Immaginatevi, innanzitutto, una giovane mamma od una canuta nonnina alle prese con un pargoletto in una rustica culla di legno, intagliata con abilità da qualche bravo artigiano locale, che stenta a prender sonno e piange. La mammina, o la nonna, come tutte le mamme e le nonne del mondo, intona allora una ninna nanna o una filastrocca: a poco a poco le palpebre del bimbo si chiudono ed il sonno sopraggiunge...
Una di queste filastrocche, nota in tutta la valle ed anche in quelle circostanti, è la seguente:

La maire e la filhe
î bevon lë vìn boùn
e la paure nore
î susse l'itopoùn!

La madre e la figlia
bevono il vino buono,
e la povera nuora
succhia il tappo!

Ora il bimbo si è fatto grandicello, vuole giocare e reclama l'attenzione di tutti. Allora, genitori e nonni gli si fanno intorno e ognuno di loro, di volta in volta, l'asseconda. Ne nascono spontanei e semplici quadretti di vita familiare, propri di tutti i tempi e di tutti
i luoghi, nei quali si sviluppano gli affetti ed i sentimenti più nobili.
Anche qui si recitano versi e filastrocche, sotto lo sguardo estasiato del bimbo. Ad esempio, prendendo la manina del piccolo ed accarezzandola, si ripetono questi versi:

Manine, ratine,
(Manina, topina)
mindzà dë pòn aboù dë farine,
(mangia pane con farina),
dount z'avà-ou butà?
(dove l'hai messo?)
Su la pot a la crotte;
(Sull'asse in cantina;)
l'ee aribà lë tzòt
(è arrivato il gatto)
e â z'a tou malhà!
(e tutto ha mangiato!)

Altre volte si recitano le seguenti filastrocche. Iniziamo con la storia di Dzòn Tranquile e sa maire, ossia «Gian Tranquillo e sua madre», conosciuta in Val Chisone e nelle altre valli provenzali del Piemonte:

-Oh, moun Dzòn, levà-ou!
-Oh, maire, soqque fô?
-Anô travalhô.
-Oh, ma maire, èi mòl a la tète!
-E bèn, ità itzì!
-Oh, moun Dzòn, levà-ou!
-Oh maire, soqque fô?
-Anô boudrô lë fèn, anô abialô.
-Oh, ma maire, èi mòl â ventre!
-E bèn, ità itzì!
-Oh, moun Dzòn, levà-ou!
-Oh, maire, soqque fô?
-Venî merendô.
-Oh, ma maire, më levou, më tzausou, më buttou lë bounet, péi venou, venou merendô!

-Oh, mio Giovanni, àlzati!
-Oh, madre, cosa fare?
-Andare a voltare il fieno, a irrigare.
-Oh, madre mia, ho mal di pancia!
-Ebbene, resta lì!
-Oh, mio Giovanni, àlzati!
-Oh, madre, cosa fare?
-Venire a pranzo.
-Oh, madre mia, mi alzo, mi calzo e mi metto il berretto, poi vengo, vengo a pranzo!

Ed ecco altre due brevi filastrocche:

I
-Oh, Roze,
a vourìou v' dire une tzoze,
ma a sabbou pô s'a devou v' la dire
perqué î fai embaroùn rire:
votre vese il a pree
lë countzot dë moun tzòt!

I
Oh Rosa.
vorrei dirvi una cosa,
ma non so se ve la devo dire
perché fa molto ridere:
il vostro cane ha preso la scodella del mio gatto!

II
-Qu'ò-tu, dzaluc?
-La gòmbe routte.
-Tzi quë t' l'a routte?
-Dònde Margueritoùn.
-Soqque lh'ò-tu fait?
-A l'èi tou versà soun lait!
-Oh, qu' la t'ee bèn fait!

II
-Cos'hai, galletto?
-La zampa rotta.
-Chi te l'ha rotta?
-Zia Margherita .
-Cosa le hai fatto?
-Le ho rovesciato tutto il latte!
-Oh, come ti sta bene!

