(LV, 1977, N.17):
Al tempo dei tempi era comune a tutte le genti alpine una mitologia popolare con interventi improvvisi di buoni e di cattivi geni, con apparizione di spettri o di esseri soprannaturali o immaginari, spesso sinistri (diavoli e maghi, folletti e fate, fattucchiere e streghe), di segni e di presagi nell'aria e sulla terra, di lotte notturne e propiziatrici per i raccolti stagionali tra i giovani benandanti e le streghe, di strani esseri antropomorfi o zoomorfi il cui potere si esplicava in ogni momento della vita quotidiana.
L'acqua sgorgante dalla roccia (Fontana del Corno di Pra Catinat) o un lago dalle acque torbide (Lago del Chardonnet, Lago Nero), un albero secolare (Clot dli tré Erbou) o un animale sconosciuto (Gimèrou) bastavano per suscitare un rispetto religioso ed eccitare la fantasia dei nostri Avi; così come un senso di mistero circondava una roccia imponente o un masso erratico (Peiro Riondo. Peyramount), le pietre di strana conformazione o quelle incise con segni antichi e indecifrabili (Cheminée du Diable, Peiro dla Crou, Mouchaou d' Seò, Roccho dla Fantino), che, non di rado, suscitavano la venerazione, il culto oppure un sacro orrore, e, forse proprio sotto l'influenza di queste misteriose impressioni, si sono tramandati fino a noi i vari toponimi che si richiamano al diavolo o al mago, alle streghe o alle fate.
Ora, molte di queste credenze riguardanti la magia e i poteri soprannaturali ad essa connessi si sono tramandati nel folclore e nei miti delle nostre montagne: ogni leggenda, ogni rupe, balma o laghetto alpino, ogni sorgente e ogni bosco ha la sua fata o la sua strega, il suo spirito buono o il suo genio malvagio, che è rimasto, nella narrazione popolare, come la raffigurazione di una entità del bene o del male in ogni sua espressione, talvolta anche sotto le spoglie umane, attraverso una assurda trasposizione della vicenda nel tempo e nello spazio.
La narrazione di fiabe e di leggende dovette essere un tempo per i montanari
un'attività ludica importante, sia per ingannare il tempo durante le lunghe veglie invernali, sia perché i rapporti tra la novellistica popolare e alcuni aspetti della religione, della cultura e della mentalità prelogica dei nostri progenitori dovettero essere molto stretti.
Purtroppo la mancanza di una letteratura valligiana ci impedisce di approfondire questo argomento; ciò nonostante in alcune fiabe e leggende rimasteci, tramandate soltanto per tradizione orale, è possibile rinvenire motivi popolari che probabilmente risalgono ad antichi miti, riti e superstizioni delle genti alpine: valga per tutti la raffigurazione demoniaca che secondo gli studiosi si perde nella notte dei tempi, potendo risalire al Sorcier cornuto della grotta des Trois Frères (Ariège), credenza paleolitica che, diffusa in Europa e nel vicino Oriente, si è conservata fino al tardo Medio Evo; così come
è presumibile che con l'avvento del Cristianesimo le stesse antiche divinità montane, celto-liguri e greco-romane, si siano talvolta trasformate e degradate a spiriti malefici e infernali.

CHANSON DIU DIABLE.
Le soir, le long de la riviere,
à l'ombre d'un noir peuplier,
près du moulin de la meunière,
passait un homme de six pieds.
Il avait la moustache grise,
le chapeau rond, le manteau bleu;
dans ses cheveux soufflait la bise:
c'était le diable ou... le bon Dieu.
Sa voix qui sonnalt comme une cuivre
et qui rendait le son du cor
me dit: au bois il faut me suivre,
je te promets cent louis d'or.

Je le suivis sana résistance,
par son oeil rouge ensorcelé:
il m'aurait montré la potence,
que je n'aurais pas reculé.
Il marchait plus vite que la lièvre, et n'avait pas de courir.
Sa fureaur me donnait la fièvre,
je croyais que j'allais mourir.
Mais lui, pour me faire revivre,
me dit, rendant le son du cor:
au fond du bois il faut me suivre
je te promets cent louis d'or.

Jure ton sang, jure ton âme,
jure le diable, jure Dieu,
que tu n'epouseras pas femme
ni du hameau, ni d'autre lieu.
Au moins avant la quarantaine
et que l'on te verra toujours
courir de fredaine en fredaine
sans te fixer d'autres amours.
Sa voix qui sonnait comme une cuivre
et qui rendait le son du cor,
me dit: au bois il faut me suivre,
je te promets cent louis d'or.

Au fond du boia nous arrivâmes;
il faisait nuit. Les arbres verts
jétaient en l'air des vertes flammes:
l'ai cru entrer dans les enfers.
Soudain un éclair effroyable
défigura mon inconnu:
là j'ai reconnu le diable
à sa queue et son front cornu.
Il me fit voir ouvert un livre
où rien n'etait écrit encor.
Il me dit: signe, je te livre
alors sonnants cent lous d'or.

Au lieu de signer sur la page,
où le diable avalt mis ses doigts,
je songeai qu'il était plus sage
de faire un gran signe de croix.
Le diable parti en fumée
et je fus transporté soudain
chez ma bergère bien aimée
dans une chambre de moulin.
Le diable j'ai bien fait de suivre:
il m'a laissé tout un trésor.
La belle avait en sous de cuivre,
la belle avait cent louis d'or.

Tema prediletto delle leggende: mentre il diavolo crede di conquistare le anime dei mortali coll'astuzia, questi ultimi, ottenuta la pattuita mercede, sventano il pericolo e lo beffeggiano.

IL DIAVOLO.
Nelle nostre Valli il termine provenzale e francese Diable si conserva vitale soltanto più nell'espressione interiettiva Diable!, diavolo! e solo in bocca alle persone anziane, mentre di uso comune è Diaou, corrispondente al nizzardo e al piemontese (dal latino: diabolus, colui che separa, che suscita odio).
Tale voce compare in molti modi di dire e proverbi, che spesso ritroviamo nel francese e nel piemontese: A l'î un paoure dlaou, è un povero diavolo; l'î pâ lou dlaou, letteralmente: non è il diavolo, e, in senso figurato, non è cosa impossibile; fâ lou diaou a cattre, fare il diavolo a quattro: lou diaou l'î pâ sì brut coum' un lou foe, il diavolo non è così brutto come lo si dipinge; lou diaou pi â n'à e pi n'ën vol, il diavolo più ne ha e più ne vuole; ecc..
Da Diaou si ha l'interiezione di meraviglia Diaouléri! Diavolo!, simile al piemontese e usata anche come sostantivo nel significato di cose demoniache, infernali: Vou u fasa un diaouléri, fate il diavolo a quattro, un gran baccano; diaoularià, diavolerie (franc.: diablerie; prov.: diablarié; piem.: diaulerìe); diaboulic, diabolico (franc.: diabolique; prov.: diabouli, -ico; ; piem.: diabòlic).
Il nostro patouà, con lo stesso significato, ha inoltre il comune Dëmoni, demonio (franc.: démon; prov.: demoun e demòni; piem.: dëmoni; dal latino daemonium, termine che designava le divinità di ordine Inferiore): Vou u sià un dëmoni, siete un demonio e, in senso bonario, siete un birbantello; Dëmoun è invece usato come imprecazione (Cfr.AIS 805; ALI 2246; ALF 403; T.G. Pons: Dizionario del dialetto valdese della Val Germanasca, Torre Pellice, 1972).
Sempre nell'accezione di Diavolo è pure conservata l'antica voce Martin, da cui derivano denominazioni di oggetti e di animali diversi: martinét, ordigno, congegno meccanico; martinas, ramarro, anche friulano (antico franc.: martinet; prov.: e piem.: martinét. Cfr. REW 5381; T.G. Pons; I.Griset: La parlata provenzaleggiante di Inverso Pinasca (Torino), Giappichelli. Torino, 1966), vocaboli che ritroviamo in una rima infantile d'altri tempi, la quale ci richiama alla magia per comando, che si esprime, cioè, con le parole e suscita la superstizione del potere soprannaturale degli esorcismi e delle formule: Martinét,
Martinét - lèvo, lèvo, l'ê journet; - Martinas, Martinas - lèvo, lèvo, l'ë journas... e il formicaleone usciva dalla sua piccola tana sotto terra.
Martin è ora soprattutto usato per indicare stupore, disappunto: O, Martin!, diamine!, o in espressioni come: Martin a l'ajouò!, Martin (il Diavolo) l'aiuta! Evidentemente, già nei tempi andati e come sempre avverrà, c'era chi non esitava a rendere l'anima al demonio pur di raggiungere i propri scopi; e, come ovunque nella iconografia tradizionale, anche il nostro Diavolo era spesso rappresentato cornuto. Valga a conferma un vecchio modo di dire raccolto a Prarostino, ma comune a tutta la Valle: Lou Diaou s'ê rout 'n corn, letteralmente: il diavolo si è rotto un corno, esprimente in senso figurato meraviglia per un'azione buona a cui nessuno credeva. Altrettanto significativo, ma con valore profilattico di scongiuro, è il noto gesto di fare le corna, che, oltre al
ricordo di antiche divinità cornute zoomorfe o antropomorfe (il caprone dei 13 Laghi), sembra richiamarsi alla nostra creatura infernale.
Qualche volta il Diavolo ha anche un nome proprio: è il caso del Maligno che infestava le Valli Valdesi: Berlicche, termine di etimologia incerta usato in tono di scherzo anche nella lingua italiana e che il Devoto vorrebbe composto dal tedesco medio lokke, richiamo dì caccia, con il prefisso ber- di berlina e berlingare. Nel piemontese le voci bërlic e bërloc vengono usate per invocare i demoni nel giocare di mano: Per virtù d' bërlic e bërloc, i veui e cumandu che..., per virtù magica (del demonio) voglio e comando che...
Da una antica leggenda riportata da J.Jalla (Légendes des Vallées Vaudoises, Torre Pellice, 1911) sappiamo che il nostro Berlicche si presenta come Diavolo-incubo, «si pone sopra», direbbe il Ruggiero, e quindi è di sesso maschile, con chiara analogia allo Smara del Bellunese ed al Mazzarol triestino. E' un demone dispettoso, che di notte si diverte a slegare l'eytacho del bestiame nelle stalle degli alpeggi. Un nostro pastore, convinto che ciò sia opera del Maligno e non sapendo e non osando porvi rimedio, accetta l'aiuto che gli viene da una giovane donna, la quale si offre di dormire nella stalle per venire a capo del mistero. A mezzanotte la ragazza vede un'ombra vagare nella stalla, la sente su di lei, le sembra trasformarsi in luna. Atterrita, si nasconde sotto le coperte: invano. Difatti la luna si cala ancora con un chiarore soffocante, distendendosi su tutto il suo corpo. La povera donna trascorre la notte nel terrore: muore il mattino seguente, dopo aver raccontato la sua triste avventura.
