Quest'argomento dovrebbe essere preceduto da un esame sul genere dei nomi. Diciamo subito che quest'esame non ha importanza per lo studio della formazione del plurale. Basti fare due osservazioni:
1) Il PV, come tutti gli altri patois del provenzale alpino, conosce due soli generi: il maschile ed il femminile;
2) la desinenza -o (quindi àtona) dei nomi comuni è esclusivamente femminile.

Il plurale dei nomi in PV è lungi dal riflettere la semplificazione a cui sono giunti i patois della Germanasca ed il BC. Il castagneto detto "la Čēza" (l'ultimo che si trova risalendo la valle), il quale s'interpone fra Balma e Villaretto, segna in questo caso un limite linguistico insolitamente netto. Si passa da una zona (quella del BC), in cui il senso del plurale è stato in gran parte perduto dal nome (fuorché per i femminili in -o) ed assunto dall'articolo, ad un'altra zona (quella del MC) in cui la desinenza del nome mantiene un potente senso differenziativo quanto al numero (cfr. VALADDO n° 3, p.7 par.9). Ecco dunque come si presenta, in breve, la formazione del plurale dei nomi in PV:

l) sing. -o, plur. -a. Es. l'à&go = l'acqua, laz à&ga; la pòrto = la porta,
la pòrta.

2)sing. -e, plur. -i. Es.: l'òme = uomo, luz òmi; la sōre = sorella, la sōri.

3)sing. in consonante, semiconsonante e -û, plur. aggiunge -s. Es.: l féń = fieno, lû féńs; la flûr = fiore, la flûrs; l öl = occhio, luz ōls; la pàw = paura, la pàws; l rèy = re, lû rèys; l b&û = bue, lû b&ûs; l p&êl = pelo o capello, lû p&êłs.
N.B. L'aggiunta di -s è accompagnata da trasformazioni nei casi seguenti:
a) nomi in -ôl (etim.-all-), plur.-àws. Es.: l butôl = la botte, lû butàws; l ğôl = gallo, lû ğàws (ma gôł = gelo, pl. ğôłs).

b)nomi in -êl, -ēl (etim.-ell-, -ill-), plur. -&àws. La pêl = pelle, la p&àws; l martêl = martello, lû mart&àws; l furnēl = fumaiolo, lû furn&àws.

c)nella desin.-rns cade -n-: l ğûrn = giorno, lû gûrs;
nella desin. -ts cade -t-: la pōt = asse, la pōs.

4)sing. in vocale breve (e aperta), plur. in voc. lunga (e chiusa, nei maschili). E' un caso di allungamento di compenso per caduta di -s grammaticale. Es.: l dè = dito, lû dē; l čabrì = capretto, lû čabrî; l bazlikò = basilico, lû bazlikō; la bl&ò = bietola, la bl&ô; l prà = prato, lû prô.
N.B.- Se il nome termina in -è per caduta di -r etimologica, il plur. si fa in -ēs: l abëlè = apiario, luz abëlēs; l mułinyè = mugnaio,
lû mułinyēs. Invece : l brusè = rododendro, lû brusē; l elusè = lampo, luz elusē.
Per quanto riguarda l pè = piede, che fa al plur. lû pê anziché lû pē, dove trattarsi di un caso di differenziazione, poiché lû pē è pure il plur. di pē = peso e pisello (cfr. Osservazione n.3).

OSSERVAZIONI.

1)Come già accennammo a proposito degli articoli (cfr. VALADDO n.7, p.14, osserv. gramm.l), anche nel plurale dei nomi il PV subisce attualmente l'influsso del BC. Pertanto, per quanto riguarda il plurale in -s, non troviamo più nel MC di Villaretto la bella regolarità che è ancora evidente, per es., nel MC di Chambons; infatti i casi di plurali invariabili rispetto al sing. non sono rari:
L'invariabilità è ormai normalmente accettata quando i nomi finiscono al sing.in:

-m: l pûm = mela, lû pûm
-č: l ebrîč = spruzzo, luz ebrîč
-p: l vêrp = verme, lû verp
-Ť: l ponŤ = punto, lû ponŤ
-k: l bōk = legno, lû bōk
-ô: la bënô = gerlata (conten.), lâ bënô
-u: l bàrbu = zio, lû bàrbu

2)C'è una forte tendenza all'invariabilità in certi altri casi, come nei nomi in -ēn : l brēn = crusca, lû brēn (anziché lû bréńs) e in quelli in -ň : l kûň = cuneo, lû kûň (anziché lû kûns).

3)Anche i nomi in -ē sono invariabili; ma qui possiamo dire che si tratta di un caso a sè. Infatti questi nomi o hanno -ē per caduta di -s etimologica (es.l mē = mese, l pē = pisello o peso), oppure si tratta di infiniti sostantivati (es.l plazē = il piacere).