Il forte di Exilles, che sbarrava la strada di Francia attraverso le Cozie, era stato affidato, dopo la sua riconquista, dal Lesdiguières ad Antonio d'Yze, signore di Rosana e di Vaumeil, conosciuto anche come d'Orsières dal casato della madre (1). L'Ugonotto sapeva ben scegliere i suoi collaboratori e riconoscere un buon soldato: infatti Antonio d'Yze si dimostrò un gran capitano, ardito, ottimo conoscitore della zona alpina affidatagli, energico governatore delle popolazioni degli "escartons" da lui dipendenti, dalle cui milizie paesane, che portò a grande efficienza, seppe trarre ottime prestazioni. Dalla forte posizione di Exilles, dove era arroccato manovrò lanciando puntate improvvise in varie direzioni delle Alpi Cozie, tenendo impegnate le forze avversarie dislocate nelle vallate piemontesi e conducendo una guerra di diversione in appoggio a quella che Lesdiguières combatteva in Savoia per fronteggiare Carlo Emanuele I.
La situazione politica era andata frattanto evolvendosi, avvicinando sempre più il momento della conciliazione tra Enrico IV e il Papa. Già nel giugno del 1595 era stata stabilita una tregua ed erano iniziate trattative preliminari di pace a Berguin, proseguite poi, tra grandi difficoltà, in altri luoghi. Benché fossero cadute le probabilità di un accordo sulla questione del Marchesato di Saluzzo, prima a Ponthonvoisin (aprile 1596) e successivamente a Susa (15 luglio 1596), la tregua si protrasse di mese in mese fino all'aprile 1597.
Nel frattempo il Duca di Savoia, pur seguendo attentamente i vari e complessi maneggi politici e diplomatici, non mancava di curare la preparazione militare, mantenendo sul piede di guerra 5,000 fanti e 1.600 cavalli oltre a emissari in Svizzera, i quali avevano predisposto il reclutamento di 3.000 fanti, pronti ad accorrere in caso di bisogno (2). Difatti quando, scaduta la tregua, le operazioni militari furono riprese ai primi di maggio del 1597, con l'apporto spagnolo di 3.000 uomini, il Duca fu in grado di far fronte al nemico. Lo scacchiere principale fu la Savoia, dove il Duca si era recato con il grosso.
La prima mossa la fece il Lesdigières nel mese di giugno; con lo scopo di tagliare la strada a don Alfonso d'Avalos, che alla testa di un'armata dal Milanese si recava in Fiandra, piombò in Moriana, onde bloccare il passo del Moncenisio, per poi spingersi in Tarantasia e chiudere il Piccolo San Bernardo.
Con mossa fulminea i Francesi occuparono la valle dell'Arc, bloccando la colonna spagnola del Salinas, spingendosi sino al Moncenisio, da dove le loro avanguardie calarono a Novalesa.
"Mando gli avisi che ci hanno scritto che l'inimico sia giunto alla Badia di Novalesa; facciamo alto, se non, il M.o di campo di venirsene con le Infanterie domani in Avigliana, lasciando la compagnia del Calagrano et fava in Susa, mentre vi giungeranno le due di Torino et che levi con lui quella del Ruffia che è in Avigliana", dispose da Torino la duchessa Caterina d'Austria (3), che due giorni dopo tranquilizzava il Duca comunicandogli che "ho rispedito a V.A. un correro co' li avisi portati da Tomaso Morello, mandato dal governator di Susa, che il nemico si era ritirato a Modana" (4). La ribellione dei Savoiardi e l'intervento di Carlo Emanuele I nella Bassa Savoia aveva reso impossibile al Lesdiguières spingersi in Tarantasia, costringendolo a ritirarsi dall'Alta Valle dell'Arc fino a Saint Jean de Maurienne, non prima però di essersi impossessato della Carboniera, il cui castello era stato la culla della Casa di Savoia. Reclutati 8.000 svizzeri, Carlo Emanuele attaccò alle Molette, da dove venne respinto, ma si mantenne sulla sponda destra dell'Isère, dove a Barraux fece costruire da Ercole Negro di Sanfront il forte di San Bartolomeo; di là fece alcune puntate nel Graisivaudan.
Per la difesa dei due "escartons" di Oulx e di Pragelato il governatore di Exilles disponeva di 300 uomini d'ordinanza, dei quali 200 formavano la guarnigione della fortezza (ma che adoperava anche per operazioni di campagna) e 100 costituivano una sua compagnia di archibugieri a piedi, reclutati nel Gapençois e affidati agli ordini del capitano Enrico Philibert, e della milizia paesana, che aveva una forza di circa 1000 uomini tratti dalla valle di Susa e di circa 600 tratti dalla Val Chisone. Quando alla fine di aprile 1597 ebbe termine la tregua, il Lesdiguières con lettera del 30 di quel mese, dispose di procedere al reclutamento di tre compagnie e con lettera del giorno successivo ordinò al fratello del governatore, Pietro, di procedere all'immediato reclutamento, commettendogli il comando "d'une compagnie de cent harquebusiers a pied que vous leverez le plus promptement et à la mojndre foule que faire se pourra" (5); Pietro d'Yze, detto capitano d'Ancelles, per tutto il tempo che il Fratello Antonio tenne il governo di Exilles fu il suo luogotenente e, quando Antonio morirà nel 1613, verrà nominato in sua vece governatore della piazza (6), carica che terrà fino al 1628 (7). Tra milizia d'ordinanza (guarnigione e compagnie) e milizia paesana, il d'Yze disponeva quindi di circa 2.200 uomini; inoltre poteva fare assegnamento su una massa di riserva composta dalla guarnigione di Briançon e dalla milizia paesana dell'"escarton" dell'Alta Val Durance, che sarebbero accorse a sostenerlo in caso di bisogno. Un totale non inferiore ai 3.000 uomini.
