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Edizione 2016

Premio per la Lingua Occitana - Joan GANIAYRE

Lo viatge aquitan/Tròp tard lo linçòu

Lingua occitana (Francia) - "Premio Ostana scritture in Lingua Madre" edizione 2016

Premio per la Lingua Occitana - Joan GANIAYRE
italiano

Nato nel 1941 ad Agen, medico condotto in pensione, Ganiayre è autore di un’opera narrativa abbondante, interamente redatta in un limosino truculento che si iscrive deliberatamente nella tradizione del romanzo popolare, tuttavia oltrepassandolo sia per tematica che per forma. Forse per la sua intimità di medico con la miseria fisica della condizione umana, il tema fondamentale, ossessivo dei suoi scritti è la familiarità con la morte , tra seduzione e angoscia, da Los contes del reirlutz (I racconti del crepuscolo, 1977) al romanzo Lo darrièr daus Lobatèrras (L’ultimo dei Loubaterre, 1987), ai racconti del Viatge aquitan (Il viaggio in Aquitania, 2000). Il romanzo di cappa e spada Dau vent dins las plumas (Vento nelle piume, 1992), con le sue peripezie degne dei Tre Moschettieri, sembra introdurre una schiarita, tuttavia contraddetta dal successivo, cruento, Las isclas jos lo sang (Le isole sotto il sangue, 2006), ambientato in Inghilterra e in Irlanda ai tempi di Cronwell. (Fausta Garavini, Paragoni)


ANTOLOGIA

Il viaggio in Aquitania

(...) Ci abbiamo messo un po’ a capire. La sala pareva alta e l’eco metallica dei nostri passi si perdeva sotto le volte risonanti, troppo rumorose a nostro gusto. Il raggio dela lampa scorreva sui muri senza trovare nulla: né scaffali, né cassetti, armadi o checchessia. 

Tutt’a un tratto Miguel ha detto: “Là”. La lampada ci ha rivelato le passerelle di ferro e, sotto, riflessi scuri d’acqua stagnante. Ci siamo chinati, come quelli che la domenica sputano nell’acqua dei fiumi o seguono con l’occhio il sughero di qualche pescatore. Ma noialtri, i nostri occhi non erano abbastanza grandi né abbastanza aperti per l’orrore che ci covava sotto i piedi: una folla di annegati di cui s’intravedevano gli occhi semichiusi, le faccie scarnite, le membra livide, i capelli che fluttuavano lenti... La lampada di Miguel andava e veniva, incredula: un’altra passerella, un’altra vasca, altri annegati... un’altra passerella, un’altra vasca, altri annegati... Quel liquido di morte sembrava uno stagno dove nessuna ninfea, nessun crescione d’acqua avrebbe avuto il coraggio di germogliare. La sola lordura era, qua e là, una mosca morta che avrebbe aspettato a lungo la gola tonda di un pesce o il colpo d’ala obliquo di una rondine. Mai acqua fu più immobile, mai specchio rifletté più nitidamente i nostri visi.

Dovemmo pur strapparci a quella contemplazione malsana. Tu, dov’eri? E io che pensavo di trovarti tranquillamente sistemato con un’etichetta all’alluce, avevo letto che si faceva così. Abbiamo seguito le passerelle, osservando i cadaveri. Non vedere nient’altro: sei tu o non sei tu?

Abbiamo fatto il giro senza trovarti. Benché tu fossi fra gli ultimi arrivati, non facevi parte della superficie. Eri già caduto nel fondo di una di quelle cisterne soffocanti. 

Miguel accennò col mento a due traverse appoggiate al muro. Ce n’era una che terminava con un gancio. Ne abbiamo preso una per uno e abbiamo comincato.

Non so se ti rendi conto di quello che ci stavi facendo fare. Eccoci lì occupati a frugare in quelle fosse comuni simili a vivai di trote.