Passano gli anni ed il bimbo, fattosi ragazzo, impara innanzi tutto a recitare le orazioni che, immancabilmente, si concludono con questa breve preghiera in patouà:

Que le Boun Diou nou doune un boùn vepre,
a mi, a moun papà, a ma mamà,
a moun pirìn e a ma mirine,
a mouz ouncli e a mâ tònta,
a moun fraire e a ma sore
a tou lë mount, së la lhë plòi.
Quë lë Boùn Diou noû garde dë mòl,
dé digròshe, dë tort, dë fau temouèn,
dë mitzent rancountre e dë mort emprouvize
e qu'â noû doune sa sente benedishioùn.
Boùn vepre a tutz!

Che il Signore ci dia una buona notte,
a me, a mio padre, a mia madre,
a mio padrino e a mia madrina,
ai miei zii e alle mie zie,
a mio fratello e a mia sorella
ed a tutti quanti, se così desidera.
Che il Signore ci liberi dal male,
da disgrazia, da torti, da falsa testimonianza,
da cattivi incontri e da morte improvvisa
e ci dia la sua santa benedizione.
Buona notte a tutti!

Ora però la sua voglia di giocare e di correr libero nei campi e nei prati aumenta ogni giorno di più. Non gli sono più sufficienti i giochi fatti nella stalla con i nonni, come quello della battaglia fatta soffiando sui castelli di carta appositamente predisposti o su qualche leggero oggetto per farlo cadere, battaglia aperta recitando questi pochi versi:

-Toun òne a malhà ma palhe,
(Il tuo asino ha mangiato la mia paglia,)
-Ta vatze a malhà moun fèn
(La tua mucca ha mangiato il mio fieno:)
-Jouèn a la plû grose batalhe!
(Giochiamo alla più grande battaglia!)

Il ragazzo, giunta la primavera con i prati rinverditi e gli alberi carichi di gemme e di tenere foglioline, mentre nell'aria cinguettano infinite varietà di uccelli e svolazzano farfalle dalle ali variopinte, può finalmente dare libero sfogo al suo desiderio di correre e di giocare. Va a caccia di nidi (dipitô loû nin), cattura insetti e farfalle, si fabbrica zufoli e armi rudimentali con i rami dei salici e dei sambuchi. Eccolo, ha catturato una timida coccinella (une boie vole) o una farfalla (un parpilhoun); mentre li contempla, prima di render loro la libertà, ripete questi versi:

Boie vole, boie vole (oppure Parpilhoun vole, vole)
(Coccinella, vola vola) oppure (farfalla, vola, vola)
toun paire èe anà a l'icole,
(tuo padre è andato a scuola),
ta maire ee anô a Turin
(tua madre è andata a Torino)
atzetô un bê coutlin
(a comprare un temperino)
per t' talhô la tete
(per tagliarti la testa)
dëmòn qu'ee ta fete!
(domani che è la tua festa!)

Altra volta, adocchiato un ramo di salice privo di nodi, lo taglia e si fabbrica uno zufolo. Col temperino avuto in regalo dal babbo, batte leggermente sulla tenera corteccia dalla quale fuoriesce la linfa; dopo alcuni colpetti, la corteccia si stacca e lo zufolo può essere ultimato. Tra poco, con abilità, il ragazzo ne modulerà il suono.
Mentre col temperino batte la corteccia, egli ripete dei versi che, secondo quanto gli è stato detto, facilitano il suo còmpito:

Sòve, sòve, savarin,
vai vitte â moulin
dount lh'a coumpaire Pin
lourt c'mà un tupin!

Linfa, linfa, linfetta,
vai presto al mulino
dove c'è compare Pino
ubriaco come un tegamino!

Passano gli anni ed il ragazzo si fa giovanotto: ben presto entra a far parte del dzouvent, l'allegra compagnia di giovanotti e signorine che organizza festicciole e lunghe veglie invernali, tutte pervase d'infinita poesia e di tanta semplicità. Ne scaturiscono giochi e scherzi propri dei giovani di tutto il mondo, balli paesani al suono di un'asmatica fisarmonica o di un vecchio grammofono, cori improvvisati con lente e gemebonde canzoni dí montagna. Così pure non mancano lazzi e frizzi, scherzosi ritornelli, come questo recitato dai giovanotti:

Plau, plau, rataplau,
loû dzòri fòn tourtau,
lâ ratta fon tzavilha
per fouttre su lë cuël a lâ filha!

