Il libro raccoglie alcuni racconti sui Sarvanot, narrazioni che possono essere ascritte ai generi del mito, della fiaba e della leggenda e quindi ad una "letteratura popolare" espressione orale della comunità valligiana.

Nei racconti sui Sarvanot, osserva Gian Piero Boschero nella Presentazione, non ci sono, o sono trascurabili, elementi soprannaturali e religiosi: essi "risultano essere semplicemente una popolazione diversa, che per parecchio tempo coesistette con la nostra, con qualche difficoltà di comprensione dovuta alle differenze culturali e fisiche, ma con rapporti tutto sommato accettabili in cui, caso mai, furono i nostri antenati a far brutta figura".

L'autore dell'Introduzione al libro fornisce una breve descrizione di questi esseri leggendari. Nell'immaginario collettivo valligiano il Sarvanot era piccolo, brutto e peloso, allegro e chiassoso, a volte dispettoso ma non cattivo, con piedi caprini e dotato di intelligenza in alcuni casi superiore agli uomini;



Il suo umore è influenzato dal tempo atmosferico: quando piove è contento, quando tira vento piange. Ama vestirsi (forse solo parzialmente) con indumenti coloratissimi che lo rendono visibile anche a grande distanza. Abita gli anfratti della roccia (i barme), o meglio le basse caverne che sarebbero la causa della sua piccola statura poichè batte spesso il capo contro il soffitto di pietra.

Pur designati da un unico termine, esistono Sarvanot maschi e femmine, la cui unione genera figli con i caratteri dei genitori. Conducono vita associata, probabilmente in comunità di più famiglie, organizzate come quelle umane. La vicinanza con le abitazioni degli uomini fa sì che si creino spesso intrusioni nella vita quotidiana, ma anche rapporti di collaborazione o di mutuo scambio: nei racconti non è insolito che un Sarvanot lavori per una famiglia, insegni le tecniche dell'arte casearia.

I Sarvanot di Roure costituiscono quindi una delle numerose tipologie dell'Uomo Selvaggio, riscontrabile in ogni tempo e luogo nella mitologia popolare. Essi possono essere quindi accomunati a Elfi e Gnomi, a figure mitologiche spesso divinizzate e in profonda sintonia con l'ambiente naturale, al Genio o Folletto del bosco e del monte che vive una vita parallela rispetto all'uomo.



La stesura dei racconti è stata eseguita da autori diversi; la varietà dialettale è quella di Rore (valle Varaita). Sono stati archiviati nel Corpus Testuale cinque racconti.