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Edizione 2011

Harkaitz Cano - Premio Internazionale

Hakaitz Cano - Premi Internacional (lingua Basca)

di Harkaitz Cano

Harkaitz Cano - Premio Internazionale
italiano Nasce a Lasarte (Paesi Baschi) nel 1975.
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università dei Paesi Baschi a San Sebastian, si avvicina alla letteratura come uno dei creatori del collettivo di giovani scrittori Lubaki Banda nel 1993.
Nel 1994 pubblica la prima raccolta di poesie Kea behelainopean bezala (Come il fumo nella nebbia) seguita, nel 2001, dal Norbait dabil sute-eskaileran edita anche in castigliano.
La terza raccolta di poesie viene pubblicata nel 2003 Dardaren interpretazioa, anch’essa tradotta in castigliano.
Nel 1996 esordisce con il primo romanzo Beluna jazz, edito in castigliano nel 2004; seguono Pasaia Blues (1999) e Belarraren ahoa (La lama dell’erba, 2004).
Da segnalare, nel 2000, Piano gainean gosaltzen (Colazioni su un pianoforte), frutto del suo rapporto con New York, che oscilla tra diario e saggio letterario, tradotto in castigliano nel 2003.
Tra i racconti brevi un’antologia in castigliano Enseres de Ortopedia Inútil (2002) e i racconti in euskara Neguko zirkua (Circo d’inverno)
del 2005, opera che riceve il “Premio Nacional de la Crítica” nel 2006 come miglior libro di narrativa scritto in euskara.
Harkaitz Cano si distingue anche per la scrittura cinematografica con Belarraren ahoa, (in castigliano El filo de la hierba, 2007), una ucronia, una farsa allegorica sulla supposta conquista dell’America da parte di Hitler che riceve il Premio Euskadi di Letteratura.
Tra le pubblicazioni di letteratura per ragazzi emerge, nel 2001, Itsasoa etxe barruan (in castigliano El mar en la cocina, 2008) e il saggio cinematografico Ojo y medio (Meettok 2010); ma Cano realizza anche adattamenti di teatro e copioni per radio, televisione e fumetti, tra cui l’album Piztia otzanak (2008), in collaborazione con il disegnatore Iñaki G. Holgado.
È sceneggiatore e dialoghista di diverse serie e film TV trasmesse dalla Televisione Pubblica Basca e collabora al documentario Improvisación oral en el mundo (2004), sull’improvvisazione orale in diverse culture del mondo.
Scrive, insieme a Koldo Almandoz, il copione di cortometraggi A dar ba kar (1999) ed adatta all’euskara alcuni testi teatrali.
Tra le svariate attività in cui si impegna si registrano workshop di letteratura e sui copioni, collaborazioni con la stampa, progetti ibridi insieme a musicisti o in compagnia di artisti quali FasTFatum, Jabier Muguruza, Oskorri, Manu Muniategiandikoetxea, Dora Salazar...
Ha tradotto in euskara autori come Hanif Kureishi, Allen Ginsberg Paul Auster, mentre i suoi libri sono tradotti in gallego, in greco, in russo, in tedesco e in inglese.



Nemmeno questo racconto finirà con un valzer


Non diamo ai gesti l'importanza che hanno. Un grave errore, perché a volte tutto quello che abbiamo non è altro che un gesto. Può non restarci nemmeno uno spicciolo, né una parola, solo un gesto.
Perché se ti dicessi che lei non ha lasciato in te nessuna frase memorabile, né il ricordo di una passeggiata - non priva di pretese borghesi - fatta un giorno lungo un fiume le cui acque brillavano come una trota messa a seccare al sole, bensì un gesto discreto? Che il suo ricordo non suscita in te né risa né pianto, e nemmeno comportamenti lodevoli o biasimabili e che, in fondo, l'unica impronta che lei ha lasciato in te è proprio un gesto?
Ancora oggi, anche se sono passati molti anni da quegli avvenimenti, senza saperlo tu compi un gesto che imparasti da lei. Un gesto che, per la simpatia che ti ispirava, per sentirti più vicino e unito a lei, iniziasti inconsapevolmente ad imitare e che altrettanto inconsapevolmente continui a ripetere. Un semplice gesto che, senza saperlo, perpetui nel tempo. Un gesto che lei ti contagiò e che poi, attraverso il tuo corpo, altre ragazze avrebbero appreso. Fino al giorno in cui il mondo smetterà di essere mondo.
Forse non sei altro che questo: il filo conduttore che catalizza il gesto di una persona scomparsa, il sottile condotto dell'alambicco che distilla l'essenza dei gesti da un'ampolla all'altra.
Non sto parlando di un gesto eroico, o di uno di quelli che cambiano il corso della storia; non sto pensando al pollice verso l'alto o verso il basso degli imperatori romani.
Ma una cosa è certa: non diamo ai gesti l'importanza che hanno. Non capiamo la trascendenza del rosicchiarsi le unghie per colui al quale stiamo facendo passare un brutto momento, non percepiamo le reali dimensioni della speranza distrutta nello sguardo a terra della ragazzina a cui abbiamo dato un dispiacere.
Non solo il deambulare barcollante dell'ubriaco che da sotto un lampione sparisce nel nulla è segno di una probabile caduta, non solo il pavoneggiarsi della vecchia e nobile matrona che muove il suo ventaglio di carta, il mento all'insu, rivela il disprezzo per il servitore che conosce il codice di questo abbecedario gestuale comune a sudditi e tiranni; non solo il sorriso della madre mentre offre la mano e il grembo al figlioletto che ha appena mosso i primi passi; non si tratta solo del gesto furioso dell'oste che batte il pugno sul bancone di legno e fa vibrare la bottiglia, le sue corde vocali e perfino le stesse fondamenta della taverna. Portiamo a questa canzone e a queste righe il gesto di alleviare con la mano i dolori alle costole lasciatici dal letto dove dormivamo da bambini, il movimento leggero e ballerino rimasto nelle nostre spalle dal momento in cui cercammo di attirare in modo ridicolo l'attenzione della ragazza che ci piaceva. Questo racconto, per servire a qualcosa, dovrebbe portare con sé una danza, un valzer, una partitura da ballare in parchi ampi e deserti. Ricordamelo, per favore, se prima di averlo terminato non avrò ancora aggiunto un ballo a queste righe.
Perché questa non è altro che la storia di un gesto. Un gesto scelto, se si vuole, appreso, incosciente, involontario, desiderato; la storia di un gesto che nega uno a uno qualsiasi aggettivo gli venga posto accanto.


La strada profumava di cannella. Non di cannella in polvere, ma di cannella in bastoncini. E' diverso.
Molto diverso.
La cannella in polvere porta con sé il dolce invito a fermarsi in un luogo, la possibilità che il vento disperda quella polvere e il rischio che si infili nelle narici. La cannella in polvere trae reminiscenze di sabbie sottili, di altre polveri che riportano alla mente teli leggeri che sulla superficie dei deserti si sollevano e si muovono come veli. Non succede la stessa cosa con il profumo della cannella in bastoncini.
La cannella in bastoncini riporta alla mente la tensione, i ponti, i muscoli tesi pronti per lo sforzo, il bambino che tutte le domeniche raccoglie rametti secchi per l'inverno, le questioni non ancora risolte e per questo non ancora rovinate. Elementi in tensione, forse troppo secchi e rigidi, ma nonostante ciò, vivi.
Forse sarà stata la presenza di quella drogheria che emanava essenze e aromi portati dalla Turchia, ma in via Chocimska c'era profumo di cannella. Dovrei iniziare così, se finalmente in qualche modo iniziassi, una volta deciso che val la pena raccontare questa storia.
In via Chocimska, ad un angolo c'era sempre un ragazzo che vendeva il quotidiano Kurier Warzawski; Minkiewicz aveva un negozio di cappelli, Kotkowski invece una panetteria, e più in là la drogheria turca e, oltrepassata quella, uno chiudeva gli occhi e non c'era modo di sapere che altri negozi o portoni ci fossero fino alla fine della strada. Io per lo meno mi limitavo a salutare i primi tre, compravo il giornale dal venditore del Kurier di cui non conoscevo il nome, salutavo da lontano il signor Minkiewicz - sempre con il gilè e il metro da sarto al collo - e chiedevo alla signora Kotkowski notizie delle sue birbanti figlie.
La prima volta che la vidi in quella via, aveva la stessa rigidità della cannella in bastoncini. Quando ci incrociammo, non riuscii a toglierle gli occhi di dosso. Camminava svelta, tenendosi il cappello con una mano. Non liberai il suo viso dalle briglie dei miei occhi. Tentai di acciuffare il suo sguardo, dai tesoro, dai, guarda da questa parte, fammi questo piccolo regalo e per oggi mi renderai felice. Le sue pupille scorsero l'esca e, invece di girarsi verso di me, ruotò la testa a destra rivolgendo casualmente i suoi occhi ai dolci della panetteria di Kotkowski. Scelse quel gesto. Ma ci mancò poco. Se non si fosse resa conto che l'esca era un'esca, sarebbe stata mia in quello stesso momento.
Da allora ci incontrammo spesso. Io la guardavo senza nascondere il mio interesse, senza fermarmi tracciavo con lo sguardo una traiettoria ellittica, girando la testa prima leggermente a sinistra, quando passava sul marciapiede, e poi sempre più a sinistra, finché non si trovava ormai dietro di me ed ero costretto a guardare di nuovo avanti, perché nemmeno con la coda dell'occhio potevo ormai vederla. Che peccato non poter ruotare la testa di trecentosessanta gradi! Così pensavo in quelle occasioni, sentendomi limitato dalla scarsa capacità dei miei occhi. E quando io giravo la testa a sinistra, lei, che scendeva, la girava a destra a volte verso la forneria di Kotkowski, altre alla cappelleria di Minkiewicz, altre ancora ad un'altra vetrina qualsiasi, come se fosse interessata alla sua immagine riflessa nel vetro e non alla mia, o come se davvero guardasse i dolci o i cappelli. Era quello che io volevo credere, povero me!
Quante volte si ripeté quel gioco delle teste che si giravano. A sinistra il mio sguardo che cerca lei mentre risalgo la via, a destra il suo, che procede in direzione contraria, schivando l'esca e trovando rifugio nelle vetrine sulla destra.
Dopo tre mesi mi avvicinai a lei, un giorno in cui le era toccata la vetrina dei cappelli.
Non ti sembra che i Minkiewicz facciano i loro cappelli con filo di cannella?
Il suo sguardo abboccò per la prima volta all'amo. Non fece nemmeno finta di non aver capito. Non fece nemmeno lo sforzo di dirmi che quella faccenda della cannella era dovuta alla drogheria turca. Mi regalò il suo sguardo, perfettamente avvolta nell'aroma della cannella in bastoncini.