L'intraprendenza e l'avvedutezza del nuovo governatore si misero in luce pochi mesi dopo aver assunto il comando di Exilles, quando, pur provvedendo a far eseguire lavori di miglioria al castello, per i quali aveva avuto un'assegnazione di 8.000 scudi (8) e che erano diretti dall'ingegnere Bonafous, mantenne un'oculata sorveglianza al confine, per cui non sfuggì alle sue pattuglie, il 13 aprile 1595, la ricognizione in forze che stava eseguendo una compagnia agli ordini del capitano Orso, che, partito dai forti del Passo di Susa, da Gravere, si stava spingendo verso Chiomonte.
Le milizie d'ordinanza, che agli ordini del fratello stavano acquartierate in quel borgo, furono fatte appostare tra i boschi,da dove piombarono all'improvviso addosso agli esploratori. Ne seguì un violento combattimento, nel corso del quale il comandante piemontese venne ucciso, dopo di che i suoi uomini si ritirarono in disordine con rilevanti perdite. Nel corso del 1596, quando le trattative erano giunte a un punto di presumibile rottura, il Duca di Savoia aveva preparata un'azione da compiersi di sorpresa in Alta Valle di Susa, all'atto della ripresa dell'ostilità. L'azione affidata al signor d'Albigny avrebbe dovuto prendere le mosse dalla Valle dell'Arc, da dove più colonne sarebbero entrate nella Valle di Susa da vari passi. Della preparazione di tale azione, tramite informatori dei Cantoni svizzeri, dove si stavano predisponendo gli arruolamenti, venne data notizia al comando francese (9), che ne informò subito il governatore d'Yze perché prendesse le opportune contromisure; però, avendo il Duca appreso che il suo progetto era venuto a conoscenza del nemico e sperando nella ripresa delle trattative in un clima più disteso, continuando la tregua, anche in valle di Susa si tornò con le armi al piede.
Il fronte che il d'Yze doveva tenere con le forze che aveva a disposizione era rilevante.
Essendo la Mariana, esclusa l'Alta Valle dell'Arc, in mano al Lesdiguières, non era impegnato sulla cresta tra Delfinato e Savoia, ma doveva tuttavia tenere tutto il confine tra Delfinato e Piemonte. Tale confine partiva da Punta Ferrand (m 3342), sul Versante sinistro della valle di Susa, attraversava tale valle seguendo grosso modo gli attuali confini amministrativi dei comuni di Exilles e di Chiomonte (Delfinato) con i comuni di Giaglione e di Gravere (Piemonte) e andava a raggiungere la sommità del versante destro a Punta del Mezzodì (m 2691), da dove seguiva verso est il crinale del contrafforte dell'Assietta fino alla vetta del monte Rocciavré (m 2719), donde, seguendo la linea di cresta che contorna la testata della Val Sangone, scendeva in val Chisone alle strette di Perosa. Il contrafforte che separa la Val Chisone dalla Val Germanasca per i Piemontesi era meno facilmente valicabile di sorpresa, giacché in Val San Martino vi erano molti Riformati che tenevano al corrente il comando francese (che era ugonotto) di quanto in quella valle avveniva; gli unici due passi che immettevano nel cuore dell'"escarton" di val Chisone e in quello di Oulx erano rispettivamente quello del Pis (m 2606), che portava in Alta Val Chisone, e quello di Rodoretto (m 2774), che immetteva in Val Ripa, la quale si dirama a Cesana dalla vallata della Dora. Gli itinerari che giungevano a quei due passi, serviti da mulattiere, erano inoltre facilmente controllabili dal Queiras attraverso il passo d'Abries (m 2656) e per i Piemontesi non era facile raggiungerli inosservati, stante l'attenta sorveglianza delle milizie paesane valdesi della valle del Guil. Più vulnerabile era invece il confine lungo la cresta del contrafforte dell'Assietta, dove numerosi erano i passi da sorvegliare: Passo delle Finestre (m 2176), Passo dell'Orsiera (m 2595) e Passo del Sabbione (m 2560), che immettono in Val Susa e Passo della Roussa (m 2017), che immette in Val Sangone; vi erano poi altri numerosi valichi meno facilmente accessibili e che quindi non erano fortificati, come ad esempio il Passo della Malanotte (m 2582) (che porta in Val Sangone), nome con il quale negli ordini di operazione piemontesi si indica erroneamente il Passo del Sabbione. I passi più importanti erano muniti di leggere opere campali non sempre presidiate, dove soltanto durante la bella stagione si manteneva un piccolo presidio, alloggiato in una baracca di legno, in modo da poterla facilmente e celermente distruggere con il fuoco in caso di forzato abbandono; tali guardie fornite dalla milizia paesana, avevano il compito di sorvegliare gli accessi, e dare l'allarme in caso di comparsa di formazioni nemiche. L'unico passo della cresta del confine savoiardo tenuto sotto controllo era quello dei Quattro Denti, affidato alla milizia paesana di Ramats, che sorvegliava da tale posizione il Passo Clapier (m 2478), accessibile dal Moncenisio attraverso il valico del Piccolo Moncenisio (m 2183).
