Ritrovamento.
Verso il 1947, il signor Ettore Berger di Villaretto si recò, insieme col fratello Aimone, nella casa Gouthier di Dlàe lou Rioû (Villaretto Superiore), donde era originaria la loro nonna paterna. L'edificio, dopo la morte degli ultimi casigliani, era ormai in abbandono, ed oggi è ridotto a un cumulo di rovine.
I due fratelli, frugando negli angoli polverosi e merlettati di ragnatele, accumularono immondizie, cenci e vecchie scartoffie che poi incendiarono per far pulizia. Tuttavia Ettore Berger ebbe la buona ispirazione di sottrarre da queste scartoffie un quaderno di aspetto antico che gli pareva meno insignificante del rimanente a causa di certe pagine piene di una scrittura strana e indecifrabile. Così venne salvato dalle fiamme il prezioso manoscritto che oggi distinguiamo col nome di "Codice Gouthier" dalla casa in cui fu rinvenuto.
Più tardi, il signor Berger consegnò il manoscritto al signor Maggiorino Clapier della Font da Fau perchè lo facesse esaminare dall'avvocato Zucco, suo conoscente di Torino. Questi gliela restituì dopo alcuni giorni definendolo "molto interessante", ma senza andare oltre nell'indagine. Nel giugno del 1970 il signor Berger me lo fece pervenire, e subito mi apparve evidente l'enorme importanza di questo documento che, fra testi latini e francesi, conteneva due scritti in patois datati rispettivamente del 1532 e 1549. Nell'agosto dello scorso anno presentai ufficialmente il Codice Gouthier durante una conferenza apposita svoltasi al priorato di Mentoulles, e pochi giorni dopo il rag.Pisanchi ne dava notizia con un articolo apparso nella "Gazzetta del Popolo".
La presenza di questo prezioso documento in Casa Gouthier si spiega così: Ernesto Gouthier nato nel 1886 e morto a Lione nel 1917, segretario comunale del Roure, era stato in precedenza segretario dell'antichissimo comune di Mentoulles, allora non ancora incorporato in quello di Fenestrelle. E' quindi molto probabile che quel documento sia stato portato a casa, per ragioni di lavoro, dal segretario Gouthier, il quale poi non l'aveva più riportato nella sede originaria o per dimenticanza o per incuria o a causa della morte prematura.

Composizione
Il Codice Gouthier è costituito da un quaderno composto di tre fascicoli cuciti insieme e comprende un totale di 89 fogli, di cui 6 quasi completamente strappati. Rimangono quindi in realtà 83 fogli, cioè 166 pagine di cui 155 di testo.
L'intero quaderno è foderato con una copertina di carta spessa, piegata doppia, di colore violaceo, la quale porta sul frontespizio il titolo "Anciennes ordonnances de la Communauté de Mentolles. Barberis procureur".
Diciamo subito che il vero Codice Gouthier è rappresentato dal primo fascicolo, il quale contiene i testi che c'interessano. Degli altri due fascicoli diremo fra poco.

Il primo fascicolo conserva ancora la copertina in pergamena del frontespizio, ricuperata da precedenti documenti, poiché contiene evidenti tracce di scrittura sbiadita e quindi difficilmente leggibile. Questa copertina è stata abbondantemente rosa dalle tarme perchè incollata con colla di farina. Le tarme, nel loro appetito insaziabile, hanno pure intaccato, ma non gravemente, una decina dei primi fogli.
Il formato di questo primo fascisolo è di circa 15x22 cm. Il suo contenuto si può dividere in quattro parti:
I: Regolamenti e ordinanze emessi dall'assemblea popolare della comunità di Mentoulles il 5 gennaio 1515, riguardanti le riserve di bosco e di pascolo, nonchè disposizioni varie (45 pagine di testo latino).
II: Transazione per l'alpe del Chardounè, intervenuta fra le comunità del Roure e di Mentoulles il 27 giugno 1514 in seguito a composizione di controversia (14 pagine di testo latino). Queste due parti sono precedute da un comune indice (o "rubrica") di 3 pagine.
III: Regolamento emesso dall'assemblea popolare di Mentoulles il 2 aprile 1532, riguardante la macinazione delle granaglie nonchè l'introduzione di bestiame estraneo nella comunità (3 pagine di testo patois + l di conclusione notarile in latino).
IV: Ordinanze emesse il 25 febbraio 1549, riguardanti le riserve di bosco e di pascolo, nonché disposizioni varie (21 pagine di testo patois + 1 di conclusione notarile in francese e in latino).

Il secondo fascicolo comprende 31 fogli di formato 18x27. In essi, è contenuta la trascrizione (su carta bollata da due soldi del Regno di Sardegna) dell'intero Codice Gouthier. La trascrizione è anonima; però, confrontandone la grafia con quella di un altro manoscritto consegnatomi recentemente dal maestro Corraco Bonnardel di Mentoulles, ho potuto stabilire che questa trascrizione fu fatta dal notaio Pierre Veilier, il quale esercitava le sue funzioni a Mentoulles negli anni 50 del XVIII secolo. Infatti il documento in possesso del maestro Bonnardel è del 1754, e la trascrizione del Codice Gouthier fu inclusa nell'inventario del 1753, dopo che Georges Calligaris ("notaire de Briqueras, châtelain royal de cette vallée") ne ebbe collazionato e convalidato le varie parti.
Questa copia del Veilier ci è stata di grande utilità per iniziarci all'interpretazione dell'originale; ma si è rivelata ben presto manchevole e non sempre fedele al testo originale, specialmente per la parte in patois. Si è dovuto perciò rielaborarla interamente.