Anche l'Arlecchino del Bal da Sabre di Fenestrelle si pone allo studioso di folclore come lo spirito del male in un relitto di rito propiziatorio agrario d'altri tempi. Arlecchino, la popolare maschera della Commedia dell'Arte, era infatti certamente un diavolo, anzi il capo di una masnada di creature infernali: secondo la Mourgues, il suo stesso nome, Hallequin, deriva da Holle, inferno, e già in Dante (Inferno, canto XXI, v. 118) è citato, con il nome di Alichino, nel suo duplice aspetto demoniaco e buffonesco, mentre in testi del XIII sec è ricordato come Re dell' Inferno: forse per questo viene di solito rappresentato con la maschera nera; così come il Sarasin della leggenda del Riff, a Fenestrelle, nel tradizionale processo carnevalesco, era sempre presentato nero... come il demonio, mentre al Laux la Maschera, nel ricordo di un rito di purificazione e di propiziazione, veniva simbolicamente ucciso proprio perché raffigurante, come il capro espiatorio, il Diavolo, la malvagità degli uomini e la brutta stagione invernale. Lo stesso termine viene tuttora usato nella media e nell'alta Valle del Chisone in varie espressioni interiettive per indicare un furfantello, ma anche il demonio: Vou u sià un Sarasin!, voi siete un demonio!; Diaou, d'un Sarasin!, Diavolo, d'un Saraceno!; Vou u sià nié coum' un Sarasin!, voi siete nero, sporco, come un saraceno, come il Diavolo!
Il Diavolo, insomma, era sempre nero, sia sotto le spoglie antropomorfe (Arlecchino, Saraceno, uomo), sia nei suoi aspetti animaleschi (caprone, gatto, maiale, rospo, ecc.): io stesso, fanciullo, in tempo di Carnevale, ho ancora visto povere barbouira, maschere, così dette perché fornite di barba (dal basso latino: barboyram; antico franc.: barboire), con il viso nero di fuliggine e con il capo adorno di corna di capra; così come è nera e repellente la raffigurazione del Diavolo, nell'atto di stringere tra le braccia una creatura infantile (secondo il Ruggiero, forse l'anima di Giuda) che si trova nell'icona della Madonna della Losa in comune di Gravere, e quella, sotto forma di un bestione irsuto con una spaventosa lingua, esorcizzato da San Bernardo, che compare in un rustico affresco di una cappella all'alpeggio Mouchecuite di Rochemolles (M.Ruggiero: Tradizioni e leggende della Valle di Susa, ed. Piemonte in Bancarella, Torino, 1970).
Ora, proprio questo essere soprannaturale al quale la tradizione ancora attribuisce forme umane e animalesche, è il personaggio principe di tutta una mala genìa del mondo prelogico valligiano: le stesse formule di esorcismo del battesimo cristiano e di Papa Leone XIII, ove si parla di immunde spiritus e di potenza satanica, giustificano tale asserzione.
Talvolta, difatti, d'accordo con i folletti e con le streghe, cospira contro i giovani che di notte vanno a vegliare le loro innamorate: un lume, mai visto prima, li terrorizza; gatti neri con occhi di bragia, rospi immondi lancianti uno spruzzo di liquido mefitico, caproni pronti ad incornare sbarrano loro il passo. Ciò non toglie che spesso il Diavolo venga scorbacciato anche con l'aiuto di altri esseri sovrumani (fate, angeli, santi): è il caso della leggenda del Rio del Bessè in cui sì parla di un diavolo beffato da una fata benefica.
Alla mezzanotte di ogni sabato precedente il plenilunio, ma in alcuni paesi di ogni mercoledì o venerdì, si vuole che il Diavolo s'incontri con le streghe e con le sciagurate amiche del male nei sabba (dal cui nome è forse originata la credenza che tali tregende notturne avvenissero dì sabato; dal francese: sabbat), feste magiche e orgiastiche in suo onore, durante le quali si compiono spergiuri, danze e cose infami; e poiché, un tempo, era naturale che i luoghi da questi frequentati venissero dal popolo ignorante considerati con misteriosa paura, si deve ricercare in queste antiche tradizioni superstiziose l'origine di vari pianori, rocce, tane, passi delle streghe o del diavolo: a tali raduni si vuole che il diavolo, le streghe e i soursies partecipino arrivando a cavallo di un caprone o di una scopa data da un ramo di bés (betulla).
Insomma, nel nostro folclore i diavoli sono «artefici di ogni male»: tale credenza ha radici profonde nella vita dei popoli, tanto che Guillaume d'Auvergne, vescovo di Parigi dal 1228 al 1249, ebbe ad affermare «que les démons peuvent produire des orages, des naufrages, des incendies» e che «c'est au diable que les sorciers s'adressent pour commetre des maléfices».
Difatti: Si anchèe la plaou - dëman la foré bel; - ma si lou diaou s'amuso bou si figh, - dëman vou saré tremp fin a l'embrigh: se oggi piove, domani farà bello: ma se il diavolo gioca con i suoi (streghe, folletti, soursies), domani voi sarete bagnati fino all'ombelico, ammonisce un proverbio raccolto anni or sono a Feugiorno di Pramollo. E il Diavolo fa sul serio, tant'è che chi a vit lou diaou tempetâ d'su l'etouble, i l'à pa-pi vegho d'anâ a sapâ, chi ha visto il Diavolo tempestare sulle stoppie, non ha più voglia di andare a zappare (per seminare), ribadisce un altro adagio della media Valle del Chisone (Laouso di Villaretto).
La credenza alla presenza materiale del Diavolo (e delle streghe) e alla facoltà di trasferirsi, come e quando vuole, in animali diversi era assai diffusa fin nei tempi più lontani. La si riscontra nelle religioni degli antichi popoli della Mesopotamia; il serpente del biblico giardino terrestre, il classico tentatore, è il Diavolo; è Assatan (da cui Satana, l'avversario) che tenta Gesù nel deserto ed è lo stesso Gesù che libera un uomo di Gerasa dagli spiriti immondi che lo possedevano: «Esci spirito immondo, da quest'uomo!» e alla loro supplica di non scacciarli da quel paese e di «farli entrare» nei porci che pascolavano sulle falde del monte, acconsente: «Allora gli spiriti impuri, usciti, entrarono nei porci, e il branco si avventò dall'alto del precipizio nel lago» (Matteo, VIII, 28-34; Marco, V, 1-20; Luca, VIII, 26-39).
Un celebre chirurgo del XVI sec., Paré, in un suo trattato difatti sostiene che i demoni spesso «si trasformano in serpenti, in rospi, in gatti, in caproni, in asini, in cani, in lupi ed in tori; si trasformano in uomini ed anche in angeli della luce... ». Nel 1601 ad Issime, in Valle d'Aosta, il Diavolo, in un processo rimasto storico, viene incriminato e citato a comparire davanti ai giudici, quasi fosse una entità reale; così come si processano e si condannano alcuni porci accusati di aver divorato un bambino (Rouvre); una schiera di topi, nonostante una appassionata arringa del difensore d'ufficio, è processata e scomunicata per aver infestato le case ad Autun; in Borgogna una scrofa è incarcerata per cinque anni avendo divorato un bambino; a Basilea, nel 1474, i magistrati condannano un gallo reo di aver fatto un uovo (jol-jali(n)o).
Inutile dire che nell'animale si processava e si condannava il Diavolo (Cfr. M. Ruggiero: Streghe e diavoli in Piemonte, Bancarella, Torino, 1971). Orbene, anche nelle nostre leggende è facile trovare il motivo di metamorfosi diverse con particolare predilezione per il rospo, il gatto nero, il maiale, il caprone.
La figura del Diavolo mutato in caprone è assai diffusa nella novellistica alpina dai Pian del Re all'Adamello: ancora adesso nelle nostre Valli il becco viene considerato un animale diabolico (Balmo da Diaou). La chabro niero, la capra nera che fa le bizze, che non vuole essere munta, sempre pronta a cozzare con le sue grandi corna, che si allontana dal gregge percorrendo sentieri inaccessibili alle altre bestie, insensibile ad ogni richiamo, nella nostra tradizione popolare rimane come l'incarnazione del demonio, è ancora nota come lo spauracchio per i bambini cattivi e capricciosi e continua a vivere in un antico proverbio: La chabro niero - i l'à la teto matiero; - aprestaou: - dint la journâ la plaou, la capra nera ha la testa matta (è un demonio); preparatevi: in giornata pioverà (Val Germanasca, Gran Faetto); senza dimenticare che era spesso presentata come un caprone la vittima designata al rito sacrificale, il capro espiatorio di tanti popoli antichi, accogliente in sé tutte le colpe dell'uomo e che si pone di conseguenza a simbolo del male: e il male è sinonimo di demonio. (La chabro-blâ valligiana uccisa per pacificare e nutrire la madre terra).
La presenza del Maligno non è sempre percettibile: è possibile però che sia avvertita dai cani quando ringhiano senza un motivo reale: così come un gran chiasso ingiustificato, o un gran polverone o la puzza di zolfo subito la richiamano alla mente: è il Diavolo un grasso maiale che qualche sprovveduto montanaro può portare a spalle in una notte di plenilunio lungo la strada di Prali e che al Salto del Lupo dilegua in un'acre fumata di zolfo; si vuole che una tana dell'Inverso Porte emetta fiamme, chi dice nella notte di S. Giovanni, chi dell'Epifania; strani rumori si odono in una tana di Maniglia; fenomeni altrettanto strani danno il Foro Risonante del Tupinet, tra la Baisso e Pra' Prunìe, un'apertura nel terreno presso il Rio Ga vicino alla Maisëtto di Faetto in Val Germanasca ed una tana sotto le miande di Selleyraout (Villaretto), la Balmëchanto.
Una profonda buca nella roccia viva al Castlus sarebbe stata fatta da un diavolo precipitato dal cielo: in basso si vede tuttora l'orma del suo piede, Peà dar Diaou, mentre a Peyramount, Roccia a monte, si vedrebbe l'impronta della sua testa; le orme del Maligno si possono anche ritrovare su un roccione della Fraita; a Bousson, sulla sinistra del torrente Ripa, alcuni massi rocciosi di strana forma piramidale provocata dall'azione erosiva degli agenti atmosferici sono detti dai montanari Cheminée du Diable; mentre il gorgo vorticoso di un rio è spesso la dimora del demonio (Toumple da Diaou a Massello).
Non solo: il Diavolo era anche il custode incorruttibile e temuto di numerosi tesori: ne fanno fede molte nostre leggende.