E i morti disturbati si giravano di lato con lenti movimenti delle spalle, ancor più molli di quelli del dormiente che viene scosso e non vuole svegliarsi. Poi sparivano per far posto ad altri. Altri visi, fra i quali cercavamo il tuo, come all’arrivo di un treno. E alle nostre domande mute, qualche sguardo vuoto, gesti che sembravano d’ignoranza, i passanti colavano di nuovo nella profondità del loro abisso.

È dal fondo della terza vasca che ti abiamo visto affiorare. Avevano dovuto vuotarti il ventre, perché era diventato tutto piatto. Insomma, vuoi che te lo dica? Non eri tu il più orrendo (...) 

Jean Ganiayre, Il viaggio in Aquitania (IEO, 2000)

Troppo tardi il lenzuolo

Il sogno… Camminiamo tutti su un sentiero dritto, bordato di grandi alberi. C’è quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, e devo pur dire che tutta quella canaglia è la mia famiglia. Ma oggi la loro presenza non mi pesa troppo: con passo leggero, cammino dietro la bara di quella zozzura di Fernando. Mai mi fu più facile seguire un funerale, e fischio come un merlo…

Ma ecco che a un tratto la bara si apre e il mio Fernando si rizza mostrandomi a dito, fa un risolino cattivo con i suoi denti guasti e dice: “Non so perché tu venga al mio funerale, perché io non andrò al tuo…” E quelli che vengono dietro di me si sbellicano dal ridere.

Sto riflettendo che la frase di Fernando non è proprio quello che si dice di solito, ma ecco che mi sveglio. Mi sento leggiero, senza nessun dolore alle gambe. Oh, mi dico, hai l’aria di stare davvero meglio… E questo pensiero mi rallegra più che non possa dire. Possono aspettare ancora un momento, quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, quella zozzura di Fernando e tutta la canaglia! Non sono ancora fottuto! Giuseppe sta meglio, ah ah!

Vedrai che domani metto un po’ d’ordine in casa!

To’, già che sono sveglio, vado a fare un po’ d’acqua. Mi alzo di slancio e mi avvicino al secchio. Ma al diavolo, non c’è modo di togliere il coperchio… la mano non riescie ad afferrarlo, sarà la debolezza, pensate un po’, tre mesi che sono allettato senza mangiare altro che il brodo lungo di quella puttana di Germana. Ecco, a quella lì vi assicuro che non ho finito di farle vedere i sorci verdi, e comincerò domani, senza rimandare. Intanto avrei potuto toglierlo, quel dannato coperchio. Niente da fare. Pazienza. Non mi scappa più.

Dunque me ne torno a letto e incasso il colpo. Uno ha un bell’essere malato da sei mesi, non esser lontano dai novantacinque, uno ha un bell’aspettarsela un po’, fa sempre qualcosuccia vedersi morto. Quella bocca spalancata, quelle mani rattrappite sul lenzuolo, quegli occhi vitrei che guardano le ragnatele del soffitto, tutto questo è per me. 

Merda, merda e merda! Mi fa montare in bestia saper che quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, quella zozzura di Fernando e tutta la canaglia potranno fare quello che vogliono della mia roba. Ah! Mi fa crepare di rabbia! Cerco di ricoricarmi su questo corpo per vedere se in questo modo si può farlo rivivere un po’, in fondo non si sa mai. Sembra che gli faccia come l’erba ai cani, e poi non ci trovo un gran gusto a star coricato con me, vecchia carcassa putrida che l’ha fatta dappertutto nel letto.

Jean Ganiayre, Il viaggio in Aquitania (IEO, 2000)

occitan

ANTOLOGIA JOAN GANIAYRE

TESTO OCCITANO 

Lo viatge aquitan

Botèrem un moment per comprener. La sala semblava nauta, e lo resson metallic de nòstres pas se perdiá dins de las vòutas que retrudissián; ben pro sonanta a nòstra fantasiá. Lo rai de lampa seguiá los murs nuds sens trobar ren: pas d’estatgieras, de tiretas, d’armaris o qué sabe io.