Il terzo fascicolo, di formato uguale al 20 (anche qui si tratta di carta bollata, ma da dodici denari), contiene le deliberazioni del consiglio ordinario della comunità di Mentoulles, registrate il 27 luglio 1741 da Claude Cordier, giudice ordinario di Mentoulles. Dei 12 fogli originari ne rimangono soltanto 6 (gli altri 6 sono stati strappati) con circa 8 pagine di testo francese. La perdita, per quanto deprecabile, non è estremamente grave. Questo documento, infatti, si riferisce prevalentemente ai diritti concessi nel 1343 dal Delfino principe Umberto II alla valle del Chisone, dei quali si possiede più di un esemplare completo.

Osservazioni grafologiche
Come é stato detto, il vero Codice Gouthier è costituito dal primo fascicolo. Esso è stato scritto da due persone: il notaio Johannet Blanc (che si firma "Johannetus Albi" in calce ai testi in latino), autore delle tre prime parti (cioè i due atti in latino e quello in patois del 1532), ed il notaio Glaude Clapier, autore dell'atto in patois del 1549.
Johannet Blanc era notaio a Fenestrelle, mentre Glaude Clapier lo era a Mentoulles. Entrambi vengono più volte menzionati dal canonico Caffaro in "Notizie e documenti della Chiesa Pinerolese", vol. VI (Pinerolo, 1903).
Dal punto di vista grafologico, il Codice presenta quindi due fasi: quella del notaio Blanc e quella del notaio Clapier.
La scrittura di Johannet Blanc, quale appare nei due primi testi tracciati verso il 1515, si presenta come una bella e nitida grafia dalle angolosità goticheggianti. Siccome ogni uomo muta il proprio stile grafico man mano che il tempo passa e l'età avanza, il testo patois che il Blanc scrisse nel 1532, cioè 17 anni più tardi, ci mostra una grafia che, pur essendo della stessa mano, è diventata più minuta, più stiracchiata e meno rigorosamente nitida della precedente. L'autore era certamente, ormai, in età avanzata e forse ammalato; ciò ci è confermato da documenti esistenti nell'archivio parrocchiale di Mentoulles (ed il cui contenuto è menzionato dal Caffaro) secondo i quali nel 1526 il Blanc aveva già fatto testamento provvedendo, tra l'altro, a una serie di lasciti destinati a varie chiese della valle, in previsione di una morte che sentiva prossima, ma che sei anni dopo non era ancora arrivata.
Il notaio Clapier scrisse il suo testo nel 1549. Non solo, quindi, erano trascorsi altri 17 anni, ma era anche cambiato lo scrivente. Nella grafia del Clapier, di gotico rimane ben poco. La traccia si è fatta più ampia, tondeggiante, svolazzante, quasi barocca, tanto che una pagina del Clapier contiene circa una metà del testo di una pagina del Blanc.

Osservazioni filologiche.
Come mai i due ultimi atti (1532 e 1549) furono scritti in patois e non, per esempio, in quel francese che diventò ben presto la lingua ufficiale dell'amministrazione (1539, editto di Villers-Cotterêts) in Francia dopo l'abbandono del latino? Tanto più che in quell'epoca si era nel pieno di quei tre secoli e mezzo abbondanti di ininterrotta appartenenza dell'Alta Val Chisone alla corona di Francia.
Rileviamo anzitutto che il Codice Gouthier ci offre due epoche linguistiche:
I: quella del 1514-1515 in latino;
II: quella del 1532-1549 in patois.
I successivi documenti politici o amministrativi emanati in Val Chisone saranno tutti redatti in francese (con qualche eccezione per i documenti ecclesiastici), e così sarà fin oltre la metà del secolo scorso, quando verranno sostituiti dall'italiano.
La presenza del latino per registrare le transazioni del Chardounè e le ordinanze del 1515 è da considerarsi come normale. Il latino era allora universalmente adoperato come lingua della scienza e predominava come lingua dell'amministrazione, per non parlare del latino come lingua della Chiesa. Soltanto la letteratura si sottraeva da alcuni secoli a questa egemonia, nonostante gli sforzi degli umanisti del Quattrocento.
Bisogna però tener presente che gli atti notarili, o "istrumenti", di interesse pubblico dovevano esser comunicati alla popolazione, la quale aveva obbligo di prenderne conoscenza, secondo l'antico principio per cui non si può ignorare la legge. A quell'epoca la stampa, che aveva pochi decenni di vita, era ancora di uso sporadico, ed elevato era il numero degli analfabeti. Perciò un banditore si presentava alla popolazione a cui declamava le deliberazioni dei sindaci, consoli, consiglieri e probiviri. E la popolazione doveva capirle. Questo risultato non era facile da conseguire, perchè il latino era ormai inteso soltanto da una cerchia ristretta di gente provvista di una certa cultura. Allora i buoni notai, per rendere almeno mediocremente intelligibili i testi ufficiali, lardellavano il loro latino di vocaboli, forme e costrutti aderenti al linguaggio popolare. Ecco perchè il latino del notaio Blanc (come quello di molti altri notai di quell'epoca) appare per forza come una specie di gergo, cioè un orrore se paragonato a quello classicheggiante degli umanisti; ma, in compenso, era un po' accessibile alla massa dei "manans" o contadini, e attualmente ci fornisce preziose informazioni (coi suoi dialettalismi e arcaismi) sullo stato del patois di quell'epoca.
Ma, nonostante tutte le volenterose acrobazie dei notai, anche il loro latino maccheronico, a un dato momento, dovette riuscire troppo ostico alla popolazione. Allora accedi un fatto inevitabile: che gli atti pubblici furono redatti nella sola parlata compresa da tutti, cioè nel nostro provenzale alpino che noi chiamiamo "patois". Il che è stato un fenomeno normale per la maggioranza delle lingue europee, specialmente per quelle neolatine.