"I figli dei briganti", come dice Piero Camilla nell'introduzione, "sono gli abitanti di Elva, un comune montano a 1637 m.fatto di frazioni sparse ai piedi del Pelvo, uno dei tanti comuni montani nostri una volta fiorentissimi ed oggi non più soltanto in decadenza ma già in agonia".

Il libro, scritto da Piero Raina di Elva, racconta la storia del paese alternata con poesie -alcune popolari, altre scritte dal'autore stesso, altre ancora di Pietro Antonio Bruna-Rosso-, ritornelli, glossari e proverbi.

Nel "Tresòr de lenga: corpus testuale" non sono stati archiviati i testi in prosa, in quanto scritti interamente in italiano. Troviamo però la poesia I quat brigant che narra della mitica fondazione di Elva:

 

Quat brigant esventurà, eschampirà

Prouvà da i guerre

Soun espounchà sle serre

En chamand pas e libertà.

Quat souldà disertour et la Legioun Tebeio

Dal cor ben facch: eroun cristian

Marcà per na sort enaudeio

Da Massimian emperatour di rouman.

Ent'a questo terro ben a l'ardriss

Da na cerchio d'aute mountagne

Counfourtà da quat belle coumpagne

Han dounà vito a nagent en pais.

 

Un'intero capitolo è dedicato ai "caviè d'Elva"; come spiega Piero Raina, "una delle più singolari, prestigiose ed esclusive attività commerciali degli Elvesi, che li rese famosi in Italia e nel mondo, era la raccolta e la lavorazione dei capelli femminili". La poesia I caviè d'Elva ricorda la vita di emigrazione determinata da questo tipo di lavoro: "E d'anlouro i caviè d'Elvo / Van en çerco den tesor /Van girà per tou lou mound /Per retroubar a quì chabei biound".

Essi si annunciavano nei villaggi ripetendo un ritornello e parlavano un gergo speciale, trasmesso di padre in figlio.

La poesia La nosto lengo introduce il discorso sul patois, definito dall'autore "un puro linguaggio provenzale", giunto sin qui "dall'antica Provenza di Oltralpe, sulle orme dei Trovatori"; esso dà origine ad una "poesia delicata...che fiorisce libera nella lingua imparata sulle ginocchia della nostra mamma ed affonda le sue radici nelle fonti spirituali delle nostre origini della nostra storia".

Da qui in avanti, ampio spazio è dedicato alla poesia, laddove i poeti Piero Raina e Bruna-Rosso sono "i-drier mantenaire/ den quiar ques vai tupir" (I mantenaire).

I temi trattati sono diversi; ne riporto alcuni versi di esempio.

Rinetou parla di una giovane fanciulla innamorata che non vuole sposare nessun'altro se non Rinetou, condannato a morte perchè "ses batù/ encountro al Re di Savouiard /encountro i Prenci e i lour Monsù/ abou lou cor di Mountagnard".

Vien encà invita la bella elvesina a ritornare ancora al paese; Es pa mai tart rivolge l'invito a qualcuno che è emigrato per il lavoro stagionale e non è più tornato (Ia en temp que manques da meisoun/ Quel parte, reparte sempre, a l'outoun, /Ma tournaves, tournaves fitou, a la primo. /Euro ies gran temp que manques. (...) Eilo tard? Ma no, ma no / es pa mai tard per tournar a meisoun). San Brancaci è invece il canto invocativo intonato alla festa di San Pancrazio, ai primi di maggio, per festeggiare il ritorno degli emigrati ("guido ben la nosto gent/ per lou mount espatarà"); I pastre racconta la vita dei pastori; I Mountagnard, poesia profondamente autoironica ("ci chiamano zotici, i caproni del duemila"), è dedicata alla gente di montagna:

 

Sien mountagnard, nous chamoun vitoun

I chabroun di duimilo.

Sien chausà d'gross escarpoun.

Abou le dent amoulà

Rousiguen i courchoun

Dal pan dur coumo la rocho.

Couro venen esdentà

Noste signour ques pa fol

Nous eslarjo lou col

E i courchoun va ju parei.

Sien gent d'espalle quadre

Gent et qualità

Saben far en pau de tout

Senzo aver emparà gnente:

Medabosq, calier, amouleto, toulier,

Muradour, brustiare d' charbou e chabei.

Parlen en dialet

Degn et respet.

Illamoun, illaval, chapui e chabal;

Que parlar fin!

Ma et gun nous capiscen pa.

Oh que darmage!

E nousauti

Capien tucchi i-auti.

 

Non manca in questa raccolta una vena amara di nostalgia per un paese ormai alla deriva. Per Pietro Antonio Bruna-Rosso, è la "desunioun" la causa dello sfacelo:

 

Se charamaio sus i paire

La chalancho es per i fì,

Es pe rèn per lou bon aire

Que lou paìs ven deperì,

Ma per i-ome que soun pa unì.

 

Il libro si chiude con la poesia di Piero Raina Toumbaren i casei di vilage, una descrizione rassegnata della fine di un mondo, dove "sudare non val più la pena" e "piangere non serve più a niente":

 

Toumbaren i casei di vilage

Sla mountagno abandounà

Un al bot senzo tapage

I casei dle noste ruà.

Bouch d'erbo biancho, rousier sarvage

Enfoungaren le bianque rei

Ai pe da cles muraie

Esquiapa da l'auro e dal soulei

Per chucchar i-umour

Amar dle noste grime

Di nosti sudour.

Fraire sien de batù!

En bram perdù

La saraio d'na storio doulourouso.

Troup d'sarvan lou sero

Saiaren dai bosq tenebrous

Per viroundar sle quintaine silenziouse

Ad escoutar le vous misteriouse

Que dousse ancaro dapé i lindal

Desert di meisoun

Countaren le storie di minà.

Entant que la serp estremà

Durmarè sout le peire

Rousse di fouier tupì

E i-oss jaoun di Reire

Spouncharen a l'albo

Dai muret deschausà d' i-ort.

Laisa fraire la terro di paire

Scapa fraire da la terro di mort

A sudar val pus la peno

A piourar sierv pus a gnente.

 

Piero Raina (1921-2009), originario di Elva, autodidatta, ha pubblicato parecchi volumi dedicati alla valle Maira: I canti della mia terra (1970), I figli dei briganti (1972), La mia valle aveva un'anima (1982), Sotto l'albero del pane (1985), I reis chanten encaro (1997), La caresso dal temp (2003), e Neu e Auro (2008).

 

Pietro Antonio Bruna-Rosso (1896-1990) era originario di Elva, dove era conosciuto come Tòni d'l'Auro. Ha scritto racconti e poesie (si possono leggere su Coumboscuro e Ousitanio Vivo). Ha inoltre pubblicato il Piccolo dizionario del dialetto occitano di Elva.

Partecipò al Concorso di Poesia Monviso 1961, che si svolse il 14 agosto del 1961 e che diede vita all'Escolo dóu Po.