(LV, 1983, N.2):
La degradazione lessicale del patouà, dovuta all'uso e all'adozione di parole forestiere, porta all'abbandono di termini consolidati da una lunga tradizione. Di qui
l'impoverimento e la decadenza delle parlate minori - Il fenomeno è dovuto a
pigrizia mentale e a poco amore per la propria lingua.

Il desiderio di vedere la propria lingua depurata da inutili influssi esterni risponde al bisogno intimo di conservare con rispetto un patrimonio ereditato dagli avi, E' insieme un atto d'amore e un'espressione di cosciente cultura, così come sono un fenomeno d'incultura la trascuratezza e il disinteresse nei riguardi della lingua madre. Beninteso, una lingua è in perenne evoluzione; è questo un fatto indiscutibile e inevitabile; niente di strano o di scandaloso, quindi, se, a un dato momento, i soggetti parlanti sentono la necessità di adottare termini nuovi presi da altre lingue, specialmente da quelle più affini, per esprimere concetti inconsueti o per denominare oggetti finora inesistenti in una data tradizione. Per questo le lingue nazionali sono le più innovate, specie dal punto di vista lessicale, poiché, avendo la necessità di esprimere il massimo di concetti possibile in tutti i campi, imbarcano in abbondanza gli apporti provenienti da altre lingue per poter far fronte alle varie necessità espressive.
Ciò che è meno ammissibile è l'adozione di termini stranieri (impropriamente chiamati "prestiti") o forestieri, i quali vengono a soppiantare parole già esistenti, di significato identico o forse ancor più preciso, e consolidate da una lunga tradizione. Questo fenomeno si dilata talvolta in modo eccessivo, come sta accadendo nei nostri patouà, sia per moda, sia per pigrizia mentale, sia per poco amore verso la propria lingua.
Da molti anni sto spiando questa degradazione, specialmente nel lessico del patouà; e la sto osservando in modo particolare nella variante di Villaretto, che è la mia, e dalla quale trarrò la maggior parte degli esempi che seguiranno. Perciò potrà accadere che certe osservazioni non tocchino altre varianti chisonesi o germanasche; ma credo che il medesimo discorso possa farsi in genere anche a proposito delle altre nostre varianti provenzali.
Correva l'anno 1937 quando, appena sedicenne, registrai la mia prima osservazione di alterazione lessicale; notai infatti che una ragazza di Villaretto, la quale lavorava in fabbrica a Perosa, non adoperava più, contrariamente alla popolazione di allora, il verbo coumprènne = capire, ma lo sostituiva con capî; sostituzione spiegabile se si tien conto dell'ambiente in cui quella ragazza lavorava, nel quale erano di largo uso il piemontese ed il patouà martinese per i quali la forma capì/ capî è normale. Intendiamoci, l'uso di capî non ha niente di straordinario, poiché anche il provenzale, accanto a "coumprendre", presenta "capi". Fatto sta che a quell'epoca (nientemeno che 46 anni fa), tale forma era completamente estranea all'alto chisonese. Ricordo quanto mi avessero fastidiosamente colpito le orecchie, ancora non avvezze a questo forestierismo, certe forme coniugate, come capisou - oû capiseen, che accostavo involontariamente, e sconvenientemente, alle forme del verbo piisô, il che mi pareva, e mi pare ancor oggi, urtante.
I casi più ingiustificati di forestierismi o di barbarismi sono quelli in cui la parola del patouà è soppiantata dalla corrispondente parola straniera senza alcuno sforzo, o quasi, di assimilazione fonetica. È questo il caso di caiè, che nella maggior parte delle famiglie viene oggi sostituito, sic et simpliciter, con quaderno. Siamo d'accordo che caiè è stato probabilmente adottato tempo addietro dal francese "cahier"; ma è un fatto che il nostro patouà, pur non essendo francese ma provenzale, è molto più affine al francese che all'italiano, poiché entrambi fanno parte del gruppo gallico; perciò la parola caiè sì sente come nostra, mentre quaderno (che dovrebbe essere scritto da noi "couadèrno"), con quella sua desinenza in -o propria dei femminili in provenzale e quella radice qua- che ci è estranea (la troviamo solo in un'altra parola importata, couartin, e di riflesso cuòrt, per indicare un quarto di litro), suona come inaccettabile barbarismo. Non si è tentato neppure di adattarla al patouà almeno nella desinenza pronunciandola "couadèrn", come si fa in buon piemontese. No: quaderno! E così sia.
