Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2017

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Nòvas n.173 Decembre 2017

«I catari la crociata... se la sono cercata!»

«Lhi catars la crosada... se la son cerchaa!»

di Maria Soresina

«I catari la crociata... se la sono cercata!»
italiano

«I catari la crociata... se la sono cercata!»

Queste esatte parole sono state pronunciate il 21 novembre, alla televisione, dall’illustre professor Franco Cardini. La cornice era quella della splendida trasmissione Passato e presente condotta da Paolo Mieli su Rai3. Il titolo di quella puntata era «L’Inquisizione e l’eresia dei Catari».

Si è parlato dell’Inquisizione, ma di quella spagnola che coi catari non c’entra, si è parlato poi dei Templari, che coi catari non c’entrano per niente. Per quanto riguarda i catari, si è parlato solo della crociata, ma non con le sublimi parole di Simone Weil, bensì per dire, appunto, che «se la sono cercata»...

Certo, la ventennale crociata in terra occitana è un episodio di primaria importanza nella storia del catarismo, e proprio perché ha fallito è stata istituita l’Inquisizione. Mi spiego meglio: la crociata è riuscita a distruggere la fiorente economia delle contee del Sud, a spegnere la grandiosa poesia dei trovatori, a conquistare quelle terre che finirono per essere inglobate nel Regno di Francia, ma non è riuscita a debellare l’eresia catara, né a cancellare la lingua d’oc.

Durante la trasmissione, a proposito della crociata non è stato nemmeno menzionato quel meraviglioso poema che è la Chanson de la croisade albigeoise, da Simone Weil paragonato nientemeno che all’Iliade. La crociata è stata invece pienamente giustificata, e alle perplessità espresse da Paolo Mieli sul fatto che si trattava di combattere contro dei cristiani, il professor Cardini ha risposto prontamente che i catari erano peggio degli infedeli, dato che – riporto le sue testuali parole: «con la loro azione impediscono ai cristiani di darsi alla guerra contro gli infedeli e quindi sono degli obiettivi alleati degli infedeli, però sono peggiori degli infedeli in quanto sono dei traditori della loro fede». Non si sa se ridere o piangere, tanta è l’insensatezza di quello che dice.

L’odio di Cardini per i catari traspare da mille indizi, come quest’altra perla: «Vengono da Oriente, esattamente come la lebbra». Come non pensare qui a quelle splendide parole di Dante, che a proposito del luogo di nascita di San Francesco scrive:

Di questa costa, là dov'ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d'esso loco fa parole,

non dica Ascesi, ché direbbe corto,

ma Oriente, se proprio dir vuole. [Paradiso XI, 49-54]

Da Oriente viene la luce, e da un punto di vista spirituale ha un significato simbolico altissimo, basti pensare che anticamente le chiese dovevano essere «orientate», ovvero costruite in modo che il fedele fosse rivolto verso Oriente. Ma siccome da Oriente vengono i catari – Cardini dice infatti che venivano chiamati «bulgari», cosa che è vera – allora si è sentito in dovere di aggiungere: «come la lebbra».

Cardini evidentemente crede alle calunnie che all’epoca venivano diffuse sui catari. Ma è possibile che uno storico non sappia che i vincitori hanno sempre demonizzato e criminalizzato i vinti? Possibile che non sappia che non si possono ritenere affidabili al cento per cento le fonti, quando queste sono solo trattati scritti dagli inquisitori e verbali delle dichiarazioni rilasciate – magari sotto tortura – nei processi? Possibile che non sappia che da vent’anni è in atto una riscrittura di quella storia, con toni molto più amichevoli nei confronti dei catari e del loro cristianesimo aperto al dialogo, libero e gioioso?

Cardini tutto questo lo ignora, e giustifica la crociata e l’Inquisizione. Certamente la Chiesa ha il diritto di pretendere l’ortodossia da parte dei fedeli. Ma anche di torturare e uccidere chi la pensa diversamente???

E non è tutto: era una trasmissione sull’eresia dei catari, ma non è stata spesa una parola sul catarismo italiano, che, come riferiscono già le fonti dell’epoca, era assai più consistente che non quello occitano. E allora ci dobbiamo chiedere: lo sa il professor Cardini? Se lo sa, è grave il fatto che non ne abbia parlato. Se non lo sa, è gravissimo.