Si chiamava Alma e lavorava all'Opera. Il suo compito era girare le pagine della partitura del pianista, in modo che lui non dovesse distogliere le mani dalla tastiera. Non mi rispose quando, provocatoriamente, le chiesi se quella fosse una professione. E ciò che veramente le parve ridicolo invece fu il mio di lavoro, cioè voler essere uno scrittore. Mi chiese se pensavo che per essere scrittore fosse sufficiente ubriacarsi nel cabaret Adria o prendere il caffè allo Zodiac. Fatto sta che da quel giorno iniziammo a passeggiare assieme sulle rive della Vistola e che il mio collo continuò a girarsi verso sinistra per poterla guardare - le piaceva passeggiare stando alla mia sinistra, era una specie di mania - e nonostante lei continuasse a girare la testa a destra, adesso non lo faceva più per guardare il negozio di cappelli di filo di cannella o i dolci stile Panama, ma per girarsi verso di me. Infatti io camminavo alla sua destra, al posto del negozio di cappelli o di quello di dolci, una specie di copricapo ambulante che riceveva i suoi baci quando raggiungevamo l'angolo meno illuminato della strada - so che non avrei mai dovuto mostrare tanta tenerezza, ma ero innamorato, che ci possiamo fare.
Probabilmente anche il suo gesto continuava ad essere lo stesso, ma adesso lo faceva per guardare me. Uno accanto all'altra, camminavamo entrambi nella stessa direzione.


Una domenica ci allontanammo da Varsavia, con l'idea di pranzare in campagna. Quando stendemmo la tovaglia sul prato, notammo qualcosa che si muoveva nell'erba umida, che strisciava sotto la tela: eravamo in un campo pieno di lumache.
Rimanemmo ad osservare il loro affascinante guscio a spirale. Poi lei strofinò le sue lunghe dita - dita da sfogliatrice di partiture, che fosse o no una professione - come se volesse schioccarle, se non fosse stato per la bava lasciata dalle lumache. Avvicinò le dita al naso, per annusare quella sostanza vischiosa. Fece un'espressione schifata e la mia inquietudine si fece ancora maggiore; sentivo i calzoni troppo stretti.
Il giorno dopo mi portò nella sala delle prove dell'Opera, sorprendendomi con un'improvvisa audacia che la rendeva ancora più attraente ai miei occhi. Un leggio di legno cadde a terra mentre ci stavamo spogliando. Quando infilò la mano nella tasca centrale dei miei calzoni, sentii il cervello accecarsi; non le sfuggì la mia respirazione affannata e notò una certa umidità sul polsino della camicia. Umida e calda anche la pelle del suo polso, poiché il vestito che indossava era così leggero che sembrava di carta. Poi mi sorrise, dolcemente.
Sei più veloce anche delle lumache.
Subito dopo avvicinò le dita al naso e odorò lo sperma con curiosità, mentre sorrideva e strofinava le dita come se volesse schioccarle, se non fossero state umide.
Solo un gesto, indimenticabile.


Pur non avendo abbandonato il sogno di diventare uno scrittore, iniziai a lavorare come impiegato negli uffici di una grande falegnameria.
Quando mostrai ad Alma il mio primo racconto, le sembrò troppo contorto e mi rimproverò di non averla mai portata a ballare. Aveva una capacità speciale di saltare da un argomento all'altro, di girare pagina in un attimo. Bisogna capire che quello era il suo lavoro: girare elegantemente le pagine degli spartiti.
Le dissi che saremmo andati a ballare a capodanno.
Mentre davo alle fiamme del camino di casa il mio primo racconto, confessai a me stesso di non saper ballare.
Quando il quaderno dei racconti e dei tentativi di racconto era ormai preda delle fiamme del camino, mia madre entrò in cucina.
Madre: Cosa stai bruciando?
Io, a me stesso: paglia. Ma dissi un'altra cosa:
Mi insegni a ballare, mamma?
Mia madre ci provò, ma i suoi sforzi servirono a ben poco: ballare nella cucina di casa e ballare nello Zodiac la notte di capodanno non erano esattamente la stessa cosa. Anzi, direi addirittura che erano due tipi di danza opposti.
Alma mi diceva che dovevamo muoverci di più, ma io non riuscivo a spostarmi più di quanto non facessi nella cucina di casa, benché nella gigantesca pista dello Zodiac ci fosse spazio in abbondanza. Ero uno di quei ballerini che si potrebbero definire da cucina, più che da sala da ballo.


Il direttore che avevamo in ufficio era un autentico idiota.
Aveva una stanza tutta per lui, ma lasciava sempre la sua giacca nel nell'ufficio di noi altri tre (il vecchio Slowacki, che si occupava della contabilità, il giovane Jozef che faceva commissioni di ogni tipo e che aveva la mia stessa età, ed io) dove aveva messo il suo attaccapanni. Nel suo ufficio c'era spazio in abbondanza per mettere un attaccapanni, ma invece no: l'aveva collocato nel nostro ufficio dove tutti i giorni appendeva la sua giacca. Come capii più tardi, quell'attaccapanni era come l'asta che si conficca su un terreno appena conquistato; la giacca, invece, la bandiera issata su quell'asta. In questo modo il capo poteva entrare in qualsiasi momento nel nostro ufficio, per controllare il nostro ritmo di lavoro o il nostro umore, e per verificare che stessimo facendo tutto quello che ci aveva detto di fare esattamente come ce l'aveva ordinato.
È dentro? Chiedeva il signor Slowacki, il quale, nonostante i suoi sessant'anni passati, aveva ancora paura della reazione del capo, quando arrivava, trafelato, in ritardo.
Era incredibile la paura che Slowacki aveva di lui. Era stato a fianco del generale Haller nel 1919, aveva combattuto contro i bolscevichi russi, ma di quell'uomo aveva paura. Era stato decorato in guerra, cosa che non gli aveva garantito comunque il rispetto di nessuno. Non gli aveva dato nemmeno il coraggio di mostrare al capo il suo valore. Essere capaci di sopravvivere in guerra non significa necessariamente essere in grado di saper sopravvivere anche fuori dalla guerra.
Ma stavo parlando dell'attaccapanni.
In ogni caso, non era affatto necessario che il direttore venisse nel nostro ufficio. La sua disgustosa giacca ci ricordava perennemente la sua presenza. L'attaccapanni era il simbolo del suo potere, un monito al lavoro veloce e preciso. Sebbene allora non lo sospettassi minimamente, nel giro di un anno avrei conosciuto più attaccapanni di quanti pensassi.


Avevo in mente quello che il signor Slowacki mi aveva raccontato della guerra.
Diceva che la guerra è il luogo in cui si confondono la polvere da sparo e il lievito. L'epoca in cui le carceri diventano granai e i granai diventano carceri.
Una volta stavamo aspettando della polvere da sparo e ricevemmo venti sacchi. Quando aprimmo i sacchi ed iniziammo a caricare i cannoni, ci rendemmo conto che si trattava di lievito, che ci avevano mandato un carico sbagliato. E arrivammo alla conclusione che la nostra polvere da sparo probabilmente era finita in qualche panificio industriale.
In quel momento entrò il capo ad appendere la sua lunga giacca. Slowacki smise di parlare della guerra e apri il libro della contabilità, iniziando a scorrere con il dito indice la lunga lista di numeri.


Il giorno in cui venimmo a sapere che la Germania aveva invaso la Polonia, fu come sentire un attaccapanni appuntito infilarsi in mezzo al cuore. Un attaccapanni sul quale la Germania avrebbe appeso il suo cappello e l'impermeabile nero.
Quando tornai a casa trovai mia madre in lacrime, vicino alla finestra, con una lettera in mano. Non c'era bisogno di essere un indovino per sapere cosa dicesse quella lettera.
Oh, figliolo, figlio mio!
Ovviamente la lettera non diceva questo.
Il giorno in cui smisi di lavorare perché pareva che la patria avesse bisogno di me, il direttore mi diede una busta piena di soldi.
La Polonia ha bisogno di te. Buona fortuna, figliolo. Così mi disse.
Anche gli attaccapanni hanno un cuore, pensai. Ma non l'avrei pensato se avessi saputo prima la reazione di mia madre all'aprire quella busta.
Qui ci sono i soldi per la bara, giusti giusti! Oh figliolo, figlio mio!
Anche il signor Slowacki mi disse qualcosa: se non fossi così vecchio...
Solo questo, nient'altro. Se non fossi così vecchio. Poi portò la mano all'angolo dell'occhio, con la speranza di bagnare nel calamaio delle lacrime la punta del dito annerita da tanti conti fatti con la penna. Non ci riuscì e si rattristò ancora di più perché gli occhi non rispondevano al livello di tristezza interiore. Rimase a guardare la punta del dito asciutta, a lungo, con l'espressione del pescatore a cui si è conficcato un amo nell'indice. Più che dolore, vergogna.
Jozef non disse niente. Dalla sera prima era scomparso da casa.