II tesoro della montagna del Beth è custodito da un diavolo antico in compagnia di streghe malefiche; secondo il cronista della Novalesa (Chron. Novalic.: libro II, cap. V) il leggendario re lebbroso Romuleio avrebbe affidato il suo tesoro al diavolo dimorante sul Rocciamelone; a Côteplane, tra la valle di Susa e la valle del Chisone, si vuole che fino ai primi decenni del secolo si potessero ancora vedere le tracce di uno scavo fatto dai pastori alla ricerca di una pelle di bue colma di monete d'oro e lassù nascosta dal Diavolo; a valle del Saret del Berger del Gran Faetto, a La Douà Roccha, prima della costruzione della strada carrozzabile, si riteneva di poter vedere l'impronta lasciata da un tupin contenente un inestimabile tesoro: custodito da un demonio, sarebbe stato trafugato alla mezzanotte santa di un Natale lontano da uno straniero sconosciuto, che, grazie al suono delle campane della Chapello e ad un ramoscello di bosso cosparso di acqua benedetta, era riuscito a beffare il Maligno. Anche al Lago Nero, nell'alta Val Ripa, un misterioso tesoro è custodito dal Diavolo: si può vedere, per pochi attimi soltanto, al momento dell'elevazione durante la celebra zione della Messa di S. Giovanni, quando le acque del lago si aprono miracolosamente. Negli altri giorni non è dato di vederlo né di avvicinarsi se non si vuole correre il rischio di essere accolto da tuoni e fulmini improvvisi e paurosi e da una furiosa tempesta di pietre: se poi, per disavventura, qualche incauto montanaro cade nel lago, viene risucchiato dalle acque torbide di un canale sotterraneo e segreto che lo trascinano fino a Giaglione, a monte di Susa: è quanto accadde ad un caprone (E.Faure: Arcadia alpina o costumi dell'alta valle di Susa, Susa, 1926). Ancora; ogni roccione aspro e diruto è detto comunemente Roccho da Diaou e la stessa denominazione ha un sentiero impervio o un antico e sinistro casale.
A conclusione di queste brevi note sul nostro Diavolo antico non mi sembra fuori luogo un'ultima osservazione. I vecchi valligiani conoscevano i segreti delle erbe officinali e, se talvolta le loro terapie si avvicinavano a manifestazioni superstiziose, non possiamo dimenticare che proprio questa medicina empirica fu per lunghi secoli il solo rimedio contro il male fisico. Purtroppo non sempre e non tutti avevano una conoscenza diretta delle parti della pianta costituenti la droga né del loro modo di raccolta e di impiego: non tutti, insomma, potevano essere mediconi o soursies!
Poteva così succedere che erbe con proprietà sedative o antispasmodiche, aspirate in fomenti o ingerite come decotti, tisane o estratti, provocassero stati di torpore e di incoscienza; o che alcune, afrodisiache, dessero origine ad una innaturale ed allucinante eccitazione; o che altre, tossiche, provocassero malesseri diversi o addirittura la morte. Questo può bene giustificare l'attributo popolare dato ad alcune erbe officinali: erba del diavolo! E' il caso dello stramonio, del colchico, dell'aconito, del narciso, del papavero rosso, ecc..
È però altrettanto vero che se sortilegi, fatture, formule magiche, aspersioni non riuscivano ad allontanare il demonio e gli spiriti maligni dalle case, si poteva fare ricorso all'hipericum perforatum: bruciandone le foglie o facendone fomento, essi subito si davano alla fuga; l'Angelica archangelica, da parte sua, forse per il suo sapore assai acuto e aromatico, difendeva i bambini da ogni male ed allontanava il demonio; i fiori dell'Orchis morio, raccolti rugiadosi nella notte di S.Giovanni, disposti in croce sull'architrave della porta delle case, recavano fortuna impedendo l'ingresso al Maligno; così come l'umile Rosa di macchia, nata da una goccia del sangue di Cristo, era assai temuta dagli spiriti del male.
Secondo un'antica tradizione il Populus nigra, il pioppo, era invece un albero sacro al Diavolo: chissà, forse perché con questo legno si vuole che sia stata costruita la croce del Calvario, tant'è che da allora le sue foglie non hanno mai smesso di tremare. Forse per il suo tronco a volte contorto e per la sua corteccia rossastra che sembra ricordare il fuoco, si riteneva che il Pino silvestre fosse il rifugio di spiriti demoniaci, i quali si appollaiavano sui suoi rami deformi in attesa delle vittime da colpire; di contro, e per la fortuna dei nostri antenati, il Larice aveva la facoltà di contrastare agli incantesimi, un collarino della sua corteccia metteva al sicuro i bambini dagli influssi maligni, mentre il fumo, dato dal suo legno in fiamme, allontanava gli spiriti demoniaci. E tra gli spiriti del male c'erano spesso le streghe, le amiche infami e inseparabili del Diavolo.
Parafrasando il Ruggiero possiamo quindi dire che il Diavolo atterrisce e punisce, non esita e non bada alle forme quando cerca moglie: d'altra parte le ragazze curiose e imprudenti sono sempre molte: si presenta tra fuoco e fiamme, ma talvolta strappa un sorriso: basta la prontezza di un montanaro, il segno della Croce o una spruzzata d'acqua benedetta, uno sparo, lo scoppio di un mortaretto o il suono delle campane per metterlo in fuga: forse per questo, durante le sagre paesane, prima dell'inizio della santa Messa e soprattutto al momento dell'Elevazione, è ancora diffusa l' usanza dello scoppio dei mortaretti; mentre nel.VIl secolo, hanno sempre avuto una loro funzione particolare, così come si può leggere nel rituale della benedizione «...che essi (i demoni) tremino al suono di questa campana e fuggano alla vista di questa croce incisa sopra i suoi contorni»,
Il Diavolo, quindi, venuto per ingannare, finisce spesso beffato.

(LV, 1977, N.18):
Il termine strega deriva dal latino striga, forma popolare di strix, strigis, la strige, il barbagianni, la civetta, l'uccello notturno di cui parlano Virgilio, Ovidio, Plinio e altri autori latini, e, per estensione, una donna vecchia e brutta. Con tale nome si identificano dapprima le Lamiae, i fantasmi, poi le Sagae classiche ed infine il vocabolo servì per indicare le «veneficae mulieres quae strigum instar infantum sanguinem sugunt, sive ispae strigae» (Cicerone: De divin. C, XXXI; Calepino), forse perchè, essendo uccello notturno, la tradizione popolare lo riteneva di cattivo augurio e, come le streghe del Seicento, succhiava il sangue ai fanciulli.
La voce latina striga, contratta in stria, fu poi soppiantata nelle regioni alpine dal vocabolo maska, che è attestato per la prima volta nella legge 197 dell'Edictum Rotari del 643 d.C., nella quale si legge: «Stria quod est masca». Questo, secondo alcuni, deriverebbe dal basso latino masca, per altri studiosi dall'arabo maskara (REW 5398) da cui si ebbe l'italiano maschera: un tempo significava morto, più tardi fu usato per indicare una strega o un qualsiasi spirito ignobile, sempre infernale, che ricompariva sulla terra ad ogni inizio del ciclo annuale: ciò può bene giustificare la presenza di maschere in tempo di Carnevale (cfr.M.Ruggiero, op.cit.).
Masc, stregone, masco (masque), strega (plur. masca), comuni al piemontese, mascoun (masch.) e masca (femm.plur.: masche), voci già registrate nel «Prontuario» del Vopisco (Mondovì, 1564), e al provenzale masco nel significato di maga, strega, corrispondenti al francese masque nell'accezione di maschera, sono pure vitali come toponimi nella Provenza (Mistral: 11, 290), nelle Alpi Marittime (es.: Val Masca, dal torrente omonimo) e in tutta l'area alpina piemontese: difatti, come nelle nostre vallate, è facile trovare Bal dla Masca, Bric dla Mosca, Viò dla Masca, ecc..
Nelle nostre Valli tale termine è soprattutto usato per indicare le maschere o i fantasmi e compare in tipici modi di dire patouà: Esre furp coum'un'masco, essere furbo come una strega, concordante con il piemontese: Ese furb coume 'na masca (Sant'Albino, E. D'Azeglio); si dice di persona che non si lascia corbellare; Vê la masca, lett.: vedere i fantasmi, le streghe: diffuso anche nella Valle della Dora Riparia e concordante con il piemontese, si usa per indicare uno stato di grazia o di meraviglia, quando si vedono cose strabilianti, strane, mai viste prima: così vede le Masche il povero chierichetto che calpesta la stola del sacerdote celebrante la S. Messa: chissà, forse perché sa che assai severo sarà il rimprovero del prete per la sua sbadataggine durante la funzione religiosa o fors'anche perché, secondo un' antica tradizione, solo le streghe osavano calpestare i paramenti sacerdotali con atto sacrilego.
Nel senso di mago, stregone e strega sono pure diffusi soursié e soursiero: dal basso latino sortiarius (a sua volta da sort, -sortis, sorte, nell'accezione di responso, oracolo, sortilegi per indovinare l'avvenire), hanno i loro corrispondenti nel francese sorcier e sorcière e, come nella lingua d'oltr'Alpe, il femminile indica una donna che pratica le arti magiche, una fattucchiera e, come invettiva, una mala femmina o una cattiva moglie, tant'è che un nostro proverbio dice: «Mougù la barriero, vou-u vierà la soursiero», rimossa la barriera, ossia subito dopo le nozze, voi vedrete la strega (Mentoulles); mentre la voce maschile un tempo assumeva anche il significato di medicone.
Dallo stesso termine si ha la forma verbale ensoursëlâ (dal franc.: ensorceler; prov.: enmasca: piem.: anmasché), affattucchiare, affatturare, e il sostantivato ensoursellëment (dal franc.: ensorcellement; prov.: enmascacioun; piem.: mascarìa e anmascarourià), affatturamento.
Soursiè è voce assai diffusa in tutte le valli alpine provenzaleggianti e di parlata franco-provenzale (Es. Valle d'Aosta: sorsiè e sorsiere; Valle di Susa, Mattie: soursirë, plur. soursirös).
A lato di tale termine, specie dalle persone anziane, nelle nostre Valli è ancora usato la Velho (o Vëlho o Velhë), la Vecchia (franc.: Vieille; prov.: Vièio; piem.: Veja, dal latino: vetula), forse perché le streghe sono sempre state presentate come donne brutte, sdentate e soprattutto vecchie: questo vocabolo, però, può indicare al tempo stesso la personificazione del passato, il fantoccio raffigurante sia la Quaresima, il Caramantran, la Quaresima entrante, sia il Carnevale, il Carnavâl, che un tempo venivano dati alle fiamme in un simbolico rito di liberazione purificatrice e di propiziazione.
Al riguardo è significativo ricordare l'espressione interiettiva: Velho Soursiero!, lett.: Vecchia strega!, corrispondente al francese: Vieille Sorcière! e, con il sostantivo variato, all'espressiva e cruda forma piemontese: Masca d'na Veja!, indicante per disprezzo una donna vecchia e brutta, ove, quasi a reciproco completamento e in un insieme consolidale, compaiono il termine portatore di significato e il suo determinante dipendente.
Velho o Velhë, se ne parlerà nelle prossime note, sono anche toponimi diffusi: Col dla Velho, Balmo dla Vëlho, Soursë dla Velhë, ecc.
Nei secoli andati uno stregone era anche detto ereje (franc.: hérétique; prov.: eirege; piem.: erètic): da questo vocabolo, ora caduto in disuso e adoperato soprattutto per eretico, si ha ereziò, eresia, e, per conseguente associazione, stregoneria (franc.: hérésie; prov.: eresio; piem,: eresia; valdostano, C. Nigra: eregërì, dal greco nel significato di scelta, propensione).