I fondo valle erano sbarrati da due opere, quello di Susa dal forte di Exilles e quello del Chisone dalle opere semipermanenti costruite in tronchi d'alberi e muri a secco a valle di Villaretto, dette Barricate della Balma.
Per la fine del mese di luglio da parte del comando piemontese era allo studio un attacco in forze in Val Chisone. Per alleggerire la pressione sulle forze del Lesdiguières che stavano ritirandosi dall'Alta Valle dell'Arc, proprio alla vigilia dell'attacco piemontese in Val Chisone, il d'Yze ricevette l'ordine di fare pressione verso Susa e il 14 luglio egli investì le Barricate di Giaglione, alla Clarea, con tre compagnie: una di archibugieri (capitano Pietro d'Yze) e due di picchieri (capitani Plante e Beauregard). L'attacco sferrato con estrema energia travolse la linea dei trinceramenti senza però aver ragione del forte La Torre, che, armato di un pezzo di artiglieria, precludeva il transito lungo la strada del Pinet. Gli attaccanti, aggiratolo, dilagarono oltre le borgate di Giaglione spingendosi verso il loro obiettivo, che era la strada della Val Cenischia, lungo la quale affluivano gli aiuti alla Moriana. Ma i difensori, dopo un primo smarrimento, si ripresero, giacché il colonnello Ferrero, governatore di Susa, raccolse gli sbandati, contenne gli assalitori e con decisi contrattacchi, che costarono dolorose perdite, riuscì a respingere i Francesi rioccupando le Barricate. Di queste successive fasi
del combattimento dà testimonianza una lettera scritta da Torino dalla Duchessa al Duca: "Il govern.re di Susa ci ha spedito Tommaso Morello per avvisarci che questa mattina il nemico si è impadronito di Giaglione et uciso parecchi di quei huomini, il Castello si tiene ancora, ma non vi è aqua, et doppo lui mi ha rispedito un altro co' aviso che hanno riculato il nemico sino alle ultime borgade verso le barricade et che gli volessimo mandare gente et così si fanno partire cento soldati di queste parti... In questo punto mi è avenuta l'alligata del gov.re di Susa qual avisa di aver ricuperato le barricate di giaglion il che mi è stato di molto contentato (10)".
Le erdite ducali erano state severe, come scrive il Cambiano (11), e il governatore di Exilles nelle sue memorie (12) le indica in 242 uomini. In campo piemontese questo attacco non rallentò però i preparativi dell'azione che avrebbe dovuto avere inizio il giorno 18 in Val Chisone, giacché nella stessa lettera la Duchessa assicura che "Il Ponte metterà in esecuzione giobia prossimo la sua impresa".
L'obbiettivo, che il progetto di attacco piemontese si riprometteva, era ambizioso; esso era stato caldeggiato dalla Duchessa, che lo considerava un po' il suo piano, avendolo lei stessa abbozzato e avendole il governatore di Milano, per un riguardo personale alla figlia di Filippo II, inviato un aiuto straordinario di 2.500 uomini. Il piano da lei elaborato era stato poi rivisto dal Duca mentre si trovava a Conflans con le sue osservazioni (13) contenute in 9 paragrafi: "A voi cav.re Ponte, governatore di Pinerolo, per l'esecuzione ch'havete a fare per il Monginevro et Pragellà". L'obbiettivo era specificato nei primi tre punti: " I- Poiché è necessario pigliar il Monginevro per le alte montagne della Val di San Martino son da toccar Pragellà, parlo di quelli che havranno da far quest'effetto et non devono essere manco di 500 tuoi con un buon capo et vedo che nessuno potrà essere più a proposito che il sergente Simon. II- Essequito l'effetto alla montagna, barricarsi dalla parte del monte che va verso Briançon a una cappelletta et case. III- Nel medemo istante bisogna vedere necessariamente di guadagnare il Passo di Bardonecchia (Passo della Scala) almanco con 300 tuoi perché se ben restano 200 al Monginevro saranno accorsi da quelli che faranno l'effetto in Pragellà". Si trattava quindi di un'ardita incursione: una colonna, proveniente da Val Germanasca, per il Passo del Pis, passando alle spalle di Pragelato, avrebbe dovuto salire il colle del Sestriere da dove per Cesana avrebbe guadagnato il Colle del Monginevro (m 1854); qui giunta avrebbe dovuto trincerarsi con 200 uomini nel villaggio e far proseguire gli altri 300 per la Val Claré con il fine di occupare il Colle della Scala (m 1774), restando entrambi i gruppi trincerati in attesa del grosso, che sarebbe giunto dopo aver sfondato le difese di Villaretto. "IV- Nel medesimo tempo dell'effetto del Monginevro bisogna far anco quello del Pragellà et in quella valle (Val Chisone), et in quella di San Martino et Giaveno (Val Sangone) per il Colle della Rossa facendo anche per divertire per quei di Susa il posto di Meana (Passo delle Finestre).
