità di questa distinzione.
Geograficamente, il germanasco comprende non soltanto la Val Germanasca (o Val San Martino), ma anche il versante destro della bassa al Chisone (comuni di San Germano, Pramollo, Inverso Pinasca), il versante sinistro con i dintorni di Perosa Argentina ed il comune di Grandubbione (cfr. «LA VALADDO» n. 14 pag.7), nonché, in alta Val Chisone, la parrocchia di Meano (comune di Perosa Arg.) e le frazioni V'lou Boc (Castel del Bosco), Charjau (Roreto) e La Balmo (Balma) del comune di Roure, linguisticamente definibili con «lou Roure d'aval».
Tempo addietro, il patouà di tipo germanasco copriva un'area molto più estesa, poichè comprendeva l'abitato di Perosa (il quale costituisce ancor oggi un caso a sè stante), il comune di Pinasca, il comune di Villar Perosa e si spingeva fin verso il Malanaggio. L'aspetto etnico dei comuni di Pinasca e di Villar Perosa cominciò a mutare dopo il grande esodo valdese (circa 280 anni fa) che ridusse fortemente la loro popolazione; questa si rinnovò a poco a poco con elementi in parte piemontesi immigrati dalla pianura.
Dopo Balma, e cioè a partire da Villaretto (Viaaret in patouà), comincia l'area dell'alto chisonese che si estende fino a Sestriere.
La scoperta del Codice Gouthier ha permesso di accertare che, ancora nella prima metà del '500, non si sarebbe potuta stabilire l'attuale distinzione, poichè le parlate erano più o meno comuni in entrambe le valli, differenziate soltanto da varianti locali. Le vicende politiche e religiose dei secoli XVI e XVII hanno provocato gran parte delle divergenze che caratterizzano la situazione attuale.
Come sempre, anche fra questi due gruppi dialettali il confine non è netto. Da Meano a Balma il germanasco va sfumandosi. A Villaretto il patouà, già nettemente alto-chisonese, accoglie tuttavia frequenti innovazioni di tipo germanasco, come è già stato analizzato ampiamente in «Come evolve un patouà» («LA VALADDO» n.8 e 9).
Vediamo ora di delineare schematicamente i due gruppi scegliendo un certo numero di fenomeni fonetici e morfologici.

I)GERMANASCO: conservazione di â tonica e lunga: grâ = grasso.
A.CHISONESE: â tonica e lunga diventa ô = grô.

II)GERMANASCO: conservazione di -e, -o (atone finali) = darèire la pòrto = dietro la porta.
A.CHISONESE: -e, -o si confondono in -(ë): darèir(ë) la pòrt(ë).
Nota: a San Germano (germanasco) la desinenza -o è tornata ad -a: sing: la porta (pl.lâ porta), mentre ad Inverso Pinasca le è già molto vicina.
A Villaretto e Mentoula (a.chisonese) -e ed -o si sono mantenute.

III)GERMANASCO: pròstesi ei-: elcolo = scuola.
A.CHISONESE: pròstesi ee-: eecol(ë).
Nota: in pragelatese la prostesi ee- si restringe in ii-: iicolë.

IV)GERMANASCO: presenta ë in sillaba tonica: la dënt, la cournëtto, Manëlho = il dente, la cornetta, Maniglia (topon.).
A.CHISONESE: manca di ë in sillaba tonica: la dent, la cournètt(ë), Manèlh(ë).
Nota: a Meano e al Roure d'aval (germanasco) c'è assenza di ë tonica, come in a.chisonese.

V)GERMANASCO: prefissi ëm-, ën-, ër-: empaatâ, ënclaure, ërlamâ= impastare, rinchiudere il bestiame, allentare.
A.CHISONESE: prefissi em-, en-, ar-: empaatô, enclaur(ë), arlamô.
Nota: a Meano e al Roure d'aval i prefissi sono come in a. Chisonese.

VI)GERMANASCO: dittongo eui (pron.öi) neuit, Seuizo = notte, Susa.
A.CHISONESE: dittongo èu (pron. e-u): nèut, Sèuzo.
Nota: eui arriva fino a V'lou Boc: dal Charjau a Montoula si ha èü.

VII)GERMANASCO: dittongo òu: la plòu = piove.
A.CHISONESE: dittongo au = la plau.
Nota: la demarcazione fra òu e au passa fra V'lou Boc e il Charjau.