Tot d’un còp, lo Miguèl diset: “Aquí”. La lampa nos mostret las passarelas de fèr, e dejós, daus rebats sornes d’aiga durmenta. Nos doblèrem, coma los que, los diumencs, escupissen dins l’aiga de las ribièras, o seguen de l’uelh lo boschalh de qualque peschaire. Mas nautres, nòstres uelhs eran pas pro beus, ni mai tròp duberts per l’orror que bonhava jos nòstres pès: un monde de nejats nos laissava entreveire sos uelhs meitat barrats, sas gòrjas escharnidas, sos membres palles, sos piaus que bolegavan lentament... La lampa dau Miguel anava e veniá, incredula: una autra passarela, una autra cuba, d’autres nejats... una autra passerela, una autra cuba, d’autres nejats... Lo liquide de mòrt semblava una gana onte paguna crespa d’aiga, paguna berla auriá ‘gut lo coratge de frotjar. La sola chaulhadura era, de plaça en plaça, una moscha mòrta qu’esperariá longtemps la gòrja redonda d’un peisson o lo còp d’ala clinat d’una irondela. Jamai aiga fuguet mai immobila, jamai miralh donet melhor rebat de nòstras charas.

Nos fauguet ben ‘rachar de quela contemplacion mausana. Tu, ont èras? E io que pensava de te trobar bien tranquillament renjat embe una etiqueta au gròs artelh, coma ai ‘gut legit qu’aquò se fasiá. Seguèrem las passarelas, desfaciant los cadabres. Veire res mai: quo es tu o quo es pas tu.

Faguèrem lo torn sens te trobar. Maugrat que fuguessas daus darriers arribats, fasiás pas partida de la surfàcia. Aviàs dejà cloncat dins lo fin fons d’una de quelas cisternas sufocantas. 

Lo Miguel montret dau babinhon dos latas acotadas contra lo mur. N’i aviá una que se ‘chabava per un cròc. Prenguèrem chascun la nòstra e comencèrem.

Sabe pas bien si te rendes compte de çò qu’eras en tren de nos far far. Vei-nos-quí ‘trapats a pigonhar dins quelas fossas comunas en forma d’elevatge de truchas.

E los mòrts desrenjats se viraven de costat embe daus lents movements d’espatlas, mai doç enquera que los daus durmeire qu’òm secod e que se vòu pas esvelhar. Puei despareissián per laissar la plaça a d’autres. D’autras charas, que demest elas cerchàvem la toá, coma a l’arribada d’un tren. E per nòstras interrogacions mudas, quauques regards voides, daus gestes que semblavan d’ignorància, los passants tornavan colar dins lo prigond de lur gorg.

Quo es dau fons de la tresesma cuba que t’avem vut montar. Avián degut te voidar lo ventre, perque era vengut tot plat. Finalament, vòles que te dija? Quo era pas tu lo mai òrre.

Joan Ganhaire, Lo viatge aquitan (IEO, 2000)

Tròp tard lo linçòu

Lo raibe... marcham tots sus un chamin drech, bordat de grands aubres. I a quela puta de Germana, queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip e tota aquela racalha que sei bien forçat de ne’n dire que quo es ma gent. Mas uei, lur preséncia me pesa gaire: d’un pas leugier, marche darner la caissa de quela salopariá de Fernand. Jamai pagun enterrament me fuguet pus d’aisat segre, e estufle coma un merle.

Mas veiquí que d’un còp la caissa se drueba e mon Fernand se planta en me montrar dau det: a un meschaent rison de sas dents purridas e ditz: “Vese pas perqué venes a mon enterrament, perqué ‘nirai pas au teu...” E lo monde que me seguen se tòrcen de rire.

Sei trapat a calcular que la frasa dau Fernand es pas tot a fet çò qu’un ditz d’abituda, mas veiquí que m’esvelhe. Me sente tot leugier sens bric de dolor dins las jambas. Ò, me dise, tu, quò a bravament l’aer d’anar mielhs... E quela pensada me rejauvís mai de çò qu’un pòt creire. Ilhs pòden esperar enquera un moment, quela puta de Germana queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip, quela salopariá de Fernand e tota la racalha! Ilhs son pas prestes a me titar de l’aiga!Lo josep vai mielhs, a a!