Il piano peccava di faciloneria; lo sforzo che si chiedeva alla colonna che aveva il compito di spingersi al Monginevro e da questo al Passo della Scala, era al limite delle possibilità, cioè una marcia di una sola tappa dal Colle del Pis a quello del Monginevro: oltre trenta chilometri di montagna, con l'attraversamento di due Vallate (quella del Chisone e quella della Dora) e la salita di due colli (quello del Sestriere e quello del Monginevro), tutti in territorio nemico, distanti oltre cinquanta chilometri dal fronte che doveva essere sfondato affinché giungessero i rinforzi. Questi, una volta superate le forti difese della Balma e ammesso
che il nemico non frapponesse altri ostacoli, avrebbero impiegato almeno due giorni a giungere e nel frattempo era più che probabile che la guarnigione di Briançon, rinforzata dalle milizie paesane dell'Alta Val Durance, sarebbe giunta in forze ad attaccare il posta di Monginevro sopraffacendolo, per poi rivolgersi al Colle della Scala. La colonna venne posta agli ordini di Cattin Bonhomme, che si dimostrò un eccellente ufficiale. Con la sua colonna sfuggì al controllo che si doveva esercitare dal Passo d'Abries, sopraffece il presidio del Passo del Pis e raggiunse le "barricate di sesana" ("gorgie" della Piccola Dora ai piedi di Claviere), dove, dopo aver spinto una forte avanguardia che occupò Monginevro, fermò il grosso e seppe del fallimento dell'attacco a Villaretto. La sua posizione tenne comprensibilmente in apprensione la Duchessa: "Il dubbio che io ho si è che il Cappitano Cottino cui toccava d'andar alle Barricade
di sesana venghi a patir borrasca non essendo secondato dal grosso come di concerto, il che mi peserà" (14). Ma il bravo ufficiale si aprì la strada della ritirata combattendo, come rilevò la Duchessa: "il Cap.no Cattin et Simone andarono bene innanzi et visto che non erano seguitati dal grosso dopo aver combattuto con nemico del quale ve ne restano parecchi et qualche poco ee' nostri, si salvorno et essendo tutti tornati alla Perosa" (15).
Il piano non venne però attuato nel modo in cui il Duca lo aveva perfezionato: non venne inviata in Alta Val Chisone una seconda colonna per il Colle del Pis come era stato indicato e le forze che avrebbero dovuto agire al Passo delle Finestre, per scendere alle spalle dei difensori di Val Chisone, furono limitate a pochi uomini con compito esclusivamente dimostrativo: "alla montagna di Meana farò comparire all'ora stabilita cento o duecento di quelli di Susa". Le truppe furono invece concentrate a far impeto a Villaretto, dove avrebbero dovuto agire due colonne: una doveva partire da Perosa, con il compito di investire di fronte quelle fortificazioni, l'altra, proveniente dalla Val Sangone, attraverso il Colle della Rousse, doveva cadere alle spalle delle barricate della Balma. Infranta la resistenza nemica, avrebbero dovuto risalire tutta l'Alta Val Chisone, dove il comandante avrebbe dovuto in parte "barricarli ( i soldati) nei luoghi che più potranno a proposito" e in parte farli proseguire "diretti al Monginevro et ivi fortificarsi".
Per stabilire sul dove e come sistemarsi "è necessario che Ascannio Vittozzi si vadi et vedi dove a lui parerà meglio fortificarsi nel monte Ginevra et Pragellà et far tavagliare tutti della Valle sia per amore sia per forza" (18).
La causa del fallimento dell'attacco a Villaretto fu il mancato coordinamento delle azioni delle due colonne: infatti quella che avrebbe dovuto provenire dal Colle della Roussa non scese a partecipare all'attacco, inoltre venne a mancare la sorpresa, essendo venuto a conoscenza del comando francese il progettato attacco alle fortificazioni di Balma, dando modo al d'Yze di concentrare tutte le forze in difesa delle barricate, il che però permise alla colonna del Cattin di effettuare la ritirata.
Il d'Yze aveva disposto che le milizie paesane della castellania di Exilles presidiassero le opere della Balma, tenendo arretrate quelle di Val Chisone (circa 800 uomini) che avrebbero dovuto intervenire al momento dell'attacco, calando alle spalle della colonna proveniente dal Colle della Roussa.
Quando le forze ducali partite da Perosa si lanciarono all'attacco, le forze tenute arretrate dal d'Yze non si mossero, non avendo visto comparire la colonna dal Colle della Roussa, per cui i poveri miliziani di Salbertrand e di Exilles che presidiavano le fortificazioni della Balma dovettero sostenere tutto l'urto e furono travolti, finché il d'Yze si mosse con i suoi uomini, che "li vennero a salvare per la molta pagura che havevano" (17).
L'attacco a Villaretto era avvenuto, come stabilito, all'alba del 18 luglio: "il negozio del Ponte è incamminato e va alla notte seguente nell'alba", aveva scritto la Duchessa (18). La colonna proveniente da Perosa conquistò la barricata, ma venne contrattaccata da forze delle quali non si sospettava la presenza e "per non essere li destinati al Colle della Rossa comparsi al tempo prefisso, causò la ritirata sua (del Ponte) alla Perosa" (19). La colonna della Val Sangone era stata messa agli ordini di Gerolamo Della Porta ed era composta di tre compagnie di ordinanza (Piossasco, Castellamonte e Bellagarda), oltre alle milizie paesane della Valle. La colonna delle salmerie, che portava le munizioni occorrenti per l'attacco alla Balma, partì da Coazze all'una del pomeriggio del giorno 17 e avrebbe dovuto raggiungere la truppa tra le 7 e le 8 di sera; giunse invece alle due del mattino del 18. Antonio di Piossasco, che con la sua compagnia faceva parte della colonna e che aveva sostituito nel comando il Della Porta, malamente feritosi per una caduta, non si dimostrò buon comandante; non vedendo giungere le munizioni si limitò a catturare gli uomini che presidiavano il Colle e si ritirò. Del fallimento dell'operazione la Duchezza si dimostrò oltremodo indispettita, sia per il comportamento della colonna di Val Sangone ("Se questa dappocaggine mi diede collera lo pensai V.A., perché almeno dovevano far alto sopra il Colle come se gli era comandato" (20), sia per la fuga di notizie, che non aveva permesso di sorprendere i nemici "che già erano avvisati e stavano tutti in armi. Si sono fatti dei prigioni ai quali si farà dar tanta corda che basti per scoprire se sono coloro c'hanno avvisato" (21). Naturalmente venne richiamato dal Passo delle Finestre "Il gov.re di Susa con le milizie che havevano preso il colle di finestre".
