Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2018

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Nòvas n.176 Març 2018

AMPAI:-01 - Alen a l’ampai.

Leggi, ascolta, immagina. Frammenti di un mondo vivo.

AMPAI:-01 - Alen a l’ampai.
Les, scouta, imagina. Toc d’ën moundou vìou.

La musica tradizionale e il contesto culturale di una piccola comunità alpina di minoranza linguistica francoprovenzale, le Valli di Lanzo (TO)

di Flavio Giacchero. Traduzione di Teresa Geninatti Chiolero

AMPAI:-01 - Alen a l’ampai.
Leggi, ascolta, immagina. Frammenti di un mondo vivo.
italiano

Con questo primo numero ha inizio la rubrica AMPAI che ho il piacere di realizzare e curare.

Questo primo numero dà anche titolo alla rubrica e ne rappresenta di fatto un’introduzione.

Il formato: una registrazione audio, che consiste in un estratto da interviste a testimoni in lingua francoprovenzale, la traduzione in italiano, un commento per contestualizzare il discorso e offrire spunti riflessivi, un’immagine fotografica.

-Una breve registrazione audio per permettere di ascoltare il suono della lingua francoprovenzale, ricca di sfumature e varianti a seconda dei paesi e dei parlanti. Ascoltare il timbro della voce in cui intravedere qualcosa della personalità dell’intervistato, ascoltare un racconto, il fascino della comunicazione verbale.

-La traduzione letterale in italiano, per mantenere il più possibile espressioni e pensieri e avvicinare a questo mondo linguistico e culturale chi non lo conosce o chi vuole conoscerne aspetti meno noti.

-Un commento per contestualizzare concetti e dinamiche culturali.

-Una fotografia ad accompagnare il racconto e permettere un ulteriore sguardo sull’evento.

Quindi lettura, ascolto e immagine-immaginazione con lo scopo di raccontare attraverso frammenti, concetti, squarci un mondo culturale con una propria specificità, non solo linguistica. Sottolinearne la fragilità e la fatica a sopravvivere in una contemporaneità vorace di uniformare per digerire un prodotto anonimo. Contemporaneità anche ingegnosa nel costruire mura reali e immaginarie con l’illusione di proteggere ma che in realtà non fanno altro che aumentare un pasto vorace che trita e distrugge.

La cultura di cui si andrà a raccontare è inclusiva nel senso che accoglie, include da sempre confronti modificandosi nel tempo ma mantenendo una propria identità e struttura. Un concetto opposto a quello di esclusione, a cui il tempo contemporaneo vuole abituare.

Entriamo nel merito delle prime coordinate che offriranno spunti e chiavi di lettura per meglio conoscere aspetti di questo mondo “minoritario”.

Traduzione della registrazione:

Poi quando arrivavi lì dopo la metà di ottobre, che cadevano tutte le foglie, andavamo a raccogliere le foglie secche (rabastà ampai), ma andavamo sempre di notte quando c’era la luna piena, perché di giorno molte volte c’era un po’ il vento e raccogliere le foglie secche con il vento non puoi. Poi cantavano, però era bello perché da tutte le parti sentivi che raccoglievano le foglie secche e tutti che cantavano. E allora magari dal Malpasso, che è qui vicino a Fubina, iniziavano una canzone, la prima strofa, e noi altri rispondevamo la seconda strofa. Quindi era una musica continua, a parte il suono delle foglie secche e tutti questi cori, dai bambini ai grandi ai vecchi era veramente bello da sentire ed eravamo tutti contenti anche se eravamo nella miseria.

Era una bellezza perché ti trovavi in tanti tutti in fila che avevamo da raccogliere queste foglie secche e il bello era un canto solo, un canto… sentivamo persino quelli dell’inverso, che non è molto vicino. E poi dopo, molte volte, ci fermavamo ad ascoltare il canto che era per cercare di rispondere… una strofa o due. E poi il suono, il suono dell’ampai è uno spettacolo a sentirlo perché sembra… come sentire il mare, l’onda del mare che…quando va contro la terra.