Pareis que doman me’n vau botar de l’òrdre dins la maison!

Ten, tant que sei esvelhat, vau passar de l’aiga. Me leve d’un lanç e m’apròche de la selha. Mas vas te far fotre, pas moien de levar aqueu cubertin... Ai la man que passa a travers, quò deu èsser la feblessa, pensatz, tres mes que io sei coijat emb per tot viure lo bolhon clar de quela puta de Germana. Ten, ne’n veiquí una, vos responde qu’ai pas ‘chabat, de li’n far veire, e començarai doman, sens pus tardar. En esperar auriá ben vougut lo levar, quela salopariá de cubertin. Ren a far. Tan pieis. Ai pus enviá.

Torne donc a mon liech e masse una brava chucada. Un a bèu èsser malandrós dempuei sieis mes, èser pas lonh dau quatre-vint quinze, un a beu s’i esperar un pauc, quò fai totjorn un petit quauquaren de se veire mòrt. Quela garganta tota badanta, quelas mans sarrada sus lo lincòu, quilhs uelhs vitres qu’èspia las rantelas dau traulatge, tot aquò es quò-meu.

Merda, merda e merda! Quò me fai degreu de saber que quela puta de Germana, queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip, quela salopariá de Fernand e tota la racalha van puescher far ça que vòlen de mon ben. A! Que-qui, quò me minja! Eissàie de me tornar coijar sus queu còrs per veire si quò pòt un pauc lo far tornar viu, dins lo fons, un sap jamai. A çò que sembla quò i fai coma un chen anar pè nud, manca que tròbe pas gaire de plaser a coijar coma io, vielha cabòça purrida qu’a fach pertot dins lo liech.

Joan Ganhaire, Lo viatge aquitan (IEO, 2000)


Premio per la Lingua Occitana - Joan GANIAYRE

Lo viatge aquitan/Tròp tard lo linçòu

Lingua occitana (Francia) - "Premio Ostana scritture in Lingua Madre" edizione 2016

Premio per la Lingua Occitana - Joan GANIAYRE
italiano

Nato nel 1941 ad Agen, medico condotto in pensione, Ganiayre è autore di un’opera narrativa abbondante, interamente redatta in un limosino truculento che si iscrive deliberatamente nella tradizione del romanzo popolare, tuttavia oltrepassandolo sia per tematica che per forma. Forse per la sua intimità di medico con la miseria fisica della condizione umana, il tema fondamentale, ossessivo dei suoi scritti è la familiarità con la morte , tra seduzione e angoscia, da Los contes del reirlutz (I racconti del crepuscolo, 1977) al romanzo Lo darrièr daus Lobatèrras (L’ultimo dei Loubaterre, 1987), ai racconti del Viatge aquitan (Il viaggio in Aquitania, 2000). Il romanzo di cappa e spada Dau vent dins las plumas (Vento nelle piume, 1992), con le sue peripezie degne dei Tre Moschettieri, sembra introdurre una schiarita, tuttavia contraddetta dal successivo, cruento, Las isclas jos lo sang (Le isole sotto il sangue, 2006), ambientato in Inghilterra e in Irlanda ai tempi di Cronwell. (Fausta Garavini, Paragoni)


ANTOLOGIA

Il viaggio in Aquitania

(...) Ci abbiamo messo un po’ a capire. La sala pareva alta e l’eco metallica dei nostri passi si perdeva sotto le volte risonanti, troppo rumorose a nostro gusto. Il raggio dela lampa scorreva sui muri senza trovare nulla: né scaffali, né cassetti, armadi o checchessia. 