I casi di questo tipo non sono statisticamente molti, ma sono vistosi perché fanno a pugni con la struttura fonetica del patouà. Citerò ancora prosciutto invece di jambon; oppure, prìmoula, èstero, talvolta anche toumàtico al posto di betonho, o pimpinèllo, di etrangiè, di toumatto; o ancora elemòzino al posto di oomouno, i quali sono tutti dei mostriciattoli, poiché l'accentazione sdrucciola è estranea non solo al patouà, ma a tutta l'area gallica, sia occitanica che francese. L'accentazione è sbagliata anche in càmion (invece di camion, con l'accento sulla o), poiché le parole in consonante portano l'accento sull'ultima sillaba, tranne le terze persone di certi tempi verbali, come il presente (î parlan o î parloun = essi parlano).
Altri esempi di italianismi smaccati sono nastro per riban; qualsiasi, qualunque, chiunque per souvèllho (ön òmme "qualsiasi" invece di ön òmme souvèllho, aboù "chiunque" invece di aboù qui souvèllho etc.); oramai per doozèuro, etc..
Un caso che, personalmente, mi avvilisce alquanto, è quello che riguarda la parola lègge, adoperata nella sua forma italiana o, tutt'al più, in certi soggetti che sono stati sottoposti all'influsso del francese, louàe, secondo la pronuncia villarettese in cui ouà passa a ouàe. Orbene, nella mia famiglia, tanto da parte di mio padre quanto da parte di mia madre, è stata sempre in uso la provenzalissima forma lèi (plurale lèis); forma che, a quanto pare, non è quasi più conosciuta, sicché, quando io l'adopero e ne difendo la validità, rischio di far la figura del visionario.
In altri casi, molto più numerosi, si nota un tentativo di assimilare il barbarismo alle nostre regole fonetiche con risultati più o meno probanti; ma è pur sempre un'operazione superflua, qualora in patouà esista il termine corrispettivo. A questa categoria può ascriversi l'esempio seguente.
Da qualche anno, come tutti sanno, i cinghiali si sono moltiplicati nelle nostre valli. Ciò sarà dovuto ai parchi, o alle aree protette in favore della fauna, o ad una semplice evoluzione naturale; fatto sta che, ogni tanto, qualcuno incontra un cinghiale, o addirittura tutta una famiglia di cinghiali, ed i cacciatori riescono non di rado ad abbatterne un esemplare. Orbene, ogni tanto mi capita di trovarmi con compaesani che narrano fatti di cinghiali e sempre questo possente animale viene nominato cinguiòl. Io ho un bel moltiplicare i miei sforzi pronunciando, e ripetendo, il nome tradizionale sangliè, sangliè. Macché! I miei interlocutori continuano a dire imperterriti cinguiòl, come se questo termine avesse in sé chissà quali recondite armonie.
Gli esempi di inopportune adozioni dall'italiano, o dal piemontese, o dall'italiano attraverso il piemontese, sono innumerevoli. Non c'è che l'imbarazzo della scelta. Così troviamo envècce = invece, per noumpô; spatarô = spargere, per ebardô
o ebouleô (specialmente per l'erba) o epanchô (detto anche per il letame); schop
schoupô = scoppio, scoppiare, per eeclop, ecloupô; parole della burocrazia o della fraseologia salariale come scaddre - scadö = scadere, scaduto - tratënötto = eecèire, eecèut, tratënî - tratënötto = trattenere - trattenuta, al posto di artênî - artenguò, diquiarô - diquiarasion = dichiarare - dichiarazione, invece di declarô - declarasion. E poi ancora: emparô = imparare, forma che va bene in germanasco, ma non in alto chisonese, dove si ha emprènne; la spezo = la spesa, invece di la deepenso, mentre è rimasto stabile, per ora, il verbo depensô. Si sente sempre più di frequente enderisô - endëris = = indirizzare - indirizzo, contro adreisô - adreso (quest'ultima forma ha subito l'influsso del francese ''adresse", mentre il provenzale ha più correttamente "adreisso"). Fastidioso è il verbo apoujô = appoggiare, e fastidiosissimo il suo sostantivo l'apoch = l'appoggio, invece di apialô e l'apiel (forma più corretta che apiòl).