Testimonianza di Giovanni, Vanni Giacchero (1944), che ricorda di quando aveva circa dieci, undici anni nella frazione Fubina di Viù (TO).

Ampai è un termine che significa foglie secche. Non semplici e casuali foglie secche ma le foglie che vanno raccolte in circostanze definite per offrire lettiera alle bestie nelle stalle e riempire accoglienti materassi per il riposo delle persone.

Alen a l’ampai è un invito a raccogliere testimonianze che volano via, un invito a partecipare a un viaggio tanto immaginifico quanto reale. Sono foglie che scendono da un albero genealogico della cultura alpina, nello specifico una piccola comunità di minoranza linguistica. Il gesto di raccogliere produce suono. Il suono è volatile, intangibile ma anche tattile. È possibile abbracciare un suono così come un albero. Il suono dell’ampai è forma, ha una propria struttura e benché apparentemente casuale dispone di un proprio ordine. Mettere ordine nel caos. Dare senso a qualcosa che esiste, è esistito ma è fragile, come una foglia secca. Dare anche nuova vita così come l’ampai serve per rigenerare nel tepore gli animali nelle stalle o il sonno dell’uomo steso su un accogliente materasso. Ogni parola è significato, un significato che va colto, raccolto, trasmesso.

Di frequente, nel tempo, rimangono parole ma svaniscono significati. Ne sono esempio in molti casi le toponomastiche, ma non solo.

Si tratta di spunti di riflessione, frammenti di senso che insieme compongono cultura. Così come le foglie di un albero, cadendo, si possono raccogliere è possibile, se esistono quelle foglie, fare un passaggio temporale a ritroso e tornare all’albero con le proprie fronde verdi. Non si tratta solo di memoria ma di un utilizzo di un certo sapere, di conoscenze che possono essere utili anche in nuovi contesti. Così come l’utilizzo dell’ampai. Sono solo foglie secche eppure sono anche molto altro.

Non si tratta di retorica, tanto meno di nostalgia per un tempo passato. Il tempo attraversa gli eventi e la distanza può essere relativa, se è colto il messaggio.

Il testimone dell’audio ricorda un mondo che ha vissuto da bambino. Un mondo sociale, culturale, legato ancora all’arcaico ciclo delle stagioni, il ciclo dell’anno. Non si tratta di giudizio di valori o di idealizzare un tempo mitico e armonioso, un’Arcadia. Era tempo, come dice il testimone, di miseria ma nonostante tutto, per necessità o abitudine, la gente collaborava, rispondeva a un suono condiviso. Indubbiamente ha contribuito e contribuisce ancora a mantenere società la musica.

L’immagine sonora dei canti che si rispondono trascinando foglie, che nell’immaginario di un bambino diventano un grande mare, in un quadro illuminato dalla luce onirica della luna piena, è estetica.

Ciò che andremo a scoprire con questa rubrica è soprattutto questo, l’estetica di un mondo culturale. Una società in cui il suono, che sia musica strumentale, canto, lavoro quotidiano o natura, ha contribuito certamente a tenere unita.

Frammenti di suoni che come un’eco, un gioco di specchi o un frattale, offrono coordinate acustiche disvelando significati per una società possibile. Un mondo culturale immerso in un paesaggio sonoro e fisico fluido, sospeso su un vortice, ma che ancora r-esiste.

franco-provenzale

A to ‘sto prum numër è ëncaminët la rubrica AMPAI quë j’ai lou piazì ëd realizà é curà.

Sto prum numër ou dounët ëd co lou noum a la rubrica AMPAI é ou i ëst di fato l’introdusioun.