Tutt’a un tratto Miguel ha detto: “Là”. La lampada ci ha rivelato le passerelle di ferro e, sotto, riflessi scuri d’acqua stagnante. Ci siamo chinati, come quelli che la domenica sputano nell’acqua dei fiumi o seguono con l’occhio il sughero di qualche pescatore. Ma noialtri, i nostri occhi non erano abbastanza grandi né abbastanza aperti per l’orrore che ci covava sotto i piedi: una folla di annegati di cui s’intravedevano gli occhi semichiusi, le faccie scarnite, le membra livide, i capelli che fluttuavano lenti... La lampada di Miguel andava e veniva, incredula: un’altra passerella, un’altra vasca, altri annegati... un’altra passerella, un’altra vasca, altri annegati... Quel liquido di morte sembrava uno stagno dove nessuna ninfea, nessun crescione d’acqua avrebbe avuto il coraggio di germogliare. La sola lordura era, qua e là, una mosca morta che avrebbe aspettato a lungo la gola tonda di un pesce o il colpo d’ala obliquo di una rondine. Mai acqua fu più immobile, mai specchio rifletté più nitidamente i nostri visi.

Dovemmo pur strapparci a quella contemplazione malsana. Tu, dov’eri? E io che pensavo di trovarti tranquillamente sistemato con un’etichetta all’alluce, avevo letto che si faceva così. Abbiamo seguito le passerelle, osservando i cadaveri. Non vedere nient’altro: sei tu o non sei tu?

Abbiamo fatto il giro senza trovarti. Benché tu fossi fra gli ultimi arrivati, non facevi parte della superficie. Eri già caduto nel fondo di una di quelle cisterne soffocanti. 

Miguel accennò col mento a due traverse appoggiate al muro. Ce n’era una che terminava con un gancio. Ne abbiamo preso una per uno e abbiamo comincato.

Non so se ti rendi conto di quello che ci stavi facendo fare. Eccoci lì occupati a frugare in quelle fosse comuni simili a vivai di trote.

E i morti disturbati si giravano di lato con lenti movimenti delle spalle, ancor più molli di quelli del dormiente che viene scosso e non vuole svegliarsi. Poi sparivano per far posto ad altri. Altri visi, fra i quali cercavamo il tuo, come all’arrivo di un treno. E alle nostre domande mute, qualche sguardo vuoto, gesti che sembravano d’ignoranza, i passanti colavano di nuovo nella profondità del loro abisso.

È dal fondo della terza vasca che ti abiamo visto affiorare. Avevano dovuto vuotarti il ventre, perché era diventato tutto piatto. Insomma, vuoi che te lo dica? Non eri tu il più orrendo (...) 

Jean Ganiayre, Il viaggio in Aquitania (IEO, 2000)

Troppo tardi il lenzuolo

Il sogno… Camminiamo tutti su un sentiero dritto, bordato di grandi alberi. C’è quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, e devo pur dire che tutta quella canaglia è la mia famiglia. Ma oggi la loro presenza non mi pesa troppo: con passo leggero, cammino dietro la bara di quella zozzura di Fernando. Mai mi fu più facile seguire un funerale, e fischio come un merlo…

Ma ecco che a un tratto la bara si apre e il mio Fernando si rizza mostrandomi a dito, fa un risolino cattivo con i suoi denti guasti e dice: “Non so perché tu venga al mio funerale, perché io non andrò al tuo…” E quelli che vengono dietro di me si sbellicano dal ridere.

Sto riflettendo che la frase di Fernando non è proprio quello che si dice di solito, ma ecco che mi sveglio. Mi sento leggiero, senza nessun dolore alle gambe. Oh, mi dico, hai l’aria di stare davvero meglio… E questo pensiero mi rallegra più che non possa dire. Possono aspettare ancora un momento, quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, quella zozzura di Fernando e tutta la canaglia! Non sono ancora fottuto! Giuseppe sta meglio, ah ah!

Vedrai che domani metto un po’ d’ordine in casa!