Quella del catarismo italiano è una storia affascinante, che si inserisce nelle lotte tra guelfi e ghibellini, dove nelle città rette dai ghibellini non erano ammessi i tribunali dell’Inquisizione. Contro gli inquisitori ci furono sommosse popolari in quasi tutte le città italiane, e qui l’Inquisizione operò per secoli, fino a tutto il Quattrocento. Poi ci sono gli aspetti macabri, come i processi postumi (famoso quello a Farinata degli Uberti), e le considerazioni sull’impoverimento che tutto ciò ha causato, impoverimento di cui soffriamo ancora oggi.

Passato e presente è il nome della trasmissione, quasi a voler suggerire che il passato pesa sul presente. E questa pagina del passato, questa pagina grondante sangue, pesa ancora enormemente, nonostante gli sforzi della Chiesa e dei suoi lacchè per farla dimenticare.

Ero talmente indignata e arrabbiata ad ascoltare simili parole in una trasmissione che trovo di alto livello e che seguo da tempo con interesse che ho deciso di scrivere a Paolo Mieli, il conduttore. Non mi aspettavo una risposta: avevo più che altro bisogno di sfogare la mia delusione. E invece ha risposto subito, con una mail molto gentile, scusandosi dei «giudizi sommari» e informandomi che cercheranno «di riparare anche tenendo conto dei suoi lavori e delle sue osservazioni». Vedremo.

Sarebbe bello se la televisione pubblica, attraverso quello che è forse il suo programma più raffinato e serio di trasmissione della cultura, facesse luce su questa pagina tragica, dolorosa ma importantissima della nostra storia. E desse voce anche alle tante iniziative che dal Cuneese al Veneto, da Milano a Firenze stanno sorgendo, promosse non solo da professori, ma anche da cittadini che vogliono conoscere e far conoscere la storia del territorio in cui vivono e che, scoprendovi le tracce della presenza degli eretici catari sentono, come è già successo nella Francia del Sud, che non è una macchia da nascondere bensì una realtà di cui andar fieri.

occitan

Son aquestas las exactas paraulas prononciaas lo 21 de novembre, a la television, da l’illustre professor Franco cardini. La cornitz era aquela de l’espléndida transmission Passato e presente dirijua da Paolo Mieli su Rai3. Lo títol de l’episòdi era «L’Inquisicion di catars».

S’es parlat de l’Inquisicion, mas d’aquela espanhòla, que abo lhi catars a pas ren a veire; s’es parlat puei di Templars, que abo lhi catars an pas ren a veire dal tot. Per çò que regarda lhi catars, s’es parlat masque de la crosada, ren abo las sublimas paraulas de Simone Weil, mas per dir, justament, que «se la son cerchaa»...

Certament la vintenala crosada en tèrra occitana es un episòdi de primàrra importança dins l’istòria dal catarisme e pròpi perqué a falit es estaa instituïa l’Inquisicion. M’explico mielh: la crosada es arribaa a destruire la florenta economia des conteas dal Sud, a esténher la grandiosa poesia di trobadors, a conquistar aquelas tèrras, que finieron per èsser inglobaas dins lo Rènhe de França, mas es pas arribaa a desfar l’eresia catara ni a cancelar la lenga d’òc.

Durant la trasmission a propaus de la crosada es pas estat mencionat nimanc aquel meravilhós poèma que es la Chanson de la croisade albigeoise, comparat da Simone Weil ren de menc que a l’Iliada. Al contrari la crosada es estaa plenament justificaa e a las perplexitats exprimuas da Paolo Mieli sal fach que se tractava de combàter còntra de cristians, lo professor Cardini a respondut promptament que lhi catars eron pejo de lhi infidèls, daus que – repòrto sas textualas paraulas – «abo lor accion empachon ai cristians de se donar a la guèrra còntra lhi infidèls e donc son objectivament d’aliats de lhi infidèls, mas pejors d’ilhs, já que son de traditors de lor fè». Se sa pas se rire o plorar tant es lo deseniment d’aquo que ditz aquel òme. L’òdi de Cardini per lhi catars transpareis da mila indicis, coma aquesta autra pèrla: «Venon da l’Orient, exactament coma la lebra». Coma ren pensar an aquelas meravilhosas paraulas de Dante, que a propaus dal luec de naissença de Sant Francèsc escriu:


