Portal d’Occitània    Letteratura occitana

Il Bannie d’Isyiă

Èsse soun mèitre - Antologia di scritti occitani dell'Alta Valle Susa

Dopo la pubblicazione negli anni Cinquanta di alcuni scritti dello Jayme sul Bollettino Parrocchiale di Chiomonte, negli anni Sessanta del Novecento è il Bollettino Parrocchiale di Exilles, Il Bannie, a promuovere scritti e iniziative volte al recupero della parlata locale che, seppur viva e quotidianamente parlata dagli abitanti delle frazioni, già va scomparendo nel capoluogo sostituita dal piemontese.

La lingua piemontese s’impone negli ultimi due secoli a causa della presenza del Forte e delle sue guarnigioni. Abbandonato dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Forte di Exilles rappresenta per molto tempo a partire dal 1713, quando l’Alta Valle di Susa passa sotto il domino sabaudo a seguito del Trattato di Utrecht, un’opportunità lavorativa che richiama nel comune montano mercanti e impresari provenienti dalle terre piemontesi del Regno di Sardegna. La presenza di soldati, impresari e operai forestieri favorisce matrimoni al di fuori dell’ambito locale e accelera la penetrazione della lingua piemontese.

Alcuni exillesi che fanno parte della redazione de Il Bannie, per lo più abitanti o originari delle frazioni, si rendono conto della situazione e si impegnano per una rinascita della lingua locale. Nel 1972, dalle pagine de bollettino parrocchiale, Genesio De La Coste, uno dei redattori maggiormente impegnati nel recupero delle tradizioni locali, lancia un grido in difesa della parlata exillese dal titolo esortativo: Ésüblion pa ‘l patuà (Non dimentichiamo il patouà), che ci dà la misura del prevalente atteggiamento nei confronti della lingua occitana negli anni seguenti il boom economico che forza l’emigrazione verso i poli produttivi cittadini:

"Nei nostri paesi, stanno scomparendo non solo le vecchie usanze ma anche il patuà che una volta poteva considerarsi la lingua ufficiale delle nostre vallate. I giovani e tantomeno i giovanissimi, eccetto rare eccezioni, non lo parlano più. Perché? Parlandolo pensano forse di apparire meno evoluti di fronte ai loro coetanei? Questo è un errore perché parlare in patuà non significa essere retrogradi o non saper parlare l’italiano o il piemontese. In vari Comuni delle vallate alpine il patuà è stato introdotto nelle scuole come materia d’insegnamento e questo appunto per non lasciare cadere un linguaggio ricco di tradizioni. Essendo saputo che qualsiasi lingua si impara meglio praticandola che studiandola, cerchino, giovani e meno giovani, di non dimenticare il patuà, di non vergognarsi a parlarlo e di tramandarlo.172"

Il Bannie d’Isyiă

Èsse soun mèitre - Antologia di scritti occitani dell'Alta Valle Susa

Dopo la pubblicazione negli anni Cinquanta di alcuni scritti dello Jayme sul Bollettino Parrocchiale di Chiomonte, negli anni Sessanta del Novecento è il Bollettino Parrocchiale di Exilles, Il Bannie, a promuovere scritti e iniziative volte al recupero della parlata locale che, seppur viva e quotidianamente parlata dagli abitanti delle frazioni, già va scomparendo nel capoluogo sostituita dal piemontese.

La lingua piemontese s’impone negli ultimi due secoli a causa della presenza del Forte e delle sue guarnigioni. Abbandonato dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Forte di Exilles rappresenta per molto tempo a partire dal 1713, quando l’Alta Valle di Susa passa sotto il domino sabaudo a seguito del Trattato di Utrecht, un’opportunità lavorativa che richiama nel comune montano mercanti e impresari provenienti dalle terre piemontesi del Regno di Sardegna. La presenza di soldati, impresari e operai forestieri favorisce matrimoni al di fuori dell’ambito locale e accelera la penetrazione della lingua piemontese.

Alcuni exillesi che fanno parte della redazione de Il Bannie, per lo più abitanti o originari delle frazioni, si rendono conto della situazione e si impegnano per una rinascita della lingua locale. Nel 1972, dalle pagine de bollettino parrocchiale, Genesio De La Coste, uno dei redattori maggiormente impegnati nel recupero delle tradizioni locali, lancia un grido in difesa della parlata exillese dal titolo esortativo: Ésüblion pa ‘l patuà (Non dimentichiamo il patouà), che ci dà la misura del prevalente atteggiamento nei confronti della lingua occitana negli anni seguenti il boom economico che forza l’emigrazione verso i poli produttivi cittadini:

"Nei nostri paesi, stanno scomparendo non solo le vecchie usanze ma anche il patuà che una volta poteva considerarsi la lingua ufficiale delle nostre vallate. I giovani e tantomeno i giovanissimi, eccetto rare eccezioni, non lo parlano più. Perché? Parlandolo pensano forse di apparire meno evoluti di fronte ai loro coetanei? Questo è un errore perché parlare in patuà non significa essere retrogradi o non saper parlare l’italiano o il piemontese. In vari Comuni delle vallate alpine il patuà è stato introdotto nelle scuole come materia d’insegnamento e questo appunto per non lasciare cadere un linguaggio ricco di tradizioni. Essendo saputo che qualsiasi lingua si impara meglio praticandola che studiandola, cerchino, giovani e meno giovani, di non dimenticare il patuà, di non vergognarsi a parlarlo e di tramandarlo.172"