Piove, piove, ripiove,
i sorci fanno tortelli,
i topi fanno verghe
Piove, piove, ripiove,
per battere le ragazze sul sedere!

Al quale, immancabilmente. Le ragazze replicano con quest'altro:

La plau e la fai soulelh,
lâ ròna arvelhon lë velh,
loû bobi fòn baatoûn
per fouttre su lë cuël â garsoûn!

Piove e fa sole,
le rane svegliano il vecchio,
i rospi fanno bastoni
per battere i giovanotti sul sedere!

Durnte l'inverno, i giovanotti andavano a veglia nelle varie borgate della valle alla ricerca di una futura sposa, o, più semplicemente, per passare qualche ora allegra o per fare uno spuntino (un piël d'arsinoun) con gli amici locali. Ad esempio, i giovanotti di Là Gròndza, bonariamente chiamati loû courbô (i corvi), si recavano spesso a visitare le ragazze dell'Alavé, altrettanto bonariamente chiamate laz oulivetta (le allodole), le quali preparavano per l'occasione una bella pentola di calhetta, il tradizionale piatto pragelatese consistente in polpette di patate grattugiate. I baldi giovanotti di Là Gròndza, loû Grandzoulîn, cantavano allora abbracciando affettuosamente le loro «allodole»:

Laz oulivetta
(Le allodole)
fòn lâ calhetta
(fanno le polpette)
e loû courbô
(ed i corvi)
vòn lâ malhô !
(vanno a mangiarle!)

Concludo con questi versi dedicati ad una pianta medicinale assai nota, coltivata in molti orticelli della valle: il tanaceto.

Tanaìa, tanaìa,
(Tanaceto, tanaceto,)
së ma tenne zë sabìa
(se mia moglie lo sapeva)
dâ mòl qu'il avìa
(dal male che aveva)
î sarìa garìa!
(sarebbe guarita!)

NOTA. - A proposito della prima filastrocca il Bermond afferma giustamente che essa è nota in tutta la valle ed anche in quelle circostanti. Egli ne presenta soltanto la prima strofa, che è anche la più comune; ma ve ne sono altre che variano a seconda della località. Ne diamo qui di seguito due varianti dovute la prima al Prof. Andrea Vignetta in dialetto di Fenestrelle, la seconda al Prof. Teofilo Pons in dialetto di Massello. Le riportiamo nelle grafie adottate dai rispettivi autori, le quali si discostano in qualche punto da quella della «VALADDO».

I II
La màire e la figle
i büvan el vin bun
e la paure nore,
1. i ciücce l'eitupun.
2.
La màire e la figle
i van a bäl dansä
e la paure nore
l'íte a mèizun krusä.

La màire e la figle
pòrtan lu muciàur ed Liun
la paure nore
i porte lu takun.

La maire e la figle
i pòrtan kota ghindià
e la paure nore
i väi tut ékrancià.

II
La maire e la filho
lâ böven lu vin bun,
e la pauro noro
î ciüccio l'eitupun.

La maire e la filho
laz-an d'bèlli foudìël,
e la pauro noro
î porto lu mantìël.

La maire e la filho
laz-an d'bèlli léit,
e la pauro noro
î vai dürmir â téit.

Un'altra filastrocca derivata da un medesimo filone è la seguente, che presentiamo in due varianti: la prima registrata in patouà di Bourset, la seconda in quello del Queyras, in Francia, di là dal colle d'Abrìe.

I
Jan Crivello aviò pâ qu'un prà
la lengouta li l'an sià,
l'auro aribbo, li lou ratello,
tiro aval, Jan Crivello.

II
Jan de Nivello n'avìo un pra,
que le langoustes lou li an seà,
l'auro lou li restello,
leicha pasar Jan de Nivello.