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Tutti i sindaci dei piccoli comuni sanno quanto sia difficile e problematico il rapporto con i grandi gruppi, più o meno pubblici, che dovrebbero fornire livelli di servizio almeno decenti a chi ancora abita sulle nostre montagne.

Decenti servizi in termini di telefonia, fornitura di energia elettrica, trasporti e servizio postale, sono da sempre terreno di scontro tra gli amministratori montani e aziende che perseguono esclusivamente i propri interessi trascurando quindi i livelli delle prestazioni fornite nelle aree deboli.

Tutti si ricordano le lotte dei sindaci di piccoli paesi che POSTE ITALIANE volevano privare dell’unico ufficio postale. Duri contrasti e mobilitazioni non hanno impedito che quasi 300 comuni italiani siano stati privati di questo servizio nell’indifferenza generale della classe politica.

A tutti è parsa quindi sorprendente (quando non sospetta) la megariunione a Roma organizzata lo scorso 26 novembre da POSTE ITALIANE che ha chiamato a raccolta (tempestando anche di telefonate i Comuni) i sindaci dei piccoli comuni alla Nuvola di Fuksas in zona EUR di Roma.

Erano presenti, secondo gli organizzatori, 3000 sindaci di tutt’Italia spesati nella trasferta da POSTE ITALIANE.

La riunione, che ha visto la partecipazione di un parterre politico rilevante (il Presidente del Consiglio Conte, la ministra Buongiorno, il vice-premier Salvini, il vice-ministro Laura Castelli, vari parlamentari), è stata incentrata sulla nuova politica di POSTE ITALIANE rispetto ai piccoli comuni che l’amministratore delegato Matteo Del Fante ha proclamato tra la sorpresa di molti degli amministratori presenti.

Del Fante ha condensato l’intervento enunciando dieci “promesse” (da verificare ad un anno di distanza)che POSTE ITALIANE si impegnano a portare avanti. Tra l’altro:

riapertura dei presidi chiusi in modo che ogni comune abbia almeno un ufficio postale;

istallazione nuovi sportelli Atm;

fornitura di servizi a domicilio attraverso la rete dei tabaccai;

abbattimento delle barriere architettoniche;

istallazione di servizio wi-fi nelle aree degli uffici postali;

videosorveglianza all’interno e all’esterno degli uffici postali,e, di estremo interesse per le amministrazioni pubbliche, la disponibilità a gestire le tesorerie comunali.

Le POSTE ITALIANE sono state fulminate sulla via di Damasco per cambiare completamente politica nei confronti dei territori marginali?

Il buon senso e un po’ di diffidenza inducono a pensare che oltre alla necessità di riqualificare la propria immagine e, magari, anche un po’ di sensibilità sociale nei confronti di un territorio che è comunque abitato da dieci milioni di persone, POSTE ITALIANE si prepari a qualche interessante business, visto che la corrispondenza cartacea è ridotta a livelli minimi.

Il business potrebbe essere quello della consegna dei pacchi.

In conseguenza dei crescenti acquisti online la struttura che riuscirà a consegnare con efficienza e a costi contenuti queste merci potrà entrare con forza in questo mercato. Una rete capillare, come sono gli uffici postali, se ben gestiti e coordinati a livello centrale e/o regionale,potranno essere dominanti nel settore.

Il nuovo corso di POSTE ITALIANE è comunque positivo per la nostra montagna ed è un primo segnale di attenzione, se le promesse verranno mantenute, da parte di potentati visti per anni come nemici.

Vedremo se altre imprese operanti, per esempio, nella telecomunicazione o nella fornitura di energia elettrica, dimostreranno analoghe iniziative. La vedo difficile!

E’ vero che da qualche anno sentiamo pontificare da parte delle più alte cariche dello Stato dell’importanza dei piccoli comuni, della risorsa che essi rappresentano per il Paese, ma in concreto si è visto poco.

I trasferimenti dallo Stato negli ultimi dieci anni si sono quasi azzerati (specie per i piccoli comuni) mentre il dissanguamento delle risorse prodotte localmente è aumentato nell’indifferenza della politica che su questo fatto non ha mai ragionato. La legge 158/2017 emanata nell’anno dei piccoli borghi è un modesto palliativo; costituiva un fondo che stanziava 10 milioni per il 2017 (mai distribuiti) e 15 milioni/anno per le annualità successive.

Considerando che sono 5585 i piccoli comuni, per sola media matematica, ad ogni comune sarebbero spettati 1790,51 euro per una serie di investimenti ipotetici. Ovviamente questo fondo non è stato utilizzato e nessuno ha visto un euro derivato da questa legge.

Ma è arrivata una sorpresa in questi giorni.

La legge di bilancio approvata sul filo del rasoio a fine 2018 stanzia per i comuni fino a 20.000 abitanti, a scalare, in crescendo, dai 40.000 euro per i più piccoli, a 100.000 euro per i più grandi.

Se, per fare un esempio, il Comune di Ostana riceve dallo Stato, al netto del contributo di solidarietà (sic), 26.000 euro all’anno (fondo investimenti compreso; erano 70.000-80.000 euro qualche anno indietro) si capisce bene quale entusiasmo si sia scatenato tra gli amministratori.

E’ facile pensare, specie per chi pensa male, che si tratti una mossa elettorale in vista delle europee ma in ogni caso lo Stato ha stanziato circa 400 milioni di euro su questa iniziativa. Cosa mai vista nell’ultimo decennio di tagli e di blocco dei bilanci.

Poiché è richiesta la rapida cantierabilità delle opere che verranno finanziate con questi fondi ne deriverà comunque un impatto positivo sull’economia e, aspetto, non secondario, una simpatia per le forze politiche che hanno adottato il provvedimento, da parte di amministratori condannati da anni all’impossibilità di portare a termine opere indispensabili. Non sono somme enormi ma, specie per i comuni più piccoli, una insperata boccata di ossigeno.

Naturalmente ci sarà un impatto sul rapporto debito pil in analogia con altre voci di spesa decise, o in fase di decisione, da parte del Governo.

Ma questo è un altro discorso; piuttosto lungo.

La mossa è stata astuta e vedremo gli effetti economici.