In questa accezione la voce è di origine relativamente recente e certamente risale all'epoca della Riforma e alle lotte di religione, quando, e lo vedremo, le «streghe» e gli «stregoni», apostati od eretici impenitenti, accusati di commercio con il diavolo, erano condannati al rogo per avere contrastato alla tradizione e alla fede della Chiesa di Roma.
La stessa considerazione vale per flamasson, stregone, già registrato en en passant da F. Seves. Nel nostro patouà è un termine di recente acquisto (dal franc.: franc-maçon, libero muratore; it.: frammassone), anche se la società segreta della Massoneria risale a tempi assai antichi. Poichè i suoi affiliati si ponevano come fine l'abbattimento del vecchio ordine di cose e la ricostruzione di uno nuovo; poichè, specie in Italia, la Massoneria si presentò nella sua forma moderna fortemente anticlericale ispirandosi ai principi del deismo e del razionalismo illuministici, dovette essere facile entificare gli esseri misteriosi e infernali della leggenda, streghe e soursiè, con gli adepti massoni dediti a pratiche strane e soprattutto segrete contro il tradizionale ordine costituito.
Purtroppo i formidabili strumenti di repressione di quei tempi (stato e chiesa), affondando le loro radici nella visione distorta che gli uomini talvolta avevano della psiche umana, erano troppo spesso portati a confondere le credenze e le superstizioni popolari con la realtà.
Per finire, sempre per indicare la strega, seppure ormai conservata nella parlata di pochi paesi, è ancora vitale la locuzione: La fenno da Diaou: difatti, la moglie del Diavolo, con il quale litiga e dal quale viene trascinata per le tracce provocando il pauroso fragore del tuono (Lou Diaou rabèllo sa fenno plâ trenna, è un nostro modo di dire), nella credenza prelogica dei nostri Avi, altri non poteva essere naturalmente che una vecchia, brutta e malvagia Strega.

(LV, 1978, N.19):
Nella tradizione popolare e, come si è visto, anche nella terminologia del nostro patouà, non è facile fare una netta distinzione tra Streghe e Soursiera individuando la loro vera natura o il significato specifico nel quale un vocabolo è accentuato e usato. Difatti, la credenza alla magia, alla superstizione, al mondo fantastico ed oscuro di questi esseri misteriosi e malvagi, nella novellistica valligiane è sovente assai vaga, ambigua e confusa; nè, d'altra parte, ci è sempre dato di intuire il significato ideologico, anche perchè mancando di carattere logico, l'immaginazione e le ragioni psicologiche che l'hanno provocata divengono naturalmente insensibili al principio di non contraddizione.
In tale complessa manifestazione prelogica nemmeno la psicologia delle superstizioni, che pure dovrebbero portare alla luce della coscienza i processi inconsci dell'uomo da cui hanno origine le credenze medesime, ci può offrire, sempre e dovunque, una diversità logica di «persona» e di «comportamento» tra strega e Soursiero.
Come conseguenza potrà avvenire che non sempre si riesca a determinare in modo significativo e costante le attività soprasensibili di tali creature della leggenda.
Sulle Streghe la documentazione, soprattutto per sopravvivenza orale, non fa certo difetto. Durante le lunghe veglie invernali nelle stalle le Streghe erano un motivo d'obbligo nel racconti dei Vecchi e spesso si faceva a gara a chi meglio sapeva «rappresentarle», con un alone di veridicità, agli occhi e alla mente degli astanti increduli. Così, molti particolari, che dovevano in parte risalire al ricordo delle deposizioni rese ai processi per stregoneria dei secoli andati, diventavano realtà nel racconto stesso, nel quale le situazioni strutturali e ambientali sovente si ripetevano, il contenuto aveva uno svolgimento breve e di effetto immediato, mentre i personaggi mancavano quasi sempre di una forte caratterizzazione, anche se posti nel regno del possibile.
Non solo: il confine tra finzione e realtà veniva spesso a mancare nella coscienza stessa del narratore e il vago e l'indefinito propri del «c'era una volta» si confondevano e si trasferivano in modo assurdo, irrazionale e misterioso in motivi reali e attuali, tanto da fare talvolta pensare ad una novellistica di epoca relativamente recente, anche se, si voglia o non, questa affonda le sue radici in età assai lontane.
Ciò che stupisce è però il «carattere di generalità e di intensità» che la superstizione delle Streghe aveva presso i valligiani, anche tra i Valdesi (i più restii, per motivi storico-confessionali, ad accettare l'esistenza di esseri dotati di poteri soprannaturali) e, conseguentemente, la vasta diffusione dei racconti sulla stregoneria. Ma di questo farò cenno altrove. (Cfr. Leggende delle Valli Valdesi, a cura di A. Genre e di O. Bert, Claudiana, Torino, 1977, p. 14 e 78).
Da laz istoria dli velh possiamo così sapere che le nostre Streghe sono bravissime come fattucchiere ed usano zampe di rospo, peli di gatto, teste di vipere, code di maiali, corna di capre per i loro filtri ed incantesimi. Forse perché hanno avuto dal Diavolo il potere di trasformarsi in animali, essendo concepite come sacerdotesse di un dio che a sua volta può mutarsi in caprone o in gatto nero o in rospo, e proprio sotto queste spoglie si «divertono» malignamente a gettare ogni sorta di malefizi sull'uomo e sull'ambiente che lo circonda.
Il gatto nero è il loro animale preferito: ora, proprio il gatto (con il caprone, il rospo, il maiale), diventato il simbolo di qualcosa che va al di là della sua natura di animale domestico, si presenta come la vittima designata più significativa e più esposta al rito magico del trasferimento di tutti i mali dell'uomo, e poichè la Strega è presentata come una entità misteriosa del male, non c'è da stupire che venga «personificata» nel gatto.
Come conseguenza è opportuno evitare di accarezzare l'animale dopo il suono dell'Ave Maria, perchè con le tenebre della notte quello potrebbe trasformarsi in una cattiva strega (Alta Valle della Dora, Media e alta Valle Chisone); non si deve permettere al gatto di dormire sotto la culla di un neonato, se non si vuole che il bambino cresca deforme: solo ponendo sulla zana un cappello o una calza si può rimediare ai malefizi della strega-gatto: chissà, forse perchè essendo indumenti di persone adulte, per la magia associativa, possono presentarsi come oggetti di difesa nei confronti del bambino (Media e Alta Valle Chisone; Cfr. F.Seves: I Soursies, in «Le cento città d'Italia», supplemento de «Il Secolo», Milano, 25 marzo 1891); a Bousson, in Val Ripa, non si deve invece stendere i panni dei neonati dopo l'Ave Maria per evitare i malefizi da parte delle Masche: la credenza, diffusa anche nella Valle Chisone, trova forse un perchè logico nella rugiada e nella umidità della notte che, naturalmente, non possono essere fattori di buona salute per un neonato.
Nei nostri racconti d'altri tempi, con poche varianti da paese a paese, è pure diffuso quest'altro motivo: un gatto nero, avvicinatosi imprudentemente alla culla di un neonato, viene azzoppato dal padre con il falcetto; il mattino seguente una vicina di casa ha una mano fasciata: è una strega, ma nessuno prima lo sapeva.
Questo avveniva «allora», nel mondo incolto valligiano, ma un gatto nero può ancora portare iella, specie se ci attraversa la strada: evidentemente il sapere scientifico non è ancora riuscito a distruggere del tutto le forme inconsce qualificate comunemente come superstiziose; e ciò, lo si deve pur riconoscere, avviene anche in persone che non indulgono certo alla magia.
E' sempre un gatto nero che esce dalla stalla, attraverso la finestra che si è stranamente spalancata d'improvviso, dicendo: Ruin a l'i mourt: l'a touccho a mi, corrispondente, nel senso lato che il modo di dire ha assunto nel tempo, all'espressione piemontese: Ruin a l'é mort, ades a touca a mi, la stessa che ho ascoltato dalla bocca di una anziana montanara alla notizia della morte del marito: Ruin (il capo famiglia) è morto, ora tocca a me (a sbrogliarmela): Ruin, però, nell'antica tradizione era il capo di una masnada di Streghe: il gatto-stregone avrebbe dovuto sostituirlo proprio in questa sua funzione (Media Valle di Susa, Bassa e Media Valle Chisone; Cfr. Savi Lopez: Leggende delle Alpi, Torino, 1889).
Ed è ancora un gatto nero (o un grosso repellente rospo) che accompagna il Diavolo quando questi si reca sotto le spoglie umane al Sabba delle Streghe (Mattie, Gran Faetto, Pragelato...; Cfr.: F.Saves, op.cit.) e, secondo una versione della leggenda della Gardiolo, sono due gatti neri gli stregoni che accompagnano a scorta fino a Villa un malcapitato spettatore del Sabba pralino.
Anche il maiale, già lo si è accennato, è un amico delle streghe: ne fa fede un'altra istorio dli velh raccolta nel 1949 a Gran Dubbione.
Un giovane, fidanzato con una ragazza di Tagliaretto, di ritorno dalla veglia notturna, viene aggredito su un ponticello del rio Dubbione da due maiali neri stranamente inferociti, con gli occhi di fuoco. Si difende disperatamente e solo quando con il coltello riesce a ferirne uno, le bestie si danno alla fuga. Il giorno successivo una giovane della Roccharéo, in lacrime e con un braccio fasciato, gli rivela di essere stata lei, con la sorella, ad averlo assalito: sono innamorate del giovane ed entrambe sono streghe. L'uomo promette di mantenere il segreto sulla loro vera natura: in cambio, ogni anno riceve in dono un bellissimo fazzoletto di seta, ch'egli regala a sua volta alla sua sposa.
Come si può notare, c'è un motivo comune ai vari racconti che, con poche varianti, si può registrare costantemente nella novellistica di tutte le valli alpine piemontesi: la zampa ferita dell'animale corrisponde al braccio fasciato della strega come manifestazione dell'entità del male. Non bisogna però essere sprovveduti: per ottenere la «rivelazione» della Strega è sufficiente una sola ferita; difatti, infierendo una seconda volta sull'animale», per la magia di scongiuro, si potrebbe annullare l'effetto desiderato con la prima ferita.
Un grosso gatto nero cerca di spaventare un giovane pramollino e, pur essendo gravemente ferito ad una zampa, non si allontana dall'uomo continuando a molestarlo e a provocarlo, nella speranza dì ricevere una seconda ferita: inutilmente, poichè l'uomo conosce i segreti della stregoneria. Il giorno dopo un giovane di Pomeano porta misteriosamente un braccio fasciato al collo: è un rivale in amore del feritore, ma è pure uno stregone (Feugiorno, aprile 1948. Per Marie Bonnet - Traditions orales des Vallées Vaudoises du Piémont, in Revue des traditions populaires, Paris, XXVI, 1911, p. 65, riportata in «Leggende delle Valli Valdesi», op.cit., p. 90 il «protagonista» è un cane: ciò, naturalmente, non infirma la validità e il significato della situazione narrativa).