La madre di Jozef era stata abbastanza furba e, prima che i soldati andassero a cercare il ragazzo, era scesa di primo mattino fino al comune per denunciare che suo figlio mancava da casa da qualche giorno e che non sapeva dove si trovasse.
Il segretario comunale borbottò, problemi, sempre problemi, e passò la comunicazione al sergente responsabile dell'arruolamento dei soldati.
Lai sa benissimo dove si trova suo figlio!
Vi ho già detto che non lo so! A casa siamo tutti preoccupati.
Jozef non era l'unico giovane in età da guerra a mancare da casa, e nemmeno uno dei pochi.
Il segretario si impietosì ed offrì una sedia alla donna.
La diserzione è gravemente punita, signora. Lo sapeva?
Trovarono Jozef a pochi chilometri dal paese, nascosto tra i bidoni di latte su un carro trainato dai cavalli.
Se si fosse nascosto in un carro di letame non l'avrebbero trovato così facilmente, disse mia madre.
Proprio così mi sento io, nel letame fino al collo. E comunque mi hanno preso lo stesso.
E mia madre scoppiò di nuovo a piangere.


Non volevo salutare Alma, ma fu lei a insistere per venire alla stazione.
Presto saremo di nuovo assieme, tesoro.
Sì, dissi io non molto convinto.
Mi regalò un bastoncino di cannella.
Da mettere sul cappello.
O dietro l'orecchio, come fanno i falegnami con la matita, vediamo?
Ecco, dietro l'orecchio.
Notai un nodo in gola. Il treno iniziò a fischiare. Alma seguì il treno, con un ombrello bianco - questo è falso, non aveva nessun ombrello bianco, ma sarebbe stato bello se così fosse stato - allungando il collo verso i vagoni, la testa girata a destra, finché il binario non divenne un precipizio.
Ti scriverò tutti i giorni!


