italiano

Armando Cibonfa (1932-) nasce a San Colombano, frazione di Exilles, impiegato presso le Poste e Telecomunicazioni come addetto allo smistamento della corrispondenza, si sposta prima a Bussoleno, poi a Torino e infine a Rivoli con la moglie Giannina, anch’essa exillese, ma trascorre sempre le vacanze e i fine settimana ad Exilles, dove cura le sue vigne che oggi producono il vino doc Rosso Valsusa nell’azienda Isiyă del nipote Enrico.

Nel 1980, il Cibonfa vince il primo premio del Trofeo Capitano Ettore Gilibert, per la Sezione Patouà, indetto dalla rivista exillese Il Bannie, con la poesia La viè (La veglia). La trascrizione in cui è inizialmente riportata la poesia, pubblicata da Il Bannie e da La Valaddo, viene rivista dall’autore nel 2008 per la pubblicazione on line sul sito del Comune di Exilles, adottando la grafia dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano dell’Università di Torino con il quale il figlio di Armando, Roberto Cibonfa, collabora nella raccolta dei toponimi ai volumi relativi ai territori di Salbertrand, Exilles e Chiomonte per conto del Parco naturale del Gran Bosco di Salbertrand196.

Rispetto ai primi accorgimenti grafici utilizzati, già ispirati alla grafia dell’Escolo dou Po, non vi sono sostanziali cambiamenti se non in una maggiore cura dell’accentazione, nell’adozione del digramma nh in luogo di gn (grounhìe, grugniva) e nell’accoglimento dei grafemi introdotti dall’ATPM per la pubblicazione dei toponimi di Exilles: il segno ă per un suono intermedio tra a ed e (ansăn, insieme), il segno ŕ per un suono articolato tra alveo e palato quasi impercettibile (souŕë, sordo) e y, in sostituzione di ï, ad indicare il raddoppiamento della vocale (isiyon, abitanti di Exilles). Il Cibonfa mantiene, però il digramma ch (vaccha, le vacche) e il grafema j con valore consonantico alla francese (jouve, giovani).

Il quadro presentato nella poesia è quello tipico della veglia comunitaria nel tepore della stalla, che nelle piccole borgate come San Colombano si soleva ancora fare fino agli anni Sessanta del Novecento, con le caratteristiche attività cui ci si dedicava nelle lunghe sere d’inverno, condividendo lo spazio vitale con gli animali domestici dei quali si sfruttava così il calore.

Il Cibonfa utilizza sia la forma tanzantan (di tanto in tanto, ogni tanto) sia l’italianismo onhi tan, divenuto assai comune nelle parlate altovalsusine.


La veglia

Un tempo gli exillesi si riunivano

dopo cena, nella stalla

per raccontarsi di dove erano andati

e di cosa avevano fatto nella giornata.

Mentre i giovani chiacchieravano

le donne anziane filavano

filavano e ogni tanto rimanevano addormentate

finché il naso non toccava il filarello.

I giovani se la raccontavano tutti insieme,

c’era chi sgranava fave,

c’era il nonno che preparava i rami di salice per legare le viti

non parlava perché era un poco sordo.

Le mucche attaccate alla greppia ruminavano

le pecore nel loro recinto ogni tanto belavano

il maiale di tanto in tanto grugniva,

e la nonna riprendeva il suo filo.

Così tutti erano contenti

di passare un momento insieme,

ma ora ci sono tanti divertimenti

e nessuno più pensa alla veglia.

Un cò i s’trouvava ansăn

apré sinë din l’itable louz isiyon

per s’countìa antì qui ieŕa anè

e s’qui l’avìa fai din lă journè.

Tandis que lou jouve i s’lă counciava

la fenna veiya la fieŕava

la fieŕava e onhi tan la restava enpenechè,

fin que ël na sul tour laz avia pa touchè.

Lou jouve tous ansăn i s’lă counciava,

lă i evìe qui digrounave ăd fava,

lă i evìe ël gran qu’ou fazìe lă gouŕă

ou parlavë pa perqué ou ieŕe un paou souŕë.

La vaccha techà a la greppia la roueimava

la fea din ‘l bouè onhi tan la bieŕava

ël courin tazantan ou grounhìe,

e lă gran reprenìe soun fìe.

Paŕìe tous i eran counton:

d pasâ un moman tous ansăn

ma ieuiŕe tanti divertimon lă i è

e bzaouŕe ji pănse a lă viè.


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