Il Trezor de la leinga francoprovensal contiene un duplice archivio: da un lato un Corpus testuale (Bibliotéca an linhe), realizzato da Daniela Bodoira con la collaborazione di Esteve Anghilante, dove sono raccolti i testi pubblicati nelle diverse varietà francoprovenzali dell’area piemontese. Questa raccolta rappresenta una preziosa testimonianza delle ancora relativamente rare tracce scritte di questa lingua, spesso peraltro ormai irreperibili nel loro formato cartaceo. Chi si occupa di francoprovenzale troverà in essa una importante fonte documentaria, utile per lo studio della lingua da vari punti di vista. Serve infatti per documentare il lessico, le strutture morfosintattiche e, più in generale, permette uno sguardo complessivo sullo svolgersi del “progetto culturale” francoprovenzale: quello attraverso il quale le popolazioni di queste valli hanno deciso di raccontare una componente importante della loro identità. In esso confluiscono testi tratti da vari bollettini, da volumi con componimenti letterari (poesie, racconti), nonché testi desunti dalla viva voce dei parlanti.

Il Trezor de la leinga francoprvovensal è anche una raccolta di parole che documenta la lingua viva delle vallate francoprovenzali del Piemonte. L’ambizione di questa parte del Trezor è quella di documentare tutte le varietà locali, evidenziando gli elementi di coesione di un’area linguistica per altri versi connotata da una forte variazione. Esso si prospetta perciò come complemento e, per certi versi, completamento delle opere lessicografiche ora disponibili per l’ambito francoprovenzale piemontese, perlopiù di recentissima edizione. Le opere pubblicate, se si fa eccezione per il volume Patuà dl’anvéss pubblicato nel 1990 a cura di Oreste Richetto, risalgono infatti all’ultimo quindicennio: Lu Parlaar dli Biru. La parlata dei ceresolini di Antonio Oberto (2004), il Dizionario Giaglionese (2010), promosso dal CE.S.DO.ME.O, il Vocabolario del patois francoprovenzale di Ceres (Valli di Lanzo)/Scartablàri d’la modda d’Séreus (Valàddeus eud Leuns) di Diego Genta e Claudio Santacroce (2013), Il francoprovenzale di Mocchie e Laietto di Francesco Pautasso (2014) e il Dizionario francoprovenzale di Mattie (prime liste di parole pubblicate sul sito dell’associazione che lo cura: Ametegis CESDEAM).

Le parole contenute nel Trezor de leinga francoprovensal sono state in parte ricavate dallo spoglio delle fonti edite citate (con interventi vari tesi a rendere coerenti alcune scelte, in primis quelle relative alla grafia) e in parte maggiore raccolte sul campo da alcuni raccoglitori patoisants (Paolo Benedetto Mas, Daniela Bodoira, Francesca Bussolotti, Mauro Durbano, Teresa Geninatti, Matteo Ghiotto). La scelta di organizzare le varianti locali di un medesimo tipo lessicale sotto un’unica forma attestata permette di far risaltare l’unità nella varietà senza portare all’individuazione di una varietà dialettale prevalente rispetto alle altre (di volta in volta la forma potrà appartenere all’una o all’altra varietà, ogni variante è peraltro raggiungibile e ricercabile mediante una ricca e articolata banca dati digitale lessicale). Nello specifico, nella scelta del lemma si è deciso di privilegiare in linea generale la forma più direttamente riconducibile all’insieme galloromanzo in generale e al gruppo francoprovenzale nello specifico e, al contempo, scegliendo quella più facilmente collegabile agli esiti osservabili nello spazio e di cui è possibile ipotizzare successioni cronologiche. Così, ad esempio, sotto clapìe ‘pietraia’, forma documentata a Giaglione e a Gravere, sono state ricondotte clhapē e clhapēŕ di Novalesa e Venaus, che mostrano un primo grado di palatalizzazione del nesso cl- tipica del francoprovenzale savoiardo e valdostano; quiaipai (Ceresole Reale), quiapé (Mezzenile, Usseglio, Inverso di Bussoleno), quiapèi (Ceres) e quiapè (Balme), che presentano una soluzione analoga a quella delle vallate occitane meridionali (e del toscano); tiapé (Laietto), con un esito originale e, infine, chapé (Villarfocchiardo) e chapèi (Carema), che mostrano l’evoluzione ormai piemontese del nesso consonantico. Ancora un esempio: sotto vatsi ‘vacca’, forma documentata per ora solo a Laietto, sono state ricondotte senza difficoltà tanto vatsë (Novalesa e Venaus), con diverso grado di palatalizzazione della vocale finale, quanto vacchi (Ceres) e vachi (Balme, Chianocco, Coazze, Mezzenile e Usseglio), con un diverso grado di avanzamento della consonante derivante dall’antico c+a latina: il passaggio di -a finale atona latina a -i o dopo consonante “palatale”– -ch-, -ts-, -j-, -lh-, -nh- – è infatti tipica del francoprovenzale. Allo stesso capolemma sono però anche state avvicinate vatsa (Mompantero e Giaglione) e vacha (Villar Focchiardo, Mattie, Inverso di Bussoleno, Gravere e Meana di Susa), entrambi con esiti galloromanzi (o alpini) di -ca-, ma con una vocale finale identica a quella dei femminili dove non si dà un contesto palatale: non è infatti difficile ipotizzare che anche qui, un tempo, possa essersi avuto lo stesso esito, poi regredito sotto l’influsso del piemontese (che non conosce distinzione tra una serie palatale e una non palatale). Di volta in volta le soluzioni più adatte sono state prese anche in deroga a questo principio generale, sempre col medesimo intento di organizzare il materiale linguistico in una prospettiva volta a evidenziare l’elemento francoprovenzale e, più in generale, galloromanzo senza rinunciare a nessuna delle differenze che si incontrano nelle diverse località.

Da un lato potremo così indubbiamente apprezzare un certo tasso di variazione dei tipi lessicali, abbastanza rilevante come è lecito attendersi per una lingua di fatto, senza una tradizione scrittoria risalente nel tempo e, soprattutto, diffusa in un’area di centri unificatori e come tale sottoposta a influssi di varia provenienza. Dall’altro, però, allineando le diverse realizzazioni di un medesimo tipo lessicale, sarà possibile evidenziare come alcune differenze siano tutto sommato limitate e regolari.

Un centinaio di lemmi della raccolta che si va facendo sono qui proposti in chiave enciclopedica: ogni lemma, infatti, corredato come negli altri casi di usi fraseologici (ancora in via di implementazione) è accompagnato da un’immagine e da un breve filmato (realizzato da Alberto Milesi) durante il quale uno dei testimoni coinvolti racconta nella sua lingua il “sapore” che la parola in oggetto ha per lui. Un sapore che è dato dal vissuto che lo lega a quel concetto o a un’immagine che di esso è andato elaborando nella vita. Questo contributo, se forse ha una più limitata rilevanza da un punto di vista operativo e linguistico, ha di certo il pregio di calare questa lista di parole nella realtà vissuta e di costituire, in un modo un po’ particolare, una restituzione alla comunità che ha aperto le porte e condiviso il sapere con il gruppetto di ricercatori coinvolti.