Voi siete la retroguardia, state tranquilli! Con queste parole ci fecero coraggio il primo giorno. Ma quella che era la retroguardia, nel giro di poche settimane divenne la prima linea. I nostri generali non erano abili giocatori di scacchi. Comunque ebbi fortuna: fui colpito da una terribile polmonite. E appena guarito scappai dall'ospedale. Durante i giorni della mia fuga, io e Alma riuscimmo a scriverci molte lettere. Prigioniero del desiderio, mi vidi costretto in più di un'occasione ad avvicinare al naso le dita bagnate del mio sperma, così come avevo visto fare ad Alma quel giorno, nella speranza che quello schioccare silenzioso risvegliasse in me il ricordo di lei. Trascorse un anno prima che ci rivedessimo.
Devo dirti una cosa: ho conosciuto un altro.
Un tedesco. Se vuoi possiamo fare una passeggiata. Una passeggiata. Cosa può valere una passeggiata paragonata ad un tedesco? Mettiamoli a confronto, mettiamoli sul piatto della bilancia: un tedesco, una passeggiata. È possibile che la bilancia si muova? Che opponga resistenza? Oscilla forse il suo ago? Nemmeno per sogno! Il tedesco ha facilmente la meglio: il piatto del tedesco scende rapidamente, come fosse di piombo, mentre si alza e inesorabilmente perde quello della passeggiata; la passeggiata vola verso l'alto ma comunque perde, una specie di giustizia poetica. Una maledetta giustizia che non serve a nulla, inventata dal braccio rachitico dell'intellettuale per compensare il risentimento nei confronti del muscoloso braccio tatuato del marinaio che gli ha portato via la ragazza. Giustizia poetica, così la chiamano.
Un passeggiata era troppo poco: le chiesi un fine settimana. Paragonato ad un tedesco anche un fine settimana era comunque cosa da poco. Ma per lo meno era qualcosa di più di una passeggiata.
La guerra non è ancora finita... Dove possiamo andare? Non possiamo allontanarci da Varsavia.
Scelsi io il posto. Saremo andati in un luogo nascosto e distrutto dalla guerra. "In fondo al mio cuore", avrei potuto dire, ma non volevo essere patetico.
Stai tranquilla, non ci vedrà nessuno.
La portai in bicicletta vicino ad una vecchia cava che i tedeschi avevano abbandonato perché di poco interesse. A qualcosa dovrà pur servire il conoscere i percorsi delle lumache, le dissi. Ma lei non mi rispose. Non sorrise nemmeno. Sapendo che la speranza dell'amore inizia con la complicità, non volle ricambiarla. Forse non si ricordava nemmeno delle lumache, o non voleva ricordarsene.
Tuttavia, dopo aver fatto l'amore, mi disse che mi amava. Così come mi disse che sarebbe stata l'ultima volta. Ma non fu l'ultima volta. Poco dopo la passione si riaccese e ci amammo di nuovo.
Devo tornare a Varsavia.
Cosa hai detto a lui?
Ad Hans?
Maledizione: Hans! Proprio Hans doveva chiamarsi il bellimbusto? D'ora in poi dovrò odiare tutti quelli che si chiamano Hans, che si tratti di un tedesco ladro di fidanzate o di un geniale compositore per quartetto d'archi? Avrei dovuto finire per odiare tanto il cameriere di una caffetteria come un onesto imbianchino solo per il fatto di chiamarsi Hans?
Gli ho detto che dovevo andare a trovare una zia ammalata.
Le zie ammalate! Loro valgono più di una passeggiata o di un fine settimana! Non solo, le zie ammalate valgono addirittura più di un tedesco. Oggi inauguriamo il monumento alla Zia Sconosciuta e sono proprio io a dover togliere il telo che lo ricopre, pensai, come un vero scrittore, sempre più vero.
Era giunta l'ora di riprendere la bicicletta e tornare in città. Quando fummo in prossimità di un ponte distrutto, la feci scendere dalla bicicletta. Poi la presi e la buttai nel fiume. La bicicletta, ovviamente.
Ma... Cosa stai facendo?
Non siamo lontani, andremo a piedi, seguiremo i binari. Non hai mai giocato, da piccola, a camminare sulle rotaie?
No.
Per lo meno ricorderai quando sei venuta a salutarmi alla stazione, il giorno che sono partito per il fronte, con un ombrello bianco...
Che ombrello bianco?
È solo un modo di dire, tesoro.
Volevo guadagnare tempo. Assaporare lentamente ognuno dei minuti che mi rimanevano da trascorrere con lei. Ogni ultimo minuto. Buttare la bicicletta nel fiume era un modo per avvicinare a me la scala dell'universo. Volevo rallentare il tempo, tenerlo in mano.
Alma aveva con sé una borsa che non aveva mai aperto durante tutto il fine settimana. Pensai che ciò che conteneva potevano essere gli abiti che avrebbe indossato una volta tornata a Varsavia, vestiti candidi e puliti, senza tracce di bava di lumache. Se è furba come credo, in quella borsa avrà anche il regalo ricevuto dall'ipotetica zia, da mostrare con innocenza al suo tedesco al ritorno.
Guarda, Hans caro, guarda cosa ci ha regalato la zia per la nostra casa! Una cofanetto di ceramica decorata con fiori colorati!
Cos'hai in quella borsa? le chiesi.
Non mi rispose.
Anche il silenzio è una risposta, pensai.
Il silenzio non è una risposta, le dissi.
Neanche una parola. E in silenzio ci incamminammo, uno di fianco all'altro, lungo i binari morti. Dopo poco allungai il passo, sperando che mi raggiungesse. Ma non lo fece, continuò a seguirmi rimanendo un po' indietro. Quel gesto mi ferì: l'avrei voluta al mio fianco, come quando passeggiavamo sulla riva del fiume, per l'ultima volta.
Avremmo dovuto sapere che in tempo di guerra i treni viaggiano quando vogliono e come vogliono, ma non lo sapevamo. In realtà eravamo come bambini ingenui, lei a causa del suo imminente matrimonio con il tedesco Hans, io perché stavo assaporando il gusto del dopoguerra.
Riassumendo: non ancora apertasi l'alba, ma noi, invece, lacerati dentro, continuammo a camminare lungo i binari. Io davanti, lei dietro. Non voleva mettersi al mio fianco. Non abboccherà più un'altra volta, pensai.
Era il giorno del nostro addio, e lo sapevamo.
Quando udimmo il fischio del treno, riuscimmo appena in tempo a spostarci dalle rotaie. Con un gesto automatico, lo stesso della via della cannella, girai la testa a sinistra per guardare indietro, alla ricerca di Alma.
Lei invece, quando avvertì il treno alle sue spalle, la girò verso destra. Il fatto è che aveva sempre fatto così dal giorno in cui ci eravamo conosciuti: quando camminava in senso contrario e, timidamente come il primo giorno, guardava la vetrina dei cappelli; quando, alla ricerca dei baci del pomeriggio, iniziammo a passeggiare sulle rive della Vistola oppure, l'ultima volta, quando mi aveva salutato alla partenza del treno che mi avrebbe portato al fronte; lei girava sempre la testa a destra.
Quel gesto salvò la mia vita e condannò la sua.
Anche oggi, in questo esilio parigino, quando passeggio sulle rive della Senna - le acque del fiume sono consolatorie per l'esiliato, perché il loro tranquillizzante movimento non può mai diventare l'esilio, come invece lo è la terra che calpesti ¬ e uno sconosciuto mi fa un gesto di saluto e io giro la testa a sinistra, sento un sibilo profondo sfiorarmi l'orecchio sinistro, come la lama di un coltello.
È lei, penso, si tratta di un messaggio. E perdono a me stesso la stupidità: perché la stupidità, l'ingenuità e l'inesperienza sono cose umane e, in quanto umane, perdonabili.
La borsa che Alma portava con sé rovesciò il suo contenuto vicino ai binari: erano le lettere che le avevo mandato dal fronte. Non ho mai capito perché le avesse portate con sé, cosa avesse intenzione di farne.
Il macchinista del treno non si rese nemmeno conto di aver investito e scaraventato a terra una donna che adesso giaceva vicino ai binari con il viso insanguinato. E questo nel caso in cui sul treno ci fosse stato un macchinista, perché così come c'è gente senza anima, allo stesso modo esistono treni senza macchinista. Treni che da tempo hanno venduto al diavolo il macchinista che portavano dentro.
Il tempo era umido, presto le lumache sarebbe uscite dai loro buchi, con le loro spirali sulla schiena: troppo tardi, come quasi tutte le idee brillanti, le riflessioni pertinenti, le strategie efficaci e i buoni sentimenti; ormai non rimaneva che dare testimonianza delle rovine del paese e delle travi bruciate.
Non ebbi il coraggio di abbracciare il suo corpo senza vita.
Una strada, una vita o forse di più, come un bastoncino di cannella spezzato.
Inginocchiato a terra, al bordo delle rotaie raccolsi con rabbia dei rametti sporchi di fango; bastoncini secchi il più possibile simili a quelli di cannella, e li sminuzzai tra le dita per poi portarli alla bocca, in modo che il fango e i bastoncini soffocassero nello stomaco il mio grido.
Volevo forse inghiottire il mondo in modo che sparisse dalla mia vista? Chi lo sa! La grammatica e la narrativa non sono mai state in grado di esprimere la disperazione.
Non so per quanto tempo camminai smarrito, vagando nel bosco, pregando ad urli che i franchi tiratori che percepivo ma non vedevo mi sparassero. Non ebbi fortuna. O forse ebbi molta fortuna. Prima di arrivare in città, al piano terra di un edificio ferroviario distrutto dalle bombe, vidi un attaccapanni ancora in piedi, intatto, su cui erano appesi un soprabito e un cappello. Quell'immagine mi scosse: tra le pareti crollate, il soprabito rimaneva al suo posto, come se il capostazione stesse per arrivare da un momento all'altro.
Quando mi avviai verso la piccola stazione, un cane mi si avvicinò abbaiando, con ragione o senza ragione.
Un abbaiare in quattro tempi: è-la-gue-rra! è-la-gue-rra!
Il cane scuoteva la testa, agitato, da un parte e dall'altra, nei due sensi con la stessa passione animale. O con la stessa mancanza di passione animale, dovrei dire. Quella bestia abbaiava semplicemente per un riflesso muscolare tipico di chi non sa nulla delle strade alla cannella, delle vetrine di cappelli e degli ombrelli bianchi.
È-la-gue-rra! È-la-gue-rra!
Lo so, imbecille, lo so! Taci!
Presi una sasso dalle rotaie e gliela lanciai, sfiorandolo; come se avesse capito qualcosa, smise di abbaiare. A causa della pietra o forse per i miei singhiozzi di pianto, non lo so.
Guardai di nuovo l'attaccapanni: prima notai il cordino rosso del cappello, poi il soprabito blu con i galloni e il fischietto argentato che pendeva da una delle tasche.
Pensai che il mondo è degli oggetti, appartiene agli oggetti smarriti e abbandonati e non, come mi aveva portato a credere fino a quel momento la mia formazione pseudo-umanistica, il luogo dove convivono uomini e donne.
Il cane ricominciò di nuovo ad abbaiare. Sentivo la testa che mi stava scoppiando.
Mi asciugai le lacrime con la manica del soprabito appeso all'attaccapanni. I latrati del cane erano sempre più acuti. Presi il fischietto del capostazione e soffiai con forza.
Ne uscì un fischio stonato. Non era venuta nessuna ragazza a girare i fogli bianchi tra le pareti crollate della stazione.
All'improvviso il cane smise di abbaiare.
Ricominciai a camminare lungo i binari e lui mi seguì, mansueto e obbediente, e da quell'istante non si allontanò più, come se un vincolo che io non allora non capivo ma che per lui era chiaro lo legasse a me.
Non saprei dire per quante ore continuai a camminare. Arrivai alla frontiera con le scarpe piene di fango e le calze inzuppate. Benché il cartello della frontiera fosse ancora lì, non c'era nessuno; era difficile capire se quella fosse o no la frontiera di qualcosa. A chi si poteva chiedere?
Io e il cane ci guardammo, senza sapere dove andare. Il sacco di pelle che copriva le sue ossa era marrone chiaro.
Continueremo verso ovest, Cannella.
Dopo tutto, pensai, anche lui si meritava di avere un nome.
Mentre continuavamo a camminare, lungo la via principale di un paese fantasma distrutto dai bombardamenti, iniziai a raccontare al cane della via della cannella.
Quella strada profumava di cannella: Non di cannella in polvere, ma di cannella in bastoncini. È diverso, lo sapevi? Molto diverso.
Non direi che il cane non stesse bene con me. Non posso dire che non prestasse attenzione, grazie anche al suo nuovo nome, al panettiere, al venditore di cappelli e a chiunque transitasse su quella strada, a quei fantasmi che ricreavo con le mie parole. Come potevo interpretare altrimenti quell'esplosione in salti spontanei e quell'abbaiare composto? Io allungavo la mano, stringevo le maniglie di porte e finestre mezze scardinate, abbracciavo tra le macerie le persiane come se si trattasse di esseri vivi, salutavo le porte squarciate, baciavo la mano a colonne ridotte a pezzi. Mi rivolgevo con cortesia a calcinacci e travi spezzate. Fu un peccato non aver preso il cappello del capostazione per potermelo togliere come è dovuto davanti a gente che se lo merita! Come va, signor Minkiewicz? Chiesi al riflesso della mia immagine invecchiata su un vetro incrinato, oggi è davvero una bella giornata per i suoi dolori reumatici, vero? Dammi il Kurier, ragazzo... Tutto bene a casa, Kotkowski? E così anche il figlio più piccolo si è sposato, non si lamenti, per lo meno non mancherà mai il pane a casa sua! Oppure, più affettuosamente e senza tanto entusiasmo, appoggiando la mano su una maniglia rotonda dorata: Sembra che Minkiewicz confezioni i suoi cappelli con filo di cannella, non le pare?
Mi sentivo ottimista, spinto da una incomprensibile energia. Quando il freddo e la paura ti fanno tremare, solo gridare può salvarti: obbligare a colpi di pugnale questo dio sprecone, ridicolo e pigro, che vive dentro di te ad abbandonare la tua casa. Affacciati alla finestra, sfida i franchi tiratori, ridi di loro e che loro ridano di te a crepapelle! Non abbiamo bisogno di predicatori, ma di buffoni! Buffoni!
E mentre urlavo a tutti queste parole, tenevo la testa alta e lo sguardo dritto anche se, senza perdere la buona educazione, mi rivolgevo alla gente con un movimento del collo. Mi inchinavo con la rispettosa flessione a quarantacinque gradi che richiedendo gli usi e i costumi del mio paese, con la generosa disposizione di chi è pronto ad aiutare il prossimo.
Anche dopo aver salutato quel paese fantasma, dove avevo augurato a tutti buona fortuna e le migliori cose, il cane era ancora al mio fianco, la lingua fuori e gli occhi lucidi, come se conoscesse la storia dello scudiero a cui il suo padrone avrebbe regalato un'isola in cambio dell'aiuto datogli nella battaglia contro mulini immaginari.
Ma io, cosa posso regalarti?
Dovevo andarmene al più presto da quella terra di follia. Cominciai a correre, sentivo sotto i piedi uno scricchiolare fastidioso, come se stessi triturando con i denti dei gusci di lumache; sentivo il crepitare del bosco non in bocca ma come un brivido sotto i piedi. Cos'è l'impotenza se non quell'impressione di avere labbra cucite al posto dei talloni? Il bisogno di gridare anche con i piedi per scaricare la rabbia e non poterlo fare, sentire che manca il respiro.
I primi fiocchi sembravano voler opporre resistenza, ma il cielo annunciava neve e questo era sufficiente perché quel giorno i cacciabombardieri non si alzassero in volo.
Continuai a correre, sapendo che non sarebbero stati sufficienti mille anni per cancellare quel patetico valzer privo di grazia che la mia disperazione stava tracciando, inciampando in gole silvestri che non erano altro che rami spezzati, con il collo teso, senza guardare indietro.