VIII)GERMANASCO: articolo determinativo masc.: sing. lou, plur.lî.
A.CHISONESE: art.det.masch.: sing.lë, plur.loû.

IX)GERMANASCO: plur.pronominale masc.in -i: (ei)quel, el = quello, egli, plur. (ei)quëlli, elli (o lour); moun, toun, soun = mio, tuo, suo (aggettivi), plur. mî, tî, sî.
A.CHISCNESE: pl. pron. masc. in -ou: quellou, ellou; moû, toû,soû.

X)GERMANASCO: plur. nominale invariabile (tranne per -o): lou pan = il pane, pl. lî pan; lou val = il vaglio, pl.lî val; la sore = la sorella, pl. lâ sore.
A.CHISONESE: plur. variabile: lë pan; loû pans, lë vòl - loû vòls, la sor(ë) - lâ sori.
Nota: al Charjau e a Balma (germanasco) il plur. dei nomi in -e non è più invariabile: la sore - lâ sori.

XI)GERMANASCO: forma interrogativa con la particella lo: â minjo-lò? = mangia (egli)?
A.CHISONESE: forma int.senza particella e con la sola inversione del pronome soggetto (forte): ming-el?
Nota: a Meano e Roure d'aval come in alto chisonese.

XII)GERMANASCO: comparativo di maggioranza con pi... qué...
A.CHISONESE: comp.di magg. con plû...quë...

XIII)GERMANASCO: imperativo di 1.a Pers. plur. in -oummo: parloummo, venduommo - parliamo! vendiamo!
A.CHISONESE: imperativo come al presente: parleen, vendeen.
Nota: a Meano e a Roure d'aval come in alto chisonese.

XIV)GERMANASCO: futuro con valore unicamente dubitativo: â parlërè = (egli) sta forse parlando.
A.CHISONESE: futuro con valore proprio: â parlarè: (egli) parlerà.
Nota: a Meano e Roure d'aval come in alto chisonese.

CONCLUSIONI.
Esistono poi, beninteso, numerose particolarità lessicali che caratterizzano i due gruppi. A questo riguardo la linea di demarcazione corre piuttosto fra Meano e Pomaretto all'incirca. Cosa affatto naturale se si pensa alle vicende politiche di grande peso vissute dalle due valli. Basti dire che l'alta Val Chisone fu terra di Francia fino al 1713, mentre la Val Germanasca ed il versante destro della bassa Val Chisone furono sempre (salvo periodi relativamente brevi) terra di Savoia.
Perciò le attuali differenze lessicali furono provocate prevalentemente dalla diversa situazione storica e dalle vicende religiose. Per es., Pramollo e San Germano conservano, per dire «faccia», il termine occitanico charo, diventato chano in Val Germanasca (provenzale caro). In Val Chisone questo termine è stato dimenticato e sostituito da francesismi come figur(ë), vizagg(ë); si è mantenuto però, con valore particolare, mour(ë).
Il germanasco conserva l'esatto termine provenzale megge = medico, mentre in Val Chisone si è imposto il francesismo medësin. Così il germanasco aze = asino, è òne/ane in chisonese, dove però il Codice Gouthier attesta ancora azze.
Ma non sono rari i casi opposti, cioè quelli in cui il chisonese è più conservativo. Per es. il germanasco, per la lunga pratica del francese come lingua colta, ha adottato (v)oui per dire «sì», mentre tutta l'alta Val Chisone ha mantenuto il suo òi(e) provenzale. Così in tutta l'alta Chisone il verbo «prendere » è rimasto prènne, mentre il germanasco presenta pilhâ.
Altri termini cadono in disuso, ma sono conservati dalla toponomastica. Per es.: l'ontano ha, sia in germanasco che in alto chisonese, due nomi: vèrno (ontano arboreo) e drau (ontano cespuglioso). Orbene il pragelatese conosce solo più il termine vèrnë; ma il fatto che una volta possedesse anche il termine drau è testimoniato da alcuni nomi di luogo.
Altro esempio: il nome del pino cembro èlv(ë)/elvou (notato dal Pons nel suo Dizionario) = pino cembro, è praticamente dimenticato dalla popolazione, la quale adopera ormai la parola generica pin; ma ecco una frazione di Pragelato che si chiama l'Alëvè, cioè la pineta di cembri.