Troviamo ancora ristabilî = ristabilire, invece di retablî, riscaldament al posto di rechaudament, en prèso = in fretta, per vitte; stupî = stupire, al posto di etounô (la më fòe stupî = mi stupisce, piemontesismo per la m'eetonno); la më rincrés = mi rincresce, per la m'engrèvo o argrèttou; entant = intanto, per entrementiè; stòmmi = stomaco, per estoumòc; schancô = strappare con forza, per (a)rancô (o il francesismo arachô); much = mucchio, al posto di cuchon, baron, cöccho; papì = non... più, che sta bene in germanasco, ma che in alto chisonese è paamèi; dëznó = se no, invece di së non.
A proposito (a propaus, e non a propozit), së non mi suggerisce un'osservazione riguardante "sì" e "no". Il vero "no" in patouà è non; invece è venuto l'andazzo di dire no all'italiana (o meglio, no alla piemontese, con o chiusa). Ma questo è niente in confronto a "sì" che, come tutti sanno, in alto chisonese è òi (òie in davalin). Questa dovrebbe essere la parola più rispettata di tutte, poiché è il vero simbolo della nostra lingua: esso infatti è la prova più lampante della nostra appartenenza alla "lingua d'oc", essendo la forma provenzale alpina di "oc" = si. Ebbene, si sente sempre più spesso affermare con si a scapito di òi. Con ciò si elimina una bella distinzione fra òi e si. Infatti si esiste in patouà, ma come risposta affermativa a una domanda negativa. Facciamo un confronto: sià-ou countent? = siete contento? Risposta: òi. Altra domanda: sià-ou pâ countent? = non siete contento? Risposta: sî (o si ben), il che significa: sì, certo che lo sono.
Chiusa questa parentesi, continuiamo la nostra elencazione. Nei miei appunti compaiono le seguenti curiosità: poujöl = balcone, per empòno (da empòro); strousô - strousaduro = strozzare - strozzatura, invece di etrousô - etrousèuro; torno = di nuovo, al posto di mèi; tant = tanto (con valore concessivo o avversativo, come in "tanto so già che non serve"), invece di toutön (toutön sabbou jò quë la sèrv pô); sparî = sparire, per disparèise, etc...

(LV, 1983, N.3):
Nel suo magistrale, ma non per questo meno simpatico e familiare, intervento (pubblicato nella "Valaddo" n.3 del settembre 1982, pagg.7-8) nel corso della quinta festa della "Valaddo", svoltasi a Perrero, il prof.Arturo Genre anticipava l'enunciazione di alcuni casi di stravolgimento lessicale che si trovavano nel mio taccuino, come quello di "quaderno", o quello di cinguiòl al posto di sangliè, o quello di franô invece di evazô, esempio quest'ultimo da completare, per noi, con fròno invece di evazèl.
I casi riportati dal prof.Genre per la Val San Martino sono in gran parte identici a quelli da me registrati per il patouà di Villaretto; prova, questa, che il fenomeno del degrado lessicale non è circoscritto, bensì esteso a tutta la nostra area. Io vedo l'origine di esso nelle solite cause che l'hanno sempre suscitato da che mondo è mondo, soprattutto nella sudditanza nei riguardi della lingua di Stato o predominante per motivi politico-economici e nell'invasione di una civiltà estranea ad un ambiente determinato. Se i nostri antenati, nemmeno tanto lontani, dovessero tornare e sentire il gergo che si adopera largamente oggidì nelle nostre valli, rimarrebbero attoniti, poiché capirebbero appena la metà, o forse meno, di ciò che certuni esprimono oggidì credendo di parlare patouà. Per esempio, sorriderebbero di uno che dicesse, come mi è capitato di sentire, di avere male a la goulo toccandosi la gola. Infatti, la goulo è la bocca, mentre la gola è la gòrjo, o la gargamèllo in certi casi.
Certe parole estranee una volta erano capite, sebbene non adoperate, dagli uomini che avevano fatto il servizio militare, ma assolutamente non dalle donne. Perciò le nostre buone madri "d'un viegge" sarebbero perplesse sentendo parlare di spech = specchio, per mëròlh; di pancètto per ventrèsco; di sepoulturo per enterament; di campousant per sementöri; di credenso per bufet (ii quale è già un'adozione dal francese, poiché una volta da noi esisteva soltanto il dreisau); di gëmel invece di bëson; d'imoundisia invece di armasillha; di ouperài invece di ouvriè (in provenzale ancora meglio "oubrié" da "obro" = opera); di istés per meme; di superô anziché depasô ("superare" ha dato da noi soubrô = restare, rimanere); di empedî anziché empaachô; di fètto anziché lecho; di resiuro = segatura, al posto di cerum (da "serum" derivato da "serâ" = segare).