Di questa costa, là dov'ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d'esso loco fa parole,

non dica Ascesi, ché direbbe corto,

ma Oriente, se proprio dir vuole. [Paradiso XI, 49-54]


Da l’Orient ven la lutz e da un ponch de vista espiritual a un significat simbòlic autíssim. Baste pensar que anticament las gleisas devion èsser “orientaas, o ben construïas en maniera que lo fidèl foguesse virat vèrs l’Orient. Mas coma da l’Orient venon lhi catars – Cardini ditz de fach que venion sonats «bulgars», causa que es vera – alora s’es sentut en dever de jontar: «coma la lèbra».

Evidentement cardini cre a la calómnias que a l’època venion difonduas sus lhi catars. Mas es possible que un istòric sàpie ren que lhi ganhaires an sempre demonizat e criminalizat lhi ganhats? Possible que sàpie ren que se pòlon pas jutjar fiablas al cent per cent las fònts, quora son ren que de tractats escrichs da lhi inquisitors e de verbals de declaracions laissaas – magara dessot tortura – enti procès? Possible que sàpie ren que da vint ans es en act una rescrichura d’aquela istòria abo de tons ben pus amistós vèrs lhi catars e de lor cristianisme dubèrt al diàlog libre e joiós?

Tot aquò Cardini lo ignòra e justífica la crosada e l’Inquisicion. Certament la Gleisa a lo drech de preténder l’ortodoxia dai fidèls. Mas decò de torturar e maçar qui la pensa diversament??

E es ren tot: era una transmission sus l’eresia di catars, mas es pas estaa espendua una paraula sal catarisme italian, que – coma repòrton já las fònts de l’època, era ben pus consistent d’aquel occitan. E alora nos chal nos demandar: lo sa lo professor Cardini? Se lo la es grau lo fach que n’aie pas parlat. Se lo a ren e gravíssim.

Aquela dal catarisme italian es un’istòria fascinanta, que se mèscla a la luchas entre guèlfes e guibellins, ente dins las vilas resuas dai guibellins eron pas admés lhi tribunals de l’Inquisicion. Còntra lhi inquisitors lhi auguet un baron d’insurreccions popularas dins esquasi totas las vilas italianas e aquí l’Inquisicion a agit per de sècles fins a tot lo Quatre Cent. Puei lhi a lhi aspècts macabres, coma lhi procès pòstums (famos aquel a Farinata degli Uberti) e las consideracions sus l’empauriment que tot aquò a causat, un’empaurment dont sufrem encara encuei.

Passato e presente es lo nom de la transmission, esquasi a voler suggerir que lo passat grava sal present. E aquesta pàgina dal passat, aquesta pàgina raianta de sang, pesa encara enormement malgrat lhi esfòrç de la Gleisa e de si lacais per la far desmentiar.

Ero talament idignaa e enrabiaa d’escotar de paraulas parelh dins una transmission que tròbo de aut livel e que seguisso da lòngtemp abo interès que ai decidat d’escriure a paolo Mieli, lo conductor. M’atendio pas una responsa: aviu pus que autre besonh de liurar ma decepcion. E al contrari m’a respondut sal colp abo una mail sobregentila, es s’escusant per lhi “judicis somaris” e m’informant que cercharèn “de remediar mesme en tenent còmpte de vòstri trabalhs e de vòstras observacions”. Veierèm.

Seria bèl se la television pública, a travèrs aquel qu’es benlèu lo programa pus rafinat e seriós de transmission de cultura, fasesse lum sus aquesta pàgina tràgica, dolorosa, mas fòrt importanta de nòstra istòria. E se donesse vòutz decò a las tantas iniciativas que dal cuneés al Vénet, da Milan a Firenze van surgent, promoguas ren masque da de professors, mas decò da de citadins que vòlon conóisser e far conóisser l’istòria dal territòri ente vivon e que, en lhi descurbent las traças de la presença di erétics catars senton, coma es já arribat dins la França dal Sud, que es pas una macha da estremar, mas una realitat dont anar fiers.


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