Riccardo Garavelli (1922-), nato ad Alessandria e residente a Torino, frequenta fin da bambino l’Alta Valle di Susa, prima Oulx poi Salbertrand, dove ritorna ogni anno e dove conosce Margherita Cuttica di Revigliasco che diverrà sua moglie, anch’essa villeggiante a Salbertrand. Capitano degli Alpini, combattente volontario nell’esercito di Liberazione tra il 1943 e il 1946, ritornato alla vita civile esercita la professione di ragioniere e perito commerciale. Si diletta nella composizione poetica producendo migliaia di poesie in lingua italiana e piemontese, con qualche frequentazione dell’inglese, del francese e di lingue dell’est europeo.

Nella lunga frequentazione dell’Alta Valle di Susa, il Garavelli ha modo di appassionarsi alla cultura e alla lingua occitana alla quale dedica alcune poesie. Spesso ironico, con una vena nostalgica, nei suoi scritti il Garavelli, fedele ad una tradizione popolare più osservata che praticata, si diverte nella provocazione bonaria attraverso doppi senso con riferimenti piccanti, soprattutto in quelle composte nella sua madre lingua: il piemontese, ma non è il caso della produzione in occitano dove i paesaggi e i personaggi dipinti sono avvolti da un’aurea malinconia.

La grafia utilizzata dal Garavelli è quella in uso a Salbertrand, mutuata da quella ideata da Clelia Baccon con la quale mantiene un rapporto di amicizia. 

Arlachë

Gueini

Hoc

Lä Plöiä

Con Mirèio, Riccardo Garavelli dedica un tributo al poema del grande poeta occitano del Félibrige, Frédéric Mistral (1830-1914), insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1904.

La versione in italiano di questo canto d’amore, fornita dall’autore stesso, si discosta leggermente dal testo in occitano per ragioni poetiche: «‘l rui flammä d’lu pavō» (il rosso fiamma dei papaveri) diviene «dei papaveri il rosso fiammeggiante», «‘l blö siel dlä merë, ‘nä marvelhä» (il blu cielo del mare, una meraviglia) diviene «del mare l’azzurro abbacinante», mentre «‘d mä Mirèio ‘l surì e lu-z-ö i sun melhë» (il sorriso e gli occhi della mia Mirella sono meglio) è tradotto in «gli occhi ed il suo sorriso son meglio e mi han conquiso». 

Mirèio

Il figlio di Riccardo, Massimo Garavelli (1955-), appassionato cultore della cultura occitana locale, mette radici in Alta Valle di Susa, sposando Rina Brayda di Ramats di Chiomonte e stabilendosi a Salbertrand, e assume diverse cariche amministrative rilevanti tra cui: Sindaco di Salbertrand, Assessore della Comunità Montana Alta Valle di Susa con delega alle minoranze linguistiche, Presidente del Parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand e Presidente del Consorzio Forestale Alta Valle Susa.

Attraverso l’impegno amministrativo, Massimo Garavelli si adopera per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale altovalsusino promuovendo iniziative e pubblicazioni sulla lingua e sulla cultura occitana e francoprovenzale. Per Salbertrand si spende in numerose iniziative: dal Marchà d’Oc (il mercato d’Oc che si tiene tutti gli anni a giugno per le vie del paese), alla toponomastica in lingua occitana, al sostegno alle pubblicazioni di Clelia Baccon e di Oreste Rey, alla promozione di corsi in lingua occitana e all’organizzazione di eventi sulle lingue minoritarie.

Nel 1988, partecipando alla Vilhà (Veglia), uno dei corsi tenuti da Clelia Baccon, scrive:

Can ‘nä kiensèinä d’än fai mi ei enchaminà a dunā lä jüstä vaȓū a la chosa e a fa d’archärcha sü la cutümma d’Salbelträn, mi oghéiȓu jumài criǜ d’ēis bun a liȓe e icriȓe ‘l Patuà de ste paī. Ièüȓ k’la m’capitta suven d’icutā e d’ parlā en patuà mi a siū sügǖ k’u fase par dl’amä dla jen du post d k’u miȓitte d’ carën d’ mai k’eis mak plü en sunj.

Mai par iciän mi a siū cunten d’oghēȓ vī a notra vilhà d’juvi bien enteȓesa e d’oghēr dicüber ke d’ sus ‘n lijī sō d’ pusieȓa leisà da cokki-s-an d’abandun, lä lengä e la rasina velha la sun encà viva e pòian arjalhī.364

Quando una quindicina d’anni fa ho iniziato a dare il giusto valore alle cose e a fare ricerche sulle tradizioni di Salbertrand, non avrei mai creduto di essere in grado di leggere e scrivere il patois di questo paese. Oggi che mi capita sovente di ascoltare e di parlare in patois sono sicuro che faccia parte dell’anima della gente del posto e che meriti qualcosa di più di essere soltanto un ricordo.

Anche per questo sono contento d’aver visto alla nostra veglia giovani così interessati e d’aver scoperto che sotto una leggera patina di polvere lasciata da alcuni anni di abbandono, la lingua e le radici sono vive e possono ritornare a germogliare.