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LE NOTTI BIANCHE, notte seconda (seconda parte) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

LAS NUECHS BLANCHAS, nuech seconda (2° part) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

di Peyre Anghilante

LE NOTTI BIANCHE, notte seconda (seconda parte) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij
italiano

«Continuo: c'è, Nasten'ka, amica mia, un momento della mia giornata che amo particolarmente. È il momento in cui quasi tutti gli affari, i doveri e gli impegni terminano, e tutti si affrettano alle loro case per mangiare, stendersi a riposare e intanto, per la strada, escogitano anche altri propositi allegri concernenti la serata, la notte e tutto il rimanente tempo libero. In quel momento anche il nostro eroe, - perché, Nasten'ka, permettetemi ancora di raccontare in terza persona, giacché in prima persona tutto ciò è terribilmente imbarazzante da raccontare, - cosicché, in quel momento, anche il nostro eroe, che lui pure ha avuto il suo daffare, cammina dietro gli altri. Ma uno strano sentimento di piacere gioca sul suo volto pallido, come un po' sciupato. Guarda con partecipazione il tramonto che lentamente si spegne contro il freddo cielo pietroburghese. Quando dico - guarda, mento: non guarda, ma contempla pressoché inconsciamente, come stanco o occupato al tempo stesso da qualche altro pensiero più interessante, cosicché forse solo di sfuggita, quasi involontariamente, può dedicare un po' di tempo a tutto ciò che lo circonda. È contento, perché ha concluso fino a domani i suoi affari per lui noiosi, e felice come uno scolaretto che abbiano lasciato libero di alzarsi dal banco per dedicarsi agli amati giochi e monellerie. Dategli appena un'occhiata, Nasten'ka: vedrete subito che il sentimento di contentezza già agisce felicemente sui suoi labili nervi e sulla fantasia morbosamente eccitata. Ecco che sta pensando a qualcosa... Al pranzo, pensate? all'odierna serata? Cosa guarda così? Forse quel signore dall'aspetto serio che ha salutato tanto pittorescamente la dama passatagli accanto in una splendida carrozza dai cavalli focosi? No, Nasten'ka, cosa gli importa ora di simili piccolezze! Ora è già ricco della sua propria vita; è come se all'improvviso fosse diventato ricco, e l'ultimo raggio del sole che si spegne non è balenato invano tanto allegramente davanti a lui e ha richiamato dal cuore ardente un intero sciame di sensazioni. Ora a stento egli nota la strada per la quale prima la minima piccolezza poteva colpirlo. Ora la "dea della fantasia" (se avete letto Žukovskij(2), cara Nasten'ka) ha già iniziato a tessere una mano capricciosa il proprio ordito d'oro ed è andata a svolgere davanti a lui i ricami di una fantastica e bizzarra vita - e, chissà, forse, lo ha trasportato con la mano capricciosa al settimo cielo cristallino dal magnifico marciapiede di granito su cui se ne va a casa. Provate a fermarlo ora, chiedetegli d'improvviso dove si trovi e quali strade abbia percorso, - probabilmente non ricorderebbe niente, né il luogo dove è passato, né quello dove si trova ora, e, rosso per il dispetto, vi direbbe certamente una bugia, per salvare le apparenze. Ecco perché ha tremato in quel modo, si è quasi messo a gridare e si è guardato intorno spaventato quando una vecchietta molto rispettabile lo ha cortesemente fermato in mezzo al marciapiede e ha preso a fargli domande sulla strada che aveva perso. Accigliato per il dispetto, cammina oltre, notando a stento che più di un passante ha sorriso nel vederlo, e si è voltato a guardarlo, e che una ragazzina, dopo avergli ceduto il passo timorosa, si è messa a ridere forte fissando sbalordita il suo ampio sorriso assorto e i gesti delle braccia. Ma la stessa fantasia ha afferrato tutto nel suo volo giocoso: e la vecchietta, e i passanti curiosi, e la ragazzina che ride, e gli uomini che cenano lì sui loro barconi che hanno invaso la Fontanka (mettiamo che il nostro eroe passi di là in quel momento); ha iniziato a tessere monellescamente tutti e tutto nella sua trama, come una mosca in una tela di ragno, e, con la nuova