Le nostre Masche usavano un segreto unguento a base di ingredienti stupefacenti: ciò serviva loro per volare, per sentirsi leggere, libere ed invisibili in un mondo tutto loro. Penso a quanto si dice avvenga in chi fa tuttora abuso di allucinogeni: la triste esperienza sembra ripetersi in queste menti ammalate: e nelle nostre valli no mancavano di certo e ancora si possono trovare alcune erbe officinali spontanee che, usate in decotti o in infusi, macerate o distillate in dosi eccessive, possono provocare reazioni dannose all'organismo e gravi squilibri allucinanti alla mente umana. Possono anche «fare volare», purtroppo!
Le nostre Streghe volavano, dunque, e, sotto le spoglie di animali o rese invisibili, erano onnipresenti. Ciò nonostante qualche volta si potevano vedere: oltre il chierichetto che calpesta il paramento sacro, le vede il sacerdote nel momento in cui si volge verso i fedeli nel gesto dell'Orate Frates: forse per questo in quel momento abbassa lo sguardo o chiude gli occhi; se poi si mette un crocifisso nella pila dell'acqua benedetta la Masca si manifesta e non può più uscire dalla Chiesa (Media e Alta Valle Chisone, Alta Valle Dora; Cfr. A. Pazzini: Demoni, streghe e guaritori, Bompiani, Milano, 1951): difatti l'acqua-santa, il rintocco delle campane, lo sparo dei mortaretti e soprattutto il crocifisso o il semplice segno di croce rompono gli incantesimi per cui le povere Streghe si ritrovano senza difesa.
Non solo, se si fa bollire un indumento di una Masca, questa è costretta a rivelarsi: cosa facile a dirsi, certamente assai più difficile a farsi, poichè bisognerebbe anzitutto conoscere colui o colei che è capace di ammascare.
Questa pratica era assai diffusa nelle nostre Valli e rientra nelle forme della magia simpatica, consistente nella trasmissione per contatto di una qualità benefica o malefica da un soggetto all'altro. E' per questo che si procede a riti di scongiuro in casa e in tutta segretezza per le persone ammascate, mentre per gli indemoniati si ricorre al prete che con il rituale cattolico caccerà lo spirito del male.
Girando nove volte attorno ad una ou(l)o piena di acqua bollente, fatta scaldare con legno di ginepro, nella quale una fattucchiera ha gettato sette foglie di assenzio e alcuni fiori di timo accompagnando il gesto con formule di scongiuro e battendo ripetutamente il recipiente con un grosso bastone di faggio, il povero ammascato è liberato dal sortilegio.
Un altro rito di scongiuro, che con qualche variante si riscontra anche nella vicina Valle di Susa (Cfr.M.Ruggiero, op.cit.), consiste invece nel riporre alcuni chiodi arrugginiti in un tupin di terracotta e nella conseguente e violenta battituta dello stesso fino alla sua completa rottura, per costringere gli spiriti maligni, qui nascosti, a venire alla luce, rivelarsi e perdere ogni potere.
La credenza alla battuta dei chiodi per scacciare le forze del male è assai antica: difatti la defictio mali per mezzo dei chiodi si manifestava già presso gli etruschi e i romani e lo storico Tito Livio ricorda che, ogni anno, alle Idi di Settembre, veniva conficcato un chiodo nel tempio di Giove per difendere Roma da tutti i mali (Cfr. P.Toschi: Tradizioni popolari italiane, ERI, Torino, 1959, pp. 201 e sgg.).
E' lo stesso principio del «toccare ferro», metallo ritenuto in grado di annullare le forze del male: difatti il semplice contatto, per magia simpatica, può trasmettere a noi stessi le sue proprietà.
Alla stessa credenza si richiama la pratica rituale dell'arroventare su un fuoco di legna di ginepro le catene degli animali da stalla, battendole successivamente con un nodoso bastone: anche questo è un vero rito di trasferimento: i colpi dati alle catene si trasferiscono sul corpo della Strega, che si rivela e si dà alla fuga, anche se, forse, più semplicemente e con un ritorno alla ragione, il fuoco serve soltanto per pulire, per «purificare» l'eitacho degli animali (Vallone di Pramollo, Media Valle Chisone, Valle di Susa).
Talvolta può avvenire che la casa stessa sia ammascata; anche in questo caso, per nostra fortuna, un rimedio c'è: è sufficiente circondarla con un filo di canapa o di lana tessuto o filato da una giovane donna, vergine, che non abbia mai usato prima il telaio o il fuso: in questo modo si impedisce alla strega di rincasare e l'incantesimo scompare di fronte al simbolo dell'innocenza.
Oppure, proprio perchè la croce tiene lontano il malocchio (Valle di Susa, Valle Chisone), si pongono i fiori di San Giovanni sull'architrave del portale d'ingresso, oppure la cheyna fa foujé, le catene del camino o anche , in alternativa, ma sempre in creoce, il tridente e la zappa, il rastrello e la falce: questi ultimi rimedi sono particolarmente efficaci quando si ha il triste presagio di avere la asa invasa dalle streghe. Non basta: la strega è la personificazione del male, è astuta, già lo si è visto, come altri non c'è al mondo: eppure, una volta, almeno, può essere beffata dall'uomo: una semplice scopa posta a lato del focolare la incanta così tanto che comincia a contare i fili di saggina; purtroppo non è brava in aritmetica e, conta e riconta, il tempo passa: all'alba è sorpresa dal suono delle campane senza che abbia avuto la possibilità di fare del male: inutile dire che si dà a precipitosa fuga (Feugiorno di Pramollo, Gran Dubbione, Val Ripa).
Ancora: anche bruciando alcuni chicchi di grano si può allontanare una masca: nonostante la scarsità dei raccolti dei campi, qualcuno lo faceva, anche quotidianamente: pochi chicchi per volta, e, uno per volta, i sortilegi erano annullati. Gli incantesimi funesti delle streghe scomparivano invece del tutto quando si «bruciava» il frumento e l'orzo per fare il «caffè»: il buon profumo della tostatura, chissà il perchè, doveva essere troppo acuto per il debole olfatto delle creature infernali o forse «sapeva» troppo di fumo e di fuoco e il fuoco spaventava le nostre streghe (Val Germanasca, Valle Chisone). Ne sa qualcosa lo stagnaio-stregone del Laouzoun, che torna a fare cagliare il latte perchè è costretto dai pastori a rimanere così vicino al fuoco del camino tanto da scottarsi.

(LV, 1978, N.20):
Un journ d'armarco delle nostre antiche comunità era il 3 Febbraio, la Candelora. Sorta in Oriente forse nel VII secolo, tale ricorrenza acquistò in Italia grandi solennità con processioni propiziatrici di «cereorum luminibus coruscans», fors'anche perchè sostituiva la festa pagana dei Lupercales e le celebrazioni di purificazione in onore della dea Februa (da cui februare, purificare, e l'italiano Febbraio). Ora, proprio la cera delle candele benedette in tale giorno fatta sgocciolare sulle spalle degli uomini e sulla testa delle bestie, «purificando», rende immuni da ogni stregoneria.
Naturalmente, aspersioni di acqua benedetta, lo sgocciolare della cera delle candele, voti, segni di croce e crocifissi, preghiere ai santi e alla Vergine, ripugnando alle credenze religiose dei Valdesi mancano nella novellistica dell'area protestante: di conseguenza, non disdegnando tale tradizione popolare, che pure qui è largamente diffusa, questi nostri Avi hanno saputo difendersi e farsi beffe del Diavolo e delle Streghe adattando i rimedi tradizionali agli usi ed ai costumi del loro ambiente, alla loro formazione culturale e morale, magari ricorrendo all'aiuto di un altro essere soprannaturale, ma «positivo», come può essere una fata, o ad una donna particolarmente astuta, o, semplicemente, alla forza della loro fede e della loro intelligenza (Cfr, Leggende delle Valli Valdesi, op. cit., p.135).
Ciò 'nonostante, le Streghe rimangono pur sempre come la causa di molti mali. Come in molte vallate alpine anche nelle nostre sono le Streghe o gli spiriti maligni che radunano i nembi tempestosi sulle cime dei monti trascinandoli poi a devastare con la grandine i raccolti dei campi.
Durante i temporali può anche succedere che le Streghe si trasformino in animali diversi, ai quali l'uomo deve dare la caccia (gatti neri, rospi, ecc.).
Sì ha un temp môt, tempo matto, quando il Diavolo trascina sua moglie per le trecce o quando la picchia con la scopa: ma ciò può anche essere dovuto alle Streghe che fanno il bucato: di conseguenza bisogna evitare di bagnarsi; se poi una goccia cade nell'occhio provoca un orzaiolo e solo guardando in una bottiglia piena d'olio o un animale (es.: un uccello), con un rito di trasferimento, quello scompare; se invece una goccia cade su una mano là vi cresce un porro: però, mettendovi sopra una lumaca, che si deve seppellire subito dopo senza essere visto, anche questo scompare (Gran Dubbione, Bassa e Media Valle Chisone, Valle Lemina, Valle di Susa).
E' colpa delle Masche o delle Soursiera se rovinano frane, se crollano muri, se i fiumi straripano; se i bruchi distruggono i raccolti o le foglie degli alberi; se malattie sconosciute e inguaribili colpiscono gli uomini e gli animali. Difatti possono gettare il malocchio anche sugli animali, e non sempre è possibile contrastarle. Ne fa fede questa nostra leggenda.
Un montanaro dei Pellenc di Pramollo (secondo la Bonnet il protagonista è del Foucchas di Massello o della Ruà di Pramollo - Op. cit. XXVI, 1911, pp. 236-237, in: Leggende delle Valli Valdesi, op, cit., p.96: la versione riportata è stata raccolta a Feugiorno di Pramollo nel 1948) è costretto suo malgrado ad uccidere la sua pecora più bella perché è stata affatturata: ciò al fine di evitarle altre sofferenze ed una morte atroce, e nella speranza che, con questa, la strega si manifesti. L'amico che si presta alla bisogna, con un colpo maldestro di accetta, la ferisce gravemente al collo, senza però ucciderla. La pecora guarisce del suo male misterioso, ma una donna del luogo, !a strega incriminata, ha il collo stranamente fasciato ed è in preda a dolori lancinanti.
E sono le Streghe che fanno smarrire la strada al montanaro che sale nella nebbia all'alpeggio o a portare sale al bestiame a l'abandoun al lago della Roussa; e ancora le nostre Masche che conducono alla perdizione i viaggiatori notturni che si riposano in luoghi solitari, pericolosi, ai crocicchi, loro luogo di riunione, dove i pagani onoravano le divinità della fecondazione e della abbondanza e dove ora spesso si trovano piloni e croci votive; così come sono le Masche a fare smarrire la strada agli innamorati che vanno a vegliare, spegnendo le lanterne o i fuochi accesi lungo i sentieri pericolosi (Balmo dla Lanterno, tra Albarea e Riclaretto).
Altre volte emergono dai gorghi dei torrenti o dei laghi, là dove l'acqua turbina in tonfano, e, maliarde, fanno innamorare di loro i giovani montanari attirandoli nelle acque vorticose per poi dare loro la morte.