La Duchessa avrebbe voluto ripetere il tentativo la notte seguente e invano il generale Ruffia cercava di convincerla dell'impossibilità di quanto ordinava, quando a buon punto giunse notizia di alcuni maneggi del nemico nel Cuneese, per cui si dovette inviare qualche compagnia a Dronero "stando malissimo quel luogo, senza gente, essendo avvisati che quei banditi delle Valli hanno promesso alla Dighiera di darglielo già tutto questo mese".
L'attacco, ben concepito come idea generale, era fallito nell'esecuzione dei particolari e nel loro coordinamento, ma, soprattutto, perché le forze messe in campo non erano assolutamente sufficienti a una così complessa operazione ed erano state mal distribuite, concentrandole all'attacco in fondo valle, anziché portare l'attacco contemporaneamente in più punti, per disorientare il nemico e fargli disperdere le forze. Dal Passo del Pis, la seconda colonna prevista dal Duca non era stata lanciata e, al Passo delle Finestre, era stato assegnato un compito secondario, mentre se da quel colle, come aveva disposto il Duca, fosse scesa una consistente formazione, avrebbe potuto mettere in crisi i difensori della Balma.
Si era completamente trascurata la possibilità che offriva l'Alta Valle di Susa, non impegnando l'ala sinistra francese, che avrebbe potuto essere disturbata almeno con azioni dimostrative dal Passo Clapier e da quello della Rho, lontano dal Colle della Scala solo un terzo della distanza che separa quest'ultimo dal Passo del Pis. Non si era poi sfruttata una situazione politica che sembrava esserci in Alta Valle di Susa, dove quelle popolazioni, nella loro stra grande maggioranza cattoliche, erano meno impegnate nei risvolti religiosi che tale guerra aveva, di quelle, in massima parte riformate, della Val Chisone, come faceva rilevare il Duca quando scriveva "Non far mal trattamento a paesani et massime a quelli della Val d'Ors perché sono affezionati et bisogna servirsene" (22). Si era commesso infine il grande errore di attaccare nel punto (Villaretto) più distante dall'obbiettivo (Monginevro) che si voleva raggiungere.
La Duchessa non demordeva però dal voler ripetere l'azione ed ottenne nuovi aiuti dalla Spagna, per cui il Ponte le promise un nuovo piano d'attacco entro breve tempo: "Il Ponte mi ha scritto che essendo che fra pochi giorni darà di nuovo il negozio fatto" (23); infatti entro una settimana il progetto del nuovo attacco è allestito e inviato al Duca per l'approvazione. Il nuovo piano non è gran che: attacco in forze concentrate a Villaretto, appoggiato da una colonna proveniente dal Colle della Roussa; tutto qui. Sembra che chi l'ha redatto lo abbia fatto senza convinzione, non arrischiando colonne in territorio nemico, che questa volta difficilmente avrebbero avuto modo di ripiegare in caso di fallimento, più per accontentare Caterina d'Austria che per altro motivo. La Duchessa sollecita il marito che dia la sua approvazione: "A que st'hora V.A. haverà visto come sarà passato il negozio del Ponte" (24). IL Duca risponde di studiare attentamente altri passaggi provenienti dalla Valle di Susa e subito la Duchessa fa eseguire ricognizioni dai suoi ingegneri, delle quali riferisce con una lunga lettera dove fra il resto si dice: "si è mandato il Víttozzi a Susa per vedere tutti quei posti e nel venire vederà quello di male notte che sono sopra il villar fochiardo et cole de la Rossa et fatto il concerto ne aviserà V.A." (25). Il Duca contrariamente al suo solito non è molto sollecito nelle risposte, anche lui pare sia poco convinto di quanto si sta facendo e agisca solo per compiacere la moglie.
Infine come ha suggerito il Duca, oltre all'attacco in forze a Villaretto con due colonne, una da Perosa e una dal Colle della Roussa, vi saranno altre due puntate offensive: una di 500 uomini entrerà in Val Chisone dal Passo del Sabbione e sarà agli ordini del Cattin, "qual fece bene la parte sua" durante il precedente attacco; l'altra di pari forza, agli ordini del Ferrara governatore di Susa, agirà dal Colle delle Finestre. Vi sarà pure una piccola formazione di un centinaio di uomini tratti dal presidio di Susa, che, per il Piccolo Moncenisio, dovranno affacciarsi al Colle Clapier, a scopo dimostrativo.