acquisizione, l'originale è già entrato nella sua piacevole tana, si è già seduto a pranzo, già da tempo ha finito di pranzare e si è riavuto solo quando la pensierosa ed eternamente triste Matrëna, che gli fa da cameriera, ha già sparecchiato e gli ha dato la pipa; si è riavuto e con stupore ha ricordato di aver già del tutto finito di mangiare, decisamente senza accorgersi di come si sia svolta la cosa. Nella camera si è fatto scuro; nella sua anima c'è vuoto e tristezza; l'intero regno dei sogni si è sgretolato intorno a lui, si è sgretolato senza traccia, senza rumore né chiasso, è svanito come una visione, e lui stesso non ricorda cosa abbia fantasticato. Ma una oscura sensazione per la quale il petto gli duole e si agita leggermente, un nuovo desiderio stuzzica ed eccita alettante la sua fantasia e impercettibilmente invita un intero sciame di nuovi fantasmi. Nella cameretta regna il silenzio; la solitudine e l'indolenza carezzano l'immaginazione; essa si infiamma leggermente, leggermente inizia a bollire, come l'acqua nella caffettiera della vecchia Matrëna, che si affaccenda quietamente nella cucina lì accanto, preparando il suo caffè. Ecco che essa è già interrotta da leggeri bagliori, ecco che già anche il libro; preso senza scopo e a caso, cade dalle mani del mio sognatore, arrivato nemmeno alla terza pagina. La sua immaginazione è nuovamente eccitata, risvegliata, e all'improvviso ancora un nuovo mondo, una nuova e incantevole vita è balenata davanti a lui nella sua splendida prospettiva. Un nuovo sogno - una nuova felicità! Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso! Oh, che ha a che fare con la nostra vita reale! Al suo sguardo corrotto, Nasten'ka, noi due viviamo così pigramente, lentamente, indolentemente; al suo sguardo noi tutti siamo così scontenti del nostro destino, soffriamo talmente della nostra vita! E davvero, guardate, in effetti, come al primo sguardo tutto tra noi è freddo, cupo, pressoché stizzito... "Poveretti"!, pensa il mio sognatore. Ma non è strano quel che pensa! Guardate quelle magiche visioni che tanto incantevolmente, tanto capricciosamente, tanto illimitatamente e ampiamente si formano davanti a lui in un quadro tanto magico e animato, dove in primo piano, personaggio principale, è ovvio ormai, c'è lui, il nostro sognatore con la sua preziosa persona. Guardate quali svariate avventure, quale infinito sciame di esaltanti fantasticherie. Voi forse chiedete cosa sogna? A che pro chiederlo! ma tutto... il ruolo del poeta, dapprima misconosciuto e poi incoronato; l'amicizia con Hoffmann; la notte di San Bartolomeo(3), Diana Vernon(4), un ruolo eroico durante la presa di Kazan' da parte di Ivan Vasil'evič, Clara Mowbray(5), Effie Deans(6), il concilio dei prelati e davanti a loro Hus, l'insurrezione dei morti in Robert(7) (ricordate la musica? odora di cimitero!), Minna(8) e Brenda(9), la battaglia sulla Berezina, la lettura di un poema dalla contessa V.D., Danton, Cleopatra e i suoi amanti(10), la casetta a Kolomna(11), il proprio angoletto, e accanto una cara creatura che vi ascolta, in una sera d'inverno, con la boccuccia e gli occhietti spalancati, come voi ora state ascoltando me, mio piccolo angioletto... No, Nasten'ka, cosa può trovare, cosa può trovare questo voluttuoso indolente in quella vita alla quale io e voi aneliamo? pensa che sia una povera penosa vita, non prevedendo che anche per lui, forse, un giorno batterà l'ora funesta, quando per un solo giorno di quella penosa vita darà tutti i suoi anni di fantasticherie, e inoltre non per la gioia, non per la felicità li darà, e non vorrà neanche scegliere in quell'ora di tristezza, di pentimento e di non repressa amarezza. Ma finché ancora non è arrivato, questo terribile momento, - non desidera nulla, perchè è superiore ai desideri, perché ha tutto, perché è satollo, perché è lui stesso l'artefice della sua vita e se la crea ogni ora, secondo una nuova volontà. E si materializza tanto facilmente, tanto naturalmente questo fiabesco mondo di fantasia! Come se davvero tutto ciò non fosse una visione! E' veramente pronto a credere in quel momento che