Dal piemontese si tende ad imitare tutti i composti di "porre" che, Dio volendo, in patouà si dice ancora pauzô. Ed ecco allora che troviamo dei mostriciattoli come dispone, espone, empone, propone, soupone (scimmiottando appunto il piemontese "dispoun-i" etc.) = dis- es- im- pro- sup-porre, al posto di dispauzô, espauzô, empauzô, propauzô, soupauzô i quali, oltre tutto, si coniugano anche più agevolmente.
Magari l'italiano ed il piemontese venissero ad arricchire il patouà, come fece a suo tempo il francese! Sarebbero i benvenuti. L'italiano ancora qualche volta lo fa, ma ormai il patouà è raramente in grado di assimilarlo al suo sistema fonetico, per cui la transizione si risolve in un fallimento. Invece il piemontese, che s'impoverisce anch'esso di giorno in giorno con straordinaria rapidità, non arricchisce più niente, anzi, in certi casi provoca un impoverimento del patouà. Faccio un esempio: in piemontese, l'albero si dice "l'èrbou", che è una pianta, sì, ma non tutte le piante sono alberi; anche un filo d'erba è una pianta. Ma ecco che in piemontese "èrbou" è caduto in disuso (fuorché nelle campagne, in cui si parla ancora un piemontese degno di rispetto), e così "pianta" è diventato il termine generico per designare anche l'albero. Orbene, in patouà la parola albre non è morta; perché dunque trascurarla a favore di planto, tanto che certe volte non si capisce bene se si parla di un albero o di un'erba?
L'influsso dell'italiano, per tramite del piemontese, si fa sentire nell'uso della parola "il mattino" che in italiano è adoperata anche al femminile "la mattina". Il piemontese ha assimilato questa seconda forma e adopera "la matin" che ha quasi interamente soppiantato il maschile, anche nella locuzione "sta matin" = stamane. "La matin" è una parola ormai usitatissima nell'ambiente operaio perché essa definisce un turno di lavoro. Così, col moltiplicarsi degli operai anche del nostro territorio, essa si è insinuata nel patouà, in cui la vera parola è lë (lou) matin; infatti non si dirà mai sètt(o) matin, ma sempre see matin al maschile.
Che l'italiano sia attualmente più che mai di difficile assimilazione in patouà è provato anche da certe parole venute in uso attraverso la vita militare o i raduni di ex militari delle varie armi, in particolare, per le nostre valli, degli alpini. E vada pure per "adunatto" = adunata, italianismo che sta in piedi alla bell'e meglio (ma non ha un verbo corrispondente perché "adunare" = archampô). Ma non siamo a posto con sfilô e sfilatto, con quella s impura iniziale che stona nel nostro sistema fonetico. Notiamo che "filare" si dice fialô, "infilare" enfialô, "sfilare", cioè togliere il filo, defialô; e allora, perché non adoperare lo stesso verbo defialô, come fa l'italiano con "sfilare" anche per il senso di passare in reparto davanti a qualcuno? Sfilô è assolutamente ingiustificato. Per "sfilata" ammetto che defialaddo suonerebbe alquanto insolito, sebbene di formazione regolare; ma può essere adoperata molto bene la forma affatto assimilata defiladdo, lasciando perdere "la sfilatto".
Andrei comunque cauto quando, per timore delle innovazioni italiane, si mostra di preferire certe forme di origine francese solo perché anteriori, e ciò anche nei casi in cui il provenzale ci offre la forma più opportuna. E' il caso di "biscotto" che, se uno lo pronuncia biscot, può sentirsi rivolgere l'avvertimento che una volta si diceva biscuì; dal punto di vista cronologico ciò è senz'altro vero, ma francamente non me la sento di dare la preferenza ad un francesismo non meno smaccato dell'italianismo corrispondente, quando in patouà si potrebbe adoperare benissimo bisquèut (biscöit). Infatti, come si dice "cotto"? Quèut (cöit); allora non è difficile adoperare la parola veramente nostra,
come fa il provenzale che dice, logicamente, "biscué".