Come nella Valle di Susa, in Val Anzasca, nell'Ossolano, nelle valli Cuneesi e nella Valle d'Aosta, anche nelle nostre vallate Streghe, Draghi e Folletti, spesso uniti al Diavolo, si alternano, perversi, nell'offrire e nel contendere l'oro di antichi tesori o delle montagne del Beth e dell'Orsiera, che affiora sempre a mezzanotte per scomparire con la luce del giorno, e che spesso convertono in foghe o in pietre.
E sono ancora le Streghe, ma talvolta anche i Folletti, che tolgono il latte alle mucche o che le rendono inquiete: anche per questo i montanari usavano incidere un segno di croce sul collare o sul campanaccio delle bestie.
Fortuna per l'uomo, dopo quanto si è riportato, che l'erisamo ha un potere magico contro la mala genìa delle Streghe; inoltre la stregoneria non è possibile ove cresca il ginepro, la betonica e l'euforbia, l'iperico e la ruta, l'issopo e il biancospino.
Come conseguenza, nella presunzione di potere di qualche misura ricostruire quel mondo fantastico, così lontano e così moralmente sordido per l'uomo del XX secolo, viene naturale l'affermare che i nostri Vecchi potessero pensare alle Streghe con una certa serenità d'animo: eppure così non era.
I rimedi per contrastarle, per annullare i loro perversi sortilegi non mancavano certo: bastava solo saperli usare adattandoli al proprio stato di necessità e al proprio modo di essere. Purtroppo era quanto non si sapeva sempre fare o si faceva male, perchè non secondo norma, e da norma era sovente recepita dai soli Soursiés, i quali erano così strettamente imparentati con gli esseri diabolici che difficilmente potevano mettere in atto le loro sottili astuzie ed i loro utili suggerimenti ai fine di ottenere un risultato positivo. O non si voleva fare, per un innato senso di vergogna o di ripugnanza mentale, morale e religiosa, nel dover riconoscere di credere a tali forme di superstizione fantastica e grossolana. E, secondo la tradizione, le conseguenze erano quelle che erano, drammatiche ed assurde, spesso fin dove l'immaginazione poteva manifestarsi al di là della logica del pensiero.
Le Streghe, pertanto, si presentano sempre, sotto qualsiasi veste, come entità del male da contrastare o da evitare; come una rappresentazione dell'inconscio, del fantastico, del mitico e dell'emozionale, di un qualcosa che sovrasta alle funzioni esistenziali con figurazioni e interpretazioni drammatiche, dando una logica spiegazione causale nel mondo della natura e nella quotidiana esistenza dell'uomo ad ogni fenomeno o ad una qualsivoglia cosa male interpretata e conosciuta che può produrre stupore, spavento o speranza.
Diventano altresì il simbolo esecrato di un qualcosa di sgradevole da fare, da superare, da vincere per ottenere il soddisfacimento dei propri desideri. E' il caso delle nostre Vecchie valligiane.
E' una strega ripugnante la Vecchia della rocciosa Balmo dla Queirasso, nei pressi della confluenza della Germanasca di Prali con quella di Massello, che pretende dai bambini insoliti tributi. Bijâ lou cheoul a la Velho, si usava dire un tempo, dando loro la baia, ai ragazzetti dell'alta val San Martino, quando scendevano per la prima volta a Perrero in occasione delle fiere o di altre circostanze speciali: non potevano raggiungere il paese senza avere prima pagato tale tributo ributtante: ciò non senza qualche allusione ai privilegi ed ai tributi dovuti ai Trucchetti, antichi signori della valle
(Cfr.T. G. Pons: Detti e proverbi delle Valli Valdesi, Claudiana, Torre Pellice, 1938).
Lo stesso concetto si ripete nella media valle del Chisone: Drant a ventë baizô 'l cheoul a la Velhë, ossia, prima di credersi un vero uomo, di potere ottenere e di potere fare ciò che si vuole «bisogna baciare il c... alla Vecchia»: cosa non da poco, poiché, per fare ciò, bisogna salire al Col dla Velhë (non lontano si trova il Clot omonimo, tradizionale luogo di riunione delle Streghe valligiane), nell'alto vallone del Riou dla Verja o Rio delle Due Rane (m.2480 s.l.m.), oltre Roccho Pertusâ, sulla crinale Chisone-Dora: là si trova un lastrone monolitico, alto e isolato, raffigurante appunto la Velhë, la Vecchia, la Strega che si deve baciare.
Immutato nella sostanza, il modo di dire si rappresenta come scherzo infantile a Pragelato: Baizô lë cuël a la Velhe. Nei boschi della borgata di Souchères Basses c'è una sorgente «proibita» dalle acque fresche e pure; la custodisce gelosamente una vecchia strega che le dà il nome: a questa i ragazzi devono concedere lo scotto sgradevole prima di poter soddisfare la propria sete: cosa questa, più facile a dirsi che a farsi, dice il nostro Bermond (Cfr.: R.Bermond: Lë sabée dë notri reiri, Alzani, Pinerolo, 1977, p.47).
Ora, se per qualche verso l'interpretazione ideologica del tributo dovuto alla Vecchia sembra avvicinarsi strettamente alla simbologia della barriero per i battesimi, per le nozze, per le feste annuali, la quale implica un pegno, un obbligo, il superamento di un difficile ostacolo al fine del raggiungimento della felicità, è un fatto che l'allegoria ripetuta della Vecchia Strega, esasperando l'iniziale motivo culturale, ha finito col cedere il posto a ierofanie implicanti funzioni magistiche in cui il desiderio esistenziale si trasferisce dall'uomo ad una manifestazione fantastica e superstiziosa che comporta la credenza in una potenza soprannaturale, la quale chiede azioni sacrificali moralmente perverse finalizzate al rifiuto del bene e della necessità vitale.

(LV, 1979, N.23, p.8-9):
Secondo un'antica tradizione, le Streghe ritornano nelle Valli il 1° di Maggio (data che secondo il calendario celtico segna l'inizio del secondo ciclo annuale) dopo avere svernato sulla costa ligure per evitare i rigori del nostro inverno: naturalmente a tutto scapito dei montanari che, a malincuore, con la bella stagione, tornano a perdere la loro tranquillità. Non tutte le Masche, però, debbono essere freddolose, difatti si vuole che il 1 Novembre, il 25 Dicembre e il 6 Gennaio siano giorni loro dedicati (Cfr.M.Dell'Oro Hermil: Roc Maol e Mompantero, Torino, 1897; P. Toschi: op. cit.; M. Ruggiero: op.cit.): il che fa supporre che qualche strega abbia... residenza stabile nelle Valli.
Nell'antica superstizione dei paesi dell'Europa Settentrionale le grandi assemblee delle Streghe avvengono nella notte di Santa Walpurgis, corrispondente ad una delle maggiori feste teutoniche; più tardi viene loro dedicata la notte di San Bartolomeo; infine, soprattutto in Piemonte, incomincia a favoleggiare della notte di San Giovanni, specie quando, tra il XV e il XVII secolo, la fede nelle streghe e nel diavolo torna ad assorbire larghi strati della popolazione locale,
Ma anche a Carnevale ciò può avvenire: da brutte donne le streghe si trasformano in creature bellissime, si riuniscono per danzare in tondo il Rigoulet sotto frondosi noci, su pianori inaccessibili, o in radure nascoste fra abeti e pini; ballano con il Diavolo e inceneriscono con il solo sguardo fiori e piante: il che forse spiega il nome di circolo delle streghe dato alla strana propagazione del micelio del fungo agarico e la conseguenze aridità del terreno, e la credenza antica che l'ombra del noce sia nociva all'uomo.
Si ha, insomma, il Sabba. Sull'argomento molto è stato scritto: per la parte generale mi rifarò spesso a Michele Ruggiero e alla sua accurata documentazione bibliografica, naturalmente ampliando e approfondendo questa nota con i risultati di una ricerca personale condotta sulla scorta della tradizione locale.
Il vocabolo saba o sabba (delle streghe) è di etimologia incerta: potrebbe risalire al francese sabbat (difatti il termine compare per la prima volta in Francia in una sentenza resa verso la fine del XIII secolo; (Cfr.: R.Von Worhen: Satanismo, Corbaccio, Milano, 1932) a sua volta dall'ebraico Sabath, indicante il giorno di riposo, di festa nel ricordo del settimo dì della creazione e consacrato al Signore; forse da Sabathai, Saturno, «il pianeta che si trova più in alto nei cieli nelle prime ore della notte tra il venerdì e il sabato». Però, i malefici sembra avvengano di norma nella notte che precede il giorno del Sabath con evidente scopo sacrilego, essendo quello il giorno
della morte del Signore e solo più tardi fu indicato il sabato come giorno della ridda infernale (Cfr. M.Ruggiero: op.cit., pag. 29 e segg.).
Nel nostro patouà il vocabolo Sabba non figura e se viene usato è per diretta acquisizione dall'italiano o dal francese; lo sostituiscono voci diverse: da Rigoulet a assembleò (assemblea), dal francese Rendez-vous (incontro, convegno) al nostro bâl dla masca (ballo delle streghe), forse la locuzione più comune.
Anche un tipico modo di dire piemontese: Fe' ël saba, lett. fare il sabato, nel significato di: fare festa grosa, e il Sabba delle streghe è senz'altro, per chi vi partecipa, una gran festa, non si riscontra nella parlata locale.
Nel piemontese si registrano pure due termini Baravantan e Rigoulet, di etimologia incerta ed oscura, che, secondo lo Zalli (C.Zalli: Dizionario piemontese, italiano, latino e francese, Carmagnola, 1830), indicano luoghi misteriosi, oscuri, ricchi di imprevisti, ove si danno convegno le streghe e il Diavolo per le ridde notturne del Sabba.
Baravantan deriverebbe da Beneventum, dove «secondo una tradizione diffusa in tutta Italia, convenivano le streghe per le loro orge col Diavolo»: in verità tale etimologia lascia perplessi non pochi studiosi di demonologia.
Baravantan, nel piemontese, è rimasto per indicare una testa balzana, una persona strana e bizzarra; la locuzione testa baravantan-a è tuttora di uso comune.
Nel nostro patouà Baravantan come luogo di convegno non figura; lo si trova invece nelle accezioni riportate per la parlata subalpina: vou-u sià un baravantan, vou-u sià un teto baravantâno, e viene usata come bonaria interiezione: Baravantan!, pazzerello! Inoltre, sia nella parlata valligiana sia nel piemontese, si ha un tipico modo di dire: pét baravantan, per scoreggia, strana e assai rumorosa, prima di morire.
Rigoulet, invece, ma è una semplice ipotesi, potrebbe essere un acquisto dall'italiano arcaico rigoletto (diminutivo dal logobardico riga), antica danza collettiva che si ballava girando in tondo: pertanto, più che il luogo del Sabba, Rigolet o Rigoulet potrebbe indicare la danza sfrenata in uso durante il Sabba: per il vero significato della parola rimane pur sempre incerto, anche se spesso compare nei processi per stregoneria, ove, le varie dichiarazioni di «andare al Rigolet», di «partecipare al Rigolet» si sarebbero forse dovute intendere semplicemente come: «andare, partecipare al ballo », diventate, purtroppo, ai fini processuali: «al ballo delle streghe»
La credenza in turpi convegni di spiriti infernali, di demoni e di masche (anime dei trapassati) era già diffusa nell'antica Roma; difatti li troviamo descritti in autori diversi, da Orazio a Petronio ad Apuleio.