tutta quella vita non sia l'eccitazione del sentimento, non sia un miraggio, non un inganno della fantasia, ma che ciò sia effettivamente reale, vero, autentico! Perché mai, Nasten'ka, dite, perché mai in simili momenti l'animo si affanna? perché mai per un qualche incantesimo, secondo una qualche volontà sconosciuta, il polso si accelera, le lacrime zampillano dagli occhi del sognatore, ardono le sue gote pallide e umide e tutto il suo essere si riempie di una gioia tanto irresistibile? Perché mai intere notti insonni passano come un solo istante, in un'allegria e felicità inesauribili, e quando l'aurora splende col suo raggio rosa dalla finestra e l'alba rischiara la etra camera con la sua incerta luce fantastica, come da noi, a Pietroburgo, il nostro sognatore, estenuato, sfinito, si butta sul letto e si addormenta ansioso per l'estasi del suo spirito malato e turbato e con una pensa tanto dolcemente estenuante nel cuore? Sì, Nasten'ka, puoi sbagliarti e senza volere credere dal di fuori che una vera, autentica passione agiti la sua anima, credere senza volere che ci sia qualcosa di vivo, di palpabile nelle sue incorporee visioni! E quale inganno - ecco, per esempio, l'amore è sceso nel suo petto con tutta la sua inesauribile gioia, con i suoi tormenti estenuanti... Dategli solo un'occhiata e convincetevi! Voi forse credete, guardandolo, cara Nasten'ka, che davvero non abbia mai conosciuto colei che ha tanto amato nei suoi sogni ossessivi? Possibile che l'abbia solo vista nelle sue seducenti fantasie e gli sia apparsa solo in sogno quella passione? Non hanno forse davvero passato molti anni della loro vita mano nella mano - soli, a due, mettendo da parte tutto il mondo e unendo ognuno il proprio mondo, la propria vita con quella del compagno? Non è forse lei che, a tarda ora, quando è giunto il momento della separazione, non è forse lei che si è stesa, singhiozzando amareggiata, sul petto di lui, senza sentire la tempesta che si scatenava sotto un cielo lugubre, senza sentire il vento che strappava e portava via le lacrime dalle sue ciglia nere? E' stato forse tutto un sogno? - anche quel giardino, triste, abbandonato e selvaggio, con i sentieri coperti di muschio, solitario, cupo, dove avevano camminato così spesso da soli, avevano sperato, si erano amareggiati, avevano amato e si erano amati tanto a lungo, "tanto a lungo e teneramente(12)"! Anche quella strana casa avita nella quale lei aveva vissuto tanto tempo solitaria e triste con il vecchio e cupo marito, eternamente silenzioso e bilioso, che li spaventava, loro che erano timidi come bambini, che malinconicamente e timorosamente si nascondevano a vicenda il proprio amore? Come si tormentavano, come temevano, quanto era innocente e puro il loro amore e come (s'intende ormai, Nasten'ka) era cattiva la gente! E, Dio mio, non la incontrò forse poi, lontano dalle sponde della sua patria, sotto un cielo straniero, meridionale, caldo, in una città eterna meravigliosa, nello splendore di un ballo, al rumore della musica, in un palazzo (necessariamente in un palazzo), sommerso da un mare di luci, su quel balcone avvolto di mirto e di rose, dove lei, dopo averlo riconosciuto, si era tolta tanto in fretta la maschera e, sussurrando: "Sono libera", tremante, si era gettata nelle sue braccia, e, gridando per l'estasi, stringendosi l'uno all'altra, in un attimo avevano dimenticato e la pena, e la separazione, e tutti i tormenti, e la tetra casa, e il vecchio, e il cupo giardino nella lontana patria, e la panchina sulla quale con un ultimo bacio appassionato ella si era strappata agli abbracci di lui, muti per il disperato tormento... Oh, convenitene, Nasten'ka, sussulti, ammutolisci e arrossisci come uno scolaretto che abbia appena ficcato in tasca la mela rubata dal giardino dei vicini, quando un ragazzo lungo e pieno di salute, un buontempone e un mattacchione, il vostro amico non invitato, apre la vostra porta e grida come se niente fosse: "Arrivo ora da Pavlovsk, fratello!". Dio mio! il vecchio conte è morto, sta per giungere un'indicibile felicità, - e a questo punto ti arriva gente da Pavlovsk!»