To’, già che sono sveglio, vado a fare un po’ d’acqua. Mi alzo di slancio e mi avvicino al secchio. Ma al diavolo, non c’è modo di togliere il coperchio… la mano non riescie ad afferrarlo, sarà la debolezza, pensate un po’, tre mesi che sono allettato senza mangiare altro che il brodo lungo di quella puttana di Germana. Ecco, a quella lì vi assicuro che non ho finito di farle vedere i sorci verdi, e comincerò domani, senza rimandare. Intanto avrei potuto toglierlo, quel dannato coperchio. Niente da fare. Pazienza. Non mi scappa più.

Dunque me ne torno a letto e incasso il colpo. Uno ha un bell’essere malato da sei mesi, non esser lontano dai novantacinque, uno ha un bell’aspettarsela un po’, fa sempre qualcosuccia vedersi morto. Quella bocca spalancata, quelle mani rattrappite sul lenzuolo, quegli occhi vitrei che guardano le ragnatele del soffitto, tutto questo è per me. 

Merda, merda e merda! Mi fa montare in bestia saper che quella puttana di Germana, quel figlio di mignotta di Leo, quel pendaglio da forca di Marcello, quel disgraziato di Filippo, quella zozzura di Fernando e tutta la canaglia potranno fare quello che vogliono della mia roba. Ah! Mi fa crepare di rabbia! Cerco di ricoricarmi su questo corpo per vedere se in questo modo si può farlo rivivere un po’, in fondo non si sa mai. Sembra che gli faccia come l’erba ai cani, e poi non ci trovo un gran gusto a star coricato con me, vecchia carcassa putrida che l’ha fatta dappertutto nel letto.

Jean Ganiayre, Il viaggio in Aquitania (IEO, 2000)

occitan

ANTOLOGIA JOAN GANIAYRE

TESTO OCCITANO 

Lo viatge aquitan

Botèrem un moment per comprener. La sala semblava nauta, e lo resson metallic de nòstres pas se perdiá dins de las vòutas que retrudissián; ben pro sonanta a nòstra fantasiá. Lo rai de lampa seguiá los murs nuds sens trobar ren: pas d’estatgieras, de tiretas, d’armaris o qué sabe io.

Tot d’un còp, lo Miguèl diset: “Aquí”. La lampa nos mostret las passarelas de fèr, e dejós, daus rebats sornes d’aiga durmenta. Nos doblèrem, coma los que, los diumencs, escupissen dins l’aiga de las ribièras, o seguen de l’uelh lo boschalh de qualque peschaire. Mas nautres, nòstres uelhs eran pas pro beus, ni mai tròp duberts per l’orror que bonhava jos nòstres pès: un monde de nejats nos laissava entreveire sos uelhs meitat barrats, sas gòrjas escharnidas, sos membres palles, sos piaus que bolegavan lentament... La lampa dau Miguel anava e veniá, incredula: una autra passarela, una autra cuba, d’autres nejats... una autra passerela, una autra cuba, d’autres nejats... Lo liquide de mòrt semblava una gana onte paguna crespa d’aiga, paguna berla auriá ‘gut lo coratge de frotjar. La sola chaulhadura era, de plaça en plaça, una moscha mòrta qu’esperariá longtemps la gòrja redonda d’un peisson o lo còp d’ala clinat d’una irondela. Jamai aiga fuguet mai immobila, jamai miralh donet melhor rebat de nòstras charas.

Nos fauguet ben ‘rachar de quela contemplacion mausana. Tu, ont èras? E io que pensava de te trobar bien tranquillament renjat embe una etiqueta au gròs artelh, coma ai ‘gut legit qu’aquò se fasiá. Seguèrem las passarelas, desfaciant los cadabres. Veire res mai: quo es tu o quo es pas tu.

Faguèrem lo torn sens te trobar. Maugrat que fuguessas daus darriers arribats, fasiás pas partida de la surfàcia. Aviàs dejà cloncat dins lo fin fons d’una de quelas cisternas sufocantas. 

Lo Miguel montret dau babinhon dos latas acotadas contra lo mur. N’i aviá una que se ‘chabava per un cròc. Prenguèrem chascun la nòstra e comencèrem.

Sabe pas bien si te rendes compte de çò qu’eras en tren de nos far far. Vei-nos-quí ‘trapats a pigonhar dins quelas fossas comunas en forma d’elevatge de truchas.