Nel frattempo, il 9 agosto, era avvenuto un piccolo scontro tra una colonna uscita da Susa e le compagnie del governatore di Exilles. Ai primi di agosto il d'Yze, che aveva saputo dei preparativi di un nuovo attacco, onde interromperli, si era messo alla testa delle proprie compagnie d'ordinanza, alle quali si erano unite milizie paesane del Brianzonese, e si era avviato alla volta di Castel Delfino. Si trattava di una forza "da cinquecento fanti", scrive il Ruffia mentre il Lesdiguières in una sua lettera all'ambasciatore veneto Pietro Duodo precisa "en nombre de 600", che aveva come obiettivo, se la sorpresa riusciva, di riconquistare l'Alta Val Varaita. Ma la reazione essendo stata tempestiva, giacché i ducali erano stati preavvisati del movimento francese, e avevano concentrato nella zona minacciata compagnie di fanti, di lance e di archibugieri, i Francesi dovettero accontentarsi "de petarder la piace" (26), "pigliando alcuni prigioni sotto pretesto di dovute contribuzioni" (27). Il presidio di Susa approfittando della assenza del governatore di Exilles e di parte delle sue milizie dell'Alta Valle, ricevette l'ordine di agire verso Chiomante, ma tale ordine giunse con molto ritardo a Susa e l'operazione ebbe inizio quando le forze francesi erano già rientrate in Valle. La colonna ducale, forte di 900 uomini al comando dell'Aristotele, dopo aver disperso una pattuglia francese, il cui comandante fu ferito, mentre sei suoi uomini rimasero uccisi, avanzò senza norme di sicurezza verso Chiomonte, certa che la regione fosse sguarnita. Incappò invece nelle compagnie appostate del d'Yze. Durante il disordinato combattimento che ne seguì lo stesso comandante piemontese venne fatto prigioniero con altri cinque suoi ufficiali del suo comando, per cui la truppa si sbandò rientrando disordinatamente verso Susa e lasciando diversi uomini sul campo. Il capitano Aristotele verrà poi ucciso durante un suo tentativo di fuga dal forte di Exilles.
L'attacco in Val Chisone venne sferrato il 30 agosto, ma immediatamente sospeso, giacchè i Francesi nello stesso giorno attaccarono verso Susa e in Val San Martino. La sorpresa della Duchessa appare in una sua lettera: "Doppo si è ricevuto l'alligata del Ponte la quale confesso a V.A. che mi ha turbata grandemente con tutto ciò mando da per tutto per far marchiar gente da quella parte aciò si di continuar l'impresa e far testa mandando il general Riffia a quella volta a concertar il tutto con il conte di Masino e Ponte e di far l'effetto da la banda di Susa et del ponte, del quale si mandano le troppe che erano col Vittozzi et bernezzo, acenso, vasco, Castellato col governator di Susa con le di più che potremo mandare insieme co' la compagnia di lanze del conte di seravale. Intanto il governator di Susa tiene bene" (28). Per alcuni giorni si susseguono attacchi e contrattacchi, durante i quali sia i Francesi, sia i Piemontesi mantengono le proprie posizioni; né preoccupa la Duchessa l'informazione inviatale dal Duca (29), che forze del Lesdiguières si stanno spostando verso la Moriana con obiettivi in Valle di Susa: "facciamo marciar gente da quella parte con l'occasione di rinforzar il gov.re di Susa il quale tien bon et tuttavia combatteremo col nemico... et il ponte è ritornato a dar dentro nelle valli co' la speranza di ripigliar le barricate... acciò il nemico non carighi tutto sul gov. re di Susa... se bene spero che venendo il Nemico dalla parte di Susa gli daremo che fare, et potendo il gov.re di Susa terrà bene come spero che farà, et facendo anche il Ponte qualche frutto havrà che pensare a' fatti suoi!" (30). Il 3 la buriana si esaurisce e la Duchessa riprende a insistere per attaccare in Val Chisone, benché non possa disporre di tutte le truppe sulle quali contava, giacché le compagnie spagnole acquartierate a Pinerolo non possono essere pagate:
"li capitani del conte di masino faranno difficoltà di andare inanci senza la paga", per cui è necessario distogliere parte delle truppe che sono in valle di Susa: "mando da ottocento fanti alla volta di Pinerolo restando in Susa da seicento fanti"; ma anche le truppe di Susa non potranno essere utilizzate al Passo delle Finestre, perché in Moriana si notano movimenti preoccupanti da parte del nemico alla Volta dell'Alta Valle dell'Arc. Insistendo la Duchessa nel voler l'attacco in Val Chisone si dispone che questo avvenga il 13 settembre. Agiranno due sole colonne: una partirà da Perosa e attaccherà di fronte le barricate della Balma, che contemporanemente verranno investite dalla colonna, che, agli ordini del Vittozzi, scenderà dal colle della Roussa; al Passo delle Finestre a titolo diversivo comparirà il governatore di Susa con qualche centinaio di uomini; comanderà l'operazione di Val Chisone il conte di Masino, il Ponte essendo stato ferito nello scontro precedente. E' un piano senza consistenza messo in atto per placare l'Infanta. La spedizione si risolse in un disastro: "Quelli che doueuano dalla parte di Giaueno entrare pel colle della rossa non fecero cosa alcuna di bono", mentre le forze che dovevano attaccare a Villaretto ebbero un compito praticamente impossibile da risolvere.