© Harkaitz Cano
© Traduzione: Roberta Gozzi
Batere valsik gabe amaituko da
narrazio hau ere


Ez diegu keinuei duten garrantzia ematen. Akats larria, batzuetan, gure ondasun guztia keinu bat izan daitekeenean. Txakur txikirik ere ez. Hitz bat ere ez, keinu bat baino.
Zer, esango banizu, berak zugan utzi duen arrastoa ez dela esaldi gogoangarri bat, ez dela ibai ertzeko urak eguzkipean jarritako amuarrain baten bizkarrak bezala distira egiten zuen egunez emandako osteratxo burgesnahi ederra, ez duela barre ez negarrik, ez portaera gaitzesgarri edo goresgarririk zugan pizten bere gomutak, zer, esango banizu, berak zugan utzi duen arrasto bakarra keinu bat dela. Gaur ere, urte asko pasa direnean, zuk jakin gabe egiten duzun berari ikasitako zerbait. Berarekiko sinpatiaz, beragana hurbiltzeagatik eta berarekin bat izateagatik nahi gabe kopiatu zenion keinu bat, konturatu gabe errepikatzen duzuna. Zuk jakin gabe betikotzen duzun bere mugimendu single hori. Berak kutsatua eta zure bidez beste neskatila batzuek ikasiko dizutena, munduak bere izena galtzen duen egun hartarainoxe.
Agian hori besterik ez zara: desagertutako pertsona baten keinua katalizatzen duen hari eroalea, keinuen esentzia galdara batetik bestera daraman alanbikeko hodi mehea.
Ez naiz espantu heroikoez ari, ez eta historiaren nondik norakoak aldatzen dituzten keinuez ere; ez dira enperadore erromatarrek hatz lodia goratuz edo beheratuz egiten zituzten haiek gogoan ditudanak.
Gauza bat segurua da: ez diegu keinuei duten garrantzia ematen. Ez dugu alditxarra pasarazi diogun hark azkazalei hozka egiteak duen traszendentzia ulertzen, ez dugu disgustua eman diogun neskatilaren begirada lurrerantz eroriaren ilusio suntsitua bere benetako neurrian atzematen.
Ez soilik herriko kale nagusiaren farolapean pasa den eta lerro hau bukatzerako jada iluntasunean desagertu den mozkorraren alderokako ibilera da amiltze eta erortze aukera gertagarri baten zantzua, ez soilik paperezko haizagailuari eragin eta lepoa panparroi gorantz begira duen nobleziako emakume adinean sartuaren indioilartasuna zaio bere morroiari mespretxuaren ikur, makurtu eta makurrarazleen arteko abezedario gestual bateko ikur. Ez soilik oinez ikasi berri duen umeari eskua eta magalak eskaintzen dizkion amaren irribarre hori zaio definitibo; ez da suminduraz beteta egurrezko mahaia kolpatu eta mahai gaineko botila eta tabernaren erroak nahiz tabernariaren ahots kordak tenk jartzen dituen esku zarta nabarmenegi horren kontua bakarrik. Ekar ditzagun kantara eta paragrafora haurtzaroan lo egin genuen ohe hark utzi digun saihetseko mina eskuaz igurtzi eta arintzeko keinua, maite genuen neska geureganatzearren imintzio burlatiak egiten genituenetik geratu zaigun sorbalda mugimendu airos eta dantzaria -narrazio honek dantza bat, vals bat, parke zabal eta hutsetan dantzatutako partitura bat behar du izan barruan, zerbaiterako balioko badu, gogorarazi iezadazu hori mesedez amaitu orduko dantzarik ez badut lerrootara ekarri-.
Hau keinu baten istorioa baita. Keinu hautatu, ikasi, inkontziente, nahigabeko, guratako, ondoan jartzen zaizkion izenondo guztiak ukatzen dituen keinu baten istorioa.


Kanela usaina zegoen kalean. Ez kanela-hautsarena, kanela adarrarena baizik. Ezberdina da.
Oso ezberdina.
Kanela-hautsak bertan goxo geratzeko gonbidapena dakar, haizeak hauts horiek barreiatzeko aukera, eta hauts horiek sudur-mintzetan barrena sartzeko arriskua. Kanela-hautsak beste hauts mota batzuk, beste hondar batzuk, oihal zatiak bezala harrotu eta desplazatzen diren basamortuetako axal belo sotilak ekartzen ditu gogora. Kanela adarraren usainak ez.
Kanela adarrak tentsioa ekartzen du gogora, zubiak, lana egiteko prest diren gihar tenteak, igandero negurako txotxak biltzen dituen haurra, konpondu gabeko -eta ondorioz, oraindik izorratu gabeko- asuntoak. Tenk dauden gauzak, lehorregi eta idorregi akaso bai, zurrun bai, baina hala ere bizirik.
Turkiatik ekarritako esentzia eta usainak zituen épicerie haren errua izango zen akaso, baina kanela usaina zegoen Chocimska karrikan. Horrela hasi behar nuke nolabait hastekotan, istorio hau kontatzeak merezi duela deliberatu dudanez gero.
Chocimska karrikan bazen beti Kurier Warzawski egunkaria saltzen zuen mutiko bat kantoian jarrita; Minkiewiczek sonbrailu-denda bat zeukan, Kotkowskik okindegia zeukan, eta gero, gero épicerie turkiarra, eta geroago, begiak ixten zenituen eta ez zegoen jakiterik zer beste saltoki eta ze beste atari geratzen ziren kalearen amaieran. Nik bederen, nire agurrak hiru horiengana mugatzen nituen, bere izena ere ez nekien Kurier saltzaileari prentsa erosi, sastre-lokarria lepoaren inguruan zuen Minkiewicz jostun txalekoduna urrunetik agurtu eta Kotkowski andreari bere alaba bihurriei buruz galdetzera.
Kanela adarraren zurruntasun bera zuen kale hartan barrena ikusi nuen lehen aldiz. Gurutzatu ginenean hari estekatuta geratu zitzaidan soa. Presaka zihoan, sonbrailuari esku batekin helduz. Ez nuen bere aurpegia nire soaren bridatik askatu. Haren begirada harrapatzen saiatu nintzen, ea laztana, ea, begiratu hona, egidazu oparitxo hori eta gaur zoriontsu izango naiz. Amua ikusi zuten haren niniek, eta lepoa niganantz jiratu beharrean, bere eskuinerantz jiratu zuen parean fortunatu zitzaion Kotkowski okindegiko opilei begira geratuz. Keinu hori hautatu zuen. Baina gutxi falta izan zitzaion. Amua amu zela konturatu izan ez balitz, nirea izango zen une hartantxe.
Askotan gurutzatu ginen geroztik. Nik disimulurik gabe begiratzen nion, oinez ibiltzeari utzi gabe soaren elipse osoan, lepoa ezkerrera jiratuz kalean gora, espaloitik nindoala, ezkerrera eta ezkerrerago, harik eta nire atzean nuena begi ertzarekin ere ikusterik izan ez eta berriro ere aurrera begiratu beste aukerarik ez nuen arte. Ze lastima, burua hirurehun eta hirurogei gradutan ezin biratu izana, pentsatzen nuen halakoetan, nire begien ahalmen urria laburretsita. Eta nik nirea ezkerrera jiratu orduko, berak, kalean behera zetorrenak, eskuinera bere lepoa, parean fortunatzen zitzaiona Kotkowskiren okindegi, Minkiewiczen sonbrailu-denda edo zena zelakoa izanik ere, erakusleiho hartan bere burua eta nire isla ez, baizik eta sonbrailuak eta opilak begiratuko balitu bezala. Nik hori sinestea nahi, gajo hark.
Zenbat egunetan ez ote zen errepikatuko lepoen joko hura. Ezkerrera nire begirada bere xerka kalean gora, amutik ihes eskumako erakusleihora beti berea, kalean behera.
Hiru bat hilabeteren buruan, inguratu egin nintzaion: sonbrailu-dendako erakusleihoari begira suertatu zen egun hartan.
Kanelazkoak egiten ditizten Minkiewiczenean kapeluak, ez zain iruditzen?
Bere soak osoki kosk egin zion estreinakoz nire begiradaren amuari. Ez ulertuarena egin ere ez zuen egin. Kanelarena épicerie turkiarretik etorritako kontua zela esan ere ez zuen esan. Soa eman zidan opari, kanela-adarraren usainean doi bildua.


Alma izena zuen eta atrilista aritzen zen Operan. Piano-jotzaileari partiturak pasatzen zizkion, honek eskuak tekletatik altxa beharrik izan ez zezan. Ez zidan erantzun hori ofizio bat ote zen galdetu nionean. Gainera, barregarriagoa iruditu zitzaion nirea, idazle izan nahi nuela, alegia. Ea zer uste nuen, idazle izateko Adria kabaretean horditu eta Zodiac kafetxean kafea hartzea aski zela pentsatzen ote nuen. Kontua da, egun hartatik aurrera elkarrekin ibiltzen hasi ginela Vistula ertzean, eta nire lepoak ezkerretara jiratuz jarraitu zuela berari begiratzeko -nire ezkerrean oinez ibiltzea gustatzen zitzaion, mania hura zeukan- eta bere lepoak eskumara jiratzen jarraitzen bazuen ere, oraingoan ez zuen kanelazko kapeluetara edo Panama estiloko opiletara begiratzeko egiten, bera ere nigana jiratzen baitzen jada; ni jarri nintzen bere eskuin aldean, sonbrailu-denda eta opilen ordezko bihurtu nintzaion, kalearen zokorik ilunenera ailegatutakoan bere muxuak jasotzen zituen sonbrailu ibiltari neroni -badakit ez nukeela sekula hain samur jarri behar, baina maiteminduta nengoen, zer egingo zaio-.
Bere keinua berbera zela alegia, baina oraingoan, niri begiratzeko jiratzen zen. Norantza berean gindoazen biok oinez.