Più tardi la credenza nel Sabba diviene la conseguenza della riprovazione che ispiravano ai Cristiani i riti orgiastici dei Misteri nei paesi del Mediterraneo Orientale, i Baccanali e i Saturnali in Roma, di cui si possono trovare tracce nel nostro Carnevale (Cfr. M. Ruggiero: op.cit.): difatti, secondo molti, il Sabba trarrebbe origine dalle feste orgiastiche e licenziose in onore dell'antico dio Bacco Sabasio, che, in parte rifiutate con l'avvento del Cristianesimo, si continuarono a celebrare di nascosto; mentre nel Medio Evo si ritiene che le persone dedite alla stregoneria si diano convegno in luoghi segreti per celebrare ogni sorta di malefizi.
Nelle nostre Valli si incomincia a favoleggiare del Sabba intorno al XV secolo, quando i convegni tra streghe e diavoli improntano il costume di vita di una società incolta, sensibile al ritorno di una superstizione paganeggiante e a valori culturali e morali in aperto contrasto con la chiesa di Roma o semplicemente eretici nel suoi confronti.
E' altresì interessante osservare come il Sabba sia diffuso in molti paesi, diversi
e lontani: dal Messico, ove «ancor prima della conquista spagnuola» si credeva che la streghe volassero al Sabba a cavallo di una scopa; alla Russia, dove maghi e demoni si riunivano sul Monte Calvo attorno al dio negro Tchernobrog, motivo ispiratore del noto poema sinfonico di Moussorgsky (Cfr.:M.Bouisson: La Magia, Sugar, Milano, 1961; pure riportato da M. Ruggiero, op.cit., in nota, pag.35).
Comunque sia, «magia, spiritismo, filtri d'amore, supestizione e credulità fanno parte del Sabba, il momento in cui ogni atto è possibile e lecito pur di compiacere il Diavolo che di questi convegni è re e signore assoluto» (Cfr. M.Ruggiero: op.cit.).
Inutile dire che male incoglie chi disturba le ridde e i loro conviti infernali e nessuno può impedirli: L'aouro a meno e la gent a parlan - l'aigo a chalo e la soursiera a dansan - la lha nun qui pose l'empechâ, il vento soffia e la gente parla, l'acqua scende e le streghe danzano: non c'è nessuno che possa impedirlo, dice un nostro antico proverbio (Perrero, Gran Dubbione). Così come anche se nessuno assistette mai ad uno di questi incontri infernali, sono molti i valligiani che sanno descriverli in ogni particolare e si dichiarano pronti a giurare sulla loro realtà. Già ebbe modo di registrarlo alla fine del secolo scorso il nostro prof.Seves: erano molti e nessuno: molti sapevano, ma nessuno aveva visto.
Eppure, «al di fuori della leggenda, senza dubbio il Sabba è stato una realtà e in altri tempi i riti, di cui oggi favoleggia la tradizione popolare, hanno avuto luogo; non è infatti possibile spiegare in altro modo la larga diffusione di questa credenza nè la precisione con cui vengono descritti i riti che vi si tenevano, né la grande quantità di luoghi che vengono tuttora indicati come loro sede «E' probabile difatti che uomini e donne di insana curiosità abbiano dato origine alle leggende del Sabba», così come è possibile che nei secoli andati individui di dubbia moralità, per scopo di lussuria o altro, organizzassero convegni non del tutto morali»; nè è escluso che si facesse uso di pozioni empiriche allucinogeni, di cui il Medio Evo è stato maestro: dalla Belladonna, erba delle streghe, allo Stramonio, erba del Diavolo (Cfr. M.Ruggiero, op.cit. pag.29 e segg.). D'altra parte non è azzardato affermare che i primi nostri valdesi si riunissero nottetempo in luoghi solitari e segreti per praticare la loro fede, e che questi convegni, essendo tenuti da eretici, venissero considerati alla stregua degli antichi riti pagani, superstiziosi e licenziosi, per screditare i nuovi credenti e porli in una luce infamante secondo l'ossessionante psicosi della stregoneria in nome della quale si accusava e si condannava in assurdi e spietati processi che la nostra storia ricorda.
Al Sabba, dunque, il Diavolo partecipa con corpo umano, ma con mani, piedi e testa di un caprone. E' un ritorno al paganesimo nella stessa figura del signore del convegno: il Diavolo torna difatti a presentarsi come la divinità cornuta degli antichi culti precristiani o il dio capro dei catari o forse dei bulgari: diventa l'antagonista di Dio in terra secondo la credenza medievale.
Ecco come Florin de Raemond nel suo libro «L'Anticristo», pubblicato a Lione nel 1597, descrive i riti del Sabba, così come venivano celebrati ai suoi tempi: «Un uomo vestito da prete celebra la messa con l'assistenza di due donne. Una giovane iniziata viene presentata al capro, il quale, facendosi il segno di croce con la mano sinistra, ordina a tutti i presenti di venirlo a salutare, baciandolo sotto la coda: lo stesso atto di fede e lo stesso tributo che si ritrova nel motivo della Vecchia Strega valligiana. In un secondo momento si procede all'offerta di denaro su un piatto d'argento; infine «le bouc ayant retiré à part (la giovane iniziata) la coucha dans le bois et la cognut charnellement, à quoy elle prenat un extreme displaisir, souffrant beaucoup de douleur, sentent la semènce aussi froide que glace» (Riportato da H.T.F. Fhodes: La messa nera, Sugar; Milano, 1962, pag.67).
Ed ecco ora come Marie Bonnet, la studiosa del folclore valdese, con molta amarezza, descrive ciò che si diceva correntemente dei suoi correligionari:
«Questi valdesi ribelli si erano lanciati in pratiche vergognose e superstiziose. Per prender parte alle loro cerimonie bisognava sfregare un bastone con un unguento composto dalle ceneri di un rospo a cui si era fatta mangiare un'ostia consacrata, mista a polvere umana stemperata nel sangue di un bambino. Il diavolo si trovava fra i valdesi, sotto forma di una scimmia, di un caprone, di un cane, talvolta anche di un uomo. Gli stregoni gli rendevano omaggio e lo adoravano con le cerimonie più indecorose possibili. Ad un suo cenno, i valdesi calpestavano il crocifisso e gli sputavano addosso. Poi sedevano a tavole riccamente imbandite e si davano a orge sfrenate». Ogni commento è superfluo: «probabilmente, i cattolici erano spaventati dal mistero con cui i valdesi dovevano nascondere i loro culti...» ed ogni semplice riunione a carattere religioso diventava un atto di stregoneria che suscitava le più strane e fantastiche voci. (Cfr. M. Bonnet: Traditions..., op. cit., XXVI (1911), pp. 55-57). D'altra parte, il prete diveniva naturalmente un essere perverso responsabile di tutte le più assurde superstizioni, era un lupo mannaro, favoriva la credenza nelle streghe infernali e sul loro Sabba: forse per questo gli stregoni danzavano e urlavano tutta la notte nei cimiteri cattolici.
Come si può notare, e come già ebbe a rilevare il Ruggiero, il Sabba, fin da allora, tendeva a trasformarsi in una parodia del rito cattolico con la pratica di culti superstiziosi, fino a giungere alla cosiddetta Messa Nera: ed è significativo che né i demonologhi né gli inquisitori non abbiano mai tentato di porre una distinzione tra i due termini: Sabba e Messa Nera.
Anche nella tradizione popolare valligiana si parla difatti di amori insani, di riti magici, sacrileghi e licenziosi, di pozioni allucinanti e di orge ributtanti, di canti e di balli parossistici: ma il tutto è avvolto in un alone di mistero e la descrizione che ne viene fatta è sempre ambigua e talvolta contraddittoria e, nonostante tanti particolari, insoddisfacente: ed è comprensibile, poiché ben di rado segue un ordine logico nella sua struttura.
Ciò nonostante la danza è sempre parte integrante del rito ed è anche quanto meglio emerge dai vari racconti sul Sabba. Una volta ancora mi permetto di citare la descrizione fatta dal Ruggiero traendola da varie leggende alpine e piemontesi: «i ballerini danzano schiena contro schiena, con le mani giunte e la testa rivolta di lato, cosicché ciascuno può vedere il proprio compagno: questo modo di ballare, oltre all'uso di sostanze stupefacenti, di cui si fa ampio uso, produce un senso di vertigine e sfrenatezza orgiastica. Durante il rito ognuno dei partecipanti deve mostrare sulla sua carne le stigmate del Diavolo; durante i processi di stregoneria questo sigillum diabuli rappresenta il più formidabile atto di accusa» (Cfr. M.Ruggiero, op.cit., pag.36).
Più numerose e più documentate sono invece le notizie relative alle località ove si svolge il Sabba e, spesso, sono gli stessi toponimi che ce ne rivelano l'esistenza.

(LV, 1979, N.24):
Nella Valle di Susa le streghe fanno i loro convegni a Chianocco, nell' antica chiesa dl San Pietro e Paolo, di cui rimangono pochi ruderi; negli orridi di Chianocco e soprattutto il Foresto: qui « la loro danza è tanto più scatenata quanto più è impetuoso lo scrosciare delle acque sul fondo dell'orrido»: la Pera dle Faje presso Sant'Antonio mostra nelle coppelle incise a scodella i segni lasciati dalle streghe durante l'orgia infernale, mentre, secondo altri, queste sarebbero i loro bicchieri; sulle pendici del monte Rocciamelone troviamo Pampalù e il Bosco Nero, mentre sul versante opposto abbiamo il bosco Saluroglio (cfr.: M. Ruggiero, op.cit.).
Pure in quel di Mattie e soprattutto di Meana le streghe sono di casa: ce lo ricorda l'amico Ettore Patria, da cui in parte cito (cfr. E. Patria - W. Odiardi: Mediana, a cura del comune di Meana, tip. Melli, Borgone di Susa, 1978).
Alle Sarette di Meana abbiamo la plasa dle soursiere e dli soursìa, ove si davano convegno streghe e stregoni. Si poteva incontrare anche lou foulatoun, il matto, fustigatore delle fanciulle che di notte si attardavano nelle vie del borgo: se veprou lou foulatoun vou fouèita, questa sera il matto vi frusterà», ammoniva la madre, con tono di minaccia, alla figlia che si soffermava fuori casa di notte: oltre il Rio Scaglione, su un antico ponte a schiena d'asino, in regione Echalioun, sulla strada che dà a Mattie c'è il Ponte delle Streghe: Pasandie 'n sima, venta segnese tre volte, passandogli sopra, bisogna fare tre volte il segno di croce, ancora si dice in piemontese, perché quello era un luogo di Sabba e naturalmente non si pensa che un tempo il segno della croce evitava il pericolo che un qualsivoglia passaggio obbligato e difficile, come il transito su un ponte, poteva presentare.
Alle Assiere nel cortile di un antico convento, un dipinto di fattura ottocentesca rappresenta l'arcangelo Gabriele. Si vuole sia un ex-voto per la liberazione della borgata da «ospiti indesiderabili», per alcuni le soursìa, per altri i foulet: questi al contrario del Folle delle Sarette, «facevano i galanti con le fanciulle e le spose insidiando la loro virtù, disturbando così la pace della piccola comunità».