Gli attaccanti consistevano in circa 2500 fanti, due compagnie di lance (Ponte e Serravalle), due compagnie di archibugieri (Ponte e Martinelli), ma le forze della difesa erano numerose e agguerrite. Dietro, le barricate, che erano state rinforzate con altre opere, c'era tutta la milizia valchisonese a cui si erano aggiunte le compagnie di Pietro d'Yze, che aveva il comando del settore, la compagnia Beauregard e quella d'ordinanza di Briançon con alla testa quel governatore, il d'Astre (31). Nella parte alta della valle erano dislocate le milizie paesane del Brianzonese a guardia dei vari passi, affinché non si verificasse più un'incursione dietro le linee come quella effettuata dal Cattin nel mese di luglio. "L'esito fu che convenne ritirarsi senza far altro", commenta amaramente il Cambiano; dopo un primo assalto, stroncato con un abile artificio di guerra, che aveva provocato il panico tra gli attaccanti "hauendo nemici dato fuoco a certa mina fatta da loro dietro a una casa che si trouaua gionta alle loro barricate, abbruciarono molti de' nostri soldati, restandone alquanti morti, gli altri così arsi, tutti neri e nudi, ch'era pietà a vedere" (32). Frattanto al Passo delle Finestre che il governato re di Susa aveva occupato con alcune compagnie assommanti a circa duecento uomini, salirono forze francesi che lo costrinsero a ripiegare su Passo delle Feriere, dove venne attaccato dal governatore di Exilles (33), là giunto alla testa di 55 uomini d'armi e 130 soldati di milizia exillese. In soccorso del Ferrero furono inviate la compagnia paesana di Moncalieri, comandata da Mario Belmonte, e quella di Avigliana, comandata dal governatore Sebastiano Bava; esse vennero intercettate dal nemico, che le costrinse a ripiegare, restando morto il Belmonte e prigioniero il Bava. Il Ferrero, asserragliato nei trinceramenti delle Fetiere e accerchiato, resistette per alcuni giorni contrastando gli assalti portati anche dalla milizia valchisonese composta dalla compagnia di Pragelato agli ordini del Balcet; subì forti perdite; morti 43 soldati e cinque ufficiali, tra i quali vi furono anche tre feriti. Egli stesso fu colpito da un'archibugiata alla testa, e si decise ritirarsi da quella difficile situazione con una sortita che riuscì, per cui gli fu possibile raggiungere Susa.
Questi fatti convinsero la Duchessa delle difficoltà di azioni offensive in Val Chisone e della necessità di costruire un forte e Perosa, per non dovervi tenere un numeroso presidio a guardia di quella porta di accesso aperta sul Piemonte. Si venne quindi nella determinazione di elevare i forti di San Giovanni Evangelista a Bec Dauphin e di Praluis allo sbocco della Val Germanasca; alla loro costruzione provvide l'ingegnere Ascannio Vittozzi (34). Il forte di San Giovanni venne elevato sul roccione del Bec Dauphin, proprio sull'antica linea di confine tra Piemonte e Delfinato e poiché alcune sue strutture erano ubicate in territorio francese verrà demolito, in esecuzione di una clausola aggiunta del trattato di Lione del 1601. Per mettere in risalto che la fortificazione era stata eretta per combattere gli eretici, la Duchessa volle dargli il nome di San Giovanni Evangelista e scriveva al Duca: "Spero che il forte di Beccio Delfino a cui ho messo nome San Giovanni fra due o tre giorni sarà in difesa e l'Aud.Spatis e il capp.Ascannio vi attendono con gran diligenza, come ancora noi in far provvedere alle munizioni che gli bisognano" (35); Se Caterina d'Austria non aveva potuto ottenere l'offensiva vittoriosa in Val Chisone, ora almeno aveva il suo forte contro gli Ugonotti. La costruzione di quelle fortificazioni era stata però una determinazione saggia, esse permettevano infatti di rendere disponibili molte truppe che prima erano impegnate a tenere quella linea di difesa e che ora si rendevano disponibili per essere impiegate in altre operazioni. Già nel mese di ottobre le opere erano talmente a punto da togliere qualsiasi preoccupazione su quel tratto di frontiera; "ho visto quello che mi scrive sopra la venuta di qualche truppe nemiche alla volta del nuovo forte di San Giovanni... ci farò dare tutta la precia possibile al forte il quale è in bonissimo stato et in pochissimi giorni non si avrà pagura del Nemico, et se condurrà il cannone l'aspetteremo bravamente" (36). Il forte venne posto agli ordini del bravo capitano Cattin, affidando quello di Praluis a colui che era stato suo luogotenente, il capitano Simone Tiberio di Castagnole, che verrà poi sostituito dal capitano Occhetto.
Piemontesi e Francesi, entrambi al riparo di solide opere di difesa, per quell'anno non intrapprenderanno più azioni di rilievo. La Duchessa in una delle sue ultime lettere (la missiva è del 3 novembre mentre l'Infanta morirà il giorno 7) scrive che "Susa, Pinerolo, Demont e tutti gli altri forti di frontiera stanno vigilanti" e accenna al fatto che "il presidente Provana et Gov.re di Susa haveano incamminato qualche cosa verso Iciglies, ma l'effetto non è seguito". Si era trattato di questo: un prigioniero piemontese era riuscito a fuggire dal forte di Exilles, portando l'informazione che in quella piazza era in allestimento un'azione per venire a far razzia a Meana e a Mattie; gli incursori sarebbero stati in numero di 60 e nel castello sarebbero rimasti solo 7 uomini, essendo tutte le forze partite per partecipare a operazioni che erano in corso in Provenza; all'esterno della cinta del forte erano poi provvisoriamente quanto incautamente depositati due cannoni, che avrebbero dovuto essere condotti fuori della Valle. Il comando di Susa decise di mettere in imboscata alcune truppe onde sorprendere i razziatori, i quali si limitarono a mettere a sacco alcune grange delle alpi di Meana senza spingersi a Mattie, dove li attendeva la compagnia di archibugieri a cavallo del Toscano Ulisse Martinelli. Né furono intercettati sulla via del ritorno, per cui per ritorsione alcune compagnie di fanti piemontesi il giorno dopo andarono "alla volta di Chiamont et la cosa si risolse in far qualche bottino et alcuni paesani prigioni".