Varsoviatik landa aldera aldendu ginen igande batez, zelai batean askaria egiteko asmotan. Mantela belarretan zabaldu orduko koska mugikor batzuk sumatu genituen belar umelean, oihalaren azpian bihurri. Barraskilo mukitsuak.
Haien oskoletako espiralen ederrari begira gozatu ginen. Gero, bere hatz zuri luzeak -atrilista batenak ziren, hura ofizio izan edo ez- igurtzi zituen elkarren kontra, barraskiloek utzitako muki likitsagatik ez balitz kriskitin egingo luketen eran. Sudurrera eraman zituen hatzak, lingirda hura usaintzeko. Nazka aurpegia jarri zuen eta niri ezinegona gehitu zitzaidan, prakak estuegi sentitu nituen gerrian.
Operako entseiu gelara eraman ninduen hurrena, bera nire begietara are desiragarriago egiten zuen ausarkeria ezusteko batez. Zurezko atrilen bat erori zen lurrera elkar biluzten genuelarik. Eskua nire galtzen erdiko patrikan sartu orduko itsutu zitzaidan garuna; aise igarri zuen berak, nire hasperen txiliotxoa entzun eta bere alkandoraren eskumuturra heze sumatzean. Heze eta bero bere eskumuturreko azala ere: izan ere, soineko hura hain zen arin, paperezkoa baitzirudien. Irribarre egin zidan, gozo.
Barraskiloak baino azkarragoa haiz.
Gero hatzak eraman zituen sudur-mintzetara, eta hazia jakinminez usaindu zuelarik, irribarre egin zuen, hatzak hazi likitsagatik ez balitz kriskitin egingo luketen eran igurtziz.
Keinu bat besterik ez, gogoratzekoa.


Idazle izateko ametsak ahaztu ez banituen ere, bulegari hasi nintzen aroztegi handi bateko buroan.
Almari nire lehen ipuina erakutsi nionean, bihurriegi iritzi zion eta bera dantzara sekula ez eraman izana leporatu zidan. Bazuen gai batetik bestera jauzi egiteko gaitasun hura, orrialdea ziztuan pasatzekoa. Egin kontu horretan lan egiten zuela: partitura orriak dotore pasatzen.
Urteberri egunean, esan nion. Dantzatzen ez nekiela otu zitzaidan orduan, nire lehen ipuina etxeko sukaldeko beheko suari ematen nion bitartean.
Ipuinen eta ipuin ahaleginen koadernoa erretzen ari zela, ama sartu zen sukaldera.
Amak: Zer ari haiz erretzen?
Nik, nire kabutarako: lastoa. Beste zerbait esan nuen, baina.
Dantzan erakutsiko didazu, ama?
Amak eginahalak egin zituen, baina ez zuen ezertarako balio izan: etxeko sukaldean dantza egitea eta Urteberri egunean Zodiac kafetegian dantza egitea ez ziren gauza bera. Elkarren kontrako bi dantza mota zirela ere esango nuke, pentsa.
Almak gehiago mugitu behar genuela esaten zidan, eta ni ez nintzen sukaldeko neurrietatik haratago mugitzen, espazio aski libre izan arren Zodiac kafetegiko pista erraldoian. Sukaldeko dantzaria esaten zaion hori nintzen ni, ez inolaz ere saloikoa.


Bulegoan nagusia genuen alu samarra.
Aparteko gela bat zuen beretzat, baina gainerako hirurok (kontuak eramaten zituen Slowacki gizon nagusia, askotariko mandatuak egiten zituen Jozef gaztea, nire kidakoa zena, eta ni neu) lan egiten genuen gelatxoan uzten zuen beti hark bere jaka, horretarako propio jarritako pertxero bat zuen eta. Bere bulegoan sobera leku zuen nahi izanez gero zutikako gakoa bertan jartzeko, baina ez: gurean jarri zuen pertxero hura, eta jaka ere, hantxe zintzilikatzen zuen. Geroago ohartu nintzenez, pertxero hura lurralde konkistatu berrian jarritako masta zen: masta hartan jarritako jaka zen bere bandera. Hartara, edozein unetan sartzen zen gurera nagusia, gure lanerako martxa eta gure aldartea zelatatu eta berak agindutakoak artez eta zuzen betetzen ari ote ginen ikuskatzera.
Barruan al da? galdetzen zuen bere hirurogeietan sartuta egonagatik oraindik nagusiari beldur zion Slowacki jaunak, berandu iristen zenetan, ahapeka.
Harrigarria ere bazen Slowacki jaunak nagusiari zion beldurra. Haller jeneralarekin ibilia zen 1919an, Errusiako boltxebikeen kontra borrokan, baina halaxe zen: izua zion. Gerran kondekoratua izan zen, baina horrek ez zion inoren errespetua merezi izan. Ez zion dominak nagusiari aurre egiteko kemenik ere eman. Gerran bizirauteko gai izateak, ez du esan nahi derrigor gerratik kanpo bizirauteko gaitasuna duzunik.
Baina pertxeroaz ari nintzen.
Izan ere, ez baitzen beharrezkoa nagusia gurean izatea ere. Bere jaka gogaikarri hark ezin hobeto ordezkatzen zuen haren presentzia. Zutikako pertxeroa boterearen sinbolo zen, azkar eta tentuz lan egiteko oroi-zentzagarri bat. Orduan arrastorik ez banuen ere, handik eta urtebeteko epean uste baino pertxero gehiago ezagutu behar nituen.


Slowacki jaunak gerrari buruz esandakoak neuzkan gogoan.
Gerra, bolbora eta legamia nahasten ziren lekua zela esaten zuen. Kartzelak bihitegi eta bihitegiak kartzela bihurtzen ziren garaia.
Bolboraren zain geundela, hogei zaku bidali zizkigutean behin. Zakuak ireki eta kanoiak kargatzen hasi orduko ohartu gintuan legamia zela hura, okerreko kargamendua bidali zigutela. Gure bolbora okindegi industrial batera bidalia izango zitean, hala pentsatu genian.
Orduan nagusia sartu zen bere jaka luzea pertxeroan zintzilikatzera. Slowackik gerrari buruz hitz egiteari utzi eta kontaduria koadernoa ireki zuen, zenbaki zerrendak hatz erakusleaz errepasatzen hasiz.


Alemaniak Polonia inbaditu zuela jakin genuenean, punta zorrotzeko pertxero bat sartu ziguten bihotzaren erdian, eta Alemaniak, bertan zintzilik jarri zizkigun bere kapelua eta gabardina beltza.
Etxeratzean, leiho ondoan topatu nuen ama, negarrez, gutun bat eskuetan zuela.
Ez zegoen argiegia izan beharrik gutun hark zer zioen jakiteko.
Ai, seme, seme!
Ez zioen hori gutunak, jakina.
Nagusiak, aberriak nire premia omen zuelako lanetik libre geratu nintzen egunean, gutunazal bat eman zidan, diruz beteta.
Poloniak behar zaitu. Zorte on, seme, esan zidan.
Pertxeroak ere badu bihotzik, pentsatu nuen. Ez nuen hori usteko amak nagusiaren gutunazala zabaldu zuenean esan zuena garaiz jakin izan banu, ez horixe.
Hilkutxaren prezioa dago hemen, justu! Ai, seme, seme!
Slowacki jaunak ere esan zidan zerbait: hain zaharra ez banintz.
Hori, besterik ez. Hain zaharra ez banintz. Gero hatza eraman zuen begi ertzera, hainbeste kontaduria egin zituen hatz punta belztu hura behingoagatik malkoen tintontzian bustitzeko esperantzan. Ez zuen lortu, eta begiek bere barne tristuraren maila ematen ez zutelako areago atsekabetu zen. Hatz lehorrari begira geratu zen, tarte luzez, hatz erakuslean amu bat sartu zaion arrantzalearen bisajearekin, minduta baino gehiago, lotsatuta.
Jozefek ez zuen ezer esan. Bart gauaz geroztik falta zen bere etxetik.


Azti ibili zen Jozefen ama: udaletxera jaitsi zen goizean goiz, soldaduak bere semearen bila joan zitezen baino lehen etxetik falta zela eta non zegoen ez zekiela gaztigatzera.
Udaletxeko idazkariak, problemak, beti problemak, marmarka, soldaduen erroldaz arduratzen zen sarjentuari pasa zion abisua.
Ondo dakizu zuk non den zure semea!
Esan ez dizut bada ezetz! Etxean denok gaude oso kezkatuta!
Ez zen Jozef armadarako adinean egonik etxetik falta zen bakarra, ezta hurrik eman ere.
Errukiturik, aulki bat eskaini zion udaletxeko idazkariak Jozefen amari.
Desertzioa oso gogor zigortuta dago, andrea. Bazenekien?
Herritik kilometro gutxira atzeman zuten Jozef, zaldiz tiratutako gurdi batean ezkutatuta, esne marmitaz inguratuta.
Simaur gurdi batean ezkutatu izan balitz ez zuten berehala harrapatuko, esan zidan amak.
Ni hala nago, simaurrez leporaino. Eta hala ere harrapatu naute.
Negarrez hasi zen ostera ere ama.