Anche la località detta Lengaplousa, lungo la vecchia mulattiera che conduce al Colle delle Finestre, ha dato origine a leggende: fate, streghe, spirit foulèt danzavano intorno ad una sorgente e ad animali fantastici: «proprio da uno di questi, un gigantesco serpente con le orecchie nere», «a detta degli anziani», si ha il nome di «lingua del serpente peloso». Ciò in contrasto con l'ipotesi posta dal Patria, per il quale l'etimologia sarebbe da cercarsi sull'ubicazione di Leugaplousa, uno spiazzo erboso tra una fitta vegetazione.
Anche nell'alta valle della Dora si ha il Sabba; difatti spiriti infernali e stregoni sembra si diano convegno in località diverse: al Clot du Tour, a Prassarine, allo ZicZac des Auberges (cfr.L.Peracca: L'alta Valle di Susa e le vicende storiche dal 1180 al 1700, Torino 1919, pag.10).
Altrettanto numerose e forse ancor meglio individuabili attraverso la tradizione orale e la toponomastica sono le località della Val Chisone e della Val Germanasca sacre al Sabba delle Streghe.
Nei pressi di Pinerolo, oltre Monte Oliveto, nei pressi della strada che conduce al Colletto, non sono molti anni, c'era una casa delle streghe: sembra fosse il luogo di riunione delle masche dei dintorni; un fatto è certo: in noi fanciulli destava un sacro orrore e non c'era chi non percorresse il tratto di strada antistante col cuore in gola e di corsa.
A San Secondo, in località Rina, si ha tuttora il Bal dle Masche: ne parlavano con terrore alcuni miei allievi nella ormai lontana primavera del 1950, ma pochi anni or sono ho ancora visto alcune persone adulte attraversare tale località facendo aperti gesti di scongiuro. A Riaglietto di Abbadia Alpina, oltre il vecchio Mulino, il sentiero che si inerpica lungo la dorsale della collina è detto Strà dle Masche: là si vuole che salissero di corsa le anime dannate della piana pinerolese al richiamo del Diavolo sull'alto del colle soprastante, ove avveniva il Sabba; a Porte di Pinerolo, ai piedi di un ippocastano secolare, ora abbattuto, ma che i lettori dell'età di mezzo possono ancora avere visto e ammirato per la sua ombra accogliente durante i mesi estivi, a Carnevale, ma c'è chi dice nella notte dei Morti con la presenza delle anime dannate dei trapassati, il Diavolo e le streghe facevano la loro ridda infernale.
In Val Germanasca si narra invece di un vecchio montanaro, Barbou Spiritin, che ogni venerdì 13 si recava ai Counfin su un sottile ramo di betulla per ballare licenziosamente e sfrenatamente con strane creature femminili con le corna sul capo. Il nome del nostro soursiè è da solo significativo.
Sempre nella Val San Martino, ed è ancora Osvaldo Peyran a ricordarlo, lungo la mulattiera tra Comba Garino e Albarea, c'è una roccia forata. Ebbene, proprio là, nelle notti di Sabba, si possono vedere numerose strane creature che ballano scompostamente in sarabanda attorno ad un lumicino acceso nel bel mezzo del foro. Ed è inutile gettarvi pietre od acqua: il lume non si spegne ed i sassi attraversano i corpi delle diaboliche creature in tregenda: purtroppo, molti ne parlano, ma non ho trovato una sola persona che abbia visto il ballo infernale. Chissà, forse perché chi casualmente ha avuto la possibilità di assistere al Sabba, terrorizzato, preferisce tacere o, peggio ancora, ha pagato con la morte la sua curiosità: una morte naturale, almeno per noi.
Un altro luogo di Sabba si ha verso Ghigo, alla Laouzo dla Gardiolo: qui si davano convegno le streghe e gli stregoni di quel di Prali. Il « cristiano », che ebbe la ventura di vederli, afferma che «l'exaltation les avait tous saisis»: avevano occhi scintillanti, torbidi e cattivi, labbra ispessite sotto una strana luce rossastra ed accecante (cfr.M.Bonnet: Tradition, op.cit., XXVII, 1912, pag.69).
Una casa delle streghe è data, invece, da una vecchia granjâ, ora diroccata, sita nei pressi di Podurant in Val Germanasca, tra Chiabrano e Traverse. Si vuole che fosse frequentata dal diavolo, dalle streghe e dai soursiés e da tutti gli spiriti maligni della zona. Si racconta che qualcuno abbia cercato di avvicinarsi, ma, visto il diavolo sotto le spoglie di un cane da guardia, sembra abbia ritenuto opportuno allontanarsi, «car il savait bien que s'il s'était avancé de trop près, ou s'il s'était arrêté pour mieux écouter, il n'y serait jamais revenu une seconde fois» (cfr.M.Bonnet, Traditions..., op.cit., XXVII, 1912, pp.72, 73).
Un altro noto luogo di ritrovo è la Bercho, lo sperone roccioso soprastante il Gran Faetto Roure ove la leggenda vuole che avvenissero anche convegni amorosi di buone fate con giovani valligiani (Le fate del Casey Blanc); al dire di diouloe Barbou Manouel Juvenal La Porte, questo fatto scatenava le ire delle streghe, le quali non esitavano a tramutarsi in fate bellissime per fare innamorare i montanari; dopo averli trascinati sulla Bercho, rivelavano però la loro vera natura, lasciando nei poveretti una malìa mortale.
Sul versante opposto della Valle, lungo la mulattiera che unisce Villaretto a Bourset, l'antica Viò dli Mourt, prima di raggiungere la Clea, troviamo una casa infestata dalle streghe, la meizon dla Masca (o da Diaou). Nel ricordo dei nostri vecchi il convegno delle creature della leggenda si svolgeva con la presenza dell' anima di un soursié, boursëtin, un certo Charrier, il quale, essendo morto senza avere trasmesso le sue arti malefiche e senza avere avuto la benedizione del prete, dopo avere accompagnato in corteo funebre le sue spoglie mortali verso il cimitero di Villaretto, aveva trovato rifugio in quella casa abbandonata. Ciò, contrariamente a quanto altri affermano, riportando il fatto nelle sue reali dimensioni: gli abitanti di Villaretto, vedendo un lume vagare nella notte lungo il pendio della montagna, dicevano: lou Diaou d(ë)sent a Cluzon, ma il diavolo era un vecchio montanaro che in epoca relativamente recente, con la lanterna in mano scendeva al Chisone ad attingere acqua.
Tra il monte Villano e la Punta Mezzogiorno, sulla dorsale tra la Valle di Susa e la Valle del Chisone, al Pian Paris, si trova il cosiddetto Bâl dla Masca o Bal dla Soursirös. È dato da uno spiazzo leggermente a conca, fresco d'erbe che ricoprono un lastricato a pietra con un rialzo marginale da l a 2 metri circa. È probabile che fosse un antico luogo di ritrovo dì pastori o di correligionari, o meglio ancora, uno stazzo per la greggia, ma la leggenda popolare vuole che qui si riunissero, con le streghe soursiera tutte le anime dannate che si erano vendute al demonio.
Queste provenivano dalle due Valli, ma anche da molto più lontano, dal Piemonte, dal Delfinato, dalla Provenza, dalla Moriena.
A Mattie ancora si racconta di un fornaio di Susa che, avendo aderito alla mala genia, lasciava spesso i suoi clienti senza pane o lo lasciava bruciare nel forno, dovendo recarsi lassù ad ogni diabolico ed improvviso richiamo.
Nella precedente nota ho avuto modo di ricordare il Clot dla Velhë nel vallone della Verja sebbene anche qui, sotto lo sguardo freddo della Velhë che per l'occasione si presentava sotto l'aspetto umano, ma ripugnante di una vecchia strega, si vuole si tenesse il Sabba: chi dice nella notte di magia di San Giovanni, chi, invece, all'Epifania: forse perché in tale giorno si aveva la «manifestazione» del roccione stregato.
E per finire, ricordo che nell'alto vallone del Rio Albergian, a 2.452 m. slm, tra la bergeria della Balma e quella di Pra du Fond troviamo un altro pianoro scelto anticamente dai diavoli e dalle streghe valligiane come luogo di riunione notturna: è il Boc o il Bric dla Masca detto anche clot dli trê erbou. Lassù avvenivano incantesimi e riti insani di cui ancora si favoleggia nei paesi della media e alta Valle. Dei tre alberi della leggenda, naturalmente secolari, uno solo rimane; degli altri si hanno ormai solo i ceppi.
Ora, nonostante ci sia dato di conoscere vari luoghi di convegno, ho citato soltanto i più significativi, è tuttavia difficile trovare traccia del Sabba, poiché gli spiriti maligni, in questo aiutati dalle anime dannate dei defunti, hanno «il potere di rimettere ogni cosa nello stato in cui l'hanno trovata» (cfr. M. Ruggiero, op.cit. da F. Seves, op.cit., pag.23) e il mattino successivo nulla più rimane dell'orgia notturna.
Inutile ripetere, inoltre, che non è consigliabile cercare di vedere le streghe intente ai loro infami divertimenti: difatti, se qualche sventurato passa casualmente in quei luoghi «senza avvedersene è attratto da una forza e da un fascino misterioso che lo incanta e lo trascina verso gli stregoni danzanti», dai quali è «malmenato, bastonato, è costretto a ballare e a fare capriole», a compiere atti impuri e sacrileghi fino a quando non sorge il sole: solo allora più morto che vivo, è finalmente libero.
Il mattino successivo, come la tradizione vuole, preferisce non farne parola, non ricorda nulla di quanto è accaduto, «è convinto di avere fatto un lungo e torbido sogno» e passa il resto della sua vita in una continua paura e in uno stato di tensione, finché non viene la morte a liberarlo» (cfr. M.Ruggiero, op.cit., pagg.38-39; da F. Seves, op.cit., pag.23).
Altre volte, però, ma di rado, c'è chi è più fortunato, forse perché è amico di alcuni partecipanti al Sabba: è il caso del povero Martinenc che involontariamente s'imbatte alla Laouzo dla Gardiolo nel Sabba pralino. Apostrofato con un rauco «L'ennemi!», seguito da un minaccioso: «Je sens l'odeur d'un chrétien!», viene allontanato senza gravi conseguenze dal luogo di ritrovo e accompagnato fino a Villa da due stregoni sotto le spoglie di volpi (o di gatti o di rospi, secondo le versioni), forse la sua è stata una allucinazione della fantasia nel ricordo di racconti «impossibili» o come conseguenza di un obnulimento della mente per un momentaneo malessere fisico o per un bicchiere di vino di troppo: certamente una brutta avventura da dimenticare, per tornare a vivere nel mondo degli uomini.
Una breve annotazione d'obbligo e di chiusa: comunque sia è sempre un «nemico» e un «cristiano» chiunque cerchi d'avvicinarsi al Sabba, e non può essere altrimenti, se si pensa che al convegno è presente l'Angelo del Male.