Così è il caso di bouiöl, secchio da calcina per i muratori, che alcuni vorrebbero ripristinato in sijöl, come, a quanto pare, si diceva una volta. Mah! Anzitutto, entrambe le parole hanno una desinenza anomala: infatti -öl denuncia la sua origine piemontese, poiché in provenzale l'originale -olu(s) dà -ol; tant'è vero che diciamo peirol = paiolo, filhol = figlioccio, eirol = strato di grano da battere (in martinese eirâl, con diversa derivazione), e non "peiröl, filhöl, eiröl" etc. Inoltre sijöl è una chiara adozione della medesima parola piemontese che ha dato origine al diminutivo sigilin, adottato anche in patouà di Villaretto per indicare il secchio di metallo, ora di plastica (il termine tradizionale era pousoero, come si trova nel Codice Gouthier, e nel provenzale "pousaire"); e il fatto che sijöl fosse adoperato, pare, prima di bouiöl non ne elimina l'origine forestiera. Invece bouiöl, pur con la sua desinenza piemontese (in patouà dovremmo avere "boulhol"), è di chiara origine provenzale; infatti "bouiòu" in provenzale è sinonimo di "pousaire" ed indica proprio il secchio, specialmente quello che serve ad attingere acqua marina per tavare la tolda della nave. Dal provenzale passò poi, già nel basso medio evo, all'italiano in cui "bugliolo" ebbe lo stesso senso, per poi indicare in seguito anche il secchio di decenza dei carcerati. Non esiste quindi un valido motivo etimologico per dare la preferenza a sijöl su bouiöl.
Mi si dice pure che manouvòl è un forestierismo, mentre la parola genuina sarebbe manövro che lo precedeva. Dubito molto che sia opportuno scegliere la seconda e respingere la prima; infatti, tutte e due rivelano chiaramente la loro origine straniera, la prima italiana ("il manovale"), la seconda francese ("le manoeuvre"). Se mai, si dovrebbe preferire lë (lou) manòbbro (provenzale "manobro" che al femminile indica la manovra ed al maschile il manovale, proprio come in francese) che, almeno, è una parola che suona come nostra.

(LV, 1983, N.4):
Se i miei quattro lettori hanno seguito con un po' d'attenzione i due numeri precedenti di questa rubrica che volge al termine, si saranno accorti che la maggior parte delle innovazioni imbarcate dal nostro patouà (in particolare da quello di Villaretto, il quale viene costantemente preso ad esempio) negli ultimi decenni sono immotivate, cioè non hanno ragione d'essere se non nel complesso di sudditanza che le nostre popolazioni sentono purtroppo nei confronti del piemontese (ed ora ancor più dell'italiano) come nel passato lo sentivano nel confronti del francese. Ma in certi casi veramente si esagera. E questa volta ho udito, proprio con le mie orecchie, una di quelle parole le quali fanno dubitare fortemente che certe persone abbiano ancora un concetto di che cosa sia, non dico il provenzale, ma il semplice patouà.
Quasi non volevo crederci quando mi fu segnalato che, a Villaretto, circolava la parola couatô; essa infatti mi sembrava così goffa, così strampalata, così superflua che giudicavo impossibile un adattamento del piemontese "couaté" al nostro patouà, soprattutto in sostituzione di un verbo tanto corrente e semplice come crubî (martinese "cubrî- curbî") = coprire. Ma dimenticavo che non c'è niente d'impossibile alla pigrizia mentale ed alla mancanza di coscienza linguistica, le quali sono davvero capaci di tutto. Perciò rimasi senza fiato quando, nell'ottobre scorso, udii la frase «La vento couatô loû crizantemi» pronunciata non già da una giovane persona sottoposta a tutte le correnti d'aria esteriori, né da un emigrato stabile in Piemonte, ma da una donna ultrasessantenne vissuta sempre a Villaretto, la quale ha avuto il patouà come lingua ambientale fin dalla nascita. Il fatto che essa parli piemontese con la sua figlia e con la di lei famiglia (come si sa, il piemontese fa più "chic") non giustifica affatto simili assurdità. Infatti, in Francia ho conosciuto parecchi nostri emigrati di cui alcuni erano là da almeno mezzo secolo; ma a nessuno di loro sarebbe venuto in mente di dire "couvrî" alla francese invece di "crubî".