Ez nuen Alma agurtu nahi, baina bera etorri zitzaidan geltokira.
Laster izango gara elkarrekin, laztana.
Bai, zizpuru batean nik, federik gabe.
Kanela adar bat oparitu zidan.
Kapeluan jartzeko.
Edo belarrian, arotzek arkatza bezala, ezta?
Bai, hori. Belarrian.
Listu kolpea sentitu nuen eztarrian. Trena txistuka hasi zen. Almak trenari jarraitu zion, aterki zuri batekin -hau gezurra da, ez zeraman aterki zuririk, baina ze polita zatekeen horrela gertatu izan balitz- lepoa trenerantz, eskuinerantz jiratuta, nasa oinetan amildegi bihurtu zitzaion arte.
Egunero idatziko dizut!


Zuek erretagoardia zarete, egon lasai!, adoretu gintuzten lehen egunean. Erretagoardia zena aste gutxiren buruan bihurtu zen, ordea, lehen lerro. Xakean txarrak izan, gure jeneralak. Zortea izan nuen, ordea: pneumonia latz samar bat harrapatu izana. Sendatu eta berehala ihes egin nuen ospitaletik. Ihes eginda nengoen bitartean, gutun trukaketa sarria izan genuen Almak eta biok. Nire burua plazeraren atakaraino neronek itsutuarazi behar nuelarik, hazi likitsa hatzekin bildu eta sudurrera eramaten nuen berak behin egin zuenez, kriskitin-keinu hark Almaren gomuta piztuko zidalakoan. Urtebeteren ostean elkartu ginen berriz.
Zerbait esan behar dizut. Beste norbait ezagutu dut.
Alemaniar bat. Nahi banuen emango genuela paseo bat. Paseo bat. Zer balio du paseo batek alemaniar baten ondoan? Jarri elkarren parean, jarri balantza batean: alemaniarra, paseoa. Egiten du balantzarik akaso? Trabarik jartzen du? Zalantzarik egiten du menturaz balantzak? Durduzaz egiten al du batere? Bai zera! Aise irabazten du alemaniarrak: alemaniarraren pisua beherantz jausten da, berun, eta paseoaren platertxoak gorantz egiten du, galtzaile. Gorantz egiten du eta hala ere galtzaile da paseoa: justizia poetiko suerte bat. Deusetarako balio ez duen justizia ziztrin hori, intelektual beso erkinek asmatua, neska-lagunak lapurtu zizkieten marinel beso-tatuatu sendoekiko euren herra erredimitzeko. Justizia poetikoa, hala deitzen diote.
Paseo bat gutxi zela: asteburu bat eskatu nion. Alemaniar baten ondoan, asteburu bat ere ez zen gauza handia. Baina paseo bat baino gehiago bazen, gutxienez.
Gerra ez da amaitu... Nora joango gara? Ezingo dugu Varsoviatik atera.
Nik aukeratuko nuela nora. Deuseztatutako leku batera joango ginen. "Nire bihotzaren hondora" esan nezakeen, baina hain melenga ere ez nintzen.
Zaude lasai, ez gaitu inork ikusiko.
Alemaniarrek interes urrikoa zelako baztertu zuten harrobi baten ingurura eraman nuen, bizikletaz. Zerbaiterako balio behar du barraskiloen bideak ezagutzeak, esan nion. Baina berak ez zidan erantzun. Ez zuen irribarrerik egin. Maitasunaren esperantza konplizitatean hasten den jakitun, ez zidan konplizitaterik oparitu nahi. Agian ez zen barraskiloekin gogoratu ere egiten, edo ez gogoratzen saiatzen zen.
Eta hala ere, maite ninduela esan zidan larrutan egin ondoren. Azken aldia izango zela esan zidan bezalaxe. Baina ez zen azken aldia izan. Geroxeago berriro piztu zitzaigun grina eta berriro egin genuen larrutan.
Varsoviara itzuli behar dut.
Zer esan diozu berari?
Hansi?
Izorratu beharra zagok: Hans, pentsatu nuen, gainera izen hori izan behar zuen. Hemendik aurrera Hans izeneko denak gorrotatu beharko al ditut? Berdin emazte-lapur alemaniar edo hari-laukote konpositore trebeak izan? Berdin kafetxeetako zerbitzari edo etxeko horma pintatzaile noble Hans izena izatearen bekatua soilik zutenak gorrotatu behar al nituen?
Gaixorik dudan izeko bat bisitatu behar nuela esan diot.
Gaixorik dauden izekoak. Horiek paseoak eta asteburuak baino gehiago balio dute! Horiek, are, alemaniarrek baino gehiago balio dute. Izeko Ezezagunari egindako monumentua gaur inauguratzen dugu eta kar-kar, errezela neronek kendu behar nioke marmol zati horri, pentsatu nuen, idazle batek bezala, gero eta gehiago.
Bizikleta hartu eta hirirantz itzultzeko ordua zen. Zubi txikitu baten parera heldu ginelarik, bizikletatik jaitsarazi nuen. Gero, bizikleta hartu eta ibaira bota nuen. Bizikleta, erran nahi baita.
Baina... Zer ari zara!
Ez gaude urruti, oinez joango gara, trenbidearen ondotik. Txikitan ez zinen inoiz jolasten, trenbideko errailen gainean oinez?
Ez.
Gogoratuko zara behintzat, nola etorri zinen estaziora ni agurtzera, frontera abiatu nintzenean, aterki zuri batekin?
Ze aterki zuri?
Hitz egiteko era bat zen, neska.
Denbora irabazi nahi nuen. Poliki eta oinez dastatu berarekin pasako nuen une bakoitza. Azken une bakoitza. Unibertsoaren eskala nire aldera ekartzeko era bat zen bizikleta ibaira botatzea. Denbora moteldu nahi nuen, nire eskuetara ekarri.
Almak asteburu osoan ireki ere egin ez zuen poltsatxo bat zekarren aldean. Pentsatu nuen: hor zekartzak honek Varsoviara heldu orduko jantziko dituen arropak, barraskilo usainik gabeko arropa birjina eta aratzak. Nik uste bezain argia bada, litekeena da poltsa horretan bere balizko izekok oparitutako zerbait ere izatea, itzuleran bere alemaniarrari zintzo erakutsiko dion oparia.
Hara, Hans maitea, hara, zer eman digun izekok gure etxerako! Lore koloretsuz ornatutako zeramikazko kutxatxo bat!
Zer daukazu poltsa horretan?, galdetu nion.
Ez zidan erantzun.
Isiltasuna ere erantzun bat da, pentsatu nuen.
Isiltasuna ez da erantzun bat, esan nion.
Isilik jarraitu zuen.
Isilik abiatu ginen, elkarren ondoan, trenbide mortuan barrena oinez. Aurreratu egin nintzen ni geroxeago, bera nire ondora etorriko zelakoan. Baina ez zen inguratu. Atzetik jarraitu zidan oinez. Horrek mindu egin ninduen. Ibai ondoan oinez ibiltzen ginenean bezala, nire ondoan nahi nuen bera, azken aldiz.
Jakin behar genuen, orduan, gerra garaian, haiek nahi duten eran eta orduan ibiltzen direla trenak, baina ez genekien. Bera Hans izeneko alemaniar batekin ezkontzear egonagatik, nik gudarostea mihiaren puntaz dastatu izanagatik, ume hankagorri batzuk besterik ez ginen.
Laburbilduz: egunsentia urratu gabe, eta barruak urratuta gu, elkarri segika. Ni aurretik, bera atzetik, trenbidearen ertz-ertzetik oinez. Ez zen nire parera etorri, ez ziok amuari berriz helduko, pentsatu nuen.
Despedida eguna zen eta bagenekien.
Trenaren txistua entzun genuenean, denbora justua izan genuen trenbidetik apartatzeko. Mugimendu erreflexu batez, kanela adarraren kaleko hartan bezala, ezkerrerantz jiratu nuen burua atzera begiratzeko, Almaren bila.
Berak, eskumarantz begiratu zuen, ordea, trena atzean sumatzean. Ez jakin oso ondo zergatik. Kontua da beti hala egiten zuela ezagutu nuen egunetik. Nire kontrako bidetik etorri eta lotsatuta kanelazko kapeluen bila, hasiera hartan bezala herabe, edo, arratseko muxuen bila, Vistula ertzean elkarrekin oinez ibiltzen hasi ginen hartan, edo azken aldiz, frontera eraman ninduen trena abiatu eta ni agurtu ninduenean ere, eskuinerantz jiratzen zuen berak lepoa beti.
Lepoa ezkerrera edo eskuinera jiratze horrek salbatu zuen nire bizitza eta kondenatu zuen berea.
Gaur ere, Parisko deserri honetan, Sena ertzean paseatzen naizelarik -ibaiko urak kontsolagarri dira exiliatuentzat, ibaiko ur horiek, zapaltzen dudan lurra ez bezala, ezin baitira izan euren mugikortasun lasaigarrian sekula deserri- ezagunen batek diosal egin eta burua ezkerrerantz jiratzen dudanetan, hozkirri sarkor bat sentitzen dut eskuin belarriaren paretik pasatzen, aizto bat bezala.
Bera da, pentsatzen dut. Mezu bat da, pentsatzen dut. Eta barkatzen diot nire buruari ergelkeria; ergelkeria, inozokeria eta memelokeria gauza humanoak direlako, eta beren humanoan barkagarri.
Almak zeraman poltsak bere tripak irauli zituen trenbide ondoan: nik frontetik bidalitako gutunak ziren. Inoiz ez dut jakin zertarako ekarri zituen, zer gibelasmo zuen gutun sorta harentzat.
