Erano soggetti a servitù personale ed avevano il semplice uso dei terreni che
coltivavano - Tutto aparteneva al «Signore» al quale dovevano chiedere il consenso anche per contrarre matrimonio - Imposte, censi e servizi.

Come si sa, la valle del Chisone e quella della Dora Riparia appartennero per lungo tempo al Delfinato «in qua» delle Alpi. Ai Signori di Vienne, località nei pressi di Lione, la nostra valle pervenne dopo una serie di vicissitudini che si perdono nella notte dei tempi.
Durante la dominazione longobarda, essa aveva fatto parte del ducato di Torino ed era poi passato sotto i marchesi di Susa e di Ivrea per finire, dopo lo smembramento della marca d'Ivrea, sotto la marca d'Italia. Nel secolo XI, a seguito del matrimonio del conte Oddone di Savoia con la marchesa Adelaide «marchionissa Alpium Cottiarum»), fondatrice dell'Abbazia di Santa Maria in Pinerolo, cui la valle fu poi donata, entrò a far parte della contea sabauda.
Pare tuttavia che in quell'epoca, siamo nel XII secolo, esistesse una famiglia nobile beneficiaria di una gran parte della vallata: quella appunto dei conti di Albon che divennero in seguito Delfini di Vienne.
I conti di Albon, come tutti i feudatari, misero il massimo impegno ad ingrandire i loro dominii e lo fecero a spese dei territori dell'Abbazia riuscendo, a forza di spogliazioni, ad estendere i loro possessi oltre Castel del Bosco fino alla località ancor oggi nota col nome di Bec Dauphin.
L'usurpazione dei Delfini di Vienne assunse però un crisma di legalità quando Federico Barbarossa, indignato contro il Duca di Savoia Umberto III, che aveva preso le parti della Lega Lombarda a favore del Pontefice Alessandro III, concesse a Guido o Guigo di Greis Vaudan, delfino di Vienne, il principato di Briançon ed il Marchesato di Cesana col diritto di battere moneta.
Così, poco alla volta, i Signori di Vienne riuscirono ad unire ai loro dominii tutto il territorio che costituisce il Delfinato ed i territori avuti sul versante orientale delle Alpi.
Vediamo ora cosa fossero le popolazioni della nostra valle alle dipendenze dei Delfini e particolarmente sotto Guigo XI che regnò, per modo di dire, dal 1237 al 1270. Il sistema di vita e le condizioni sociali di quel tempo risultano da una specie di censimento o catasto fatto dal marzo al luglio 1265 e conservato negli archivi del Delfinato a Briançon.
Di tale documento venne rilasciata copia autentica nell'ottobre del 1752 ad un certo Antonio Bovier della Congregazione dell'Oratorio, procuratore degli abitanti di Valchisone. Da essa, rinvenuta tra le carte di Battistin de Lapè (pseudonimo di Giovanni Battista Guigas, pragelatese, cultore di storia locale, per circa quarant'anni segretario comunale di Pragelato), desumo le notizie che seguono e che appunto riguardano le condizioni di vita dei nostri antenati nel XIII secolo.
Gli abitanti della nostra valle erano considerati fra le «manimorte», cioè erano soggetti a servitù personale, reale o mista. Essi avevano il semplice uso dei beni che coltivavano poiché questi, boschi, foreste, pascoli e terre, appartenevano al principe a cui pagavano censi, rendite e canoni. Erano pressoché liberi sulla terra da essi coltivata ma non potevano contrarre matrimonio, né far testamento, né abbandonare il feudo senza il consenso del principe.
Poche erano le persone libere, ma tutte le altre erano censite e dovevano pagare, come s'è detto, censi, rendite e canoni. Le une «placitum ad misericordiam», le altre «ad placitum determinatum». II «placito» era una contribuzione che il Signore pretendeva per l'amministrazione della giustizia e l'esigeva due o tre volte all'anno, conforme al numero delle solenni tornate giudiziali, fissate nei vari luoghi, sulla base delle istituzioni di Carlo Magno.
Nessuna franchigia era ancora acquisita ai comuni del Delfinato; si ebbero solo più tardi con le note Transazioni di Umberto Delfino del 23 maggio 1343.
I Signori vivevano lontani, nei loro turriti manieri, e di là isolati come l'aquila nel suo nido, dominavano la terra. Per passare il tempo, quando la guerra non li occupava, andavano a caccia o si battevano fra di loro: i villani, ed essi soli, pagavano le spese di questi divertimenti o di queste lotte fratricide. Il servo, completamente ignorante, non si credeva infelice quando non soffriva troppo; innocentemente, egli credeva che intorno a lui tutto era naturale e normale: Dio, pensava, comanda al principe, il principe al conte, il conte al servo; ciò deve essere così e principe, conte e servo tornano a Dio che li giudicherà secondo le loro buone o cattive azioni.
In un antico documento sui Signori era scritto: «Son signori dal cielo alla terra ed hanno giurisdizione sopra e sotto la terra, su collo e testa, su acqua, vento e praterie. Tra te, signore, e te, villano, non c'è giudice fuori di Dio».
Gli abitanti della valle erano poi uomini ligi, «Homines ligii», cioè tutto ciò che avevano lo avevano dal Signore. In caso di morte senza figli, il principe ereditava i beni mobili; gli stabili passavano in successione ai più prossimi del defunto, coi carichi, imposte, servigi ed usi cui si trovavano soggetti.
Tutti i beni dovevano al principe imposte, censi, servizi.
I «censi» erano in segale e grano; essi erano fondiari ed imperscrittibili. Il Signore aveva poi il diritto degli allodi, terze vendite, tredicesimi, ventesimi, banni, pascoli, campari, mansionatico, acque, pesca, caccia. Circa la caccia non si trattava che di quanto concerne la caccia grossa poiché erano esclusi lepri, fagiani, pernici e simili.
Qualche spiegazione. «Allodi » significava non soggetti a vincolo: cioè la parte dei beni interamente libera dalla soggezione e dagli obblighi che procedevano dalle ragioni feudali e da quelle dello stato, e posseduta da uomini né aventi feudi né soggetti alla sovranità della gleba; «Tredicesimi» e «Ventesimi»: diritto di prendere la tredicesima o la ventesima parte dei raccolti; «Banni»: obblighi di far cuocere il pane, macinare il grano, macerare la canapa contro pagamento di una tassa presso di una persona che godeva di una determinata privativa o monopolio (forno, mulino, ecc.); «Campari»: diritti di prendere una quantità di covoni e frutti (dal latino «campi pars») che si prelevavano sul campo prima dell'asportazione del raccolto e consistevano in un quarto, un quinto, un tredicesimo, un ventesimo, secondo i paesi; «Mansionatico»: diritto che nel Medio Evo avevano i Re ed i Signori di alloggiare presso i loro sudditi e vassalli.
Come si vede, la condizione di vita dei nostri antenati nel Medio Evo era simile a quella delle popolazioni suddite di un qualsiasi signore o feudatario, dal quale dipendevano in tutto ed al quale tutto era dovuto. Più tardi, con le Transazioni del Delfino Umberto, queste condizioni mutarono notevolmente ed un barlume di libertà, sebbene pagato a caro prezzo, sembrò apparire nella nostra valle. Ma di questo parleremo un'altra volta.