Lou formato: ‘na registrasiosioun aoudio, quë è i ëst n’ëstrat ëd intervistë a testimoun ën lenga francoprouvensal, la tradusioun ën italiën, ën coumënt për countestoualizà lou dëscouërs é dounà spount ëd riflesioun, n’imaginë fotografica.

-‘Na quitiva registrasioun aoudio për fa scoutà lou soun dla lènga francoprouvensal, rica ëd sfumarure é variant a scounda dli pais é dli parlant. Scoutà lou timbro dla veus për vè quërcoza dla persounalità dl’intervistà, scoutà la counta, lou fashino dla coumounicasioun verbal.

-La tradusioun leteral ën italiën, për mëntinì lou più pousibil espresioun é pënsé é avizinà ‘sto moundou lingouistic é coultural si cou lou counhousount nhint o si cou veulount counhuisri lh’apet meno noti.

-Ën coummënt për countestoualizà counchet é dinamiquë coultural.

-‘Na fotografia për coumpanhì lou racont é permetri n’ëzgouard ën più zl’event.

Couindi la letura, lou scoutà é imaginë-imaginasioun a to l’oubiétìou ëd countà atravers toc, counchet, scouarch d’ën moundou coultural a to ‘na propria spechifichità, nhint meuc lingouistica.

Soutoulineanë la fragilità é la fatiga për soupravivri ënt una countempouraneità ëngorda ënt l’unifourmà për digerì ën proudot anonim. Countempouraneità ingenhoza ëd co ënt lou coustruì mu real é imaginari a to l’ilouzioun ëd proutegi ma quë ën realtà ou aoumentount ën dinà cou tratët é tapa via tout.

La cultura quë countèn è i ëst ecluziva ënt oou senso quë è fait acoulhiensi, quë fait inclouzioun da sempër cambiant ënt ‘oou tèn ma mëntinënt ‘na propria identità é strutura. Ën counchet opost a sèl d’esclouzioun, quë lou tèn countempouraneo ou nou veut fà abituà.

Intrèn ënt ‘oou merit dlë prume couordinà cou dounount spount é qui ëd letura për quëpì mieui lh’apet ëd stou moundou “minouritari”.

Tradusioun dla registrasioun:

Poi quando arrivavi lì dopo la metà di ottobre, che cadevano tutte le foglie, andavamo a raccogliere le foglie secche (rabastà ampai), ma andavamo sempre di notte quando c’era la luna piena, perché di giorno molte volte c’era un po’ il vento e raccogliere le foglie secche con il vento non puoi. Poi cantavano, però era bello perché da tutte le parti sentivi che raccoglievano le foglie secche e tutti che cantavano. E allora magari dal Malpasso, che è qui vicino a Fubina, iniziavano una canzone, la prima strofa, e noi altri rispondevamo la seconda strofa. Quindi era una musica continua, a parte il suono delle foglie secche e tutti questi cori, dai bambini ai grandi ai vecchi era veramente bello da sentire ed eravamo tutti contenti anche se eravamo nella miseria.

Era una bellezza perché ti trovavi in tanti tutti in fila che avevamo da raccogliere queste foglie secche e il bello era un canto solo, un canto… sentivamo persino quelli dell’inverso, che non è molto vicino. E poi dopo, molte volte, ci fermavamo ad ascoltare il canto che era per cercare di rispondere… una strofa o due. E poi il suono, il suono dell’ampai è uno spettacolo a sentirlo perché sembra… come sentire il mare, l’onda del mare che…quando va contro la terra.

Testimouniënsi ëd Giovanni Vanni Giacchero (1944), cou arcordët ëd can cou i avët dès, ounz’an, ënt la frasioun Fubina ëd Viù (To)

Ampai è i ëst ‘na parola qu’è veut dì foië sëcchë. Nhint mëc semplichë é cazoualë foië sëcchë, ma ël foië pìië ën coundisioun përticoular pë fa l’ëmpai al bèstië ënt ‘oou bèou é ëmpinì li paiound ëd li cristiën.