Tren gidaria ez zen ohartu ere egingo kolpeak trenbide ondotik egotzi eta aurpegia odoletan zetzan emakume bat zeharka jo zuenik. Hori, trenak makinistarik zuen kasuan: arimarik gabeko jendea dagoen era berean, bai baitaude makinistarik gabeko trenak ere. Barruan zuten makinista aspaldi deabruari saldu zioten trenak.
Eguraldia hezea zen, barraskiloak aterako ziren gero zirrikitu guztietatik, haien espiralak bizkarrean zituztela, ideia, burutazio, iluminazio, estrategia, sentimendu on gehienak bezala, beranduegi, herriaren azken aurrien eta habe kixkalien lekukotza emateko aukera besterik ez zegoenean.
Ez nuen bere gorpu hila besarkatzeko adorerik izan.
Karrika bat, bizitza bat edo gehiago, kanela adar bat bezala hautsirik.
Lurrean belauniko, lokatzarekin nahastutako trenbide ertzeko txotxak hartu nituen amorruz, kanela adarren ahalik eta antzekoenak ziren txotx hezeak, eta hatz artean puskatu eta zirtzildu nituen, eta ahora eraman nituen adar puskak, lokatzak eta txotxek nire oihua sabelerantz ito zezaten.
Mundua irentsi nahi ote nuen eta nire bistatik desagerrarazi? Auskalo. Gramatika eta kontagintza ez dira sekula desesperazioa azaltzeko lain izan.
Ez dakit zenbat denboraz ibili nintzen alderrai, basoan galduta, ikusten ez nituen frankotiratzaileei tiroka nintzatela oihuka erregutuz. Ez nuen zorterik izan. Edo zorte handia izan nuen, beharbada. Hirira iritsi aurretik, bonbek txikitutako tren-etxolako beheko solairuan, zutikako pertxero bat ikusi nuen gabardina bat eta kapelu bat zintzilik zituena. Zirrara eragin zidan irudi hark: horma erorien artean, gabardinak ukigabe zirauen, estazioburua iristear balego bezala.
Geltoki ttipirantz abiatu nintzelarik, zakur batek zaunka egin zidan, arrazoiarekin edo arrazoirik gabe.
Lau kolpekoa zen bera zaunka.
Ge-rran, gau-dek! Ge-rran, gau-dek!, aldarrikatuko balu bezala.
Burua astintzen zuen zakurrak, batera eta bestera, ezker eta eskuin, pasio animal berberaz alde bietara. Edo pasio gabezia animal berberaz, esan behar nuke, agian, kanelaren kaleez eta erakusleihoez, kapeluez eta aterki zuriez deus ez dakienaren gihar atabismoarekin baino ez zuen-eta zakur madarikatu hark zaunka egiten.
Ge-rran, gau-dek! Ge-rran, gau-dek!
Bazekiat, ergela, bazekiat! Hago isilik!
Bete-betean gutxirengatik harrapatu ez zuen trenbide ertzeko harri koskor bat bota nion animalia erkinari, eta zerbait ulertu izan balu bezala, isildu egin zen zakurra. Harriagatik edo nire negar lanturuengatik, ez jakin.
Pertxeroari so egin nion berriro: kapeluak biseran zuen kordel gorriari lehenbizi, galoidun gabardina azulmarinoari eta honen patrikatik zintzilik zegoen txilibitu zilarreztatuari gero.
Pentsatu nuen, objektuena, gauza ahaztu eta gauza galduena duk mundu hau, eta ez, ordura arte nire izaera sasi-humanistak pentsatzera behartu ninduen bezala, gizon eta emakumeen bizilekua.
Zakurra zaunkaka hasi zen berriro. Burua lehertzear neukan.
Pertxeroan zintzilikatutako gabardinaren besoarekin xukatu nituen malkoak. Zaunka gero eta ozen eta biziagoz jarraitzen zuen zakurrak. Estazioburuaren txilibitua hartu eta txistu egin nuen indar biziz.
Txistu desafinatu bat atera zitzaidan. Ez zen atrilistarik etorri estazioko horma apurtuaren orrialde zuri tarratatua pasatzera.
Baina zakurra derrepentean isildu zen.
Trenbidean oinez jarraitu nuelarik, atzetik etorri zitzaidan zakurra, otzan eta esaneko, nik ondo ulertzen ez nuen eta berak -nonbait- argi zekien zerbaitek nigana lotuko bailuen.
Ez dakit zenbat denbora egin nuen oinez. Zapatak zingira eginda, galtzerdiak lokaztuta iritsi nintzen mugara. Mugako kartela han bazegoen ere, ez zen inor ageri, ezinezkoa zen muga hura benetan ezeren muga ote zen ala ez jakitea. Nori galdetu. Zeri galdetu.
Zakurra eta biok elkarri begira geratu ginen, noraezean. Ante marroiaren kolore argia zuen pixtia errukarriak.
Mendebalderantz jarraituko diagu, Kanela.
Azken buruan, pentsatu nuen, hark ere mereziko zuen bada izen bat, ezta?
Oinez jarraitu ahala, ehiza-hegazkinek birrindutako herrixka mortu bateko kale nagusian barrena, kanelaren kaleaz hasi nintzaion zakurrari mintzatzen.
Kanela usaina zegoan kalean. Ez kanela-hautsarena, kanela adarrarena baizik. Ezberdina duk, bahekien? Oso ezberdina.
Ez nuke esango zakurra alegera ez zegoenik, ez nuke esango hark ere, bataio berriaren graziaz, nik deskribatzen nizkion okin, sonbrailu saltzaile eta kalean barrena zihoazen gainerakoei, nire hitzekin eraiki berri nituen mamu haiei, diosal egiten ez zienik. Jauzi eta zaunka akonpasatu alaien bozkario hura nola interpretatu behar nuen, bestela? Nik bisagretatik askatzear zeuden ate eta leiho erorien heldulekuei ematen nien eskua, eskonbroen atariko ate-leihoak bizirik baleude bezala besarkatzen nituen, atexka apurtuak agurtzen nituen, muin ematen nien alderoka eroritako habe kixkaliei. Eskuleku, eskonbro, habe birrinduei mintzatzen nintzaien, jendetasunez. Lastima estazioburuaren kapelua ez ekarri izana merezi zuen jendearen aurrean sonbrailua edukazioz kentzeko. Zer moduz Minkiewicz jauna?, galdetu nion kristal puska hautsi batean ikusi nuen neronen isla zahartuari, bai eguraldi ederra zure erreumarentzat, ekatzu Kurier bat gazte... Etxean denak ondo Kotkowski? Tira, txikiena ere ezkondu zaizula beraz, opilik behintzat ez da zuenean faltako! Edo, sentituago mintzatuz, eskua ate-sagar behiala doratuan jarri nuelarik: kanelazkoak egiten ditizten Minkiewiczenean sonbrailuak, ez zain iruditzen?
Baikor eta energia zoro baten menpe nintzen, hala banintzen. Hotzaren eta beldurraren eraginez dardarka zarenean, oihu egin behar duzu, sastakaiaz leihora aterarazi zugan bizi den jainko zarrastel barru-nagi bezain barre-eragile hori. Atera hadi leihora, frankotiratzaileei egiek desafio, egintzak barre haien lepotik eta egin dezatela hitaz ere barre! Ez ditiagu predikatzaileak behar, bufoiak baino! Bufoiak!
Eta hori guztiori esaten nielarik, burua tente neukan artean, eta lepoa, begiraden amua zuzentzen zuen nire lepo-kanabera maitea, jendetasunik batere galdu gabe, aldiro kasu egiten nion jendeari buruz zuzentzen nuen, nire herriko lege zaharrak agintzen duen berrogeita bost graduko inklinazio prestu eta eskuzabal horrekin, lagun hurkoari edozertan laguntzeko prest gaudela adieraziz horrela.
Mamu-herri osoari zorte ona opa izan eta jendea desio onen kariaz agurtu nuelarik, zakurrak han jarraitzen zuen, nire ondoan, mihia ahotik zintzilik eta begiradan distira, balizko erroten kontra borrokatzen lagundu ziolako bere nagusiak intsula bat oparitu zion eskudero haren istorioaren berri balu bezala.
Zer oparitu behar diat nik hiri, ordea?
Aldendu egin behar nuen handik, lehenbailehen. Korrika abiatu nintzen, oinen pean kraskatako desatsegin bat sentituz, ahoan barraskilo oskolak murtxikatu eta haginak barraskilo oskol papurtuekin nahasten zaizkionaren zarata hozkirri eragile bat, ahoan ez baizik eta oinen pean sentitzen nuen basoaren zarata. Zer zen ba inpotentzia, orpoen ordez, hankapean ezpainak josita zituzten ahoak izatearen inpresio hura ez bazen? Amorrua gainetik kentzeko hankapetik ere oihu egin nahi eta ezina, aire tragaderak faltan izate hura.
Ez zuen elurrik egin nahi, baina elur zerua zegoen, eta nahikoa zen hori ehiza hegazkinak airera ez zitezen.
Korrika jarraitu nuen, nire desesperazioak marrazten zuen vals trakets eta patetiko haren keinuak ezabatzeko mila urte beharko nituen jakitun, adar hautsiak besterik ez ziren eztarriak zapalduz jarraitu nuen korrika, lepoa zuzen, batere atzera begiratu gabe.