(2) Il protagonista cita la poesia di Žukovskij «Moja boginja» [La mia dea] (N.d.T.).


(3) Soggetto del romanzo di Mérimée Cronaca del regno di Carlo IX (N.d.T.)


(4) Eroina del romanzo di W. Scott Rob Roy (N.d.T.)


(5) Eroina del romanzo di W. Scott La sorgente di San Ronan (N.d.T.)


(6) Eroina del romanzo di W. Scott Le prigioni di Edimburgo (N.d.T.)


(7) Robert il Diavolo, opera del musicista Meyerbeer (N.d.T.)
(8) Dai versi di Schiller (N.d.T.)


(9) Ballata di I. Kozlov (N.d:T.)


(10) In italiano nell'originale (N.d.T.)


(11) Dal poemetto di Puškin intitolato appunto La casetta a Kolomna (N.d.T.)


(12) Il protagonista cita una poesia di M. Lermontov (N.d.T.)

occitan

«Ben: lhi a, Nasten’ka, mon amisa, un moment de ma jornaa que m’es pus char. Es lo moment ente tuchi lhi afars, lhi devers e lhi empenhs s’achabon e tuchi tornon lèsts a lors maisons per minjar e se jaire un pauc e entrementier, per lo chamin, fantasion de causas alègres sus la serada, la nuech e lo temp libre. En aquel moment decò nòstre eròi - laissatz, Nasten’ka, que vos parle en tresena persona, daus qu’en premiera tot aquò es terriblament embarrassant - decò nòstre eròi, qu’el tanben a agut son da far, chamina darreire lhi autri. Mas un estrange sentiment de plaser vagueja sus son morre palle e flapit. Agacha remirat lo trescòl que pauc a pauc vai s’esténher còntra lo freid cèl de Peireborg. Quora diso agacha, es pas parelh: agacha pas, contempla esquasi inconsciament, coma un òme las o tan pilhat da de pensiers mai importants, da poler masque en passant e esquasi involontariament s’ocupar d’aquò que l’environa. Es content, perque fins a l’endeman a conclús si enuiós afars, e aürós coma un escolieret que sie laissat libre de s’auçar dal banc e de tornar a sas demoras e sas biriquinadas. Donatz-lhi masque un’agachaa, Nasten’ka: veierètz d’abòrd que lo sentiment de jai a já repasiat si nèrvis debles e sa fantasia morbosament atissaa. Vaquí, es en tren de pensar a qualquaren… Creietz que pense al dinar? O a la serada? Çò que agacha coma aquò? Benlèu aquel senhor da l’aspèct seriós qu’a salutat tan pintorescament la dòna que lhi es passaa da cant dins un’espléndida carroça tiraa da cavals enfocats? No, Nasten’ka, çò que lhi empòrta aüra de talas pichotessas! Aüra es já ric de sa vita; coma se d’un crèp se foguesse enrichit, e lhi rais festós dal darrier solelh resplendon pas de bada per el e revelhon dins son còr enflamat tot un mond de sensacions. Aüra agacha a pena aquela via ente derant una qual sie pichotessa atirava son atencion. Aüra “la Dea Fantasia” (s’avetz lesut Žukovskij1, chara Nasten’ka) a já començat a téisser embe man capriciosa son ordit d’òr e a desbanar derant el las brodarias d’una vita estranja e surreala e, vai sauber, benlèu l’a transportat embe sa man capriciosa al setén cèl de cristal, lo solevant dal marchapè de peira ente chaminava. Provatz a fermar-lo aüra, a demandar-lhi sal moment ente se tròbe, per qualas vias sie passat; certament se soveneria pas ren, ni ente sie estat, nimanc ente se tròbe aüra e, en rosseant de colèra, vos diria una messonja quala que sie, tant per respònder. Es pr’aquò qu’a tant tramolat, s’es esquasi butat a criar e s’es gachat a l’entorn esbuït quora una vielhieta respectabla l’a fermat cortesement al metz dal marchapè e lhi a demandat de rensenhaments sus la via qu’avia perdut. Enfosquit per lo despet, chamina òutra, en s’avisant a mala pena que mai d’un passant s’es virat lo gachar e que una filha, après lhi aver laissat lo pas crentosa, s’es butaa a rire fòrt en notant son sorís estàtic e son bracejar. Entrementier la mesma fantasia a emportat tot dins son vòl jocós: la vielhieta, lhi passants encuriosits, la filha que ritz, lhi òmes que cinon sus lors barcas qu’an envaït la Fontanka (butem que nòstre eròi passe pr’aquí en aquel moment), a enteissut capriciosament tot e tuchi dins sa trama, coma de moschas dins un’aranhaa e, ric de sa nòva conquista, l’original es tornat a sa tana confortabla e s’es setat per dinar. S’es reviscolat masque quora la pensierotja e eternament sombra Matrëna, que lhi fai da serviciala, a já desbarassat la taula e lhi a portat la pipa. S’es reviscolat e embe estupor s’es remembrat d’aver dinat, sensa nimanc se’n avisar. Dins la chambra s’es fach escur, dins son anma demoron lo vueit e la tristessa. Tot lo rènhe di súmis que l’environava s’es desbrisat, sensa traça, sensa bruch ni tapatge, s’es avalit coma una vision, e el se soven pas d’aver sumiat. Mas un’escura sensacion tormenta e àgita son còr, un nòu desir catilha sedusent sa fantasia e atira inconsciament un eissam de fantasmas novèls. Dins la pichòta estància rènha la calma, la solituda e un sens d’indolença careceon son imaginacion, que s’enflama e pauc a pauc comença a bulhir coma l’aiga dins la cafetiera de la vielha Matrëna, que, dins la cusina da cant, prepara tranquilla son ca. E vaquí, sa fantasia es doçament illuminaa da de nòvas lusors e decò lo libre, pres a cas e sensa mira, tomba da las mans de mon sumiaire, qu’es arribat just a la tèrça pàgina. Son imaginacion es já mai atissaa, ravivaa, e tot d’un crèp un novèl mond, una nòva vita enchantarèla brilha derant el dins tot son esplendor. Un novèl sumi, una nòva jai, una nòva dòsi de verum rafinat e voluptuós! Çò que lhi empòrta de nòstra vita reala? A son esgard corromput mi e vos, Nasten’ka, vivem tant pigrament, lentament, flacament; a son esgard sem tuchi tan descontents de nòstre destin, sufrem talament de nòstra existença! Gachatz, en ect, coma nòstras relacions pareisson tristas, freidas, mesme ostilas...