Il trattato firmato a Vervins il 2 maggio 1598 porterà un po' di quiete fra le genti dell'impervio scacchiere delle nostre montagne. Esso sarà un grande passo avanti verso la definitiva pace che tra Savoia e Francia verrà finalmente sottoscritta nel 1601 a Lione, con essa si porrà termine alla ultradecennale guerra per il Marchesato di Saluzzo, una guerra che, sull'uno e sull'altro versante, aveva sparso buon sangue montanaro.


NOTE
1)Le C.te de MIRABEL, Souvenirs d' Exilles, Bull. de l' Accademie Delphinale, Grenoble 1904.
2)O. RAULICH, Storia di Carlo Emanuele I Duca di Savoia, U. Uoepli, Milano 1902
3)A.S.T. (Archivio Storico Torino), Sez. di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, L' Infanta al Duca suo marito, 8 luglio 1597.
4)Idem, 10 luglio 1797.
5)Le C.te de MIRABEL, Op.cit.
6)"Le sieur de Lesdiguières, lieutenent général pour le Roi dela les monts. Ayant pleu à Dieu faire la grace de réduire la place d' Exilles soubs l'obéissance du Roy, la charge ou gouvernement de laquelle nous aurions commise ai sieur Dize recognoissant son mérite et capacité, et les fidèles services qu'il a rendu à sa Majesté aux occasions où nous l'avons employè pour le bien de son service... Fait au camp devant Exilles le vingt troisième jour de janvier 1595. Lesdiguieres". Pubbl. da. "Le Dauphiné" del 21 genn.1893.
7)Le Compte de MIRABEL, Op.cit.
8)"Ordre donné à noble Jean Anthoine d'Yze, seigneur de Rosans, gouverneur pour le Toy du chateau d'Exilles, portan que la surintendance des fortifications qu'il faloit faire à Exilles, en est donnée au dit d'Yze, et le fonds monte a 8 mille écus". Documento autografo di proprietà della Librairie du Dauphiné, pubblicato da "Le Dauphiné" del 28 genn.1895.
9)Le Compte de MIRABEL, OP.cit.
10)A.S.T.,Sez.di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, L'Infanta al Duca suo marito, 14 luglio 1597.
11)G.CAMBIANO DI RUFFIA, Historico discorso al Serenisso Filippo Emanuele di Savoia Principe di Piemonte, in Monumenta Historiae Patriae, Tomo III, Libro VI, Torino 1840.
12)Le Compte de MIRABEL, Op.cit.
13)A.S.T., Sez.di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, II Duca Carlo Emanuele I al cav.Ponte, 14 luglio 1597.
14)Idem, L' infanta al Duca suo marito, 18 luglio 1597.
15)Idem, ibidem, 21 luglio 1597.
16)Idem, Il Duca Carlo Emanuele I al cav.Ponte, 14 luglio 1597.
17)Idem, L' Infanta al Duca suo marito, 19 luglio 1597.
18)Idem, ibidem, 18 luglio 1597.
19)Idem, ibidem, 19 luglio 1597.
20)Idem, ibidem.
21)Idem, ibidem.
22)Idem, Il Duca Carlo Emanuele alla Ser.ma Infanta, 20 luglio 1597.
23)Idem, L' Infanta al Duca suo marito, 28 luglio 1597.
24)Idem, ibidem, 2 agosto 1597.
25)Idem, ibidem, 28 agosto 1597.
26)DUGLAS (C.te) et Roman (J)- Actes et corrispondence du Connetable de Lesdiguières, E.Aller, Grenoble 1881.
27)G.CAMBIANO DI RUFFIA, Op.cit.
28)A.S.T., Sez. di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, L'Infanta al Duca suo marito, 31 agosto 1597.
29)Idem, Il Duca Carlo Emanuele I alla Ser.ma Infanta, 2 settembre 1597.
30)Idem, L'Infanta al Duca suo marito, 3 settembre 1597.
31)Le Compte de MIRABEL, Op.cit.
32)A.S.T., Sez.di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, L'Infanta al Duca suo marito, 3 settembre 1597, V. PROMIS, Memorabili di Giulio Cambiano di Ruffia dal 1542 al 1611, Stamperia Reale, Torino, 1870. "Principio di Settembre. Li nostri in Pragelato hanno preso una barricata de nemici, dove essi havendo messo polvere coperta li hanno dato fuoco et indi assalito li nostri de quali ne sono morti circa trenta di fuogo et arme, et il cavaglier Ponte ferito d'un' archibusata nel brazzo destro....".
33)Archives de la Ville Briarçon, Lettere dei Sindaci di Briançon, BB-115, lettera del 15 luglio 1597; BB-7, lettera del 7 settembre 1597.
34)P.CAFFARO, Notizie e documenti della Chiesa pinerolese, Pinerolo 1893. A.SCOTTI, Ascannio Vittozzi ingegnere ducale a Torino La Nuova Italia Editrice, Firenze 1969. Jalla, La Riforma in Piemonte negli anni 1596-98, Bull.S.M.V, n.47
35)A.S.T, Sez. di Corte, Lettere Principi Savoia, Duchi e Sovrani, L' Infanta al Duca suo marito, 22 settembre 1597. 36)Idem, ibidem.