Resisto alla tentazione di buttar via la penna e di piantar tutto lì per la palese inutilità della mia fatica, e continuo citando due parole prese pari pari dall'italiano: rododendro (quella -o finale di un maschile!) e édera (quell'accento srducciolo!). Non si sa dunque più che il rododendro è lë brousè (adoperato quasi sempre al plurale loû brousée) e che l'edera è l'èire? Evidentemente no. Come non si sa più che "sedile" non è sedil, ma sètti; che "per piacere" non è per plazee, ma sioûplet (provenzale "siéuplèt"). Con la medesima leggerezza si scartano belle espressioni originali per far posto ad insipidi calchi; ed ecco che si dice së fâ preitô = prendere a prestito, invece di suusèbbre. E poi troviamo fâ finto = far finta, invece di fâ' d'avis (o ancora fènnhe = fingere);
cofrî = offrire, invece di sëmoune; dëmandò = chiamare, invece di sounô ("demandô" significa chiedere, non chiamare; è accettabile soltanto së dëmandô nel senso di chiamarsi, per quanto sia preferibile së noumô); tacà = accanto a, invece di dapè (dapè la glèizo = accanto alla chiesa, e non "tacà la glèizo"). E c'è chi, per dire "niente, nulla", spara tranquillamente un nientou al posto di ren ("rien" è un francesismo).
Nel n. 40 della "Valaddo" ho accennato alla regola secondo cui le parole in consonante portano l'accento sull'ultima sillaba e davo come esempio "camión", con l'accento sulla o; ho notato un altro caso di falsa accentazione nella parola "traffico" che viene sempre più spesso pronunciata tràfic invece del corretto trafìc. Perché? Per "sindaco" non diciamo forse, al Roure, sendìc? (Il martinese ha risolto la questione eliminando la -c finale, per cui "sendi" diventa accettabile).
L'erosione intacca non soltanto il lessico e, più sporadicamente, l'accentazione, ma anche un campo che di norma è più resistente: quello della morfologia. Ecco quindi che troviamo (talvolta anche nella lingua scritta) i comparativi sotto la forma plû (germanasco pi) dë, mens (germ. menc) dë = più di, meno di, italianismo, questo, che né in patouà né in buon piemontese é accettabile. II nostro comparativo di maggioranza e di minoranza si fa unicamente con plû quë, mens quë; per esempio: al èro plû tremp qu'un poulic = era più fradicio di un pulcino; al ee mens grant qu'el = è meno alto di lui.
Ogni tanto sento delle espressioni come "vauc a dounô un còlbe d'ölh" = vado a dare un'occhiata. Quell'a è prettamente italiano; infatti in patouà un verbo di direzione non prende a davanti all'infinito; perciò vauc dounô...; venou të dire = vengo a dirti, e non "venou a të dire"; courou prènne un pauc dë boc = vado a prendere un po' di legna, e non "courou a prènne...". Grave è poi la confusione fra "quando" interrogativo e "quando" dichiarativo, per cui alcuni tendono a dire cant in ambi i casi. Ma cant è unicamente dichiarativo (al ez aribà cant mi sourtiouc = è arrivato quando io uscivo), perciò è assolutamente inaccettabile in senso interrogativo diretto e indiretto, per esprimere il quale il patouà deve usare qu'ouro; perciò qu'ouro part-el = quando parte? e non "cant part-el?"; â më dëmando qu'ouro â deoû partî = mi chiede quando deve partire, e non "â më dëmando cant...".
L'influsso ossessionante dell'italiano e del piemontese provoca a volte il cambiamento di genere in certi nostri sostantivi. E' il caso dei nomi in -our che in patouà sono femminili (tranne "ounour" e "dezounour" = onore e disonore e quelli che indicano persone maschili, come "doutour"); perciò la flour = il fiore, la doulour = il dolore, la vapour = il vapore, la sabour = il sapore, etc. Ora, mi pare che l'unico a resistere bene al femminile sia soltanto la flour; gli altri vengono sempre più adoperati al maschile, tranne il plurale di doulour che rimane lâ doulours soprattutto nel senso di dolori articolari, artrite o reumatismi.