«Paurets!», pensa mon sumiaire. Mas es pas dròlle que pense aquò! Gachatz aquelas visions enchantarèlas que tan sedusentas, capriciosas, irrealas e desconfinaas se formon derant el dins un quadre màgic e animat, ente en premier plan, personatge principal, ben segur es el, nòstre sumiaire, embe sa chara persona. Gachatz qué d’aventuras, qu’eissam infinit de fantasias estrambordantas! Benlèu vos demandatz çò que sumie? Perqué lo demandar? Mas de tot… lo ròtle dal poèta derant mesconoissut e puei encoronat; l’amistat embe Hoffmann; la nuech de Sant Bartolomèu2, Diana Vernon3, l’eròica presa de Kazan da part de lo Zar Ivan Vasil’evic, Clara Mowbray4, Effie Deans5, lo concili di prelats e Hus derant ilhs, l’insurreccion di mòrts dins lo Robert6 (sovenetz aquela música? A odor de cementieri), Minna7 e Brenda8, la batalha sus la Berezina, la lectura d’un poèma de la contessa V.D., Danton, Cleopatra e i suoi amanti9, la caseta de Kolomna10, son cantonet preferit e una suava creatura que ista a l’escotar, un sera d’uvèrn, embe lhi uelhets e la bocheta esbalasats, coma aüra setz a m’escotar vos, mon pichòt àngel… No, Nasten’ka, çò que pòl trobar, aquel voluptuós indolent, dins aquela vita que mi e vos tan desirem? Pensa que sie una vita paura, miserabla, e imàgina pas que benlèu decò per el, un jorn, baterè l’ora funesta, quora per un solet jorn d’aquela vita miserabla donarè tuchi lhi siei ans de fantasticarias, e non pas en chambi de jai, de bonaür, e volerè nimanc chausir dins aquela ora de tristessa, de pentiment e de libre dolor. Mas fins qu’es pas arribat, aquel funestós moment, el desira pas ren, puei qu’es al dessús di desirs, puei que a tot, puei qu’es saule, puei qu’es el l’artisan de sa vita e la crea a chasque moment, second sa volontat. E embe quanta facilitat, embe quala naturalessa se congrea aquel fabulós mond de fantasia! Coma se da bòn tot aquò foguesse pas una vision! E da bòn, a de moments es prèst a creire que tota aquela vita sie pas un’excitacion dal sentiment, un miratge, un’engan de la fantasia, mas lo ver, lo real! Disetz-me Nasten’ka, perqué en aquilhi moments lhi manca lo respir? Per qual emmaschament, per quala volontat desconoissua son pols accèlera, las grimas s’escolon da lhi uelhs dal sumiaire, brandon sas jautas pàllias e uas e tot son esperit s’emplenís d’una jòia fòla? Perqué d’entieras nuechs sensa sòm passon coma un solet instant, dins una jai e una felicitat inexauriblas, e quora l’auròra resplend embe si rais rosats a la fenèstra e l’alba esclaira la sombra estància embe sa lutz incèrta e fantàstica, coma es aicí, a Peireborg, nòstre sumiaire, ablatjat, esquintat, se revèrsa sal liech e s’enduèrm, esfraiat per la jai de son esperit malate e inquiet e embe una pena extenuanta e dòuça dins lo còr? Bò, Nasten’ka, én pòl s’enganar e creire dal defora que una vera, auténtica passion àgite aquel còr, creire que lhi sie qualquaren de viu, de palpable dins aquilhi sumis. Qual error! Vaquí, per exèmple, l’amor es calat dins son còr embe tota sa jai inexauribla, si torments laguiós… Gachatz-lo e vos convincerètz! Creietz