Alen a l’ampai è i ëst n’ënvit për cuì ël testimouniënsë cou volount via, n’ënvit a përtëchipà an viajou imginari ma ëd co real. Ou sount foië cou cheiount da n’arbou genealogic dla coultura ëlpina, ënt lo u spechific ‘na quitiva coumounità ëd minourënsi lingouistica. Lou gest ëd cuì ou fait ën soun. Lou soun ou i ëst volatil, ëntoucabil, ma ëd co tattile. È i ëst pousibil abrachà ën soun parei ‘më n’arbou. Lou soun dl’ampai è i ëst fouërma, è i eu ‘na soua strutura é ad co sé è zmiet cazoual è i eu eun soun ordinë. Butà a post ënt ‘oou caos. Dounà ën senso a quërcoza qu’ezistet, c’ou i ëst ezistù, ma ou i ëst fragil, ‘më ‘na foìi scchi. Dounà vita nova parei ‘më l’ëmpai è serveit a rigenerà ënt’ ou chaout ël bèstië ënt oou bèou o lou seunnou a l’om soou paioun. Onhi parola è i ëst ën sinhificà, ën sinhificà cou vait cuì, trasmetù.

Souënt, ënt ‘oou tèn, ou restount ël parolë ma sparesount li sinhificà. Ou sount n’ezempio ënt tènti cas la toponomastica, ma nhint mëc.

Ès tratët ëd spount ëd riflesioun, toc ëd senso quë ënsembiou ou font la coultura. Parei ‘më ël fpië ëd n’arbou, chent, ou s’peuvount cuì, è i ëst pousibil, sé ou ezistount sëllë foië, fa ën pasajou tempoural a l’andré é tournà a l’arbou a to la soua couma vërda. Ès tratët nhint mëc ëd memoria ma ëd drouvà ën chert savè, ëd counoushesë cou peuvount èstri util ëd co ënt li neuv countest. Parei ‘më l’utilizi ëd l’ëmpai. Ou sount mëc foië sëcchë ma ou sount ëd co gro d’aoutrou.

Ès tratët nhint ëd retorica, meno ëncoù ëd noustalgia për ën tèn pasà. Lou tèn ou traversët lh’event é la distënsi è peut èstri relativa, sé lou mesajou ou vint cuì.

Lou testimoun ëd l’aoudio ou s’arcordët ën moundou cou i eu vivù da manhà. Ën moundou souchal, coultural groupà a l’ërcaic chiclo dlë stëjoun, lou chiclo dl’an. Ës tratët nhint d’ën judisi ëd valour o dl’idealizasioun d’ën tèn mitic é armounious, n’Arcadia. Ou i ërët ën tèn, coume ou dit lou testimoun, ëd mizeria, ma a part tout, për nechesità o abitudi, ël gen ou coulabouravount, ou respoundevount a ën soun coundivis. Indubiamënt è i eu countribuiì é ou countribouèit ëncoù a mëntinì la sochetò la muzica.

L’imagine sounora ëd li chant cou rëspoundount pourtant ël foië, quë ënt la testa d’ën manhà ou vint ënt mar, ënt ën couadro iluminà da lus onirica dla luna pieina, è i ëst estetica.

Sën cou sèn ën trèn ëd descruvì a to ‘sta rubrica è i ëst più ëd tout sën, l’estetica d’ën moundou coultural. ‘Na souchetà ëndoua lou soun, cou srit muzica strumentala, chant, travai o natura, è i eu countribuì a tinila groupaia.

Toc ëd soun quë parei ‘më n’eco, ën geu d’espch o ën frattale ou ofrount couordinà acoustiquë moustrant sinhificà për ‘na souchetà pousibil. Ën moundou coultural imers ënt ën paizajou ëd soun é fizic flouid, souspeis s’ën vortichë, ma quë ëncoà ou r-ezistët.




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