A Villaretto va pure decadendo l'uso di entendre nei senso di sentire con le orecchie, udire (meglio ancora il germanasco "auvî", provenzale "ausi"), soppiantato dal generico sentî. Ma c'è una differenza, poichè tradizionalmente senti significa sentire, ma non udire, cioè sentir caldo, freddo, un dolore, un piacere, un affanno etc.; perciò t'entendou pô = non ti sento (odo), di fronte a më sentou ben = mi sento bene.
Con il diffondersi della parola post = posto, invece del corretto plòso, si è intrufolato anche il verbo spoustô = spostare, barbarismo in luogo di deplasô. D'altronde, quasi tutte le parole che cominciano con s impura rivelano un'origine italica, o italico-piemontese; troviamo ancora a questo proposito studioû = studioso, per etudioû (non si dice etudiô per studiare?); sparî = sparire, per disparèise; squèrs = scherzo, per farso; stòt = stato (sostantivo), per eetòt, e così via.
Come si vede, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Tiriamo quindi fuori dal sacco altri esempi dell'area di Villaretto, e troviamo soustenh e soustënî = sostegno e sostenere, invece di souten e soutënî ("sostenere" un argomento, una ragione si dice afourtî); la colpo = la colpa, invece di la fauto; asicurô = assicurare, invece di asëgurô ("sicuro" si dice sëgur, per cui molto meglio sarebbe anche dire asëguranso invece di asicurasion; preparô = preparare, invece di aprestô ("sono pronto", infatti, si dice siouc prèst); circoudô = circondare, invece di envirounô; fucilô = fucilare, invece di fuzialô (infatti "fucile" è in alto chisonese fuzièl, di fronte a "fuzilh" in martinese). Troviamo ancora un grottesco sèllhe = scegliere, invece di sernî; fermô = fermare, invece di arestô (con il conseguente, e curioso, fermatto = fermata, invece di arèst); coulomp = colombo, invece di pinjon; farfallo = farfalla, invece di parpalhon o anche parpalholo (T.G. Pons stabilisce una giusta differenza tra "parpalholo" = farfalla comune, e "parpalhoun" = farfalla notturna, falena, mentre il provenzale ha il contrario: "parpaioun" per la farfalla e "parpaiolo" per la falena.
Concludiamo con due parole: "il postino" e "arrivederci". Il postino, o portalettere, ai tempi della mia infanzia era ancora chiamato poustilhon, ed io ricordo bene barbou Batistin "Piasot", il vecchio poustilhon di Villaretto. Il termine, com'è evidente, è derivato dal conduttore della diligenza (la pòsto) il quale, all'entrare nel paese, dava fiato al corno d'ottone (â cournòvo) per annunciare il suo arrivo; e ciò fino, se non erro, al 1912 o 1914, quando s'inaugurò il primo servizio di torpedone postale, Mio padre mi raccontava che, all'inizio del secolo, quando frequentava il ginnasio di don Perrot a Fenestrelle, percorreva ogni giorno a piedi dodici chilometri, fra andata e ritorno, insieme con la frotta di scolari villarettesi; sulla via del ritorno, i ragazzi erano raggiunti e sorpassati dalla pòsto a cavalli che scendeva verso Perosa; allora essi si divertivano ad aggrapparsi alla parte posteriore del veicolo per farsi trasportare gratis. Quando se ne accorgeva, il poustilhon s'infuriava poiché essi accrescevano la fatica dei cavalli; perciò menava ai monelli lunghe frustate all'indietro per farli scendere.
L'ultima parola sulla quale mi soffermo brevemente (anzi, ritorno, poiché ne ho già trattato tempo addietro sotto altro aspetto) è un saluto: arvouar = arrivederci, che costituisce un francesismo superfluo; infatti, il termine giusto, in alto chisonese, è arvee ("arvèise" in martinese, mentre nell'Alta Dora si ha, più provenzalmente, "arvèire").
Così la mia lunga chiacchierata è, per adesso, finita. Servirà a qualche cosa? Meglio non porsi questa domanda. Ma, spero, ci sarà pur qualcuno che rifletterà sui fatti linguistici da me citati e si sforzerà di accrescere il rispetto, suo e altrui, verso la nostra lingua con una maggiore attenzione nei suoi riguardi, con una ricerca della sua essenza profonda e nobile che risate a secoli lontani, e con una testimonianza permeata d'amore e d'orgoglio, poiché essa è "noi" più di ogni altra cosa.