benlèu, chara Nasten’ka, que da bòn aie pas jamai conoissut aquela que a tant amat dins si sumis fantàstics? Possible que l’aie vista masque dins sas sedusentas fantasias e qu’aquela passion sie ren qu’un sumi? An pas passat benlèu d’ans e d’ans de lor vita man dins la man, solets, en acairant lo mond e en jonhent lors dui monds e lors doas vitas? Es pas ilhe benlèu qu’a la fin, quora es vengut lo moment de la separacion, es pas ilhe benlèu que s’es abandonaa, en sangluteant trigossaa sus son pitre, sensa auvir la tempèsta esclatar sot un cèl trum, sensa sentir lo vent lhi arranchar las grimas da las celhas nieras e las emportar? Es benlèu estat tot un sumi? Decò aquel jardin, triste, salvatge e abandonat, embe lhi viòls recubèrts de mofla, escurs, solitaris, ente tant sovent s’eron promenats da solets, avion esperat, surt, avion amat e s’eron amats tant a lòng, “tant a lòng e tenerament11”? E aquela estranja maison reirala, ente ilhe avia viscut tant de temp, trista e soleta, embe lo vielh e tediós òme, sempre ombrench e einhós, que lhi espaventava, lor qu’eron crentós coma de mainaas, lor qu’estantosament e crentosament s’estremavon lor amor? Coma se tormentavon, coma eron espaventats, coma pur e innocent era lor amor e coma (s’entend, Nasten’ka) era marria la gent! E, Mon Diu, l’a pas encontraa benlèu, après qualque temp, luenh dai confins de sa pàtria, sot un cèl estrangier, un cèl meridional, chaud, dins una vila etèrna e meravilhosa, dins l’esplendor d’un bal, al sòn de la música, dins un palais (certament dins un palais), neat dins una mar de lumes, sus aquela plancha adornaa de nèrtas e de ròsas, ente ilhe, après l’aver reconoissut, s’es gavaa en prèssa la màsquera e en murmurant: “Siu libra”, tramolanta, s’era campaa dins si braç? En mandant un crit de jai, se son sarrats l’un a l’autre e tot d’un crèp an desmentiat lor dolor, la separacion, tuchi lors torments , e la trista maison, e lo vielh, e lo sombre jardin dins la pàtria luenha, e la banchina ente, embe un darrier bais apassionat, ilhe s’era arranchaa a si abraç, amutit da la desperacion… Capirètz, Nasten’ka, coma én pòle ressautar, se conturbar e venir ros parelh d’un escolieret que se sie just fichat en sacòcha un pom culhit d’estremat dins l’òrt dal vesin, quora un filh aut e robust, alègre e badinaire, un vostre amís ren envidat, duèrb l’uis e cria coma se ren foguesse: “Fraire, arribo just aüra da Pavlovsk!”. Bòn Diu! Lo cont es mòrt, es capitaa una fortuna incredibla ... E te aquí, t’arriba de gent da Pavlovsk!».

1 Lo protagonista cita la poesia de Žukovskij «Moja boginja» (ma dèa) (ndt).

2 Subjèct dal romanç de Merimée Cronica dal renh de Carl IX (ndt).

3 Eroïna dal romanç de W. Scott Rob Roy (ndt).

4 Eroïna dal romanç de W. Scott La sorgent de Sant Ronan (ndt).

5 Eroïna dal romanç de W. Scott Las preisons d’Edimborg (ndt).

6 Robert e lo Diaul, òpera dal musicaire Meyerbeer (ndt).

7 Dai vèrs de Shiller (ndt).

8 Balada de I. Kozlov (ndt).

9 En italian dins l’original (ndt).

10 Da l’omònim poemet de Puškin (ndt).

11 Lo protagonista cita una poesia de M. Lermontov (ndt).