E los mòrts desrenjats se viraven de costat embe daus lents movements d’espatlas, mai doç enquera que los daus durmeire qu’òm secod e que se vòu pas esvelhar. Puei despareissián per laissar la plaça a d’autres. D’autras charas, que demest elas cerchàvem la toá, coma a l’arribada d’un tren. E per nòstras interrogacions mudas, quauques regards voides, daus gestes que semblavan d’ignorància, los passants tornavan colar dins lo prigond de lur gorg.

Quo es dau fons de la tresesma cuba que t’avem vut montar. Avián degut te voidar lo ventre, perque era vengut tot plat. Finalament, vòles que te dija? Quo era pas tu lo mai òrre.

Joan Ganhaire, Lo viatge aquitan (IEO, 2000)

Tròp tard lo linçòu

Lo raibe... marcham tots sus un chamin drech, bordat de grands aubres. I a quela puta de Germana, queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip e tota aquela racalha que sei bien forçat de ne’n dire que quo es ma gent. Mas uei, lur preséncia me pesa gaire: d’un pas leugier, marche darner la caissa de quela salopariá de Fernand. Jamai pagun enterrament me fuguet pus d’aisat segre, e estufle coma un merle.

Mas veiquí que d’un còp la caissa se drueba e mon Fernand se planta en me montrar dau det: a un meschaent rison de sas dents purridas e ditz: “Vese pas perqué venes a mon enterrament, perqué ‘nirai pas au teu...” E lo monde que me seguen se tòrcen de rire.

Sei trapat a calcular que la frasa dau Fernand es pas tot a fet çò qu’un ditz d’abituda, mas veiquí que m’esvelhe. Me sente tot leugier sens bric de dolor dins las jambas. Ò, me dise, tu, quò a bravament l’aer d’anar mielhs... E quela pensada me rejauvís mai de çò qu’un pòt creire. Ilhs pòden esperar enquera un moment, quela puta de Germana queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip, quela salopariá de Fernand e tota la racalha! Ilhs son pas prestes a me titar de l’aiga!Lo josep vai mielhs, a a!

Pareis que doman me’n vau botar de l’òrdre dins la maison!

Ten, tant que sei esvelhat, vau passar de l’aiga. Me leve d’un lanç e m’apròche de la selha. Mas vas te far fotre, pas moien de levar aqueu cubertin... Ai la man que passa a travers, quò deu èsser la feblessa, pensatz, tres mes que io sei coijat emb per tot viure lo bolhon clar de quela puta de Germana. Ten, ne’n veiquí una, vos responde qu’ai pas ‘chabat, de li’n far veire, e començarai doman, sens pus tardar. En esperar auriá ben vougut lo levar, quela salopariá de cubertin. Ren a far. Tan pieis. Ai pus enviá.

Torne donc a mon liech e masse una brava chucada. Un a bèu èsser malandrós dempuei sieis mes, èser pas lonh dau quatre-vint quinze, un a beu s’i esperar un pauc, quò fai totjorn un petit quauquaren de se veire mòrt. Quela garganta tota badanta, quelas mans sarrada sus lo lincòu, quilhs uelhs vitres qu’èspia las rantelas dau traulatge, tot aquò es quò-meu.

Merda, merda e merda! Quò me fai degreu de saber que quela puta de Germana, queu filh de vessa de Leò, queu penlat de Marceu, queu chaitiu de Felip, quela salopariá de Fernand e tota la racalha van puescher far ça que vòlen de mon ben. A! Que-qui, quò me minja! Eissàie de me tornar coijar sus queu còrs per veire si quò pòt un pauc lo far tornar viu, dins lo fons, un sap jamai. A çò que sembla quò i fai coma un chen anar pè nud, manca que tròbe pas gaire de plaser a coijar coma io, vielha cabòça purrida qu’a fach pertot dins lo liech.

Joan Ganhaire, Lo viatge aquitan (IEO, 2000)